Doing it For The Kids

I have only one friend

She sings the same song as me

(Arab Strap)

Creation Stories non è un grande film ma racconta una grande storia.
La vicenda dell’etichetta discografica scozzese con base a Londra è in fondo grande quanto una vita intera e capisco perfettamente che l’idea di farne una sceneggiatura e relativo film abbia solleticato l’estro di Irvine Welsh.
La storia della Creation è legata a doppio filo a quella del suo fondatore, Alan McGee, il ragazzino “sfigato” di Glasgow con cui, in qualche modo, ci siamo identificati fin da subito.
Lo abbiamo sempre fatto, in tempi non sospetti, qualche decennio prima che la sua storia diventasse un film. Per noi che non siamo mai stati musicisti ma “addetti ai lavori” la figura di McGee è stata fin da subito il vero riferimento. Del resto come non subire il fascino di uno che nel giro di un mese, tra ottobre e novembre del 1991, ha pubblicato Screamadelica, Loveless e Bandwagonesque. Tre dischi della vita, in un botto, così come se fosse la cosa più normale del mondo.
La storia della Creation è in fondo una storia di riscatto, di successo e successiva caduta. Una storia di grande musica, davvero grande, la più grande di tutte quelle possibili, per qualcuno di noi, certamente per il sottoscritto.
La Creation è stata tante cose: la casa della musica “sbagliata”. Quella che metteva a proprio agio l’adolescente rinchiuso nella propria cameretta. La Creation dei Felt, dei Pastels, dei Weather Prophets, di Biff Bang Pow!. Quei dischi ci facevano sentire meno soli e contribuivano a farci trovare il nostro posto nella mappa dell’universo, nientemeno.
Ma è stata l’etichetta della musica “nuova”, del rumore bianco dei Jesus and Mary Chain, dei Primal Scream che abbracciano Andrew Weatherall, dei My Bloody Valentine che tracciano una strada completamente inesplorata.
La Creation è stata inoltre quell’etichetta che nello stesso anno del debutto degli Oasis pubblicava un disco dei Cramps. Perché, come ha più volte ripetuto lo stesso McGee, si è sempre trattato di una faccenda di musica. L’attitudine che ha messo in mostra uno come lui non l’abbiamo vista mai più. Uno che nelle interviste parlava dei Big Star e di Alex Chilton quando il flusso dell’interesse andava in tutt’altra direzione. E lo faceva così, perché era giusto farlo, senza nessun’ altra motivazione, con l’entusiasmo del fan.
Uno che frequentava l’Hacienda di Manchester e poi, magari, ti teneva un’ora inchiodato con una menata su Gram Parsons.
Tanti di questi dettagli nel film non sono entrati, inevitabilmente. Mi ha però fatto sorridere la scena delle giapponesi che visitano l’ufficio dell’etichetta e trattano McGee come una rockstar. Mi ha fatto ricordare qualche ragazzino bolognese che girava dalle parti di 83 Clerkenwell Road solo per vedere quel posto da lontano. Senza riuscire a dire niente di speciale se non farfugliare due parole di generico ringraziamento ed infilarsi un cd promozionale in tasca. Sarebbe stato sufficiente dire: Your Music Saved my Life ed invece, tra parole non dette e sguardi persi in troppa timidezza, la faccenda si risolse con il consueto nulla di fatto. Poco importa, comunque: tra simili ci si riconosce da lontano. Stessa visione del mondo e stesse Adidas ai piedi, senza bisogno di doverlo esplicitare troppo. Per quello è sufficiente una canzone.

Be a punk, be a poet, be political, be proud…but be a rebel always, because it is always something to rebel for…..(Alan McGee)

Cesare Lorenzi

Le 15 canzoni del catalogo Creation scelte da

Massimiliano Bucchieri, ArturoCompagnoni, Cesare Lorenzi

FELT “Ballad of the Band” 1986

Assieme alla Velocity Girl dei Primal Scream di cui scrive Cesare, questa è la materializzazione stessa della definizione heavenly pop hit, niente più e niente meno. Personaggio gigantesco, band formidabile, canzone magnifica. (A.C.)

