Live (too much) fast (to) die young (Fiver #43.2016)

il punto morto del mondo, l’anello che non tiene,
il filo da disbrogliare che finalmente ci metta
nel mezzo di una verità

(I Limoni, Ossi di Seppia)
E. Montale


Ieri era Natale. Nella mia caotica vita, uno dei rarissimi giorni fatto di abitudini: la sveglia col mal di testa per l’infinita bevuta della vigilia – fin dal mattino, che qui da noi tra i monti non si scherza mica – con i due compagni di banco del liceo. L’uscita col freddo pungente ma asciutto delle dolomiti – raramente mutata ne l’uscita sotto una pioggia fitta di mille spilli gelati –, la camminata per il paese deserto: le vecchie scuole medie, la villa col parco dove giocavo da bambino, i viottoli sterrati immersi nel verde e circondati dai monti. Per strada, le cuffie nelle orecchie e le telefonate ai parenti. Gli auguri ai passanti. La visita a Franco del Bar-Trattoria Zurigo e il bianco alla spina con una goccia di Campari per rimettere a posto la testa e lo stomaco prima della polenta.
La prima chiamata sempre la stessa: “nonna”.
Anche ieri mattina ho fatto le solite cose: mi sono alzato con la testa che rotolava sui prosecchi, sono uscito bestemmiando per il freddo ma ringraziando per il secco che nella piana nebbiosa l’umido non ti lascia mai in pace, ho messo le cuffie e preso il telefono mentre andavo verso il bar di Franco. Ho schiacciato il nome giusto in rubrica. Il nome della prima telefonata di ogni mattina di Natale.
Poi ho subito premuto il tondo rosso in basso nello schermo, con le dita che un po’ tremavano. Forse per il freddo. Forse per quel numero che ho fatto in automatico, ma che non aveva più senso chiamare.

Ho una famiglia moderna, disfunzionale. A Natale si pranza in tre. Uno sono io e con uno degli altri due non ho legami di sangue. Poi ci sono quelli sparsi in giro e ci si sente al telefono. Ognuno ha molto da fare, in città diverse che anche se vicine sono lontane come fossero in un altro continente.
Ho una vita moderna, disfunzionale. Sempre poco tempo per le cose che mi piacciono, ma le faccio lo stesso. Un lavoro con orari assurdi che a volte amo e spesso non sopporto. Notti sempre troppo lunghe che non ho voglia di smettere di spendere.
Una passione enorme che mi ha portato in giro per quasi dieci mesi da nord a sud per tutta l’Italia a salire su palchi splendidi o improvvisati. Io, che non ho mai voluto imparare a suonare uno strumento per non rischiare di diventare uno che saliva sui palchi.
Sta finendo un anno lunghissimo e denso. Veloce come un battito d’ali di un colibrì. Bello. Faticosissimo.
Pieno di vita, di volti, di persone che mi hanno toccato. Di delusioni, di abbandoni e fine di ideali. Di belle intenzioni andate a sbattere contro muri invisibili. Di esperimenti esplosi come una bomba che hanno ribaltato l’orizzonte.
Ho incontrato tanti occhi. Alcuni bellissimi, tutti di passaggio perché io sono di passaggio, forse perché tutti lo siamo ma io lo so bene e non riesco a dimenticarmelo mai. Forse perché quando mi sono fermato e ci ho creduto poi raccogliere i pezzi dopo lo schianto con la realtà di chi si ne andava – già, siamo tutti di passaggio – è stato così faticoso che adesso non riesco nemmeno a fare finta di non ricordarlo.
È passato un anno da un anno fa. Io sono sempre io. Più vecchio, più forte, più bravo a fare le cose che faccio.
Con gli stessi identici buchi che non si riempiono mai.
Con gli stessi volti che scorrono come slide nella mente quando sei tornato a casa da una serata ed è quasi mattino e hai deciso che a casa ci volevi tornare da solo per non andare a dormire e bere un’ennesima, inutile, birra con gli occhi a mezz’asta e le orecchie su quel pezzo che, sai, non dovevi ascoltare.

