Mancunian formation (Fiver # 20.2017)


Non sei mai stato a Manchester ma è tra le la città probabilmente più importanti per la tua formazione musicale e personale. Ecco, gli eventi drammatici degli ultimi giorni ti hanno portato, quasi come in un riflesso condizionato, a riappropriarti di tracce del tuo passato che, credi, sia poi il passato di molti (quantomeno della tua generazione) e riconsiderarle alla luce di quanto accaduto.
Sono alcuni momenti che, spesso coincidendo con questa città, hanno definito/plasmato la tua esperienza di appassionato musicale e la tua formazione culturale. Dei veri e propri snodi sul tuo tragitto che ti hanno lasciato in eredità quei riflessi pavloviani che spesso ti inducono, se vedi un estraneo con la maglietta dei Fall o degli Smiths, a considerarlo parte della tua stessa famiglia e a sorridergli rischiando di fare la figura del cretino o peggio.
Nell’estate del 1981 il tuo primo viaggio a Londra. Un anno dalla morte di Ian Curtis. Tornasti a casa con una busta piena di dischi di Bowie e dei Clash e con quel 7 pollici con la copertina dorata che, ti sembra di ricordare, avevi ascoltato per la prima volta alla radio grazie alla trasmissione di Marco Fiorini.
La Manchester di Ian Curtis ti si palesava in bianco e nero tra giardini desolati e marmi bianchi.
Però chi era rimasto aveva adagiato la parola speranza tra quei solchi.
Tutto  quello che c’era da sapere sui tormentatissimi rapporti sentimentali della tua adolescenza e sui pericoli del perdercisi era lí dentro.

Oh I’ll break them down, no mercy shown
Heaven knows, it’s got to be this time,
Avenues all lined with trees,
Picture me and then you start watching,
Watching forever, forever,
Watching love grow, forever,
Letting me know, forever

La Brixton Academy era stipata. Mark E. Smith prese il palco. Immobile. Da un leggio sceglieva fogli che appallottolava dopo pochi secondi tra l’annoiato e l’infastidito biascicando parole per te senza senso. Le chitarre saturavano l’aria. Sotto al palco era l’inferno.
La cosa più strana e “figa” che avessi mai visto.
Eri uscito da lì dentro con la consapevolezza che il carisma probabilmente non si misurava in tagli di capelli e colori della tua Lacoste.

Vent’anni, compleanno importante.
Ti regalarono il disco di una band che non avevi mai sentito nominare.
A distanza di 33 anni ricordi ancora l’esatto momento in cui partirono le prime note di Reel Around The Fountain e ti perdesti a guardare fuori dalla finestra. Non che ci fosse granchè nel quartiere suburbano romano in cui eri stato esiliato ma dopo aver sfuggito per anni tomi di autori classici la poesia entrò prepotentemente nella tua vita (come in quella di molti altri ).
I am not the man you think I am.. avresti voluto inciderlo sulla porta di casa ma tra musica strana e tifo calcistico inaccettabile nel quartiere già ti guardavano storto abbastanza.

Il primo lavoro, i primi soldi in tasca, il vinile di importazione degli Stone Roses.
Stile a palate, sguardi persi “altrove”, canzoni mandate a memoria. Tu già abbondantemente stempiato in cerca di cappellini da pescatore che ti stavano malissimo.
Dopo qualche birra i sensi di colpa di un’educazione opprimente si allentavano, cercavi lunedì felici, accompagnato da melodie senza tempo, guidato da ciarlatani e volevi essere adorato. Se esageravi ti sentivi, addirittura, la resurrezione..

C’è stato un periodo in cui ti sei quasi vergognato di avere tutti i singoli degli Oasis del primo periodo.
Ma sei sempre stato consapevole che, se copiavi sulla cassettina da confezionare per la persona che ti faceva battere il cuore frasi come questa, avevi sempre insperati margini di successo.

Maybe I think you’re the same as me we see things they’ll never see you and I
We’re gonna live forever

Osare, impudentemente, contro ogni logica.
Scalare vette di arroganza senza guardare giù per non rischiare di essere risucchiato dal vuoto della tua inadeguatezza.
Fregandosene del prima e del dopo.

In definitiva una specie di percorso di formazione.
E ti piace pensare che chi ha condiviso con te questo genere di tragitto, seppur con mille possibili varianti di itinerario, non si sarebbe mai permesso, per acchiappare qualche like, di fare battute su quanto poco figo fosse morire a Manchester ad un concerto di Ariana Grande.

Hey, in my opinion, you seriously SUCK.