MEAT WHIPLASH “Don’t Slip Up” 1985

Siccome citare i Jesus and Mary Chain pareva faccenda troppo ovvia allora si punta su quelli che ne hanno incrociato le sorti, sia pur per la sola durata di una canzone e la storia di un concerto (North London Polytechnic, 15 marzo dell’85). La circostanza che il loro nome sia una citazione dei Fire Engines e che in copertina di questo loro unico singolo ci sia un immagine di Robert Vaughn accresce il mito. (A.C.)

THE LOFT “Up the Hill & Down the Slope” 1985

Peter Astor possiede una penna magica con cui scrive da sempre canzoni sublimi. Dei Loft sono sempre stato indeciso quale preferire tra gli unici due singoli pubblicati nel corso di una carriera durata niente. Prendo il secondo che ricorda una versione sgangherata degli Aztec Camera e questo basta (e avanza). (A.C.)

THE HOUSE OF LOVE “Shine On” 1987
I primi quattro singoli degli House of Love sono materiale da far studiare a scuola, alternativamente in musica, storia dell’arte e, soprattutto, epica. Tra tutti scelgo questo solo perché la prima volta non si scorda mai. (A.C.)

BIFF BANG POW! “Love’s Going Out of Fashion” 1986

Una delle cose che mi è piaciuta di Alan McGee sin dall’inizio è quel suo modo di rendere esplicite le passioni, da autentico nerd della musica. I Creation ad esempio: omaggiati nel nome stesso dell’etichetta e riproposti in quello della band in cui cantava, oltre ad imbracciare la chitarra. Un misto ingenuamente irresistibile di psichedelia 60s, cultura mod e ombre post punk. (A.C.)

BMX BANDITS “Serious Drugs” 1992

La leggenda vuole che ai colloqui d’assunzione del personale McGee chiedesse informazioni sulle bands preferite. Se rispondevi Big Star eri assunto.
Non è quindi un caso che l’influenza di Alex Chilton e compagni si possa più volte ritrovare nel catalogo Creation. Questa degli scozzesi BMX BANDITS è forse la più bigstariana di tutte. Inutile dire che si tratta di una canzone fantastica, da ascoltare subito dopo i Teenage Fanclub per trarne il massimo godimento. (C.L.)

PRIMAL SCREAM “Velocity Girl” 1986

La canzone pop perfetta in 90 secondi. In pratica il manifesto del primo periodo Creation. Vodka e speed, i Velvet e Warhol nel cuore, una Rickenbacker e un chiodo di pelle. La bellezza dell’adolescenza virata in un film francese degli anni sessanta in bianco e nero. (C.L.)

SUPER FURRY ANIMALS “Something 4 the Weekend” 1996

Una ballata che sembra uscire direttamente da Sgt. Peppers. Pura psichedelia beatlesiana. Tipica “drug song” timbrata Creation. (C.L.)

MY BLOODY VALENTINE “Soon” 1990

“The vaguest piece of music ever to get into the charts” secondo Brian Eno. Ed una delle canzoni più lunghe in assoluto, con i suoi oltre sei minuti di durata del mix originale.
Soon sono i my Bloody Valentine al massimo splendore. Un brano talmente poco usuale che suona rivoluzionario ancora oggi. (C.L.)

THE PASTELS “Million Tears” 1984

Il primissimo periodo Creation è una roba di pop sgangherato, di bassa fedeltà, di canzoncine jingle-jangle suonate con foga. Questo singolo degli scozzesi Pastels è l’esemplificazione perfetta del teorema suddetto. Un elementare, quanto indimenticabile,  giro di basso in apertura e poi i soliti tre accordi. Essenzialità pop, manco fosse una canzone della Motown rifatta dai Modern Lovers. (C.L.)

RIDE “Drive Blind Ride” 1989

Il primo EP della formazione di Oxford. Quella cascata di chitarre al calor bianco. Quei cori. Da
pelle d’oca ancora oggi.
Viene tratteggiato un mondo immateriale in cui perdersi.
Per certi versi il gruppo shoegaze con la G maiuscola.
Andy Bell per fare i soldi veri si unì agli Oasis in fase discendente ma i Ride furono (sono)
faccenda di cuore.
Per alcuni anni portavoce di una generazione che voleva rumore e sentimento e che trovò la
casa ideale tra le uscite dell’etichetta. (M.B.)

