Never Lose that Feeling (Fiver # 39.2015)

Iron Maiden setlist. Palasport Bologna 26/10/1981

Iron Maiden setlist, Palasport Bologna 26/10/1981

Pur coltivando la salda convinzione che la musica migliore prodotta negli ultimi 40 anni in ambito rock sia quella uscita tra gli ultimi spiccioli degli anni ’70 e i primi passi del decennio successivo, non avverto alcuna malinconia per quei tempi che pure ho vissuto in prima persona. Anche perché mi rendo conto che parlare oggi di quell’epoca equivalga, in termini strettamente temporali, a quello che sarebbe stato rievocare l’immediato dopo guerra a inizio anni ’80. Francamente se qualcuno avesse cercato di intavolare con un Arturo allora in età adolescenziale una discussione sugli avvenimenti – musicali e non – della seconda metà degli anni ’40, credo proprio che quell’Arturo non avrebbe provato particolare simpatia né tanto meno interesse (eufemismi entrambi) nei confronti del suo potenziale interlocutore adulto. E non ho intenzione ora di mettermi nei panni di quel “potenziale interlocutore adulto” nei confronti di un qualunque “Arturo” di oggi. In ogni caso non mi mancano quei dischi, non mi mancano quei gruppi, non mi manca lo spirito che accompagnava la musica in quel momento storico passato poi alle cronache col semplice aggettivo post punk. O meglio: certo che mi manca tutto questo, come dovrebbe mancare a chiunque abbia almeno un po’ a cuore la musica, ma per quanto ogni tanto io provi ad evocarla, la nostalgia per il passato proprio non riesce a scalfire il piacere che mi da vivere nel presente.
La nostalgia in sé in effetti è uno di quegli stati d’animo che non si è mai fatto largo tra i miei sentimenti predominanti: di rado mi è balenato il rimpianto per avvenimenti e situazioni, così come quello per gli oggetti. Qualche volta in più quello per le persone. Ciò che veramente mi manca è l’entusiasmo che un tempo provavo, un entusiasmo che inevitabilmente il tempo ha finito per piallare, contribuendo a rendere la vita un po’ più grigia e un po’ più piatta. Un po’ noiosa insomma. Un entusiasmo così intenso da segnare indelebilmente certe situazioni. Per questo probabilmente ricordo tanto bene determinati momenti. Anche quelli che verosimilmente già sulla mia vita di allora ebbero un impatto relativo, impatto reso ancor meno rilevante poi in termini assoluti dagli sviluppi degli anni a venire.
Come la giornata in cui gli Iron Maiden suonarono nella mia città, a fine ottobre ’81.
Quell’anno in un bizzarro melting pot di gusti generato presumibilmente dagli squilibri ormonali di un adolescente che già allora correva appresso più alla musica che alle ragazze, dividevo la mia passione tra la New Wave of British Heavy Metal e la “semplice” New Wave partorita dal post punk. Allora le divisioni tra generi erano piuttosto rigide, niente affatto inquinate da quelle fregole crossover che negli anni ’90 sarebbero state attivate dalle chitarre dei Red Hot Chili Peppers e dai mashup tra Aereosmith e Run DMC. Il mio era dunque un caso piuttosto singolare. Il mio scarso bilanciamento mi portò quell’anno, in maniera spesso solitaria poiché appunto caso raro, tanto sotto i palchi di Clash, Madness e Adam and the Ants quanto sotto quelli di Saxon e Iron Maiden. In particolare quel giorno, il 26 ottobre del 1981, i miei scompensi mi spinsero sotto la cupola del palasport di Piazza Azzarita, dove gli Iron Maiden programmarono la prima data del loro primo tour italiano.
Era il tour del loro secondo album, Killers (per inciso, pur avendo abbandonato il mio personale percorso metal fin da subito, trovo ancor oggi che i primi due 33 giri degli Iron Maiden siano dei signori dischi) e il loro primo concerto in assoluto con Bruce Dickinson al microfono. Paul Di’ Anno, il cantante che con la sua voce blues aveva caratterizzato il suono di quei primi due dischi, era difatti appena stato allontanato dal gruppo causa problemi di droga e alcool. La cosa buffa – ma considerato quanto scritto sopra fortemente significativa – è che del concerto in se non ricordo praticamente nulla, mentre è assolutamente nitida la memoria del pomeriggio che precedette la serata, impiegato in una match di tennis con Massimiliano – mio abituale compagno di partite negli anni del liceo – sulla terra rossa del circolo La Raquette di via delle Armi. Di quell’ora di tennis pomeridiano ricordo in particolare la mia totale deconcentrazione dovuta all’euforia per l’incombente impegno serale (e probabilmente agli sfottò di Massi che non era per nulla in linea con la mia deriva metal di quel momento).
Gli anni del liceo non li rimpiango per nulla e non rimpiango nemmeno le mie compagne di scuola snobbate in favore di un qualunque disco dei Judas Priest. Ciò che davvero rimpiango è l’agitazione che mi chiudeva lo stomaco prima dell’appuntamento con uno degli eventi che mi appassionavano: fosse esso una partita di calcio del Bologna F.C., un incontro di basket della Fortitudo o un concerto delle Girlschool.
Quell’entusiasmo si che mi manca, mi manca un sacco.