Massimiliano Bucchieri

Sola andata (Fiver #18.2016)

Wire

Wire

Dovessi tracciare un sommario bilancio dei miei ascolti in questi 35 anni – mese più mese meno – di passione per la musica, farei estremamente fatica a individuare una classifica dei miei gruppi preferiti. Potrei citare tre/quattro nomi che per un motivo o per l’altro hanno segnato più di altri il mio percorso, così come una manciata di band che hanno accompagnato in maniera più o meno significativa un arco temporale specifico e circoscritto, finendo poi per sbiadire nell’oblio del lungo termine. In ogni caso non credo troverei grandi certezze cui aggrapparmi, caso mai ne avessi bisogno. Penso che il motivo principale risieda innanzitutto nella volatilità del mio gusto personale che, pur confinato tra coordinate in linea di massima inamovibili, ha ciclicamente portato in evidenza determinati gruppi anziché altri. In secondo luogo sarei propenso a scommettere sulla mia naturale avversione a cucire addosso a chiunque l’abito di mito, evitando santificazioni dogmatiche. Nel magma fluido di migliaia di nomi che hanno accompagnato questi lunghissimi anni ho però sempre individuato due punti fissi. Due porti sicuri cui tornare che per quanto fondamentali e costanti nella loro presenza, curiosamente non potrei fare rientrare nelle due categorie di cui sopra: certezze assolute e pietre angolari a scadenza temporale. Se facessi una statistica questi due nomi, Fall e Wire, penso li troverei infilati come parametro di riferimento per “nuovi gruppi che mi piacciono” in un buon 70% delle recensioni che negli anni mi sono preso la briga di scrivere. Da Pavement a Protomartyr passando per Elastica e Futureheads , LCD Soundsystem e R.E.M. tanto per fare qualche nome a caso.
Decollando dalle medesime premesse, il rock dell’immediato dopo punk, il percorso di Wire e Fall è differente per quanto ugualmente impressionante. I Fall attraverso innumerevoli cambi di organico gravitanti attorno al perno fisso Mark E. Smith hanno posto il proprio inconfondibile marchio di fabbrica praticamente su ogni stagione trascorsa dall’anno di uscita di Live at the Witch Trials (1979) ad oggi, all’incredibile ritmo medio di un album l’anno. I Wire invece, pur partendo con un paio di anni d’anticipo, hanno messo a referto meno della metà dei dischi semplicemente per il fatto che un paio di volte (tra il ’79 e l’87 prima e tra il ’91 e il 2003 poi) hanno pensato fosse una buona idea dedicarsi ad altro.
Una cosa che mi piace dei Wire è che in quest’epoca di retromania totale hanno deciso che vivere di ricordi e nei ricordi non fosse faccenda adatta loro: ad ogni nuova riunione nuovi dischi, peraltro sempre centratissimi nella loro attualità. “Fondamentalmente penso che non essendo ancora stata inventata la macchina per viaggiare nel tempo, per sentire suonare dal vivo le canzoni dei Wire di fine anni ’70 come i Wire le suonavano a fine anni ’70 l’unica possibilità per farlo sia quella di essere stati a un loro concerto in quegli anni. Non ci interessa oggi essere una cover band di noi stessi, posso capire che ci siano ragazzi che amano quelle canzoni e a cui piacerebbe ascoltarle suonate dal vivo, ma andare ad un concerto non è come sedersi al ristorante e ordinare quello per cui si pagherà il conto alla fine” (Colin Newman, 2016).
Anziché rannicchiarsi accoccolati sui tre dischi che ancora oggi accumulano citazioni ovunque (Pink Flag, Chairs Missing e 154) i Wire si sono rimessi in pista ogni volta alla ricerca di nuovi stimoli, nella concezione piuttosto condivisibile che la musica sia un viaggio di sola andata e il guardarsi indietro debba servire unicamente come cemento per le certezze del futuro.
Superata la soglia dei 60 anni (a parte il solo Matthew Simms, sostituto di Bruce Gilbert, unico pezzo mancante rispetto la formazione originale) sono usciti con un nuovo album, un mini a dir la verità, che si intitola Nocturnal Koreans. Una bella botta che in parte azzera le persuasioni pop registrate nel disco dello scorso anno. Otto canzoni in tutto e non ce n’è una che sia meno che bella. Poche settimane prima è uscito un altro mini album, Wise Ol’Man, l’ennesimo nuovo disco dei Fall. Mi piace pensare che il saggio vecchio del titolo possa essere Mark E. Smith o un tipo come Colin Newman. Personaggi che secondo i parametri comuni, quelli del buon padre di famiglia, difficilmente potrebbero essere definiti saggi. Ma che secondo i miei di criteri, lo sono eccome. In realtà dal testo tra i biascicamenti di Mark E. Smith come sempre non si capisce quasi nulla, quindi vai un po’ a sapere.
In ogni caso è il 2016, già da un po’ ho girato la boa del mezzo secolo e dopo 35 anni ho ancora sullo stereo due nuovi dischi di Wire e Fall.
Tanto basta per sentirmi un po’ meno vecchio.
E anche un po’ più saggio, a modo mio.

Wire “Still

Loose Tooth “Sherry

I Loose Tooth arrivano da Melbourne e il loro primo album si chiama Saturn Returns. Sono in tre, due ragazze su batteria e chitarra e un loro amico al basso, tutti si alternano alla voce. La loro miscela di indie pop piazzata con noncuranza a cavallo tra anni ’80 e ’90 è piuttosto elementare, ma funziona.

Kevin Morby “Dorothy

Quando in una delle nostre torrenziali conversazioni triangolari i miei due soci hanno liquidato in due battute semi serie il nuovo disco di Kevin Morby secondo me non erano arrivati ad ascoltare questa canzone. Gliela piazzo qui così la recuperano, poi ne riparliamo.