SWERVEDRIVER “Son of Mustang Ford” 1990

Se la tavolozza dei MBV comprendeva tutti i colori che venivano scagliati nelle orecchie e nel
cuore fino a stordirti il colore predominante qui era, invece, solamente quello del metallo
arrugginito.
Potentissimi, quasi metal, soprattuto agli esordi, ma la melodia sotto alla loro rumorosa
tempesta affiorava gradita e ristoratrice rendendo più appropriata la presenza sotto questa
sigla. (M.B.)

TEENAGE FANCLUB “Star Sign” 1991

La band del cuore di molti. Pop, rumore, friendliness pura e contagiosa. Un mazzo di canzoni
che ancora oggi, al loro apparire, ti fanno venire voglia di abbracciare chi hai accanto.
Un cd single in una bustina di un Hmv di Edinburgo che si materializza in note e suoni nella
Little John’s Farm di Reading nell’estate 92. Un pascolo batttuto da vento e scrosci di acqua
gelida intermittente. Gambe nel fango fino al ginocchio e salti per un ora sotto braccio a degli
sconosciuti maleodoranti rimettendoci una caviglia.
Poche volte sono stato cosi felice. (M.B.)

ADORABLE “Sunshine Smile” 1992

Con un piede nella scena shoegaze e uno che volgeva lo sguardo alle tessiture romantiche di
House Of Love e Echo And The Bunnymen.
Intercettati nel febbraio 91 di supporto ai Curve. L’alterigia, l’eleganza e il carisma di Piotr
Fijalkowski dominava il mare increspato di feedback intorno a lui vincendo gli occhi e i cuori di
molti.
Si persero troppo velocemente ma questo resta uno dei grandi singoli dell’etichetta.
Ancora oggi potente e sexy. (M.B.)

BOO RADLEY “Lazarus ” 1992
Fin dagli esordi del gruppo di Liverpool, sepolto sotto tonnellate di rumore, si percepiva un gusto
per la melodia fuori dal comune, in gran parte dovuto alla penna di Martin Carr.
Veloci passi giganteschi portarono a questo singolo.
Una summa di generi, un caleidoscopio dall’intro venata di dub all’armonia grondante puro
sentimentalismo britannico, alle chitarre assordanti loro marchio di fabbrica.
Un album monumentale, per certi versi inopinatamente sottovalutato.
Giant Steps. Passi che hanno lasciato, anch’essi, orme non indifferenti nella storia dell’etichetta.
Dietro al muro di feedback ancora oggi, tra gli altri, si intravedono le foto di Gary Clail, Kevin
Shields, John Lennon e Ray Davies. (M.B.)

Never Lose that Feeling (Fiver # 39.2015)