Childbirth “I only fucked you as a joke

#Seattle #Olympia #Riot Grrls #Suicide Squeeze #90’s #One chord is fine, two chords is pushing it, three chords and you’re into jazz
Mike Krol “Neighborhood Watch

Chiaro, sono andati tutti in coda a Jay Reatard, tutti. Ma, altrettanto chiaro che lui era inimitabile e irraggiungibile. Allora ci siamo accontentati, tanto non avremmo potuto fare nient’altro. Qualcuno è salito sul treno, qualcun altro forse è stato più sincero perché già ce lo aveva dentro. Personalmente su musiche del genere non è che sto tanto a pensare: certe cose hanno sempre vita facile con me. Qualche canzone mi piace di più, qualcun’altra mi piace solo un po’ di meno, ma alla fin fine mi faccio sempre fregare. Sto tipo qui, ad esempio, mi piace proprio…..

Wavves “Pony

…esattamente come mi è sempre piaciuto Nathan Williams. Sia quando era figo farselo piacere ai tempi di So Bored, che quando era un po’ meno hip farsi trovare in sua compagnia. Diciamo da King of the Beach in poi. Lui è un gran cazzone, non c’è alcun dubbio: un ragazzino bianco annoiato a Los Angeles che vorrebbe solo vivere in spiaggia col suo skateboard ascoltando hip hop, costantemente attaccato al collo di una bottiglia di Johnnie Walker. Invece gli tocca chiudersi tutte le sere in qualche club buio e pieno di fumo assieme ai suoi amici capelloni a suonare canzoni rubate a qualche disco minore della Epitaph. Però quelle canzoni, così essenziali e semplici, gli riescono sempre bene e io ci sbatto sempre contro volentieri.

Courtney Barnett “Shivers

Cesare, Massimiliano ed io abbiamo opinioni contrastanti sulle cantautrici. Ogni volta che esce fuori un loro nuovo disco o spunta fuori un nuovo nome ne parliamo, spesso prendendoci vicendevolmente in giro. Ormai per noi è diventata una gag. Andando a memoria l’unico nome che negli ultimi tempi ha messo d’accordo tutti e tre è quello di Courtney Barnett. Questa canzone, che uscirà sotto la supervisione di Jack White per la Third Man come la to b di un 7” è stata scritta da Roland S. Howard ai tempi dei Boys Next Door, primo gruppo di Nick Cave, compatriota della Barnett stessa. Scelta perfetta, niente da dire. Mettiamo un altro più sul registro a fianco del suo nome.

Swervedriver “Never Lose that Feeling

Questa è una roba vecchia. La piazzo qui perché è il pezzo che ha dato il titolo al Fiver di oggi, perché anche a distanza di tanti anni rimane una bellissima canzone, perché tra qualche settimana gli Swervedriver verranno a suonare nella mia città, a pochi chilometri da casa mia. Non credo andrò a vederli. Quella settimana nel giro di 4 giorni ci saranno un sacco di concerti dalle mie parti. E se proprio devo andare a vedere suonare qualcuno più vecchio di me allora andrò a vedere i Flipper: stesso locale, un paio di giorni prima.

Arturo Compagnoni

Talk Talk Talk (Fiver #12.2015)

The Spirit Club

The Spirit Club


Ci sono due dischi che hanno messo d’accordo un po’ tutti negli ultimi tempi. Quelli di D’Angelo e Kendrick Lamar. Anche negli ambiti “indie”. Dimostrazione di ampie vedute, di amore per la musica purchè sia buona, parrebbe. Io, invece, ho aspettato impazientemente lo scorso weekend che ha proposto cose, a mio parere, imperdibili. Sono uscito di casa e sono andato a vedere una giovane promessa (in realtá ha giá alcuni album all’attivo ma si è affacciato sulle scene relativamente di recente) come Purling Hiss al Covo, disco molto chiacchierato e ammirato: circa 50 persone presenti. Ok. Sera successiva. Evan Dando, personaggio che ha venduto dischi, è andato sulle copertine dei rotocalchi (termine desueto ma che rende l’idea di “popolare”), ha fatto da headliner nei festival: 70/80 persone (adoranti) sotto il palco. Ci guardiamo in faccia ci conosciamo più o meno tutti.