A Giant Dog “Sex & Drugs

Tra i tanti meriti che le si possono ascrivere, la Merge ha anche quello di impegnarsi a scovare e valorizzare artisti che sono già usciti con qualche disco ma che non hanno ancora ricevuto l’attenzione che meriterebbero. Come gli A Giant Dog, texani di Houston, che all’etichetta di Mac McCoughan sbarcano per pubblicare il proprio terzo disco. Un piccolo gioiello forgiato sui riff di T-Rex e Slade attorno alla voce di Sabrina Ellis, novella Joan Jett, che a tratti decolla con una dinamica che riporta dritti sulle assi del vecchio CBGB’s, con tanto di sibilo degli amplificatori a far da sottofondo.

The Fall “Wise Ol’Man

Arturo Compagnoni

Post-Punk Bulletin (Fiver #19.2015)

Algiers

Algiers


Penso sia difficilissimo suonare post-punk. In primis per il genere: quel “post”, che non sai mai se intendere come superamento o disfacimento; se si propende per la prima accezione, è facile addentrarsi nei labirintici territori della new wave, perdendo di vista il primo termine di paragone, ovvero il punk; se, invece, lo si intende nel secondo modo, si rischia di adottare un’estetica (quella della dark wave o del gothic rock) stigmatizzata e spesso banale. In secondo luogo c’è una difficoltà di ordine storico: bisogna fare i conti con il grande padre della categoria, quel Ian Curtis che, essendo diventato suo malgrado un fenomeno pop di tale portata, proietta la sua ombra lunga a qualsiasi latitudine e viene puntualmente scomodato in paragoni imbarazzanti. Le band che si prendono tale rischio, senza sconfinare nel sottobosco dei generi altri, sono poche e ancor meno quelle realmente valide. Bisogna avere la capacità di inanellare un riff azzeccato dietro l’altro come gli Eagulls nell’omonimo album di esordio, un disco che fila dritto come un treno neanche fosse stato partorito da una band garage. Oppure avere il coraggio di interpretare il genere concedendo molto alla melodia senza snaturare le atmosfere cupe, il caso dei Protomartyr. O ancora essere degli eclettici sperimentatori, camaleontici e originali come i danesi Iceage, abilissimi a contaminare la loro musica con le influenze più disparate (dal country al blues) pur rimanendo coerenti con la personale interpretazione. E che dire delle geometri perfette dei Soft Moon o del carisma degli Ought? Mica male il panorama delle band (post-)post-punk del nostro particolare momento storico. Un’altra formazione che potrebbe rientrare in questo ristretto novero sono i Prinzhorn Dance School, arrivati ormai alla terza prova. La band inglese ha sempre collaborato con la DFA, l’etichetta di James Murphy il cui logo (il disegno di un fulmine che sembra l’infantile imitazione del simbolo dei Power Rangers) mi ricorda quelle feste del liceo in cui si finiva a ballare gli LCD Soundsystem con i bicchieri di carta in mano, ad imitazione dei teen-movie americani, sognando di finire a letto con la bella della classe, ma ritrovandosi a barcollare nel buio del corridoio di casa sperando di non essere sgamati da nessuno. Fatto sta che la label newyorkese ha intrapreso da sempre un’operazione filologica sulla musica dance e, benché James Murphy e soci siano scomparsi dai nostri radar, sembra che l’intento rimanga immutato. Infatti il duo di Portsmouth si distingue per l’abilità nel rivisitare le influenze art-punk (Wire e Pil su tutti) in chiave neoromantica. Sia nel primo disco omonimo che nel secondo (Clay Class del 2012) si avverte, nelle scarnificate composizioni post-punk, la mediazione dello spirito edonista del dancefloor. Staremo a vedere se anche in Home Economics, in uscita il 9 giugno, vincerà l’anima dance o quella più prettamente minimalista (il primo estratto Reign sembra confermare le attese di una felice sintesi). Per palati più fini, e dunque anche con più alto quoziente di rischio, è invece la proposta degli Algiers, terzetto americano con disco di debutto in uscita per Matador Records. La formula adottata dalla band di Atlanta ha del particolare: unire cupe ritmiche con il cantato soul /gospel del cantante afroamericano, addirittura facendo a meno della batteria. Ne viene fuori qualcosa di viaggia fra funk e cupo incubo metropolitano (fra l’altro i testi, infarciti di riferimenti colti, trattano tematiche sociali e politiche). Questa formula sarà vincente o alla lunga risulterà stucchevole? A mio giudizio la freschezza degli elementi messi in campo per ora ha prodotto un esito positivo. Insomma questo sfuggente post-punk, per essere un genere che ha avuto il suo picco massimo nel quadriennio che va dal 1978 al 1981, gode comunque di ottima salute.

ALGIERS – Blood

Come dicevo gli Algiers puntano sulla fusione a freddo fra cantato black e ritmiche crepuscolari, ne viene fuori uno stile capace di tracciare un ritratto oscuro della nostra società. Le liriche impegnate, con piglio cantautorale, tentano di mettere in luce le molteplici idiosincrasie del nostro Occidente.
FUFANU – Circus Life

A quanto pare il clima gelido aiuta le band a raffreddare le architetture sonore. Dopo gli Iceage ecco un altro gruppo che proviene dal profondo Nord; ma stavolta non si tratta della Scandinavia, bensì della piccola Islanda, che tante gioie dona alla musica. I Fufanu per ora hanno pubblicato solo un singolo e si preparano a rilasciare un ep. La loro musica vede una ripresa filologica degli stilemi del post-punk dilatati in un’atmosfera etera. Sembra che i ragazzi perseguano l’ideale della rarefazione, come le sconfinate steppe islandesi, ma che dentro covino il vapore bollente dei geyser. Vedremo se in futuro avverrà l’eruzione.
WIRE – Blogging