Iron Maiden setlist. Palasport Bologna 26/10/1981

Iron Maiden setlist, Palasport Bologna 26/10/1981

Pur coltivando la salda convinzione che la musica migliore prodotta negli ultimi 40 anni in ambito rock sia quella uscita tra gli ultimi spiccioli degli anni ’70 e i primi passi del decennio successivo, non avverto alcuna malinconia per quei tempi che pure ho vissuto in prima persona. Anche perché mi rendo conto che parlare oggi di quell’epoca equivalga, in termini strettamente temporali, a quello che sarebbe stato rievocare l’immediato dopo guerra a inizio anni ’80. Francamente se qualcuno avesse cercato di intavolare con un Arturo allora in età adolescenziale una discussione sugli avvenimenti – musicali e non – della seconda metà degli anni ’40, credo proprio che quell’Arturo non avrebbe provato particolare simpatia né tanto meno interesse (eufemismi entrambi) nei confronti del suo potenziale interlocutore adulto. E non ho intenzione ora di mettermi nei panni di quel “potenziale interlocutore adulto” nei confronti di un qualunque “Arturo” di oggi. In ogni caso non mi mancano quei dischi, non mi mancano quei gruppi, non mi manca lo spirito che accompagnava la musica in quel momento storico passato poi alle cronache col semplice aggettivo post punk. O meglio: certo che mi manca tutto questo, come dovrebbe mancare a chiunque abbia almeno un po’ a cuore la musica, ma per quanto ogni tanto io provi ad evocarla, la nostalgia per il passato proprio non riesce a scalfire il piacere che mi da vivere nel presente.
La nostalgia in sé in effetti è uno di quegli stati d’animo che non si è mai fatto largo tra i miei sentimenti predominanti: di rado mi è balenato il rimpianto per avvenimenti e situazioni, così come quello per gli oggetti. Qualche volta in più quello per le persone. Ciò che veramente mi manca è l’entusiasmo che un tempo provavo, un entusiasmo che inevitabilmente il tempo ha finito per piallare, contribuendo a rendere la vita un po’ più grigia e un po’ più piatta. Un po’ noiosa insomma. Un entusiasmo così intenso da segnare indelebilmente certe situazioni. Per questo probabilmente ricordo tanto bene determinati momenti. Anche quelli che verosimilmente già sulla mia vita di allora ebbero un impatto relativo, impatto reso ancor meno rilevante poi in termini assoluti dagli sviluppi degli anni a venire.
Come la giornata in cui gli Iron Maiden suonarono nella mia città, a fine ottobre ’81.
Quell’anno in un bizzarro melting pot di gusti generato presumibilmente dagli squilibri ormonali di un adolescente che già allora correva appresso più alla musica che alle ragazze, dividevo la mia passione tra la New Wave of British Heavy Metal e la “semplice” New Wave partorita dal post punk. Allora le divisioni tra generi erano piuttosto rigide, niente affatto inquinate da quelle fregole crossover che negli anni ’90 sarebbero state attivate dalle chitarre dei Red Hot Chili Peppers e dai mashup tra Aereosmith e Run DMC. Il mio era dunque un caso piuttosto singolare. Il mio scarso bilanciamento mi portò quell’anno, in maniera spesso solitaria poiché appunto caso raro, tanto sotto i palchi di Clash, Madness e Adam and the Ants quanto sotto quelli di Saxon e Iron Maiden. In particolare quel giorno, il 26 ottobre del 1981, i miei scompensi mi spinsero sotto la cupola del palasport di Piazza Azzarita, dove gli Iron Maiden programmarono la prima data del loro primo tour italiano.
Era il tour del loro secondo album, Killers (per inciso, pur avendo abbandonato il mio personale percorso metal fin da subito, trovo ancor oggi che i primi due 33 giri degli Iron Maiden siano dei signori dischi) e il loro primo concerto in assoluto con Bruce Dickinson al microfono. Paul Di’ Anno, il cantante che con la sua voce blues aveva caratterizzato il suono di quei primi due dischi, era difatti appena stato allontanato dal gruppo causa problemi di droga e alcool. La cosa buffa – ma considerato quanto scritto sopra fortemente significativa – è che del concerto in se non ricordo praticamente nulla, mentre è assolutamente nitida la memoria del pomeriggio che precedette la serata, impiegato in una match di tennis con Massimiliano – mio abituale compagno di partite negli anni del liceo – sulla terra rossa del circolo La Raquette di via delle Armi. Di quell’ora di tennis pomeridiano ricordo in particolare la mia totale deconcentrazione dovuta all’euforia per l’incombente impegno serale (e probabilmente agli sfottò di Massi che non era per nulla in linea con la mia deriva metal di quel momento).
Gli anni del liceo non li rimpiango per nulla e non rimpiango nemmeno le mie compagne di scuola snobbate in favore di un qualunque disco dei Judas Priest. Ciò che davvero rimpiango è l’agitazione che mi chiudeva lo stomaco prima dell’appuntamento con uno degli eventi che mi appassionavano: fosse esso una partita di calcio del Bologna F.C., un incontro di basket della Fortitudo o un concerto delle Girlschool.
Quell’entusiasmo si che mi manca, mi manca un sacco.

Childbirth “I only fucked you as a joke

#Seattle #Olympia #Riot Grrls #Suicide Squeeze #90’s #One chord is fine, two chords is pushing it, three chords and you’re into jazz
Mike Krol “Neighborhood Watch

Chiaro, sono andati tutti in coda a Jay Reatard, tutti. Ma, altrettanto chiaro che lui era inimitabile e irraggiungibile. Allora ci siamo accontentati, tanto non avremmo potuto fare nient’altro. Qualcuno è salito sul treno, qualcun altro forse è stato più sincero perché già ce lo aveva dentro. Personalmente su musiche del genere non è che sto tanto a pensare: certe cose hanno sempre vita facile con me. Qualche canzone mi piace di più, qualcun’altra mi piace solo un po’ di meno, ma alla fin fine mi faccio sempre fregare. Sto tipo qui, ad esempio, mi piace proprio…..