Vivo veloce. Perché devo fare tante cose, perché le giornate durano solo ventiquattro ore. Forse, in realtà, perché sono un nevrotico senza pace, lo stesso che trentaerotti anni fa al primo giorno di vacanza dalla scuola, si attaccava alla gonna della mamma e le chiedeva con lo sguardo perso ogni mezz’ora: «e adesso, cosa faccio?»
Ho vissuto tante vite in una vita sola.
Il giorno dopo Natale, da solo al bancone di una birreria affollata di famiglie, si possono fare questi pensieri.
E si possono scrivere anche se sono tristi, che poi tristi non lo sono, solo poco simpatici, solo bisognosi di ascolto e noi non abbiamo più tempo per ascoltare niente e nessuno che dobbiamo essere unici protagonisti del nostro mondo accelerato, connesso, sempre sul piedistallo di una foto da postare che non possiamo mica mangiarci un cazzo di panino senza farlo sapere a tutto-il-fottutissimo-mondo.
Magari però sembrano cose tristi però io le scrivo lo stesso perché, come diceva Luigi, quando sono allegro esco.
E infatti adesso butto giù sto pezzo e poi vado con gli amici a buttare giù qualche birra e qualche risata.
Sono serio, sono un buffone. Spesso mi perdo nel famoso bicchier d’acqua perché faccio la domanda sbagliata a fronte del parterre di risposte possibili.
Mi sento vecchio come il mondo. Mi sento un ragazzino che ha solo voglia di saltare ascoltando pezzi punk da adolescenti.
Non ho pace, ma, come diceva un mio socio, per riposarsi c’è l’eternità.
Tante vite in una vita sola.
E ho avuto un amore che mi ha salvato e che mi ha insegnato la dedizione. Un grande amore felice. Un infinito amore cupo e triste. Che non riesco a mettere fra le cose successe, quelle che “è andata così”, che rivorrei più o meno quanto vorrei andare a combattere in Vietnam nel sessantotto anziché fumarmi le canne e scoparmi una bionda hippy a Frisco, eppure suona sempre come quelle canzoni tristi che non sono mai tristi fino in fondo perché sotto c’è quella fisarmonica che sa di giostre e zucchero filato e bambini che sorridono anche mentre sei al bancone e sono le cinque del mattino e domani vai a lavorare ma ne ordini un altro.
E tu, tutti e tre li hai visti nascere e finire. Li hai capiti. A volte, me li hai spiegati. L’ultima volta, mi hai solo sorriso con gli occhi tristi sapendo che non c’era niente da aggiungere.
Sicuramente ne hai capito più tu di me.

Vivo veloce. Così veloce che sì, ti ho pensato. Ti ho pianto. Ma mi sono accorto solo ieri mattina di quanto sia concreta la tua assenza.
A febbraio è nato mio nipote. Una gioia enorme e strana. Qualcosa che non capisco fino in fondo, che mi accontento di vivere quando vedo quegli occhioni aperti da pochi mesi che mi sorridono perché sanno chi sono e sono felici di vedermi lì davanti.
Hai fatto in tempo a vederlo? Forse sì. Riuscivi a riconoscerlo? L’hai salutato? Non me lo ricordo.
Questa la brutale verità. Non me lo ricordo. Tutto è successo così in fretta, tante le cose che mi urlavano, mi imponevano di prestar loro attenzione con l’urgenza di ciò che non può aspettare che i giorni si accavallano nella memoria e non so nemmeno se vi siete mai incontrati.
Io non ho fatto in tempo ad organizzare la presentazione a Milano perché tu potessi venirci. Sono passato, quel giorno, in ospedale prima di andare dove dovevo andare.
Avevi quegli occhi pieni d’orgoglio che hai sempre avuto quando ti davo qualcosa di mio: fosse una pagella, il primo libro. L’ultimo. E hai capito subito quella copertina e mi hai fatto le domande che non si fanno, che solo le nonne possono fare impunemente e con un mezzo sorriso quasi beffardo, ma che racconta invece quanto il tempo porti sempre tutto a un livello d’intensità sopportabile.
E ieri mattina, quando ho appoggiato il dito su quel cerchietto rosso prima ancora che dall’altra parte qualcosa potesse squillare, ho sentito con il corpo – che è l’unica cosa che sente veramente, la pelle, i muscoli, gli odori, solo quello sente, il resto è chiacchiera – e con il sangue la tua assenza.
Non ho smesso di camminare, ma mi sono fermato con la mente. Mi sono preso il tempo che occorreva, che finché stai sulla giostra non puoi prenderti.
Ho continuato a camminare ma ho congelato la testa sulle fotografie che volevo vedere. Ed erano tante e hanno colpito allo stomaco, poi sulle gambe, alle mani.
Ho sentito la fitta che proverò al prossimo viaggio, quando appena prima di andare a bere una birra al tramonto mi verrà in mente di andare a cercare una tazzina da caffè per te. Una tazza col nome della città. Penserò di dover entrare nel primo negozio di souvenir per trovare la meno brutta fra tutta quella paccottiglia. Poi, in una frazione di secondo, capirò quanto quel pensiero non avrà più senso. Non avrà più motivo.
Quante te ne ho portate, a te che ti lamentavi di aver visto così poche città. Di aver viaggiato poco. Così ogni volta che ti venivo a trovare e mi facevi un caffè lo bevevamo a New York, poi a Parigi, a Londra, a Barcellona.
Chissà dove sono finite. Chissà se si sentono anche loro così sole adesso.