I Wire non hanno bisogno di presentazioni. A due anni di distanza dal loro ultimo album ritornano in pista con lavoro dal titolo omonimo. Il loro stile inimitabile, nonostante la carriera pluridecennale, sembra reggere bene le intemperie del tempo. Forse questo disco non aggiungerà ne toglierà niente al loro percorso artistico, ma è comunque un bel sentire e soprattutto ci da la possibilità di vederli nuovamente calcare il palco. Segnatevi la data: 30 luglio, Bologna. Nel frattempo godeteveli, questo è il primo pezzo in tracklist.
THE FALL – Auto Chip

Quando sto procrastinando qualcosa che assume i contorni dell’incombenza, penso sempre al faccione di Mark E. Smith che, con aria fra l’annoiato e il collerico, redarguisce i suoi musicisti. Subito dopo corro a fare quello che dovrei fare. Per la trentunesima volta la brigata dei Fall incide su disco gli sproloqui del loro, dispotico quanto geniale, leader. Sub-lingual tablet (complimenti per il titolo) aggiunge l’ennesima perla alla già sterminata discografia, questo ne è un (torrenziale) estratto.

SLEAFORD MODS – No Ones Bothered

Ok qui siamo nel campo delle ipotesi. E’ arduo inserire un gruppo hip hop in un discorso sul post-punk. Tuttavia abbiamo imparato ad apprezzare gli Sleaford Mods proprio per il loro sound particolare, che si situa in maniera equidistante fra il rap alla The Streets e la violenza verbale dei Fall. Le basi scarne di Fearn e lo scazzo perenne di Williamson non rimandano forse all’universo british evocato dal già citato Smith? Io penso di sì. Questo è il primo estratto da Key Markets, album di prossima uscita. Per capire l’aria che tira basta rifarsi alle ultime dichiarazioni di Williamson: «Il Key Markets era un grande supermercato che è rimasto nel centro di Grantham dai primi anni Settanta fino agli Ottanta, mia madre mi portava là e mi comprava una coca cola in un bicchiere di plastica arancione. Il disco è stato registrato in vari momenti tra l’estate del 2014 e ottobre dello stesso anno. Abbiamo lavorato velocemente come facciamo di solito, il metodo è stato lo stesso utilizzato per gli altri album, e il suono si è evoluto di conseguenza. Key Markets è abbastanza astratto in certi punti, ma ha sempre molto a che fare col disorientamento legato alla vita moderna». Una volta ho accompagnato un amico all’ufficio collocamento: sui sedili in simil-plastica attendeva il proprio turno una serie di volti che raccontavano di una classe media impoverita e stremata. Le stesse storie di strada che ritrovo nella musica degli Sleaford Mods.

Giovanni Bitetto

indie pop ain’t noise pollution (parte 5) 10-1

Bobbie Gillespie PRIMAL SCREAM

Bobbie Gillespie PRIMAL SCREAM

10 – 1

10) Primal Scream – Velocity Girl (1986)

Bobbie Gillespie, anche se inviso a molti, è un uomo con una visione. Cominciata dietro i tamburi dei Jesus And mary Chain e approdata spesso “altrove”. Uno dei passaggi fondamentali del suo itinerario è sicuramente questo singolo. (M.B.)
Sono stanco di essere frainteso quando parlo di musica. Capiamoci una volta per tutte: a me non interessa tutta la musica. Se capita che parliamo di musica POP io non intendo Madonna e Michael Jackson o Pharrell Williams e Lady Gaga: quelle cose sono totalmente fuori dai miei orizzonti, non mi interessano, non le ascolto e non ho alcuna opinione da esprimere in merito. Se parliamo di musica POP gli ottantacinque secondi di Velocity Girl sono per me pura, semplice e perfetta musica POP.
Esattamente come i centosettantadue secondi che trovate poco sotto alla posizione numero 8. (A.C.)
È una vita che rompo le balle ad Arturo. Me lo ha visto scrivere più di una volta, immagino. Me lo ha sentito dire in ogni tipo di situazione: in compagnia dietro ai microfoni di una radio, per esempio; o nelle conversazioni tra amici alle tre di mattino con un grado alcoolico oltre ogni limite. Lui sa, insomma. Sa quanto ami questo gruppo. Questa canzone in particolare. Impossibile spiegarne i motivi. Semplicemente la canzone che ho sempre sognato di poter scrivere, un giorno. (C.L.)

9) The Stone Roses – The Stone Roses (1989)

Analizzare i motivi della grandezza di questo disco è difficile nonchè inutile. Non so se Madchester è stata solo l’epoca della felicitá chimica e non mi interessa. So solo che cè una scena in Spike Island, il film sul mitico concerto dei Roses del 90, che riassume bene tutto. I protagonisti, senza biglietto, sono confinati fuori dall’area dove si svolge il concerto quando, da dentro, parte I Am The Revolution. Compare la Felicitá sui loro visi e io, con la pelle d’oca, ballo e canto davanti alla tv mosso da una forza soprannaturale. (M.B.)
Il primo Stone Roses è un grande disco, capace di riassumere i venti anni precedenti la sua uscita mischiando con semplicità disarmante rock, pop, funky, dance. Eppure in fondo in fondo continua a sfuggirmi l’importanza capitale che viene ancora oggi attribuita a quel disco e a quel gruppo. (A.C.)
Consumai letteralmente i primi singoli, quelli cha anticiparono questo disco. L’album, inutile dirlo, fu uno dei “miei” dischi e tale è rimasto. Mi ricordo che una stroncatura del primissimo concerto italiano sul Mucchio Selvaggio mi diede la certezza assoluta che ero sulla strada buona. Poi uno dice l’importanza della stampa musicale. (C.L.)

