Start again (Fiver # 03.2018)

stazione-termini
Cinque sillabe!” esclamò divertito, autografandogli e dedicandogli il proprio ultimo tomo, quello che è considerato il maggior scrittore musicale vivente. “Con un nome del genere si è destinati a fare grandi cose..” aggiunse pensieroso scrutandolo improvvisamente interessato.
Cinque sillabe… già. Non era poi così convinto che nel nome di una persona risiedesse il suo destino.
Nel suo caso queste grandi cose, onestamente, non credeva di averle combinate e mentre osservava il fermo immagine che rimandava le grandi immagini di Marc Bolan e David Bowie sullo schermo di fronte a lui lo colpì il pensiero che anche “inconcludente” è una parola di cinque sillabe.
Radio Dept – Your True Name

Proprio sul delimitare della stazione Tiburtina c’è un ultimo binario che ricomincia la numerazione. 3Bis, numerazione data come a sottolineare la sua minore importanza, la sua inadeguatezza nell’entrare nei 22 binari principali. Di fianco a quest’ultimo binario c’è un muro un po’ così, non particolarmente grande né lungo. Sopra vi sono disegnate cose anche queste un po’ così: prove di graffiti, prove di dichiarazioni d’amore, di slogan… sotto questo muro ci siamo noi che aspettiamo un treno minore come quello che si addentra nella provincia laziale. Anche noi che aspettiamo siamo un po’ così… un gruppo di studenti, credibili comparse per un video di Ghali, che si insultano e si lanciano sigarette, badanti che parlano fitto fitto in idiomi incomprensibili ma non hanno uno sguardo propriamente felice e poi c’è lui che, con uno sguardo amaro, cerca di ricordare esattamente quando tutto ha preso questa piega sconfortante. Ad alzare lo sguardo verso il muro, in realtà, c’è un’unica scritta chiaramente intelligibile. Recita, in modo inaspettato ma non troppo: “CHI SI RICORDERÀ DI NOI?“.
Hookworms – Static Resistance

L’aveva vista in casa di un compagno di classe delle medie. Una famiglia decisamente abbiente. Una massiccia, elegante, torre di legno scuro. Un mobile che conteneva giradischi, sintonizzatore, piastra e amplificatore in vari piani sovrapposti. “Un giorno sarà mia!” pensò determinato (all’epoca possedeva un unico radio registratore scassato) prima che le rullate  di Billy Cobham sotto lo sguardo esaltato del suo compagno gli azzerassero il sorriso e, brevemente, la voglia di vivere.
Diversi anni dopo il sogno si trasformò realtà ma il problema divenne la sua proverbiale imperizia tecnica.
Sportelli montati al contrario, ruote mai funzionanti, vetri distrutti nel montaggio.
Esausto e soddisfatto nonostante lo scempio compiuto decise di inaugurarlo con il cd/ep di una esordiente formazione irlandese appena acquistato al Disco d’Oro.
L’ascolto di Uncertain nel negozio gli aveva ricordato gli amati gemelli Cocteau ma ad un secondo ascolto aveva concluso che non c’entravano poi molto.
La notizia della morte di Dolores O’Riordan gli portò alla mente questo piccolo insignificante momento ma, allo stesso tempo, nella tragedia immane di perdere un essere umano a soli 46 anni, lo convinse che quando l’arte entra nella tua vita per restarci per sempre l’artista in questione, bravo/meno bravo, importante/meno importante, merita di essere omaggiato con un semplice pensiero, rispettoso e grato.
Cranberries – Uncertain

La figlia adolescente era rimasta impressionata dal pugno di cantanti armati di chitarre seducenti e vistosamente agghindati nel popolare programma televisivo sotto lo sguardo bonario del genitore che in maniera automatica aveva scatenato le proprie sinapsi alla ricerca di riferimenti riuscendo in pochi secondi a stilare una lista lunga, molto lunga. Cialtroni con un buon ufficio stampa a fornire i giusti dischi ed abbigliamenti da scopiazzare? Non ha molta importanza. Proditoriamente e gradualmente da quel pomeriggio il genio di Aladino, il ragazzo del ventesimo secolo, l’uomo stella, i ragazzi della rivoluzione, l’amore drogato e le bambole di New York sostituirono negli ascolti domestici i cialtroni invadendo l’appartamento, saturandone l’aria senza apparenti ripercussioni sull’umore generale. Se non puoi combatterli serviti di loro pensò sogghignando il genitore scorretto.
Teenage Wrist – Dweeb

Erano stati giorni difficili e Simon Reynolds, i Radio Dept, Ghali, gli Hookworms, i Cranberries, Marc Bolan, i Teenage Wrist, i Måneskin (si anche loro) insieme a molti altri si erano alternati nei suoi sogni coscienti ed incoscienti in un folle, insensato, vorticare. In un certo senso ci si era “aggrappato” per non perdere contatto.
Si fermò, si sedette ed analizzando i fatti recenti che lo avevano travolto giunse alla conclusione che gli scossoni che la vita gli aveva riservato in questi ultimi tempi sarebbero stati ancora più difficili da assorbire senza la loro compagnia. La sua piccola, forse insignificante ma tenace scialuppa di salvataggio.
Era l’ora di alzare di nuovo lo sguardo.
Era l’ora di ripartire.
Teenage Fanclub – Start Again