Fabio Rodda

Freedom of Choice (Fiver #33.2016)

fullsizerender
Il 1992 è stato tanto tempo fa.
A quell’epoca Jack Frusciante non era uscito dal gruppo, Enrico Brizzi si aggirava per i corridoi del Galvani e a Stefano Accorsi la sorte non aveva ancora commissionato quella battuta destinata a spedirlo nell’iperspazio tra un maxibon e l’altro. Il 1992 fu un anno che un quarto di secolo dopo qualcuno deciderà di celebrare niente meno che con una serie televisiva nel cui cast finirà proprio Stefano Accorsi, nei panni di un pubblicitario rampante che nuota alla buona tra le onde di tangentopoli.

Nel marzo del 1992 a_ aveva da poco compiuto 25 anni e il giorno in cui fece la scelta destinata a indirizzare la sua vita su un binario piuttosto che su un altro stava ripensando ad una cosa letta anni addietro su Rockerilla, il suo mensile preferito. Ricordava le pagine in cui Robert Smith intervistato da Alberto Campo affermava imprudentemente che una volta compiuti i 25 anni si sarebbe suicidato. Lo avrebbe fatto perché era convinto che a 25 anni ormai si fosse dato il meglio e quindi andare oltre non avrebbe avuto molto senso. Better burn out than fade away, come cantava Neil Young. Che poi qualcuno quell’idea la portò in fondo sul serio giusto un paio di anni dopo, nel tinello di una villa sulle colline di Seattle.
a_ era abbastanza d’accordo sulla faccenda dei 25 anni: nel 1992 a 25 anni magari non è che si fosse proprio vecchi, ma se si voleva combinare qualcosa conveniva essersi messi in moto da un pezzo e a quell’età si doveva essere già a buon punto.
Un paio di settimane prima aveva deciso che sarebbe andato a fare un giro al nord.
Qualche giorno assieme al suo amico di sempre per festeggiare la fine dell’università e quella laurea da lui ritenuta così inutile che prima di fruttargli un passe-partout per un qualsiasi tipo di professione seria sarebbero passati anni durante i quali avrebbe avuto tempo per cercarsi un lavoro, continuando nel mentre a coltivare la sua grande passione: la musica rock. Lui e l’amico avevano in tasca i biglietti per assistere a tre concerti che spiccavano nel sempre affollato calendario della night life londinese. Il primo era in programma alla University of London Underground. Suonava Polly Jean Harvey, una cantautrice inglese di cui il Melody Maker diceva un gran bene. Al negozio import della sua città a_ aveva comperato il suo primo disco, un dodici pollici con la copertina bianca e in mezzo una foto nera che forse era più un disegno che una foto. Le tre canzoni stampate su quell’ep non gli erano dispiaciute ed era curioso di vederla dal vivo, anche se in realtà a lui le cantautrici non erano mai andate particolarmente a genio. Gli altri due concerti erano di certo più roba sua: i Primal Scream che stavano iniziando a portare in giro Screamadelica e i Fall alle prese con le canzoni di Code: Selfish, magari non proprio il loro album migliore ma pur sempre i Fall, uno dei suoi gruppi della vita.

Le cose erano però destinate ad andare diversamente.
In quel preludio di primavera accaddero infatti due eventi imprevisti.
Dapprima il nuovo giornale su cui aveva da poco iniziato a scrivere di musica gli propose di entrare in redazione poi, cosa inverosimile e ancor più inattesa, quella cazzo di laurea generica e inutile come poche gli fruttò in maniera inopinatamente istantanea l’attenzione di qualcuno.
Una grande cooperativa della sua zona, incuriosita da chissà cosa nelle sue striminzite referenze, lo chiamò utilizzando il numero di telefono lasciato in calce a uno dei tanti curriculum che in quei giorni aveva cominciato a spedire abbastanza casualmente in giro. Incredibilmente quella cooperativa, impegnata a sfornare a nastro succhi di frutta e marmellate, pareva stesse cercando proprio uno come lui.
Doveva cominciare subito, la stessa settimana in cui era previsto il viaggio a Londra.
Forse avrebbe potuto chiedere di posticipare l’inizio del lavoro di qualche giorno ma non gli pareva bello cominciare così e in ogni caso quella coincidenza gli sembrò una faccenda talmente chiara e profetica da non potere essere messa in discussione. E lui alle coincidenze aveva sempre dato ascolto.
Si trattava di fare una scelta netta, non era più il momento per le vie di mezzo: prendere o lasciare. Una rinuncia forse lo avrebbe indirizzato verso un’altra vita ma la solidità offerta dalla cooperativa non poteva essere ignorata. Il posto fisso era ancora una roba seria e alla sua età a_ si sentiva già troppo vecchio. Doveva cominciare a crescere sul serio.