8) The La’s – There she goes (1990)

Un album unico ed enorme. Lee Mavers, il Brian Wilson della nostra generazione senza uno Smile a guastarne il ricordo. (M.B.)
Ecco, appunto: centosettantadue secondi di pura e semplice perfezione POP. Vedi alla posizione numero 10. (A.C.)
Ho sempre letto la stampa musicale inglese. Lo facevo anche in quei giorni a Londra. Era aprile del 1989 e i La’s erano il gruppo del momento in Inghilterra, nonostante non avessero ancora inciso nient’altro che due singoli. I soldi lasciati ai bagarini fuori dal locale non li ho mai rimpianti. Mi feci travolgere da quaranta minuti scarsi di perfezione pop. Il giorno dopo acquistai There She Goes e divenne immediatamente una delle mie canzoni preferite di sempre. (C.L.)

7) Arctic Monkeys – I bet you look good on the dancefloor (2005)

Copio e incollo il giudizio che diedi, sulla vecchia versione di questo blog, all’indomani dell’esibizione al Pukkelpop festival del 2006. Arctic Monkeys: molto giovani. Molto spocchiosi. Un paio di pezzi molto belli. Molto sopravvalutati… Dopo 8 anni il mio giudizio non è cambiato di una virgola. Questa musica, per me, non è “importante”. (M.B.)
Ho stimato gli Arctic Monkeys in ogni fase della loro carriera e continuo a nutrire verso di loro sincera stima e ammirazione. Ma non mi sono mai piaciuti sul serio. Questo pezzo però era e rimane una bomba. (A.C.)
Che questa sia una grande canzone non c’è nessun dubbio. Poi capita che le strade delle persone si dividano, anche di quelle che condividevano storie d’amore veramente importanti. Per gli Arctic Monkeys ho avuto una cotta passeggera. Mi è passata da un pezzo e vederli ora non mi fa veramente più nessun effetto. Non si tratta nemmeno di cuore spezzato, ormai è semplice indifferenza. (C.L.)

6) Joy Division – Transmission (1979)

Sinceramente faccio fatica a scrivere qualsiasi cosa a proposito dei Joy Division. Diventare banali è una certezza, in questo caso. Cosa volete che vi dica? Ho fatto la trafila: recuperato gli album, li ho ascoltati fino a consumarli. Di più non so. Ci sono certe bands dove davvero diventa superfluo parlarne. (C.L.)
I dischi che ho in casa ho smesso di contarli da un pezzo. L’ultima volta che ho provato a farlo eravamo sopra i 5.000 titoli. I più vecchi li ho in cassetta, poi vinili e cd. Di alcuni dischi ne ho due copie, di altri addirittura tre, generalmente in formati diversi. Dei due album dei Joy Division ho la versione in cassetta, quella in vinile, le ristampe rimasterizzate in cd con aggiunta di un disco dal vivo cadauna e per non farmi mancare proprio nulla acquistai pure il cofanetto quadruplo Heart and Soul e la raccolta Substance. Non so se i Joy Division siano il mio gruppo della vita, di certo ci vanno vicini. (A.C.)
Arturo aveva Still. Era doppio, quattro facciate. Lo ascoltavamo in religioso silenzio. Pomeriggi passati così, senza fare altro. Tornavo a casa con tutti i compiti da fare ma ne era valsa la pena. (M.B.)

5) My Bloody Valentine – You made me realise (1988)

Qui si spingono al limite….e vanno oltre. I MBV mi hanno sempre dato l’impressione di partire dove molti hanno mosso a loro volta i primi passi ma di riuscire sempre a spostare i confini appena più avanti. Adoro ascoltarli in cuffia e ancora oggi non finiscono di stupirmi. Penso che sia il miglior complimento che si possa fare ad un musicista. (C.L.)
Questa canzone è come una linea spartiacque per l’indie rock: c’è un prima e c’è un dopo. I MBV, dal canto loro, sono il durante. (A.C.)
Musica “importante”, altro che Arctic Monkeys. Musica grazie alla quale, un giorno, non mi vergognerò di rispondere orgogliosamente a chi mi chiederá cosa facessi quando avevo vent’anni: “ascoltavo i My Bloody Valentine, cazzo”. (M.B.)