Massimiliano Bucchieri

My lost years (Fiver #40.2016)

lambchop

Lambchop

“Everything Flows” è una grande canzone. Un’affermazione del genere scritta in questo contesto raccoglie lo stesso gradimento di una lettura del Capitale ad un congresso marxista nonostante ognuno di noi abbia la propria storia personale e le proprie canzoni che per le più svariate ragioni rivestono un ruolo più o meno importante con cui fare i conti. Ma ci sono brani che mettono d’accordo tutti e questa è una che rientra decisamente nella categoria.  I Teenage Fanclub nel 1990 erano una band di esordienti di cui si occupava solo la stampa inglese cercando di infilarli nel carrozzone di gruppi americani che iniziavano a riscuotere un certo interesse anche da questa parte del mondo. Gruppi come i Dinosaur Jr., per intendersi.
Ricordo che io ed Arturo non ci facemmo pregare ed iniziammo a trasmetterla senza sosta, praticamente in ogni puntata del programma che conducevamo insieme in radio, ai tempi.
TEENAGE FANCLUB – Everything Flows

I Teenage Fanclub all’epoca erano una roba enorme, per noi. Al festival di Reading del 1991 andammo per loro. Non per i Nirvana, non per i Sonic Youth o i De La Soul, nonostante Bandwagonesque (il disco della consacrazione)  uscì appena qualche mese dopo.
Fanno 25 anni giusti giusti proprio in questi giorni e naturalmente qualcuno ha rimarcato l’avvenimento.
I brani di quel disco li ascoltammo per la prima volta mischiati tra la folla di scozzesi ubriachi, occupati a cantare a memoria canzoni per noi ancora inedite, nel fango di un anonimo campo di periferia della provincia inglese, mentre le bandiere con il leone rampante venivano tenute alte in segno di riconoscimento. Vicino a noi, tra il pubblico, Bobbie Gillespie, entusiasta come un bambino al parco dei divertimenti. Non fu necessario pronunciare alcuna parola, ci guardammo un attimo indicandoci Gillespie con un cenno del capo. Il sorriso sul volto di Arturo lo ricordo bene e ogni tanto glielo vedo fare ancora, alla fine di qualche serata particolarmente riuscita. Uno di quei momenti dove tutto è perfetto, allineamento astrale compreso, dove ogni cosa è al suo posto come dovrebbe essere sempre ma invece non lo è quasi mai. Il giorno prima avevamo visto Cobain fratturarsi un braccio sfasciando la batteria su quello stesso palcoscenico.
Bandwagonesque sono andato a riascoltarlo in questi giorni, dopo tantissimo tempo. E’ un disco che ha ancora un suo perché, nato già vecchio del resto non poteva che salvaguardarsi in maniera eccellente, forte di una classicità che sembra non andare mai fuori moda. Sento molto più ora che non all’epoca i riferimenti di cui tutti hanno sempre parlato: i Byrds ma in particolar modo i Big Star di Alex Chilton. Del resto per me sono arrivati prima i Teenage Fanclub, ancor prima i Dinosaur Jr. e dopo i Big Star e questo sfasamento temporale ancora oggi mi fa valutare le cose con una lucidità del tutto da verificare.

LUKE HAINES – Marc Bolan Blues

Luke Haines è uno dei migliori 4-5 songwriter della sua generazione. Talento esagerato, un’intelligenza fuori dal comune e un humor mai banale sono i tratti distintivi di un personaggio che non è mai voluto scendere a patti con nessuno, inseguendo sempre e solo i propri fantasmi. Ostinazione e caparbietà, seppur abbinati a canzoni sublimi, non hanno potuto sfidare i gusti di un pubblico e di un’industria che ha preferito abbandonarsi alla fantasmagorica ignoranza, per certi versi comprensibilmente, di un Liam Gallagher qualsiasi, lasciando che Luke Haines si trasformasse in un piccolo eroe di culto.
Luke Haines è uno di quelli che per salvaguardare il proprio delirio estetico non avrebbe nessun dubbio: la rotta va sempre mantenuta anche a costo di finire consapevolmente sugli scogli. Impossibile non amarlo, insomma. Non mi stupirebbe che qualcuno, un giorno, non lo possa prendere ad esempio per scrivere un trattato su quali mosse è necessario fare per rovinare una carriera avviata positivamente nel mondo del pop. Non dimentichiamo che gli Auteurs (il suo primo gruppo) sono stati la migliore brit-pop band dell’epoca, nonostante non facessero proprio nulla per volerlo essere. Del resto, all’apice del successo, a chi potrebbe venire in mente di realizzare un concept album dedicato alla Baader Meinhof oppure infilarsi in studio con Steve Albini, non propiamente un produttore brit. La carriera solista, poi, è disseminata da dischi improbabili, quasi sempre concept-album, che hanno comunque il merito di aver quantomeno un paio di gioiellini al loro interno, sempre e comunque. Giusto per non farci scordare che sì, va bene il delirio, ma le canzoni ci sono sempre state e continueranno sempre ad esserci.
Il nuovo album è il primo non concept da tanti anni a questa parte. Ma nonostante tutto Luke Haines torna a rimarcare i soliti concetti e celebra ancora una volta l’epoca aurea del rock’n roll, come ha già fatto nel concept New York in the ‘70s. In questo caso si occupa della deriva glam, in una canzone che celebra Marc Bolan ma lo fa con un tono ben poco accondiscendente e con il solito tocco di humor prettamente britannico che personalmente trovo irresistibile.