Nel 1992, da un’altra parte del mondo, un tizio scozzese stava scrivendo il suo primo romanzo. Un libro che di lì a poco avrebbe riscosso grande successo e qualche anno dopo sarebbe diventato un film.
Se quel giorno di marzo del ’92 a_ avesse avuto modo di ascoltare l’incipit scolpito sopra la batteria che pompa e la voce di Iggy che incalza nella sequenza di apertura di quel film, forse avrebbe fatto un’altra scelta:
Scegliete la vita; scegliete un lavoro; scegliete una carriera; scegliete la famiglia; scegliete un maxitelevisore del cazzo; scegliete lavatrici, macchine, lettori CD e apriscatole elettrici. Scegliete la buona salute, il colesterolo basso e la polizza vita; scegliete un mutuo a interessi fissi; scegliete una prima casa; scegliete gli amici; scegliete una moda casual e le valigie in tinta; scegliete un salotto di tre pezzi a rate e ricopritelo con una stoffa del cazzo; scegliete il fai da te e chiedetevi chi cacchio siete la domenica mattina; scegliete di sedervi sul divano a spappolarvi il cervello e lo spirito con i quiz mentre vi ingozzate di schifezze da mangiare. Alla fine scegliete di marcire, di tirare le cuoia in uno squallido ospizio ridotti a motivo di imbarazzo per gli stronzetti viziati ed egoisti che avete figliato per rimpiazzarvi; scegliete un futuro; scegliete la vita. Ma perché dovrei fare una cosa così? Io ho scelto di non scegliere la vita: ho scelto qualcos’altro. Le ragioni? Non ci sono ragioni. Chi ha bisogno di ragioni quando ha l’eroina?
Certo lui avrebbe cambiato l’ultima frase perché l’eroina non aveva alcun ruolo nella sua esistenza e non avrebbe avuto molto senso citarla come ragione di vita.
Magari l’avrebbe sostituita con il rock and roll.
Con quello sì che il discorso sarebbe davvero filato.
Avrebbe scelto il rock and roll e chissà dove, chi e cosa sarebbe oggi, in questo pomeriggio di inizio autunno 2016 in cui poggiando la ortofon sul primo solco di Pornography attendeva l’ora per uscire di casa e tornare a veder suonare i Cure nella sua città, trentadue anni e mezzo dopo quella prima volta sotto al telone bianco e rosso del teatro tenda al Parco Nord.

The Hunches “The Ballad

Era da un pezzo che non ascoltavo gli Hunches e se non fosse uscito il disco degli Sleeping Beauties, dove ho ritrovato la voce di Hart Gledhill già cantante degli Hunches appunto, chissà quanto altro tempo sarebbe passato. Il bello della musica per come l’ho sempre vissuta io è anche questo, lasciarsi andare ai collegamenti e scoprire cose e poi scoprirne ancora e ancora e non averne mai abbastanza. Ad esempio non sapevo che tab_ularasa fosse un fan degli Hunches, ne’ tanto meno che avesse costruito un video su una delle loro canzoni più belle. Chi è tab_ularasa? Cercatelo. E’ bello scoprire cose, ogni tanto provateci.

The Lavender Flu “My Time

E se non fosse uscito il disco degli Sleeping Beauties non avrei scoperto il nuovo gruppo di Chris Gunn, già chitarrista degli Hunches. Con loro ha pubblicato un album doppio qualche mese fa. Dentro c’è tantissima roba, a me sono venuti in mente i Royal Trux, i Beat Happening, Daniel Johnston. Cose belle insomma. C’è anche questa canzone, che è una cover di un pezzo di Bo & The Weevils “garage band legend from Vidalia, Georgia”. Necessario documentarsi su di loro a questo punto.

Marching Church “Heart of Life

Tutto quello che c’è da sapere circa Elias Bender Rønnenfelt è che è uno degli Iceage, qualche tempo fa ha pubblicato un disco su Sacred Bones a nome Vår e ora per la stessa etichetta mette fuori il secondo sotto l’insegna Marching Church. Ha una evidente passione per Nick Cave, non c’è dubbio. Non imbrocca sempre la canzone giusta, ma quando capita conviene starlo ad ascoltare.