4) The Fall – How I wrote “Elastic Man” (1980)

Ne abbiamo parlato a lungo. Dei Fall di Mark E. Smith. O meglio, lo ha fatto Compagnoni in questo articolo qui. Meglio di lui non riuscirei comunque a dirlo, tanto vale rileggerlo. (C.L.)
Ogni loro disco ha almeno una canzone da ricordare. E di dischi ne hanno fatti davvero parecchi. Ancora oggi quando voglio raccontare a qualcuno di un nuovo gruppo che accende il mio entusiasmo ma che non so esattamente come catalogare tiro fuori il nome dei Fall. Poi per evitare approfondimenti mi giro e me ne vado. (A.C.)
Il mio pezzo dei Fall è Hit The North pt 1. Me ne innamorai dopo aver visto Mark Smith biasciarlo annoiato in un concerto londinese di tanti anni fa. Ognuno dovrebbe avere un pezzo dei Fall preferito. Dovrebbe essere una domanda obbligatoria nei test attitudinali. “Pezzo dei Fall preferito?” Il mondo sarebbe un posto migliore. (M.B.)

3) Orange Juice – You can’t hide your love forever (1982)

Un gruppo che dovrebbe essere amato solo per il nome che si è scelto e un album che andrebbe consumato allo sfinimento fosse anche solo per il titolo. Se non siete così romantici da convincervi con le parole puntate subito tre canzoni come sampler del disco intero: Falling and Laughing, Tender Object e Consolation Prize. Dopo non potrete più farne a meno. (A.C.)
Ci sono gruppi che piacciono solo per la musica. Gli Orange Juice no, non solo per quella. Quelle giacche troppo strette, gli occhiali da sole e quel ciuffo ribelle che cadeva sugli occhi, lo confesso, sono stati l’immagine che vanamente ho cercato di replicare negli anni della mia adolescenza. Sempre meglio che paninaro, no? (C.L.)
Stile e sostanza. Rip it up and start again, un monito al quale ho cercato di attenermi nel corso degli anni. Con alterne fortune. (M.B.)

2) The Jesus and Mary Chain – Psychocandy (1985)

Ci sono dischi che diventano capi saldi della tua formazione musicale. Alcuni te li tiri dietro per sempre, altri nel tempo sfumano quell’importanza che inizialmente avevano. Se hai la fortuna di vivere in diretta l’attesa per l’uscita di uno di quei dischi, il privilegio di ascoltarne in diretta la musica al momento della sua uscita, la botta di fortuna di vedere il gruppo nel tour che accompagna al tempo l’uscita di quel disco (Vidia Club, Cesena, 25/5/1986), la voglia di ascoltare ancora quell’album, quasi trent’anni dopo la sua uscita oggi con lo stesso entusiasmo di allora. Ecco, se ti capita tutto questo sei un privilegiato. Me ne rendo conto. (A.C.)
Era una uno bianca, mi sembra di ricordare. Eravamo in 4 e ci sparammo 600 km in poche ore, tra andata e ritorno. Non avevo ancora compiuto diciotto anni.  Jesus and Mary Chain a Correggio fu uno dei primi concerti seri della mia vita. Psychocandy me l’aveva già cambiata appena qualche mese prima. (C.L.)
Ne avevo sentito parlare da Rockerilla. Feci una richiesta radiofonica a Radio Città Futura. Il primo singolo Never Understand. Qualche minuto di attesa e poi scariche di energia statica a invadere l’aria. Sotto intuivo della melodia. Mi ricordo distintamente in ginocchio sul letto a controllare se la radio si fosse desintonizzata. Era, invece, il rumore del futuro. (M.B.)

1) The Smiths – This Charming Man (1983)

Ci sono gruppi, ci sono dischi e ci sono canzoni che cambiano la vita, non ci sono cazzi. Se la pensate diversamente vuol dire che la musica la vivete diversamente da come la viviamo noi. Dico di più: ci sono giri di chitarra, meglio se suonati impiegando il minor numero di note possibili, che ti lasciano addosso cicatrici che nemmeno il solco di una lama lascerebbe. Penso a giri come quello che apre Marquee Moon o ai primi sei secondi di This Charming Man: a punctured bicycle, on a hillside desolate, will nature make a man of me yet ?. (A.C.)
Quello che sono diventato, nel bene e nel male, lo devo a due bands in particolare. Una sono i R.E.M. e l’altra gli Smiths. Tutto il resto è venuto dopo. (C.L.)
14/5/1985, gli Smiths a Roma. C’ero. Avevo 21 anni. Niente è stato più come prima. (M.B.)

leggi la prima parte, i dischi dal  50 – 41

leggi la seconda parte, i dischi dal  40 – 31

leggi la terza parte, i dischi dal  30 – 21

leggi la quarta parte, i dischi dal  20 – 11

And when she talked about the fall, I thought she talked about Mark E. Smith *

* (strofa di Maple Leaves, Jens Lekman 2004)

Mark E. Smith THE FALL

Mark E. Smith THE FALL


Per quanto mi riguarda Mark E. Smith è sempre stato un faro che indica una precisa direzione, uno spartiacque tra fare la cosa giusta e quella sbagliata.
O meglio: sul come arrivare alla situazione giusta tramite mille azioni sbagliate.
Il 5 marzo del 2007 l’uomo compiva 50 anni e gli inviai i miei auguri.
In quelle poche righe constatavo come tra le nostre rispettive età ci fosse una differenza di sette anni.
Il che significa che quando lui deciderà di mollare il colpo io avrò ancora un margine di 84 mesi, vale a dire 2.555 giorni per stabilire se imitarlo e chiudere alla sua stessa età.
Un bel po’ di tempo.
Questa cosa mi tranquillizzava allora come mi tranquillizza oggi.
Mi sono sempre proposto di recuperare quelle parole per festeggiare i miei 50 anni.
Tra poche settimane Mark E. Smith di anni ne compirà 57, il che significa che qualche mese dopo per me saranno appunto 50.
Avrei dovuto aspettare a scrivere, poi però nell’arco di pochi giorni mi è capitato di leggere le due cose che incollo qui sotto e mi è venuta voglia di buttare giù qualcosa adesso.