CORY HANSON – Ordinary People

Cory Hanson solitamente presta voce e chitarra ai losangelini Wand, un gruppo eccellente che ha pubblicato due album che hanno avuto un buon riscontro. In particolare tra gli appassionati del garage rock che gravita vicino alla scena legata a Ty Segall e compagnia bella.
Ascoltarlo ora, in versione solista è però una piccola sorpresa. Cambiano le sonorità in maniera sostanziosa: è tutto un pullulare di archi, di arrangiamenti raffinati, di voci in falsetto e melodie pop. Manco fosse un lontano parente del Luke Haines di cui si parlava in precedenza. Esce su Drag City.

FLASHER – Tense

Questa è esattamente la musica che mi piacerebbe suonare se solo ne fossi in grado. Mi rassicura che ci sia in circolazione qualcuno che lo faccia al posto mio, con la metà dei miei anni sulle spalle per giunta. Ci pensano in effetti due ragazzi e una ragazza di Washington DC che mettono subito in chiaro di aver ascoltato i dischi giusti ed averne recepito gli insegnamenti. Non solo il miglior indie americano (i primi Sonic Youth, per dire) ma anche tanta new wave inglese (impossibile non pensare ai Joy Division in apertura di canzone). A Washington intanto pare esserci un gran fermento, come da tradizione. Tanto ruota attorno alle uscite di un’etichetta come Sister Polygon che sembra davvero raccogliere il meglio del nuovo suono della città. Da seguire con attenzione.

LAMBCHOP – the Hustle

Mia moglie non ascolta musica. Tantomeno la mia musica. Magari sente una canzone per radio e poi mi chiede: mi fai un cd? Ma è una di quelle piccole provocazioni che fanno parte della vita di coppia, immagino. Non che mi dispiaccia, sinceramente. Mi sono ritagliato il mio spazio, che riguarda tutte le attività legate alla musica, e sono felice di gestirlo in completa autonomia. Ogni tanto metto, per dire, la Incredible String Band all’ora di cena e poi mentalmente inizio il conto alla rovescia….3, 2 ,1….ma cos’è sta’ lagna? Non puoi mettere qualcos’altro? Me la rido sotto i baffi e faccio partire Frank Ocean, una delle poche cose che possiamo ascoltare in condivisione senza discussione.
Kurt Wagner ha i miei stessi problemi, tra le mura domestiche. Il nuovo album è nato in reazione ai gusti musicali di moglie e figli, ha raccontato. Troppo occupati ad ascoltare Beyoncé e tanto R&B, a quanto pare. Nessuno spazio per il country desolato e di frontiera a cui ci ha abituato nel corso degli anni. Non gli è rimasto che mettersi a studiare: utilizzo creativo del vocoder, sintetizzatori vintage e pattern ritmici inediti. Ne è uscito un album fantastico, assolutamente originale che ho il timore non allargherà chissà quanto il pubblico di Wagner e soci e tantomeno sistemerà le vicende domestiche ma che rischierà di finire in una delle prossime classifiche di fine anno, tra i migliori album dell’annata.

Cesare Lorenzi

Remember Bannockburn (Fiver # 31.2015)

The Pastels

The Pastels

Qualche settimana fa sono andato a veder suonare i Pastels. E’ stata la prima volta nella mia città e nel “mio club” (in versione estiva ma pur sempre il “mio club”), la seconda in assoluto. L’occasione precedente capitò nel ’93, l’estate in cui decisi di salire per il mio terzo e ultimo giro al festival di Reading. La presenza dei Pastels nel tardo pomeriggio, sotto la tenda che ospitava il secondo palco della rassegna, fu in pratica l’unico vero motivo che mi spinse a volare verso l’Inghilterra. Non ricordo molto di quel concerto, ma la sensazione che ancora oggi mi rimane a distanza di 22 anni non è quella che potrei associare ad un evento particolarmente memorabile. Tra anni più tardi, con la mia seconda vita arenata nella bassa marea di un preoccupante stand by passionale, in attesa di un disincaglio che di lì a poco avrebbe portato a un naufragio senza superstiti, organizzai un viaggio di una settimana in Scozia, una sorta di back to roots alla ricerca di radici che in realtà non avevo mai avuto. In quell’epoca la Scozia più che una passione era per me una vera e propria ossessione. Un’ossessione che, guarda caso, trovava nella musica la sua ragion d’essere. In particolare l’epicentro era localizzato nella mitologia indie della mia tarda adolescenza: la Postcard e la Creation, i Jesus and Mary Chain, gli Orange Juice, i Fire Engines, le Shop Assistants, i Vaselines, i Josef K e, naturalmente, i Pastels. Mitologia poi nutrita dal proseguo della storia: la Chemikal Underground, i Delgados, i Mogwai, gli Arab Strap, i Teenage Fanclub, fino a quel concerto dei Primal Scream a Benicassim ‘98 quando Gillespie e la sua band montarono sul palco all’ombra di un grande stendardo con ritratto un leone rosso in campo giallo sovrastato dalla scritta remember Bannockburn*.
Da quel giorno per diverso tempo accarezzai l’idea di stamparmi sul braccio un bel tatuaggio col disegno del cardo simbolo di Scozia o in nobile alternativa, un leone sormontato da quella stessa scritta: ricordatevi di Bannockburn. Ho sempre amato la retorica, lo ammetto.
Quel viaggio che poneva ovviamente Glasgow – città turisticamente non proprio appetibile – come meta ultima, aveva tra i suoi nemmeno tanto velati scopi il pellegrinaggio al negozio di dischi e libri gestito da Stephen McRobbie (alias Stephen Pastel, cantante, chitarrista e anima dei Pastels).
Questo per dire quanto questo gruppo possa aver significato per me.