Josefin Öhrn and the Liberation “Anything So Bright

Per la categoria psichedelia pop crauta il miglior disco ascoltato da un pezzo a questa parte arriva a sorpresa dalla Svezia. E’ il secondo di Josefin Öhrn and the Liberation si chiama Mirage e uscirà a breve. In rete non ho trovato niente da piazzare qui e così ho ripiegato sul singolo dell’album precedente, che non è male comunque. Josefin Öhrn ci mette una voce a la Françoise Hardy e un viso di quelli che non ti dimentichi, i Liberation costruiscono attorno un mantra circolare che in alcuni momenti acquista ritmo e in altri si avviluppa denso appoggiando strati uno sopra l’altro. Caldamente consigliato ad amanti di Stereolab, Suicide e Spacemen 3.

Arturo Compagnoni

So Eighties (Fiver # 30.2016)

the-cars-elliot-easton
Per me gli anni ottanta sono un paio di occhiali con le lenti fumé e la montatura dorata. Un impermeabile stretto. Una fotografia ingiallita credo col mare della francia alle spalle. Le calze bianche, di spugna, fino a sotto il ginocchio, le scarpe da ginnastica gialle con gli strapp al posto dei lacci e un bomber che non poteva essere un bomber perché il bomber è così anni ’90…ma nella memoria i ricordi si accavallano quasi a caso, spesso senza motivo apparente, seguendo il filo rosso del cuore. Non era un bomber, ma una giacca di panno spesso, le maniche in contrasto e i bottoni a pressione. Neri.
Gli anni ottanta sono i film horror con i cartelloni spaventosi fuori dai cinema e mia madre che scuoteva la testa perplessa e mia nonna che mi faceva vedere La casa dalle finestre che ridono ma che non dovevo dirlo ai miei che se no si arrabbiavano.

Gli anni ottanta è Milano. Un blazer con le spalline larghe e mia zia, minigonna e tacchi bianchi, con lo zaino a forma di cane color fluo che passeggia per Sesto San Giovanni e i maragli in due sul Sì, le felpe della best company rosa e blu coi levrieri cuciti sopra, che le fischiano dietro.
Le vetrine di Fiorucci in centro a due passi da San Babila coi paninari, piumino a salsicciotti e jeans chiari, cinture del Charro e mocassini da barca. E un po’ più in là gli ultimi punk, i capelli a stella tenuti su con chili di lacca o che ne so, parevano cemento. Le moto sportive giapponesi in piazza Duomo e il bar Magenta pieno di zip e borchie e pelle nera.

Gli anni ottanta è un concetto, qualcosa di lontano, di fotografie sbiadite con la pellicola che uniforma i colori, che li spinge tutti verso un grigio/marrone come il cielo della capitale lombarda sempre coperto di nebbie che adesso non se ne vedono più di così fitte.
La Ritmo dei miei genitori. Verde.
Sono io, bambino, che mi faccio troppe domande perchè gli anni permettano di dare risposte e comincio a cercare una soluzione alla solitudine sulla carta piena d’inchiostro di romanzi d’avventura, cavalieri e guerre e saghe e poi Zanna Bianca e l’eroe che da solo avanza attraverso il freddo.

Il mito del grande nord.
Il mito del lupo solitario.
Il mito della principessa da salvare.
Tutta roba che non se andrà via mai più e segnerà ogni passo.

Gli anni ottanta sono il giorno in cui, ricordo benissimo, come fosse ieri, ho scoperto cosa volesse dire “malinconia”. L’ho imparato su di un terrazzo lungo e stretto, quello dei nonni da cui passavo parte dell’estate e le feste comandate.
Sesto san Giovanni si stendeva come un’unica distesa di tetti grigi, una Mordor antelitteram (per me che ancora non sapevo chi fosse Tolkien, lo scoprirò solo alla fine di quegli anni) bagnata dalla pioggia. E mentre le gocce, fitte e sottili come solo a Milano e solo negli ottanta, cominciavano a bagnarmi gli occhi che già erano umidi per un qualcosa a cui non riuscivo a dare il nome, ecco arrivare dritta la parola: malinconia e la malinconia che diventava più leggera perchè finalmente aveva un nome e tutto ciò che ha un nome non può fare veramente paura.

Gli anni ottanta. Non voglio parlare di bombe, di stragi. Di deviazioni e devianze che già ne son pieni i libri quanto le mie scatole; né del punk, della new wave che imperversava anche qui da noi, dell’hard core che picchiava – qui a due passi c’era la Paolino Paperino Band, ancora più vicino i Nabat e poi i Gaznevada e CCCP e Skiantos e il partito che organizzava le feste ed era tutto molto rock. E molto provincia.

Forse di questo invece voglio parlare. Rock e provincia. Correggio mon amour (da leggere, per chi non ne fosse a conoscenza, un’opera fondamentale della storia di quello che siamo e quello che abbiamo perduto) e le band che ascoltavano le radio libere, un sacco di mitologia. E di strade da Carpi a Modena alla riviera e il Po come fosse il Mississipi per suonare il blues attraversando la campagna e tutto sembrava infinitamente più lontano e, forse per questo, più unico.