E con gli Ought, Ariel Pink, Ty Segall (con le dovute differenze) era stata più o meno la stessa cosa, persino Morrissey solo nel nostro disastrato paese ha registrato ampi vuoti sugli spalti mentre altrove è andato sold out in poche ore.
Mi faccio delle domande. Ma tutto questo amore per la musica come mai si ferma sulla porta di casa, davanti alla tastiera del pc? Io, fruitore informatizzato di musica 2015 voglio conoscere tutto e dire la mia su tutto intervenendo entusiasta e polemico. Non c’è bacheca che non meriti la mia competente opinione. Mi esprimo sulle nuove tendenze come Romare, dibatto sull’indie neoclassico di Tobias Jesso, argomento sul ritorno dei Libertines, attendo con ansia la reunion di quello o quell’altro, mi incazzo se qualcuno tocca i Verdena (per dire).. ma poi quando è il momento di concretizzare questa passione, quando, più prosaicamente, devo infilarmi le scarpe e togliere la macchina dal parcheggio un immane fatica mi pervade. Ho forse speso troppe energie davanti alla tastiera? Tutto questo amore dove è andato a finire? Non lo so. So solo che, dalla persona di non ampie vedute quale io sicuramente sono, D’Angelo mi annoia e Kendrick Lamar non lo capisco. Spengo il pc e mi preparo per andare a vedere Zola Jesus, per dirne uno, giovedì prossimo. Non ho una vera opinione su di lei ancora, conto di farmela da solo e, per una volta, mi farebbe piacere non trovare parcheggio…

Pity Sex – Acid Reflex

Sarà stato l’incerto incidere slacker/grungey alla Dinosaur Jr a farmi superare l’iniziale diffidenza verso un testo che tratta di reflussi gastrici. I Pity Sex dal Michigan azzeccano finalmente “il pezzo”  per lo split appena uscito con gli Adventures. Una traccia nata quasi per caso che rischia seriamente di trasformarsi nel loro passaporto per cose più importanti. Già mi vedo sotto una tenda stipata ad urlare I need love, I need drugs, I need looks, I need God, I need comfort, I need fortune, I need something.. Tutto molto slacker, effettivamente.

Spirit Club- Still Life

Mio fratello suonava la chitarra ma più che prenderla in mano qualche volta, facendo finta di essere il David Bowie di Ziggy Stardust, non sono andato. Dev’essere figo fare i dischi col proprio fratello. Nathan Williams (Wavves) ha deciso di farsi aiutare dal fratello Joel per questo nuovo progetto. Innesta il pilota automatico, lo stesso che nei suoi dischi quando funziona, funziona alla grande, a volte un po’ meno. Comunque il pezzo è buono con quella chitarra jangle pop che sottolinea la voce che subisce il tipico trattamento Wavves. Piace la sensazione che si stiano divertendo facendo esattamente quello che hanno voglia di fare. Anche di fare un video che fa veramente schifo, sissignori.

Nai Harvest – All the time

Vengono da Sheffield i Nai Harvest, sono molto giovani e danno l’idea di divertirsi un sacco. Soprattutto hanno un sacco di buone idee come aprire i barattoli con su scritto garage e surf per mischiarli fino a tirare fuori questa stramba canzone che mi stampa un sorriso sulla faccia ogni volta. Sta partendo il loro tour con i Best Friends magnificati su queste pagine poche settimane or sono e scommetto che saranno serate esplosive. Chissá se hanno bisogno di un roadie che potrebbe essere, quasi, loro nonno..

All Tvvins – Thank You

Sembra che sia uno dei nomi caldi per il prossimo SXSW. Di sicuro le dichiarazioni del cantante Conor Adams mi divertono..”We can be seven hours into some tune and realise we’ve written a Christina Aguilera song” o ancora “Usually I don’t have any idea of what I’m doing”.. E anche il video da l’idea di una persona che non si prende troppo sul serio. Al netto di queste cose resta questo basso new wave e una melodia che nelle mani del giovane gruppo inglese di turno con i  capelli alla moda volerebbe fuori dalla mia finestra in pochi secondi e che invece, pur nella sua apparente ovvietá, avvolge e si fa apprezzare.

Swervedriver – Last Rites

Che senso hanno le reunion? Ne ho già parlato fino alla nausea. Nessuno nella maggior parte dei casi. Gli Swervedriver mi piacevano un sacco, ascolto Last Rites e chiudo gli occhi estasiato. Al primo ascolto mi sembra di sapere giá quando il rumore lascerà spazio a quell’apertura melodica che mi spaccherá il cuore. In realtá non mi “sembra” di saperlo giá, lo so proprio.. Riascolto Never Lose That Feeling, loro pezzo del 1992. E’ praticamente identico. C’è da incazzarsi? Da urlare il proprio disappunto? Non so. Andate avanti voi. Io resto dietro ad ondeggiare la testa deliziato, senza farmi vedere. Se qualcuno me lo chiede faccio finta di non conoscerli.

Massimiliano Bucchieri