Prima del concerto di qualche settimana fa, quello nella mia città, mi sono ripassato la loro intera discografia rendendomi conto che, in tutta sincerità, a me dei Pastels piacciono veramente ed incondizionatamente solamente due dischi tra i cinque pubblicati in oltre 30 anni di attività. Sono i primi due, roba di 25 e passa anni fa, che fanno poker con le raccolte di singoli Suck On e la successiva Truckload of Trouble, doppio vinile con dentro una delle mie canzoni preferite di sempre (Truck Train Tractor) e la formidabile coppia di ep del ‘91: Thru’ Your Heart e Speeding Motorcycle, con l’omonima cover strappa lacrime della canzone di Daniel Johnston.
Chiaro che il giudizio su un gruppo come i Pastels non può essere limitato alla musica. Stephen McRobbie ha – in maniera forse involontaria – codificato uno stile di vita più ancora che un genere musicale. Ma non è mia intenzione analizzare questa faccenda, né investigare la biografia del gruppo e neppure analizzarne la discografia. Ciò che pensavo quella sera, mentre assistevo al concerto, riguardava più che altro me stesso, mettendo in moto il più classico dei miei personali meccanismi di transfer: quello che utilizza la musica come chiave di lettura della vita o anche solo come traduttore istantaneo di singole situazioni quotidiane. Ragionavo sul fatto che al principio, negli anni di Up for a Bit (1987) e Sittin’ Pretty (1989) e di tutti i singoli di allora, i Pastels non solo mi piacevano ma di più, possedendo le due caratteristiche distintive del me stesso di allora, erano letteralmente lo specchio dentro cui mi riflettevo. Erano difatti dotati di una timidezza ai limiti del patologico associata all’allegra velocità con cui affrontavano le canzoni e attraverso la quale – probabilmente – schermavano anche una parte del loro impaccio relazionale (ora, non che le loro canzoni fossero particolarmente veloci, in ogni caso avevano però ritmo) . Pensavo questo proprio in chiusura di concerto sulla doppietta Baby Honey/Nothing to Be Done, indubbiamente un momento che ha ribaltato emotivamente l’intera serata, rilevando i differenti effetti che l’invecchiare ha prodotto su di loro e su di me.
Pensavo che loro negli anni hanno mantenuto inalterata la timidezza senza scalfirla con la tempra della maturità, mentre la saggezza degli anni trascorsi ne ha frenato la velocità. Da parte mia ho invece invertito il dosaggio degli elementi base. Lo scorrere del tempo ha in parte levigato la mia naturale introversione mentre la velocità, per non dire la fretta, è ancora l’unico ritmo che conosco per fare le cose a modo mio. Come se domani fosse sempre troppo tardi. Il che naturalmente non riveste un particolare significato. Però mi ha fornito lo spunto per parlare un po’ di uno di quei gruppi che in qualche modo hanno cambiato la mia vita. E tanto basta.

*La battaglia di Bannockburn (23/24 giugno 1314) fu una grande vittoria scozzese durante la prima guerra di indipendenza dall’Inghilterra. Lo scontro fu decisivo per le sorti della guerra e produsse come conseguenza di fatto la restaurazione dell’autonomia da parte della Scozia.

The Pastels “Truck Train Tractor

Una volta, tantissimi anni fa, il mio amico Alberto mi raccontò di un suo viaggio in Inghilterra. Una sera era stato in un club e il dj aveva suonato questa canzone. Pensai che un posto dove suonavano quella canzone doveva essere per forza il posto migliore del mondo, e per tanti anni ho sperato di trovare un locale del genere anche dalle mie parti. Ovviamente non l’ho mai trovato un posto così. Nemmeno quando ho cominciato a passare io i dischi ho mai messo questa canzone. Toccherà rimediare prima o poi.

