Abbi dubbi (Fiver #23.2018)


Avevo da poco passato i vent’anni e frequentavo controvoglia la facoltà di Economia e Commercio all’Università della mia città, una delle più antiche del mondo come ci hanno sempre raccontato. Vai a sapere se poi effettivamente lo era; a quei tempi nessuna rete si preoccupava di smentire o confermare qualunque ipotesi. L’età dell’innocenza, bei tempi, certo.
Comunque sia noi ci credevamo ed eravamo pronti al ruolo da comparse di secondo piano alla fiera circense delle celebrazioni per il suo nono centenario. Una discreta pagliacciata a dire il vero.
Non è che mi trovassi granché bene in quell’ambiente, ma lì ero e lì stavo, senza peraltro giovare dei tanti vantaggi fruiti dagli studenti fuori sede, arroccati dentro il perimetro di quelle mura che un tempo delimitavano il centro storico. Abitazioni fruste, addobbate con mobili di formica sbrecciata, linoleum ondulati e materassi informi, manco quegli alloggi fossero impegnati in una eterna sfida all’emulazione del padre di tutti gli appartamenti da fuori sede della città: la leggendaria Traumfabrik di via Clavature 20. Che poi se a quegli studenti miei coetanei avessi azzardato una domanda sui Gaznevada, gli Stupid Set, gli Hi-Fi Bros o i Confusional Quartet quelli neanche sarebbero andati vicino a indovinare di cosa si trattava. Tanto a loro erano sufficienti due dritte su Pentothal e Zanardi per ritenere autorizzata la propria iscrizione al club bohémien degli anticonformisti da weekend. L’importante era credersi parte dell’avanguardia, perché l’avanguardia è un cuneo – si sa – e a fronteggiare quel cuneo in trincea meglio lasciarci gli altri, come ricordava Radio Città 103 col suo jingle in onda ogni mattina all’apertura delle trasmissioni.

Io invece vivevo con la mia famiglia in un borghesissimo appartamento appena fuori Murri, là dove la strada misurava l’arrampicata verso la collina per poi ritirarsi in fretta tornando rassegnata verso la città, prima morbida sulla linea ondivaga di via Fleming, poi giù a strapiombo dritta per via La Castiglia, sfociando come un fiume in piena sul mercato rionale di Chiesanuova.
In quei giorni, a uno dei due cinema di via San Felice che oggi non esistono più, programmavano un film canadese: Il declino dell’impero Americano. Non ricordo con chi andai a vederlo, probabilmente da solo.
Il Sundance non era ancora nemmeno nei pensieri di Robert Redford e io avevo pochi amici che si interessassero ai film del circuito indipendente. Anzi non avevo molti amici in generale, poi mi è sempre piaciuto andare al cinema da solo, per quanto poche volte mi sia in realtà capitato di farlo. Volendo stare in compagnia quell’anno sarebbe senz’altro stato più comodo puntare sul Tom Cruise di Top Gun, il Lambert di Highlander o l’accoppiata Rourke/Basinger di 9 settimane e ½, che peraltro avrebbe anche asfaltato il percorso verso serate di un certo rilievo in compagnia della fidanzata di turno.

Ammetto di averli visti tutti e tre quei film, inutile bullarsi del contrario. Anch’io una morosa da accontentare l’avevo e spianarmi la strada con lei mi pareva cosa saggia, anche a costo di pagar pegno di fronte a qualche pellicola di dubbio gusto. Del resto non ho mai fatto coppia con una studentessa del Dams che avrebbe indubbiamente meglio assecondato il mio interesse nei confronti di pellicole certamente più interessanti, tipo Velluto Blu, La mosca, True Stories e soprattutto Manhunter, uno dei miei preferiti di sempre. Tutti film usciti quello stesso anno, ché ora internet esiste, wikipedia pure ed è troppo comodo rivolgerglisi per poter dubitare della sua effettiva onniscienza. Ma, a parte le citazioni a caso appena dispensate, non è effettivamente di cinema che mi interessa scrivere ora. Anche perché se lo facessi cadrei presto in buca con uno dei tanti allievi del Dipartimento di Arti Musica e Spettacolo che oggi, al contrario di allora, conosco e frequento.

Volevo solo ricordare come a un certo punto di quel film canadese uno dei personaggi pronunciasse una frase che da allora si è inserita stabilmente nel catalogo dei miei aforismi preferiti: i migliori affondano nel dubbio mentre i peggiori sono pieni di incrollabile fervore.
Non so perché ma in questi giorni quella frase, che da allora conservo appuntata in una vecchia agenda, mi torna in mente spesso. Anzi il perché lo conosco benissimo ma non ho voglia di trattarlo. Non qui perlomeno.
In un’epoca in cui ogni opinione viene confusa con l’enunciazione di un preciso e incontrovertibile teorema matematico, avere dubbi è talmente fuori moda che ogni volta che me ne sorge uno preferisco tenerlo per me.