Rock e provincia e abbiamo nominato Correggio e allora di Correggio fu quello che in Italia assieme a Pavese e Calvino sta nell’Olimpo di chi ha scritto le cose migliori di sempre per il sottoscritto che legge e di Tondelli si è già detto tanto, forse tutto, ci si fanno le tesi di laurea, lo si porta in palmo di mano forse anche perchè gli anni ottanta adesso sono così cool che chi ha gli occhiali da pentapartito e il baffo si sente un po’ Piervittorio, coi maglioncini brutti e stretti dai colori improbabili che vedi adesso se vai a berti qualcosa nei locali giusti.

Il mio Piervittorio è un’altra cosa. È lo stupore incontrato quando lessi, tanto tempo fa, quello che credo sia rimasta per me la più alta descrizione di ciò che chiamiamo amore.
Era Camere Separate, erano Leo e Thomas e in quelle pagine piene di dolore e bellezza, sangue e parole e corpi che hanno bisogno, necessità, di toccarsi, stringersi e perdersi ho letto cos’è l’amore.
E ancora Piervittorio, tanti anni dopo, per mano di un’amica straordinaria, è tornato a dirmi cos’era l’amore in un passaggio che mi ero perso, chissà come, nella confusione delle letture mancate, della vita che corre, che a volte trita anche la bellezza e la lascia fuggire via.

Ma quella che deve tornare torna e allora ecco il biglietto numero 8:
“Vedere il lato bello, accontentarsi del momento migliore, fidarsi di questo abbraccio e non chiedere altro perchè la vita è solo sua e per quanto tu voglia, per quanto ti faccia impazzire non gliela cambierai in tuo favore. Fidarsi del suo abbraccio, della sua pelle contro la tua, questo ti deve essere sufficiente, lo vedrai andare via tante volte e poi una volta sarà l’ultima, ma tu dici, stasera, adesso, non è già l’ultima volta? Vedere il lato bello, accontentarsi del momento migliore, fidarsi di quando ti cerca in mezzo alla folla, fidarsi del suo addio, avere più fiducia nel tuo amore che non gli cambierà la vita, ma che non dannerà la tua, perchè se tu lo ami, e se soffri e se vai fuori di testa, questi sono problemi solo tuoi, fidarsi dei suoi baci, della sua pelle quando sta con la tua pelle, l’amore è niente di più. Sei tu che confondi l’amore con la vita.”

Confondere l’amore con la vita, col ritmo che spinge, col sangue che pulsa troppo forte nelle vene e viene il mal di testa e il mal di vivere alla Montale che lo incontri le notti di provincia quando non sai dove andare a sbatterla quella testa che batte batte e batte e per fortuna a volte c’è una radio amica che suona un pezzo che ti salva la vita in quel momento preciso mentre attraversi, solo, solo la luce dei fari di un vecchio scassone una strada tra i campi urlando parole che non sai e battendo a tempo sul volante quel pezzo dei Black Flag.

