I guess I’m still a dreamer

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Avevo un’abitudine quand’ero bambino. Immaginarmi cose irrealizzabili poco prima di addormentarmi. Ovviamente nel corso degli anni la materia di quanto immaginato è cambiata sensibilmente. Da centravanti della nazionale o divo di Hollywood sono passato a immaginarmi di diventare membro dei Ramones o dei Clash. Cose irrealizzabili, insomma, ma che mi facevano sentire meglio.

Credo che un’abitudine del genere appartenga anche agli organizzatori dell’Ypisgrock.
Solo che questi ragazzi il loro sogno irrealizzabile l’hanno realizzato.
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Non si può spiegare diversamente l’idea di inventarsi (letteralmente) un festival di musica alternativa in un piccolo paese sui monti siciliani e farlo diventare in pochi anni un appuntamento irrinunciabile per gli amanti del genere o per chi vuole vivere un’esperienza unica.
Una piazza sormontata da un Castello medioevale diventa un’ovvia area Main Stage, un antico chiostro uno stage alternativo, un ameno boschetto un area camping con tanto di area dj per ballare fino alle prime ore dell’alba (e anche oltre).
Un intero paese che nei suoi vicoli e piazze, bar e botteghe accoglie placidamente e benevolmente (durante tre giorni di incessante movimento faccio veramente fatica a ricordare un viso meno che sorridente) questa comunitá di 3000 persone che, osservata dall’alto, deve dare l’impressione di un corpo unico ed armonico che si stende, si raccoglie, si divide e si ricompone magicamente all’ombra del Castello.
Una stanza ideale di un mondo ideale dalla quale, una volta entrati, non si vuole più uscire. (Nelle parole del mai abbastanza compianto Stefano Cuzzocrea).
E poi c’è la musica. La scelta dei protagonisti che devono essere degni di cotanto scenario, umano e ambientale. Scelta mai banale nonostante, immagino, debba fare i conti con una miriade di problemi tra i quali la logistica e le possibilitá economiche tutt’altro che illimitate. Queste alcune delle immagini e dei pensieri annotati mentalmente in questi giorni.
La batteria dei Battles che con il suo piatto irragionevolmente alto ha dato una spinta propulsiva all’intero festival. Con loro non dimentico che la matematica non è mai stata la mia materia preferita cionondimeno siedo sui bastioni del Castello ammirato.
L’Inghilterra seventies dei Temples, la psichedelia ma anche il glam in attesa di un secondo album che confermi quanto di buono fatto intravedere con il primo.
L’esplosività dei Sonics. Losing my edge che prende vita. L’ora di lezione di storia dalla quale, tra danze e sudore, usciamo tutti più ricchi. E promossi.
I Be Forest, una crescita continua. Una conferma alla quale fa da contraltare l’inconsistenza di Kvb. Per una volta Italia-Inghilterra, musicalmente, finisce 2-0.
Le Hinds, di una simpatia contagiosa ma schiacciate da un hype pesante come un macigno confermano quello che si sospettava. Una potenziale ottima party band, in attesa di grandi canzoni.image1
Il cielo si apre e scarica fulmini e grandine ma ce li scrolliamo indifferenti dalle spalle mentre tutti, con successo, si adoperano per non fermare la festa.
Il genietto East India Youth si dimena e regala qualche bagliore e molta cassa dritta per la gioia dei più inclini al dimenamento.
Metronomy, il set pop perfetto. Tra Jersey boys e il molo di Brighton. I pezzi di The English Riviera regalano brividi. Gli altri a lot of fun.
The Fat White Family. The Fat White Family. The Fat White Family.
Una bomba sganciata sul Castello. Intossicati, intossicanti. Barcollanti e ingestibili scagliano le loro creature di blues apocalittico sul pubblico, novelli epigoni di Birthday Party e Gun Club. Il giorno dopo si parla solo di genitali ma, nel profondo, molti di noi sanno di essere entrati a far parte della loro Family.
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Ho amato molto i Notwist in passato. Grandi musicisti, grandi canzoni, grandi ricordi. Ma qualcosa stasera non funziona. Dal vivo vestono le loro canzoni di troppi fiocchi, fiocchetti, strass e ricami. Mi sembra di passare più di un’ora in una pasticceria dove mi costringono ad assaggiare tutto. Ma il pubblico assiste deliziato ed ha sicuramente ragione.
Concludono i Future Islands ma sono troppo stanco e felice per questionare sul loro pop sintetico al netto delle danze irragionevoli del loro cantante.
L’immaginazione ha vinto.
Stasera mi addormenterò immaginandomi di essere già là l’anno prossimo. Con buoni margini di successo, stavolta.
Massimiliano Bucchieri
 
P.S. Stima e amicizia per Fabio Nirta, anima e corpo Ypsi e perfetto anfitrione.