Nella vita ho messo in dubbio tantissime cose, ponendomi mille domande riguardo situazioni importanti ma anche rispetto faccende risibili e piuttosto inutili ai fini pratici. Così facendo mi sono terribilmente complicato l’esistenza e di converso non saprei proprio dire se in tal modo mi sia effettivamente guadagnato un posto tra “i migliori”, come recitato dalla massima del film canadese di cui sopra. Né mi interessa a dire il vero, ché tanto coltivare dubbi per me è sempre stata una necessità, non una scelta.
Ma a conti fatti devo ammettere di provare un pizzico di invidia per la stragrande maggioranza delle persone che viceversa detengono uno sterminato elenco di certezze riguardo ogni argomento. Quelli che hanno sempre un’opinione, quelli che non si pongono quasi mai domande, quelli che marciano per sequenze di dogmi senza sollevarsi problemi e non si prendono mai la briga di verificare la correttezza del proprio pensiero.
Il confronto è faticoso e rischia di far vacillare il giudizio, meglio evitarlo.
Vorrei essere come loro, anche solo per un giorno.

Chi dubbi non ne ha chissà cosa farà
dimmi dimmi dimmi dimmi, tu quanti dubbi hai
ebbi dei dubbi già il primo giorno di scuola
e all’Università ebbi dei dubbi ancora
non ebbi dubbi solo sul rock ‘n’ roll
non ebbi dubbi solo sul rock ‘n’ roll
nemmeno un dubbio solo sul rock ‘n’ roll!

(Edoardo Bennato)

Consigli per gli acquisti

Terry ” Bureau da I’m Terry (Upset the Rhythm, lp) in uscita il 16/11/2018

Terzo album, terzo centro.

Our Girl “In my Head da Stranger Today (Cannibal Hymns, lp)

Trio femminile di Brighton, album di debutto tra shoegaze e grunge.

The Shifters “Straight Lines da Have a Cunning Plan (Trouble in Mind, lp) in uscita il 21/9/2018

Melbourne oggi (ma anche Glasgow 1979, Auckland 1989, Londra 1986, Olympia 1990).

Bad Moves “Spirit FM da Tell No One (Don Giovanni Records, lp) in uscita il 21/9/2018

Da Washington DC, primo album: a perfect power-pop album, alternately explosive and vulnerable, loud and tender.

Parquet Courts “Wide Awake! – Danny Krivit Re-Edit da Wide Awake Remixes (Rough Trade, 12″) in uscita il 28/9/2018

Dance to the underground, one more time.

Arturo Compagnoni

Those Important Years (Fiver # 34.2016)

Giardini di Mirò

Giardini di Mirò

Giugno 2000, Villafranca di Verona. Sul palco dell’effimero Rockaforte Festival una giovane band inglese si arrabatta per cercare di tenere testa all’hype montante intorno a loro dopo l’uscita del loro primo singolo, Yellow.
Poche decine di persone, Cesare ed io guadagniamo agevolmente le prime file per effettuare, dopo poche canzoni, il percorso inverso fino al bar, decisamente poco convinti.
Evidenziato lo scarso interesse che l’oggetto della vicenda possa rivestire per molti di noi, il clamore che ha accompagnato la gestione della vendita dei biglietti per il concerto dei Coldplay (ed in queste ore dei Depeche Mode) con tanto di sold out immediato, prelazioni per possessori di carte di credito “status” e secondary ticketing a prezzi stellari, ha scandalizzato molti. Dal mio scranno di vecchio frequentatore di concerti potrei additare casi che, se non uguali, buttavano certamente le basi per la situazione odierna. Scorro la mia agenda dei concerti e rammento un concerto di David Bowie con biglietti che mi accaparrai nelle prime ore di prevendita con notevoli sacrifici e crisi di coscienza.img_2101
I biglietti erano venduti ad un irragionevole prezzo, per l’epoca, di 65.000 lire con maglietta obbligatoria (!) inclusa (di un tessuto talmente pregiato che dopo due lavaggi avrei potuto emulare la Madonna del video di Like A Virgin). Man mano che si avvicinava l’evento furono poi venduti a 45 e 50. Col mio biglietto da 65 avrei avuto diritto, però, ad una seconda maglietta (sic..).
La differenza principale non la vedo perciò sulla modalità di spremere l’appassionato ma sulle motivazioni che ti spingono ad andare ad un concerto e, in seconda analisi, accettare quello che ti viene imposto.
Rubo qualche riga all’amico Fabio Nirta che qui ragiona brillantemente sulla questione:
Live Nation annuncia “da giovedì 13 ottobre sarà attiva la prevendita riservata ai Titolari di Carta American Express” per i concerti italiani dei Depeche Mode.
Non rimane che sottolineare la differenza fra due mondi che ormai non si toccano più.
L’altro mondo, o l’ultimo impossibile, quello a cui apparteniamo, è estinto da tempo.
Sarebbe stato bello sparire come una supernova, ma non è successo.
Alla faccia dei dischi “politici” dei Depeche Mode e di tutta l’estetica della band dalla nascita al 1989.
People are people e non c’è nulla da fare.
Coscienza a posto… nel comodino.