Un romanzo che non è ancora nato inizia così:
Lo puoi sentire da lontano stridere sulle rotaie e rompere il silenzio assurdo che riempie l’aria. Lo vedi spuntare dalla montagna, uscire veloce da quel buco scavato dall’uomo tanto tempo fa’ per poter scappare, per poter avere una scelta. Sbuca veloce, urla mentre corre tra i prati e poi le ganasce che frenano vecchie ruote di ferro stridono violente. La campanella della stazione ha già smesso di suonare da qualche minuto quando la grande sagoma grigia smaltata dai graffiti si ferma davanti al marciapiede deserto. Scende il controllore per assicurarsi che come al solito non ci sia nessuno. Si guarda attorno e dopo un cenno al nulla risale e si porta via quell’ammasso di lamiere. Pochi minuti e tutto torna a tacere. Solo il rumore del vento che muove l’erba. Solo la mia sigaretta che si consuma indolente tra le dita.
Lo spettacolo è finito e anche per oggi ho avuto la mia dose di fuga iniettata nel cervello. Di nuovo niente da fare. Forse Manuel ha qualcosa di buono per me, qualcosa che mi faccia stare lontano da casa per qualche altra ora, che non mi faccia pensare a domani mattina e al rumore bastardo del cartellino timbrato in fabbrica. Forse Manuel mi può salvare.
La stazione diventa sempre più piccola nel retrovisore di questo catorcio a quattro ruote. Non è sempre vuota, a volte vedo scendere famiglie stanche della città. Mi piace guardare i loro sorrisi affaticati da smog e cieli grigi riempirsi del blu limpido di queste parti, del verde smeraldo sulle colline, del silenzio che riempie l’aria. Li guardo complimentarsi con loro stessi per aver scelto qualche giorno di niente lontano dal tram tram di sempre e sento come non potrebbero mai capire la mia voglia di bruciare tutto quello che mi circonda e scappare lasciando dietro di me questo nulla soffocante. Li guardo e provo a immaginare le loro vite tra palazzi di cemento e traffico impazzito e mi domando come faccio a sognare tutto questo, a desiderare quello che per tanti è un inferno. Ma loro non sanno, non possono capire la solitudine, il vuoto, il silenzio che atterrisce l’anima. Loro non possono capire come io non posso capire la loro voglia di suicidarsi in questo buco di mondo dimenticato dal tempo.
La porta d’ingresso è, come sempre, aperta. Un rasta che non ho mai visto mi saluta con un cenno della testa.
– Manuel? – Mi indica il cucinotto. La porta è accostata.
– si può? –
– i miei amici possono sempre… – Entro nello stanzino buio. Manuel è in piedi, davanti a un fornello. Sta facendo bollire dei funghetti in un pentolino. Con lui una biondina che credo si chiami Manola o qualcosa di simile: una freak che si è raccattato in non so quale viaggio in che posto assurdo. Ci salutiamo tutti con un paio di baci all’aria intorno alla faccia. Mi siedo e la tipa mi passa una canna.
– allora, come te la passi? –
– il solito, e tu? –
– tutto bene. –
– hai qualcosa per me? –
– cosa cerchi? –
– niente di speciale, il solito relax… –
– ho quasi finito l’oppio. Quello che me lo porta se n’è andato in India. Sulle montagne… Credo a cercare il charas… E’ stagione. Ma per te ne ho giusto un po’. –
Prepariamo assieme la pipa e cominciamo a fumare. Mi sento subito meglio. Leggero. C’è musica nell’altra stanza ma non riesco a capire cosa sia; sembra reggae, ma più lento. Mi accompagna mentre sprofondo nell’anestesia dei papaveri rossi. C’è il solito poster enorme che copre la parete, un’immensa distesa di alberi. Sono anni che quando vengo qui a disfarmi cerco di contare gli aghi. Non ci sono mai riuscito. Non mi sento più le gambe e ho le palpebre pesanti. Non faccio nessuna resistenza a questa forza conosciuta che mi sta trascinando via, chissà dove. Non ho motivo di resistere. Mi lascio cadere nell’atarassia dei tossici, senza nessun appiglio alla realtà volo nel divano sfondato che mi culla lieve. E’ tutto così leggero, facile, come quando sei piccolo e la mamma ti tiene fra le braccia e sai che non ti può succedere niente, che finche sei lì nulla ti potrà toccare, nessuno potrà farti del male. E’ tutto così bello.

Fabio Rodda

Shut up!!*

tumblr_myuow4TpIb1sq2mjko1_1280

Esistono band che si trasformano in “classici” in poche settimane.
Esistono band che hanno la presunzione di cambiare la vita delle persone.
Esistono band che si amano per l’attitudine, prima ancora che per i suoni o per le canzoni.

Esistono band come le Savages.

La musica che ci piace di piú ama il confronto, la discussione e non si limita a fluttuare nell’ambito dello scontato.
Nessuna polvere di fata, in definitiva.
Non si parla di suoni, non si parla solamente di canzoni, in questo caso, o quantomeno non solo. Come ha ripetuto spesso ultimamente Jehnny Beth, la cantante delle Savages: la musica dovrebbe essere una fottuta forma d’arte. Non é pretenzioso ricordare al mondo questo fatto prezioso. Ma la veritá é che la musica viene utilizzata e riutilizzata come una puttana. L’unica opzione valida per un musicista é stare in piedi di fronte al mercato e sostenere che questa é una cazzo di forma d’arte. Per pensare meglio, per sentirsi meglio, questo é quello che dovrebbe essere il fine della musica.Savages_-_Silence_Yourself

If you tell me to shut up, I would tell you to shut up*

Non sono una band come le altre, le Savages. Vedere sulla copertina dell’albun d’esordio, Silence Yourself (Matador 2013), una vera e propria dichiarazione d’intenti, una sorta di manifesto é vicenda che ai nostri tempi é diventata una raritá. Una roba che ci rimanda ai tempi del primo post-punk, quando l’energia di una musica primitiva, istinitiva e definitiva si amalgamava con la pretesa di elevarsi artisticamente in qualcosa che potesse davvero colpire il cuore delle persone.

Arte e non mercato, innanzi tutto, ma anche idee e non conformismo.
È fantastico quando oltre ai suoni circolano anche parole, opinioni e contraddittorio e una scheggia di esistenzialismo a fare da perimetro.