“Non mi sono guardato spesso quest’anno. Non lo faccio in generale.
La mia ultima moglie dice che ho delle belle guance a forma di mela, occhi azzurri e capelli castani.
Due mesi fa ho notato che i miei denti nell’arcata inferiore erano diventati piuttosto neri.
Non mi è parsa una buona cosa.
Il dentista è stato fantastico; per un paio di centinaia di sterline ha risolto il problema.
Ora i denti di sotto sono gialli, proprio come quelli di sopra che tra l’altro sono finti.
Ho l’osteoporosi: è una faccenda di famiglia.
Alcuni anni fa mi sono fratturato l’anca destra; ci sono voluti mesi per recuperare.
Per qualche tempo sono salito sul palco in sedia a rotelle, ora ho una piastra di acciaio in ogni anca e ho smesso di saltare in scena.
Ho 56 anni e mi piace invecchiare.
Quando ho cominciato con i Fall ero diciottenne, quindi ho sempre dovuto cercare di sembrare più vecchio di quello che ero per ottenere ingaggi come musicista.
Erano altri tempi.
Non credo che molti gruppi del passato sarebbero andati lontano con gli standard di stile che ci sono oggi: qualche idiota avrebbe di sicuro detto ai Kinks quali scarpe indossare”.

(Mark E. Smith, cantante dei Fall, 14/12/2013)

“Con il passare del tempo e con l’età ho capito che nella vita ci sono solo due strade: una conduce verso la costruzione di una vita sociale e affettiva, verso la cura della propria persona sia in termini spirituali che fisici e magari anche verso una carriera lavorativa che dispensi qualche soddisfazione.
L’altra strada invece porta dritto dritto a seguire maniacalmente tutto quello che fanno i Fall e Mark E. Smith.
Diciamo che io ormai una scelta l’ho fatta”.

(Ferruccio Quercetti, cantante dei Cut, 05/01/2014)

Ora, per come la vedo io, ci sono tre modi di invecchiare e uno solo è quello giusto.

C’è chi non si rassegna al passare degli anni ed in maniera artificiale altera il proprio aspetto fisico modificandone forzatamente le caratteristiche.
Ricicla oggetti, persone e situazioni, imponendosi una gioventù fittizia incastrata in un presente artefatto.

Altri invece adottano un approccio esattamente opposto: si consegnano disarmati all’oggi cancellando ciò che erano in passato ed eliminando così una prospettiva di futuro che sia se non ideale, perlomeno accettabile.
Costoro mettono in stand by ogni azione e atteggiamento che sino ad un certo punto della vita gli erano propri e spesso generavano passioni, barattandoli con un quieto vivere fonte di tranquillità quanto di appiattimento fisico e mentale.
Finché si rendono conto che il tasto premuto in precedenza non era quello di pausa ma quello di arresto.
Troppo tardi.
Stop.
Chiuso per cessata attività.

Infine ci sono quelli come Mark E. Smith.
Coloro i quali affrontano sfacciati il tempo senza nascondere il viso pieno di rughe, solchi sulla pelle come fossero cicatrici, una per ogni volta che si è andati oltre.
Gente il cui sguardo è puntato dritto avanti a sfidare con spavalderia e strafottenza il presente, forti di un passato con cui ci si è costruiti attorno un monolite di roccia ed alabastro.
Persone inattaccabili dentro a quel monolite la cui struttura molecolare è costituita dai rimorsi per le tante azioni sbagliate ma dove parimenti non trova alcuno spazio il rimpianto, perché di cose lasciate indietro non ce ne sono.
Ed è proprio lì il punto, la parola d’ordine.
In ogni caso nessun rimpianto.

Questa mattina in macchina ho ascoltato “45 84 89 a sides” dei Fall (come recita il titolo: i 45 giri dall’84 all’89).
Un disco che infila 17 canzoni sfacciatamente strepitose.
Canzoni su cui tanti altri hanno in seguito costruito carriere.
Nessuna però al servizio di quella voce stracciata, svogliatissima, incazzata e soprattutto cattiva.
La voce di Mark E. Smith.
Pensavo che è per canzoni come queste che vale la pena fare quello che ho sempre fatto.
Pensavo a quello che solo pochi giorni fa ha scritto il mio amico Ferruccio.
Pensavo che pur provando a fare delle scelte che conducano ad un certo tipo di esistenza, diciamo quella strada che dovrebbe indirizzare verso “la costruzione di una vita sociale e affettiva, verso la cura della propria persona e magari anche verso una carriera lavorativa che dispensi qualche soddisfazione”, alla fine bisogna farsi una ragione di quello che si è perché questa è l’unica via possibile, atteggiarsi è perfettamente inutile.
Arrendersi all’evidenza non solo è giusto ma è anche doveroso, anzi necessario.
Pensavo di quanto tutto ciò suoni simile alle parole di quella canzone di Malkmus che Cesare ha riportato poche righe sopra: you’re not what you aren’t, you aren’t what you’re not.
Pensavo che uno come Mark E. Smith ha ragione.
Pensavo che in fondo l’ho sempre saputo.
E mi auguro sia questa la giustificazione alle mie mille azioni sbagliate.