Shop Assistants “I don’t Wanna Be Friends with You

Sono sempre rimasto in buoni rapporti con le mie ex. Ma guardandomi indietro e con il senno di poi credo che in almeno un paio di occasioni avrei dovuto metter su questa canzone a tutto volume, poi avrei dovuto girare le spalle e andarmene canticchiando astiosamente: You loved me and now you wanna leave me/think too much of me to deceive me/Say you wanna go while were still friends/ but I believe in the bitter end/If you don’t love me anymore/just tell me you don’t want to know/But I don’t wanna be civilized/You leave me and I’ll scratch your eyes out/I dont wanna be friends with you/I will never be friends with you/Honey, I will not lie to you/Honey, I would have died for you/But I could never be friends with you/I will never be friends with you.

Josef K “Sorry for Laughing

Praticamente i Franz Ferdinand con 30 anni di anticipo (loro, i Franz Ferdinand intendo, del resto non ne hanno mai fatto mistero). Solo con più spigoli e nervi scoperti. Del resto partivano da un nome scippato a Kafka (Josef K per quei 2 o 3 che non lo sapessero era il protagonista de Il Processo) e non avevano alcuna intenzione di semplificarsi la vita. Enormi.

Teenage Fanclub “Live at Reading Festival 1992

Questo concerto lo vidi assieme a Cesare se non sbaglio, a fianco di Bobby Gillespie. Naturalmente non eravamo in mezzo al fango. L’accoppiata The Concept/Everything Flow la suonarono nel finale e tra le 9 canzoni di quel set (la lista l’ho ritrovata in rete, mica me la ricordavo) piazzarono una cover di Dylan e una loro versione di Take the Skinheads Bowling dei Camper Van Beethoven. Come direbbero i miei amici giovani: ma di cosa stiamo parlando?

Primal Scream “Velocity Girl

Una volta qualcuno, molto più autorevole di me, scrisse che questa è la canzone pop perfetta. Non so, troppo difficile dirlo, ma se non lo è ci va molto molto vicino. Di sicuro rimane uno dei modi migliori per impiegare 85 secondi della propria vita.

Arturo Compagnoni

Your eyes couldn’t hide anything (Fiver #13.2015)

Big Star

Big Star


Thirteen è il titolo di una canzone dei Big Star. Ogni volta che l’ascolto mi fermo. Non importa cosa stia facendo in quel momento. Mi fermo e penso: aspetta…ma quello sono io.
Nel senso che quella canzone parla di me. Non letteralmente, è chiaro. Ma arriva a muovere le corde più profonde, come se toccasse un nervo scoperto. Mi parla, appunto. Mi ci riconosco nonostante o forse grazie alla sua elementare semplicità. Una tempesta emozionale che non riesco a tenere sotto controllo.
Ci sono 5-6 canzoni in tutto che mi fanno quest’ effetto. Non di più.
Thirteen è una canzone semplice semplice, alla fin fine. Pochi accordi di chitarra che rincorrono una melodia che si fa memorabile e la voce di Alex Chilton che si staglia cristallina, il tono inquieto che la rende indimenticabile e quelle melodie vocali che ad un certo punto irrompono e rendono omaggio ai Beach Boys.
Di Thirteen si è scritto che è la canzone definitiva sull’adolescenza e sui primi turbamenti legati all’amore. Ma non è romanzo rosa, tutt’altro. Quel tono malinconico sottolinea la difficoltà dei rapporti e l’accettazione che langue.
Più che una canzone l’ archetipo dell’idea romantica dell’amore come rifugio coniugato in note musicali. Parole che possono uscire solamente dalla penna di uno che sbatte la faccia contro il muro, in maniera quasi consapevole. Roba per gente che sogna ad occhi aperti, che fa ruotare il bastone per aria con aria minacciosa e ne esce sconfitta. Alla fine, in questi casi, vince la vita. Nessuno lo sapeva meglio di Alex Chilton.

Won’t you let me walk you home from school
Won’t you let me meet you at the pool
Maybe Friday I can
Get tickets for the dance
And I’ll take you

L’entusiasmo di un appuntamento. Uscire insieme per la prima volta. Quella roba che prende lo stomaco e ti fa camminare a 20 centimetri da terra.

Won’t you tell your dad, get off my back
Tell him what we said ‘bout ‘Paint It Black’
Rock ‘n Roll is here to stay
Come inside where it’s okay
And I’ll shake you

Il distacco e il rifiuto dell’autorità, foss’anche quella domestica. Voler camminare sulle proprie gambe. La ricerca d’identità. Il rock’n roll come salvezza e come rifugio (ancora una volta). L’orgoglio dell’appartenenza. Te lo ripeto di nuovo: tra le mie braccia va tutto bene. Non importa cosa ci attende lì fuori. Nubi oscure all’orizzonte. Colonna sonora i Rolling Stones più cupi di sempre.

Won’t you tell me what you’re thinking of
Would you be an outlaw for my love
If it’s so, well, let me know
If it’s no, well, I can go
I won’t make you

Insieme, oltre i limiti. Sei pronta? Fammi sapere….ma ormai il dubbio ha minato quello che potevamo essere insieme. Non si capisce se potrà funzionare ma il finale lascia poche speranze. Si può sempre scappare via ma la realtà è che non esiste un posto dove davvero poter andare.