Wavves “Pony

…esattamente come mi è sempre piaciuto Nathan Williams. Sia quando era figo farselo piacere ai tempi di So Bored, che quando era un po’ meno hip farsi trovare in sua compagnia. Diciamo da King of the Beach in poi. Lui è un gran cazzone, non c’è alcun dubbio: un ragazzino bianco annoiato a Los Angeles che vorrebbe solo vivere in spiaggia col suo skateboard ascoltando hip hop, costantemente attaccato al collo di una bottiglia di Johnnie Walker. Invece gli tocca chiudersi tutte le sere in qualche club buio e pieno di fumo assieme ai suoi amici capelloni a suonare canzoni rubate a qualche disco minore della Epitaph. Però quelle canzoni, così essenziali e semplici, gli riescono sempre bene e io ci sbatto sempre contro volentieri.

Courtney Barnett “Shivers

Cesare, Massimiliano ed io abbiamo opinioni contrastanti sulle cantautrici. Ogni volta che esce fuori un loro nuovo disco o spunta fuori un nuovo nome ne parliamo, spesso prendendoci vicendevolmente in giro. Ormai per noi è diventata una gag. Andando a memoria l’unico nome che negli ultimi tempi ha messo d’accordo tutti e tre è quello di Courtney Barnett. Questa canzone, che uscirà sotto la supervisione di Jack White per la Third Man come la to b di un 7” è stata scritta da Roland S. Howard ai tempi dei Boys Next Door, primo gruppo di Nick Cave, compatriota della Barnett stessa. Scelta perfetta, niente da dire. Mettiamo un altro più sul registro a fianco del suo nome.

Swervedriver “Never Lose that Feeling

Questa è una roba vecchia. La piazzo qui perché è il pezzo che ha dato il titolo al Fiver di oggi, perché anche a distanza di tanti anni rimane una bellissima canzone, perché tra qualche settimana gli Swervedriver verranno a suonare nella mia città, a pochi chilometri da casa mia. Non credo andrò a vederli. Quella settimana nel giro di 4 giorni ci saranno un sacco di concerti dalle mie parti. E se proprio devo andare a vedere suonare qualcuno più vecchio di me allora andrò a vedere i Flipper: stesso locale, un paio di giorni prima.

Arturo Compagnoni

Talk Talk Talk (Fiver #12.2015)

The Spirit Club

The Spirit Club


Ci sono due dischi che hanno messo d’accordo un po’ tutti negli ultimi tempi. Quelli di D’Angelo e Kendrick Lamar. Anche negli ambiti “indie”. Dimostrazione di ampie vedute, di amore per la musica purchè sia buona, parrebbe. Io, invece, ho aspettato impazientemente lo scorso weekend che ha proposto cose, a mio parere, imperdibili. Sono uscito di casa e sono andato a vedere una giovane promessa (in realtá ha giá alcuni album all’attivo ma si è affacciato sulle scene relativamente di recente) come Purling Hiss al Covo, disco molto chiacchierato e ammirato: circa 50 persone presenti. Ok. Sera successiva. Evan Dando, personaggio che ha venduto dischi, è andato sulle copertine dei rotocalchi (termine desueto ma che rende l’idea di “popolare”), ha fatto da headliner nei festival: 70/80 persone (adoranti) sotto il palco. Ci guardiamo in faccia ci conosciamo più o meno tutti.