Fiver #02.2014

Per quanto riguarda noi di Sniffin’ Glucose la musica non è mai un sottofondo.
E’ una colonna sonora costante delle nostre giornate.
Ne scandisce ogni singolo momento, condiziona l’umore, risucchia quantità di tempo e denaro impressionanti.
Potremmo affermare senza timore di smentita che la musica definisce le nostre vite così come sono, per quello che sono.
Ne’ più ne’ meno.
Così ogni 30 giorni scrivere a turno di 5 canzoni che in qualche modo hanno per noi rivestito una particolare per quanto soggettiva importanza nel mese precedente ci pare un modo per fare il punto non solo sui nostri ascolti ma sulle nostre vite in generale.
Su quello che ci è successo e su come è successo.
Sniffin’ Glucose
Keel%20Her
E’ stato il febbraio più caldo che io ricordi.
Sono uscite un sacco di canzoni ma pochi dischi.
Una volta le canzoni uscivano assieme ai dischi, anzi no dentro ai dischi.
Ora arrivano prima, sparpagliate una ad una e un pò rovinano la sorpresa.

Real Estate  Talking Backwards

Alla musica ho cominciato ad avvicinarmi partendo dal punk, poi crescendo sono sempre stato troppo pigro e poco interessato per farmi coinvolgere nel cercare di capire come si suona uno strumento.
Quindi di fingerpicking, pentagrammi, strumming e accordature continuo a non capirci una sega: la tecnica proprio non sono in grado di apprezzarla.
Quando metto su un disco difficilmente mi fermo ad ascoltare il suono dei singoli strumenti, di solito è l’insieme che mi intriga. Tuttavia alcune canzoni possiedono momenti in cui un loro preciso passaggio mi affascina in maniera totale. Di solito è la chitarra che assolve questo ruolo di magnete per la mia attenzione. Mi viene in mente il riff di Marquee Moon per citare un esempio decisamente alto e noto (spero) a chiunque.
Lungi da me paragonare i Real Estate ai Television, ma in questa canzone c’è un giro di chitarra semplice semplice, un arpeggio che parte subito all’inizio, morbido e allegro poi ritorna poi scompare di nuovo dopo 3 minuti e 8 secondi di pura pefezione pop.
Che lascia lì a volerne ancora e ancora.

Cloud Nothings  I’m not Part of Me

Voglia di saltare e di urlare.
Un mio amico mi ha fatto notare che sembra un pezzo dei Green Day.
Pazienza.

 Temples Mesmerise

Una volta girava una foto di Bobby Gillespie con indosso una t-shirt su cui era stampato lo slogan “Kill All Hippies”.
Sul tema, evidentemente a lui caro, l’uomo ha pure scritto una canzone piazzandola in apertura di un disco dei Primal Scream.
Posto che a me Gillespie è sempre piaciuto e detto che ormai da un pezzo per quanto riguarda i nuovi dischi è necessariamente tutta una questione di ricorsi storici e retromanie assortite, affermo qui e senza remore che se devo scegliere sceglierò ora e sempre un gruppo il cui luogo ed epoca di riferimento siano Manchester e il 1979 piuttosto di uno che  affondi le proprie radici nella California del 1967.
Chiarito ciò i Temples, che stando a quanto ho appena scritto non avrebbero esattamente le caratteristiche giuste per piacermi, centrano il punto alla grande semplicemente perché sanno come si scrive una canzone.
Anche se a occhio mi sembrano dei figli dei fiori fuori tempo massimo e copie brit (di conseguenza pop) dei Tame Impala.

Keel Her  Riot Grrrl

Rose Keeler-Schäffeler arriva da Brighton ed è la cosa migliore che mi sia capitata in questo primo scorcio di anno.
Probabile che queste settimane per me non siano state particolarmente eccitanti, ma può anche essere che lei sia proprio quel tipo di roba di cui ho bisogno ora.
Del resto una frase come fuck me in the backseat, I’m so bored rispecchia abbastanza fedelmente i miei desideri ed il mio stato d’animo in questo periodo.
La musica poi è come se inquadrasse Bratmobile e Jay Reatard dall’angolo in cui sono impilati i dischi di Pastels, Shop Assistants e Talulah Gosh: roba mia al 100% insomma.
Lei è in giro dal 2012 e per un certo periodo, anche abbastanza lungo, ha pubblicato una canzone al giorno sul suo Bandcamp. Se aprite la pagina ci sono 21 dischi da scaricare e il primo porta la data di agosto 2011.
Mi sorge spontanea una domanda: dove cazzo ero io nel frattempo per non accorgermi di lei?

Eagulls  Possessed
Gli Eagulls sono di Leeds. Il che significa che per questa rubrica oggi ho scelto 3 robe inglesi su 5. Penso che la volta precedente in cui ho selezionato 3 canzoni inglesi in una playlist a 5 sia stato tipo l’inizio degli anni ’90.
Non credo che ciò significhi nulla, anche perché le 3 canzoni elencate qui sono molto diverse tra loro e almeno 2 su 3 ritengo resteranno in una posizione che in una ipotetica classifica degli ascolti collettivi andrà dal molto secondario al totalmente marginale, ergo non è supponibile ipotizzare rinascite o nuovi movimenti in arrivo da casa madre Albione.
In ogni caso gli Eagulls hanno un bel tiro e sino ad oggi – prima dell’uscita del loro album in cui è contenuta questa canzone – hanno pubblicato su disco 2 cover: Requiem dei Killing Joke (sul retro del loro primo 7″) e Mystery dei Wipers nel 12″ splittato con i Mazes.
Dal mio punto di vista indubbiamente una eccellente dimostrazione di buon gusto.

Arturo Compagnoni