Thirteen con i suoi pochi accordi, la breve durata e una struttura davvero basilare è una canzone perfetta da riprendere. Decine sono le versioni che nel corso degli anni ci sono finite tra le mani, difatti.
Una delle mie preferite è quella che ne diede Elliott Smith. Solo lui poteva spostare la barra in direzione di una malinconia cupa. Quella che è sostanzialmente una canzone pop nelle sue mani si trasforma in una ballata tenebrosa. Fantastica, va da sé. Elliott Smith ribadì più volte l’influenza di Alex Chilton e compagni. Thirteen non è stata l’unica canzone dei Big Star che ha ripreso, si ricorda in particolare una versione da brividi di Nighttime.

Dovrei odiarla, Courtney Love. Già solo per leggere il testo, all’inizio del video. Thirteen si sa a memoria, per la miseria. Finita la prima strofa, butta via i fogli, per fortuna. Canta, stona, annaspa ma quando arriva al verso….Rock’n Roll is here to stay…..beh, sembra essere l’unica persona sulla faccia della terra a cui quelle parole escono dalla bocca e non sembrano una forzatura.

Scolastica la versione del cantante dei Lemonheads. Come la maggior parte delle cover di Evan Dando, che ha un repertorio sconfinato in tal senso e che proprio ad una cover (Mrs. Robinson) deve la maggior parte delle sue fortune. Chitarra`acustica e voce funzionano però alla grande in questo caso e mettono in risalto una melodia che una volta entrata in testa è praticamente impossibile da dimenticare. Vedere Evan Dando uscire dalle scale del Covo, poche settimane fa, chitarra in spalla, stretto in una giacca consunta mi ha proprio fatto pensare a quanto si rincorrano nel corso degli anni queste figure tragiche, malinconiche ma allo stesso tempo dignitose, che non tracciano distinguo tra la loro vita e l’essere artisti tout court.
La sera dopo il concerto Ferruccio Quercetti, uno dei pochi con cui passerei le nottate a parlare di musica, scriveva sul suo profilo facebook a proposito del concerto di Evan Dando: La cosa che mi piace di più è che con lui non hai la sensazione di piattume e di poco spessore che spesso percepisci con tanto “indie folk/country/americana”. Cioè l’esperienza e il vissuto personale per interpretare queste cose lui ce l’ha sul serio, a differenza di tanti “damerini” indie che si improvvisano country troubadours. Del resto lui reinterpretava Gram Parsons all’inizio dei ’90 prima di quasi tutti in ambito alt rock. Anche la sua storia sembra quellla di un film di Kris Kristofferson: ex star, heart throb, passato attraverso la decadenza più totale e ora è praticamente un hobo che gira con la chitarra e vive solo per la musica. Classic stuff. Potrebbe diventare un Waylon Jennings della nostra generazione, se non si perde di nuovo ovviamente.
La stessa risma di Alex Chilton, evidentemente.

Wilco e compagni non potevano davvero esimersi dal pagare il tributo. Non tanto a questa canzone in particolare ma a quello che una band come i Big Star ha rappresentato. Da un certo punto di vista ne hanno raccolto l’eredità. Wilco come i Big Star sono un gruppo pop ma non così pop. Stanno a metà strada tra la tradizione dura e pura del primo rock’n roll ma allo stesso tempo sanno come muoversi in avanti. Sarei stato curioso se avessero preso in mano un pezzo come “Kangaroo”, per esempio.

“Thirteen” è anche il titolo di un album dei Teenage Fanclub. Un omaggio neppure tanto velato al genio di Alex Chilton. Ho provato a cercare “Thirteen”, la canzone dei Big Star, in una versione degli scozzesi ma non ho avuto successo. Mi sono imbattuto in qualche spezzone dei Teenage Fanclub sul palco con64f231d2a39eea0be07709b7c78831e0b255cf4a_l ospite Alex Chilton, però. Una di quelle serate, ne sono certo, che avranno concluso dicendosi tra loro che adesso potrebbero pure smettere, tanto meglio di quello non potrà capitargli. Dei Big Star ho sentito parlare la prima volta proprio grazie a loro, il quartetto di Glasgow. Gli omaggi, i riferimenti, il pagare dazio crea un’enorme circuito di idee ed ispirazione che ciclicamente riporta a galla, con un nuovo vestitino per l’occasione, i fantasmi del passato.
Nel 1991 “Thirteen” era diventata maggiorenne da poco. Uscì nel 1972, difatti.
I Nirvana erano il mio gruppo preferito.
I Teenage Fanclub venivano subito dopo.
Non sono in grado di spiegarvi compiutamente per quale motivo ma mi sembra che tutto questo sia collegato in qualche modo.
Come se un cerchio si fosse chiuso. e tutto abbia un senso.