E con gli Ought, Ariel Pink, Ty Segall (con le dovute differenze) era stata più o meno la stessa cosa, persino Morrissey solo nel nostro disastrato paese ha registrato ampi vuoti sugli spalti mentre altrove è andato sold out in poche ore.
Mi faccio delle domande. Ma tutto questo amore per la musica come mai si ferma sulla porta di casa, davanti alla tastiera del pc? Io, fruitore informatizzato di musica 2015 voglio conoscere tutto e dire la mia su tutto intervenendo entusiasta e polemico. Non c’è bacheca che non meriti la mia competente opinione. Mi esprimo sulle nuove tendenze come Romare, dibatto sull’indie neoclassico di Tobias Jesso, argomento sul ritorno dei Libertines, attendo con ansia la reunion di quello o quell’altro, mi incazzo se qualcuno tocca i Verdena (per dire).. ma poi quando è il momento di concretizzare questa passione, quando, più prosaicamente, devo infilarmi le scarpe e togliere la macchina dal parcheggio un immane fatica mi pervade. Ho forse speso troppe energie davanti alla tastiera? Tutto questo amore dove è andato a finire? Non lo so. So solo che, dalla persona di non ampie vedute quale io sicuramente sono, D’Angelo mi annoia e Kendrick Lamar non lo capisco. Spengo il pc e mi preparo per andare a vedere Zola Jesus, per dirne uno, giovedì prossimo. Non ho una vera opinione su di lei ancora, conto di farmela da solo e, per una volta, mi farebbe piacere non trovare parcheggio…

Pity Sex – Acid Reflex

Sarà stato l’incerto incidere slacker/grungey alla Dinosaur Jr a farmi superare l’iniziale diffidenza verso un testo che tratta di reflussi gastrici. I Pity Sex dal Michigan azzeccano finalmente “il pezzo”  per lo split appena uscito con gli Adventures. Una traccia nata quasi per caso che rischia seriamente di trasformarsi nel loro passaporto per cose più importanti. Già mi vedo sotto una tenda stipata ad urlare I need love, I need drugs, I need looks, I need God, I need comfort, I need fortune, I need something.. Tutto molto slacker, effettivamente.

Spirit Club- Still Life

Mio fratello suonava la chitarra ma più che prenderla in mano qualche volta, facendo finta di essere il David Bowie di Ziggy Stardust, non sono andato. Dev’essere figo fare i dischi col proprio fratello. Nathan Williams (Wavves) ha deciso di farsi aiutare dal fratello Joel per questo nuovo progetto. Innesta il pilota automatico, lo stesso che nei suoi dischi quando funziona, funziona alla grande, a volte un po’ meno. Comunque il pezzo è buono con quella chitarra jangle pop che sottolinea la voce che subisce il tipico trattamento Wavves. Piace la sensazione che si stiano divertendo facendo esattamente quello che hanno voglia di fare. Anche di fare un video che fa veramente schifo, sissignori.

Nai Harvest – All the time

Vengono da Sheffield i Nai Harvest, sono molto giovani e danno l’idea di divertirsi un sacco. Soprattutto hanno un sacco di buone idee come aprire i barattoli con su scritto garage e surf per mischiarli fino a tirare fuori questa stramba canzone che mi stampa un sorriso sulla faccia ogni volta. Sta partendo il loro tour con i Best Friends magnificati su queste pagine poche settimane or sono e scommetto che saranno serate esplosive. Chissá se hanno bisogno di un roadie che potrebbe essere, quasi, loro nonno..

All Tvvins – Thank You

Sembra che sia uno dei nomi caldi per il prossimo SXSW. Di sicuro le dichiarazioni del cantante Conor Adams mi divertono..”We can be seven hours into some tune and realise we’ve written a Christina Aguilera song” o ancora “Usually I don’t have any idea of what I’m doing”.. E anche il video da l’idea di una persona che non si prende troppo sul serio. Al netto di queste cose resta questo basso new wave e una melodia che nelle mani del giovane gruppo inglese di turno con i  capelli alla moda volerebbe fuori dalla mia finestra in pochi secondi e che invece, pur nella sua apparente ovvietá, avvolge e si fa apprezzare.

Swervedriver – Last Rites

Che senso hanno le reunion? Ne ho già parlato fino alla nausea. Nessuno nella maggior parte dei casi. Gli Swervedriver mi piacevano un sacco, ascolto Last Rites e chiudo gli occhi estasiato. Al primo ascolto mi sembra di sapere giá quando il rumore lascerà spazio a quell’apertura melodica che mi spaccherá il cuore. In realtá non mi “sembra” di saperlo giá, lo so proprio.. Riascolto Never Lose That Feeling, loro pezzo del 1992. E’ praticamente identico. C’è da incazzarsi? Da urlare il proprio disappunto? Non so. Andate avanti voi. Io resto dietro ad ondeggiare la testa deliziato, senza farmi vedere. Se qualcuno me lo chiede faccio finta di non conoscerli.

Massimiliano Bucchieri