In altre parole qui, dalla nostra riserva indiana, abbiamo sempre alzato forte un grido di orgoglio (e un po’ da sfigati).
Per noi andare ad un concerto è un atto politico, di appartenenza. Non è un modo come un altro di passare una serata. E se per il mercato un concerto dei Coldplay/Depeche Mode vale 5 volte uno di Bob Mould me ne frega poco.
Io quei concerti, stilati sulla mia agenda con una calligrafia mutata negli anni e che quasi non riconosco più come mia, me li ricordo tutti o, quanto meno, mi ricordo il motivo che me li aveva fatti scegliere o cosa era successo nella mia vita dentro ed intorno ad essi.
Un piccolo esempio.
In questi giorni i Giardini di Mirò stanno suonando dal vivo Rise And Fall Of Academic Drifting per celebrare i 15 anni dall’uscita. Un disco ed un gruppo importanti nella mia vita. Uno dei loro concerti in particolare. Qualche anno fa scrivevo questa cosa sulla versione 1.0 di Sniffin’ Glucose:
Un senso di leggerezza pervade i giorni di inizio primavera.
Gdm al Covo per presentare Rise And Fall Of Academic Drifting.
Una bella serata, molte facce e situazioni piacevoli.
Un bel concerto. I Giardini ci regalano la colonna sonora perfetta per questo cambio di stagione che, avremmo scoperto in seguito, essere molto più che meteorologico.
Mi piacerebbe romanzare e scrivere che quello che è accaduto in seguito è stato ispirato da una serata così. In realtà era successo tutto poche ore prima e quella sera, al Covo, c’era uno spettatore in più che si godeva abusivamente un gin lemon ed il concerto.
Era il 7 aprile 2001. Mia figlia era stata concepita da poche ore.

GIARDINI DI MIRO’ – Pet Life Saver

TERRY – Talk About Terry

Mai saputo ballare o muovermi con un minimo di armonia. Sono stato a concerti o post concerti in cui era veramente difficile non lasciarsi andare ma ho quasi sempre preferito annuire a bordo pista. Per darmi un tono. Questo pezzo dei neonati Terry, gruppo messo insieme da membri di Total Control e UV Race (tra gli altri) è praticamente irresistibile con queste voci imbronciate e quella chitarra storta in bilico tra Weather Prophets e Wedding Present. Non vedo l’ora di “annuirla” a bordo pista da ballo in un prossimo futuro.

MALE BONDING – Eyes

A sorpresa arriva, a 5 anni da Endless Now, il nuovo album di Male Bonding, Headache. Scaricabile gratuitamente, se non ho capito male. Splendidamente rumoroso e incazzato come i precedenti. Li vedemmo qualche anno fa di supporto ai Crystal Castles. Una manciata di non più giovani accalcati sotto al palco per i supporter, beatamente scalmanati. Gli stessi soggetti dopo poche canzoni del gruppo principale fuori dall’Estragon, perplessi. Gli anziani sono prevedibili..

CLOUD NOTHINGS – Modern Act

Attese molto alte per il seguito di quella bomba assoluta che era Here and Nowhere Else. Devo confessare che ci sono arrivato un po’ tardi sui Cloud Nothings. Il problema, quando hai ascoltato tanta, troppa musica è che le tue sinapsi sono un po’ fottute. Ascolti una cosa e subito ti ricorda qualcos’altro o vai alla ricerca di somiglianze. Invece il secondo (al netto di progetti paralleli o “da cameretta”) Cloud Nothings era un piccolo capolavoro di angst generazionale.
This record is like my version of new age music annuncia Dylan Baldi.
Life without sound uscirà a Gennaio e viene anticipato da questa Modern Act che smussa molti degli angoli tipici degli assalti all’arma bianca degli album precedenti. Forse anche un po’ troppo per i miei gusti ma la fiducia è tanta e, scommetterei, ben riposta.

SLEAFORD MODS – TCR

Scrivendo queste righe mentre apprendo della morte di Dario Fo mi interrogo sul fatto che non ho mai compreso fino in fondo la grandezza di figure come Gaber, Jannacci. O Fo, appunto. Le ho sempre tiepidamente apprezzate un po’ da lontano. Un problema mio, indubbiamente. Questione di percorsi, di influenze. Crescere con i Clash o i Joy Division nel cuore e nella testa c’entra qualcosa? Non lo so, francamente. Di certo, mai come in questi ultimi tempi le figure di riferimento di un tempo, amate o meno, stanno sparendo una dietro l’altra e non è un sentimento piacevole.
Cosa c’entrano gli Sleaford Mods con tutto ciò? Un bel niente. Solo che quando ti piglia la malinconia niente di meglio che blaterare con un amico con due birre in mano e loro che hanno fatto di questo atteggiamento una vera e propria arte non possono che essere un ottimo modello a cui ispirarsi.

Massimiliano Bucchieri