CESARE LORENZI

indie pop ain’t noise pollution (parte 4) 20-11

Spaceman 3

Spacemen 3

20 – 11

20) Spacemen 3 – Revolution (1988)

Ricordo che ne lessi su Rockerilla e rimasi affascinato prima ancora di aver ascoltato una sola nota. Gli occhiali scuri (così Velvet Underground), gli amplificatori Vox e le chitarre Telecaster (così vintage), i riferimenti alle droghe e ad una nuova specie di psichedelia minimale. Vennero prima loro (per me) e poi, grazie a loro, i Suicide e i 13th Floor Elevators, tra gli altri. I primi Spacemen 3 sono stati la mia formazione musicale principale, da lì è seguito tutto il resto. Sarà questo il motivo che mi ha sempre fatto odiare chiunque utilizzi il termine “derivativo” parlando di musica, di qualsiasi musica, di qualsiasi forma d’arte. (C.L.)
Lennon/McCartney, Morrissey/Marr, Gallagher/Gallagher: storie di coppie, ognuno ha la sua. La mia indubbiamente è stata Jason Pierce/Sonic Boom. Eternamente indeciso da che parte stare, troppo ed indivisibile l’amore per entrambi.
Questa è la canzone che preferisco. Quella che sparo in cuffia ad alzo zero quando la misura è colma: it takes just five seconds, just five seconds of decision to realize that the time is right to start thinking about a little… Revolution! (A.C.)
Per rispetto taccio il mio, tutto sommato, agnosticismo nei confronti del culto “spaziale” dei miei sodali. (M.B.)

19) This Mortal Coil – Song to the Siren (1983)

Il primo disco 4AD che ho comprato è stato il debutto dei Pixies. Mi son perso tutta la prima fase “dark” dell’etichetta che mi è toccato recuperare in seguito con poco entusiasmo. Per questa canzone però è stato differente e il fatto che sia un brano originale di Tim Buckley ha senz’altro giocato un ruolo rilevante. Comunque sia, tutto il primo periodo dell’etichetta per me è racchiuso in questi tre minuti abbondanti. Pura magia per una cover tra le migliori mai pubblicate in assoluto negli ultimi trentacinque anni di musica. (C.L.)
A me invece la penombra 4AD ha sempre affascinato e su questa canzone, come sulla Holocaust ripresa dagli stessi TMC dal repertorio di Alex Chilton, ho speso tante di quelle lacrime da consumarci gli occhi. (A.C.)
Per noi amanti dei Cocteau Twins una canzone per perpetuare il sogno. Ancora oggi medesimi brividi. (M.B.)

18) Lloyd Cole & The Commotions – Rattlesnakes (1984)

Dai sto’ pezzo non è male, anzi una gran canzone. Come tutto l’album. Ma poi chi se ne importa di Lloyd Cole alla fine. Qui in mezzo ci finisce quasi per abitudine ma i fuoriclasse sono da un’altra parte. (C.L.)
Ho tanto amato questo disco quanto ignorato tutto quello che Lloyd Cole ha combinato in seguito. Non so dire se la faccenda sia colpa della mia soglia di attenzione notoriamente bassa o di un calo qualitativo della produzione successiva dell’uomo. Grande disco, comunque. (A.C.)
Un grande disco anche se si sprecavano le discussioni su quanto fosse “troppo pop”. Un po’ sparito alla distanza. (M.B.)

17) Teenage Fanclub – Everything Flows (1990)

Come scrive qualcuno nei commenti a questo video….sembrano i Nirvana, quantomeno nel look. Questo brano, poi. L’ho cantato, in silenzio nella mia testa, per un periodo indefinito ma comunque lungo. Dai 20 ai 35 anni, regolarmente. Non l’ho mai abbandonato. Quando davvero non sapevo dove sarei finito…..I’ll never know which way to flow….set a course that I don’t know…..grazie a questa canzone ho sempre tenuto, si fa per dire, la barra dritta in mezzo alla tempesta. (C.L.)
Il negozio di Federico Ferrari in via Petroni, i lunghi pomeriggi spesi in chiacchiere su quale fosse il nuovo singolo inglese su cui puntare e le classifiche delle nostre trasmissioni radiofoniche scritte a macchina ed appese alla bacheca come fossero quadri di Rembrandt. (A.C.)
Agosto 92. Listening post di hmv a Edimburgo. Cielo color piombo e il castello di fronte a me. My star dei tfc nelle orecchie. Uno di quei momenti che definiscono in modo definitivo il mio amore per la musica. (M. B.)

16) Wire – Outdoor Miner (1980)

La grandiosità degli wire, oltre che nelle schiere di epigoni figliate dalle loro intransigenze sonore, sta anche nell’assoluta rilevanza delle prove successive, fino ai tempi attuali. (M.B.)
I primi tre dischi dei Wire sono capolavori assoluti. Ma a dire il vero anche quando qualcuno li ha accusati di aver messo il piede in fallo (diciamo i tre album seguenti di seconda metà 80’s) loro sono stati sempre un paio di passi avanti a tutti gli altri. (A.C.)
Ci sono canzoni che mi piace ascoltare dieci, venti volte consecutive. Canzoni che non mi stufano mai. Outdoor Miner è una di quelle. Sono i Wire più accessibili, quasi pop nel loro incedere. Gruppo semplicemente fantastico. (C.L.)