A dire il vero in questo manifesto introduttivo al loro mondo, le Savages, dicono qualcosa di molto semplice. Lo fanno con enfasi e parole adeguate. Ma il concetto é disarmante: abbiamo fatto tutti quanti un passo troppo in lá, il rumore ci sommerge. Dobbiamo fermarci un attimo. Stare in silenzio e ripensare. Alle cose davvero importanti della nostra vita. Silenzio e non rumore. Quel silenzio peró capace di essere talmente forte da risultare assordante.

packshot_savages_hd_1024x1024Le Savages ci costringono a ripensare anche al nostro approccio con la musica. Al senso che troviamo veramente nel nostro affannarci al prossimo ascolto, alla prossima novitá. Finito uno sotto l’altro. Senza sforzi apparenti, é sufficente un semplice movimento dell’indice per archiviare una band e ripartire con una nuova canzone. Con il risultato che tutto si trasforma in rumore di sottofondo. Nessuna profonditá solo superficie. La musica gratuita comporta questa assurda penale da scontare: nessuno ha piú velleitá di elevarsi, tutti troppo occupati a sopravvivere nel grande oceano della socialitá virtuale, mentre la vita vera scorre lí fuori e nessuno sembra accorgersene o comunque preoccuparsene.

La nuova fruizione della musica prevede tanti “mi piace” ma pochissimi amori veri, purtroppo.

Le Savages entrano sul palco e rimangono ferme immobili, in silenzio. Scrutano il loro pubblico per alcuni secondi che diventano interminabili. Vogliono solamente assicurarsi di creare una connessione di sguardi, sentimenti e coinvolgimento. In tasca i cellulari spenti, come si premurano di far sapere alla loro audience prima del concerto, e poi via: 50 minuti di bomba post-punk, roba da lasciare annichiliti.

Non si limitano al mero aspetto sonoro, avrete inteso. E su questo punto é inutile da un certo punto di vista spendere troppe parole. Perché, sí é vero, sono un gruppo devirativo. Dannatamente giá sentito. Ma i riferimenti sono quelli giusti e questo basta ed avanza. Tutto il resto é attitudine ed energia. Non serve molto di piú, sopratutto quando quel di piú é roba che é diventata merce rara. Le menate a proposito dei “derivativi” mi avevano giá stufato ai tempi del primo Jesus and Mary Chain, per dire. E sono passati 29 anni.

L’approccio é a 360 gradi, inoltre. Guardatevi i video, per esempio. Meritano tutti. Particolarmente bello l’ultimo in ordine di tempo, questo…

Il rimando é a “lo straniero”, il romanzo di Albert Camus. Un’opera che aveva giá influenzato i Cure in passato, in una delle migliori canzoni del post-punk inglese, un singolo del 1978, “Killing an Arab“. Un urlo contro l’assurditá della vita, vero manifesto esistenzialista.

I numerosi riferimenti alla sessualitá femminile delle canzoni hanno fatto sí che nomi come quelli di Liz Phair, PJ Harvey o Patti Smith venissero tirati in ballo. Quel che é certo é che l’argomento ha la sua importanza nelle dinamiche della band, con opinioni che hanno fatto discutere. In particolare quando Jehnny Beth, la cantante, ha ammesso di apprezzare la pornografia che come ha spiegato: mi ha aiutato a liberarmi dalla pressione del romanticismo e dal mito del piacere della donna.

Le Savages si limitano ad evitare filtri quando si tratta di comunicare con il proprio pubblico, cercano di essere brutalmente oneste a rischio di risultare poi vulnerabili, che si tratti di sessualitá o meno. Ma nel loro caso non valgono gli artifici di scena, cosí comuni in ambito pop. Inseguono e cercano di realizzare, alla fine dei conti, solamente quella che é la magia dell’arte: alzare il volume, nel loro caso, mettersi a nudo senza barriere e entrare nella vita delle persone come una tempesta. Alla faccia della banalitá di chi parla di semplici canzonette.

A questo punto dovrebbero semplicemente uscire di scena. Sarebbe perfetto. Del resto la rabbia di questo ruggito ha per forza di cose vita breve. Non hanno sbagliato nulla e nulla è probabilmente migliorabile. E questa è musica che non può perdere d’intensità neanche un pò, a rischio di trasformarsi in triste rappresentazione. Un debutto, una folgorazione, un addio. Poi, tra dieci anni, il palco principale del Primavera per la reunion. Che razza di mondo.

Cesare Lorenzi

* Shut Up, Savages

Le Savages saranno in tour in Italia nei prossimi giorni, il 24 al Tunnel di Milano, il 25 al Circolo degli Artisti a Roma ed infine il 26 a Bologna al Locomotiv.