15) Echo and the Bunnymen – Crocodiles (1980)

Poco da aggiungere a quanto racconta Arturo più giù. Arricchisco il tutto solo col ricordo del concerto al  palasport di Bologna (!) dei giovanissimi Bunnymen che promuovevano l’appena uscito Heaven Up Here. Era il 21/2/1983 e in mezzo a tanto bagliore tutto sembrava, ancora, possibile. (M.B.)
Non so spiegare il motivo ma io e i Bunnymen non abbiamo mai avuto un gran feeling. Hanno tutto quello che serve ad un gruppo per rientrare nella mia personale categoria di favoriti ma, in verità, non sono mai riuscito a farmeli piacere sul serio. E sì che ci ho provato più volte e in tempi diversi. Problema mio, naturalmente. (C.L.)
A Crocodiles arrivai qualche tempo dopo la sua uscita, di ritorno dal mio primo viaggio all’estero nell’estate dell’81. Andammo a Londra, Massimiliano ed io, in vacanza studio per tre settimane, avevamo sedici anni e aspettative infinite. Vedemmo la finale di Charity Shield a Wembley: Tottenham-Aston Villa. Oltreché con bellissimi e incancellabili ricordi, tornai a casa con in valigia i miei primi oggetti musicali: i vinili di Heaven Up Here dei Bunnymen e di Closer dei Joy Division e un bracciale borchiato con il logo degli AC/DC. Dire che quel viaggio è stato uno dei 3/4 incroci in cui la mia vita ha svoltato mi pare appropriato. (A.C.)

14) Belle & Sebastian – Tigermilk (1996)

Non ne disconosco l’importanza ma gli scozzesi sono arrivati cronologicamente dietro gli Smiths e hanno trovato la porta della mia attenzione serrata. (M.B.)
Un gruppo scozzese che pare una comune di figli dei fiori fuori tempo massimo che prende il nome da una raccolta di racconti da cui una serie televisiva francese degli anni ’60: praticamente la rappresentazione in formato fisico dell’immaginario indie pop nerd. Una volta stabilito questo non resta da far altro che perdercisi dentro. (A.C.)

13) The House of Love – Destroy the Heart (1988)

A nessuno di noi qui a SG piace dire che si stava meglio un tempo. Però poi uno pensa a un gruppo che che nell’arco di un anno mette fuori quattro singoli come Shine On, Real Animal, Christine e Destroy the Heart e viene da dire che si, beh, forse, chissà. Ma davvero pensiamo che oggi qualcuno sarebbe in grado di fare qualcosa di simile? (A.C.)
Quei quattro singoli e l’album di debutto che andò a raccoglierli fu una delle migliori cose mai uscite in Inghilterra in quel periodo e uno dei migliori dischi targati Creation ad aver visto la luce. Poi, troppe droghe, troppi scazzi e una casa discografica folle rovinarono l’alchimia. (C.L.)
Dissolti come neve al sole ma qualitativamente tra i più rilevanti artisti Creation. Canzoni come The girl with the loneliest eyes e Shine On risplendono ancora nei nostri cuori. (M.B.)

12) Subway Sect – Ambition (1978)

I Subway Sect incarnano alla perfezione quello che io intendo per stile. Piantati con entrambe le scarpe in mezzo al magmatico caos generato dalla rivoluzione punk e stimati dai protagonisti della scena (i Clash li portavano in palmo di mano), i Subway Sect se ne andavano per una strada tutta loro, tra raffinatezze pop e riferimenti cinematografici evocati sin dal nome del leader indiscusso, Vic Godard. Troppo diversi ed eclettici per durare eppure, pur senza aver mai pubblicato un vero e proprio album e a oltre 30 anni dal loro scioglimento, sono tornati a girare il mondo. Tra un paio di mesi li vedremo suonare dalle nostre parti, inutile dire che esserci sarebbe d’obbligo. (A.C.)

11) Felt – Forever Breathes the Lonely Word (1986)

Tra I dischi dei Felt (10 album in 10 anni di vita) è difficile sceglierne uno. Forse Forever Breathes è però effettivamente la loro cosa migliore: otto canzoni e poco più di mezz’ora di musica per il primo piccolo classico in formato lp di casa Creation, con la tastiera di Martin Duffy, futuro Primal Scream e faccia tagliata a mezzo in copertina, a fare da spalla alla chitarra e alla voce di Lawrence. (A.C.)
Nel 1986 i Felt con l’album Forever Breathes the Lonely Word si piazzarono al primo posto della mia personale classifca da nerd. A fare la classifiche annuali avevo iniziato l’anno prima e ad oggi, ventinove anni dopo, non ho ancora perso l’abitudine. Ho ancora una trentina di pagine libere, penso che saranno sufficenti.
Al secondo posto si piazzarono gli Smiths e al terzo gli Hüsker Dü. (C.L.)
Ignite the seven cannons, Robin Guthrie, Liz Fraser, Primitive Painters… troppo tutto insieme. Il cuore strabordò. (M.B.)

leggi la prima parte, i dischi dal  50 – 41

leggi la seconda parte, i dischi dal  40 – 31

leggi la terza parte, i dischi dal  30 – 21