I Fall hanno pubblicato 30 album ufficiali, tra il 1979 ed il 2013.
Personalmente li ho visti suonare dal vivo due volte: al Festival di Reading in Inghilterra il 24 agosto del 1991 e al Covo Club di Bologna il 26 febbraio del 2002.
Mark E. Smith ha prestato la propria voce – tra gli altri – a canzoni di Inspiral Carpets, Tackhead, Coldcut, Elastica, Gorillaz e Mouse on Mars.

Arturo Compagnoni

A love like oxygen

95743537Malkmus é come un fratello, a dispetto del fatto che di persona ci avró parlato al massimo un paio di volte e non mi ricordo neppure bene. Abbiamo la stessa etá, del resto (qualche mese in piú lui, ad essere precisi). Siamo cresciuti con gli stessi dischi nonostante i 10.000 km che ci separavano. Forse non abbiamo fatto lo stesso percorso ma alla fine ci siamo ritrovati nello stesso luogo.

Malkmus é partito dal punk californiano dei primi anni ‘80, dai dischi della SST e si é ritrovato ad ascoltare i Can, i Fall, gli Swell Maps ma anche i classici del rock (da Bob Dylan ai Grateful Dead) e la prima new-wave inglese.
Io dalla new wave inglese della mia adolescenza ho fatto un salto mortale carpiato nell’underground a stelle e strisce, aggiungendoci gli immancabili classici di contorno, a piccole dosi.
Lui da musicista, io da appassionato.
Con i Pavement ha semplicemente coniugato tutto questo tragitto in canzoni. L’anno era il 1992 e quel disco (Slanted and Enchanted) ha fatto da colonna sonora alla nostra generazione.
A pensarci ora, ad oltre 20 anni di distanza, i Pavement sono stati una delle prime band che hanno abbattuto gli steccati sonori ai quali eravamo tutti inconsapevolmente legati. Era un’epoca nella quale i dischi si riconoscevano da lontano: inglesi e americani, non ci si poteva confondere e non era solo una questione di accento. Erano proprio mondi che non convergevano e toccava schierarsi da una parte o dall’altra.

La nostra generazione ha vissuto in un altro modo, globalizzata in maniera inconsapevole. Un luogo dove si poteva avere contemporaneamente i Wedding Present ed i Sonic Youth tra le band preferite, per dire. “We grew up listening to music from the best decade ever” canta nel nuovo album (Stephen Malkmus & The Jicks “ Wig Out at Jagbags”) e viene quasi da credergli.

Sette anni e cinque album dopo i Pavement si disintegrano per autocombustione. Ritornano nel 2010 per un tour sostanzialmente inutile.

Malkmus ha nel frattempo iniziato una nuova vita e dato il via ad una nuova band (The Jicks) lasciandosi alle spalle con un certo fastidio tutto quello che era venuto prima. Come spesso capita quando si sente l’esigenza di liberarsi di un passato che per qualche ragione era diventato troppo ingombrante non rimane che prenderne le distanze. I 5 album che pubblica con la nuova band (dal 2001 al 2011) suonano differenti, in maniera in qualche modo inevitabile. I critici di professione scrivono di riffs anni ‘70, di sperimentazioni elettroniche, di introspezione e incongruenza.
Si rimane costantemente a metá strada tra disillusione ed entusiasmo. Ma la veritá é che Malkmus ha mimetizzato il proprio talento, in maniera quasi snobistica. Come se si divertisse a regalarci frammenti di magia vera per poi prenderne volontariamente le distanze.
Si arriva ad un certo punto peró che bisogna fare i conti con quello che si é stati, il passato bussa e ci si accorge che é arrivato il momento di aprire la porta. Non si sa quali saranno le conseguenze ma va fatto.
Wig Out at Jagbags é il titolo del nuovo album, quello che chiude il ciclo del malcontento.url
Improvvisamente é di nuovo tutto a fuoco: l’album suona diretto e consapevole, non ci sono misteri e scorciatoie ma solo canzoni, nessun artificio ma la semplice complessitá di Malkmus autore. Che non sará mai uno qualsiasi, che banale non riesce a diventare neanche se ci provasse.
Sembra essere venuto a patti con il proprio passato ma sopratutto con quello che puó ancora offrire come musicista. Ha compreso che é arrivato il tempo di assecondare la propria natura. Accendere l’amplificatore, avvicinarsi al microfono, partire con un assolo fuorviante e dare ossigeno al nostro personale sogno pop.

Perché come canta nel nuovo album: “You’re not what you aren’t, You aren’t what you’re not” che sembra una cosa semplice ma a pensarci bene non lo é affatto.
Cesare Lorenzi

Nel 1998 “Rumore” pubblicó un mio articolo a proposito dei testi di Stephen Malkmus (e quelli di David Berman dei Silver Jews, a dire il vero). Penso che sia un buon articolo. Ve lo metto qui sotto in allegato, casomai qualcuno avesse voglia di leggere….

Stephen Malkmus & The Jicks saranno in Italia il 23 gennaio al Tunnel di Milano, il giorno dopo a Bologna al Covo!!

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Kick the can!!

sleaford-mods
Lo so, avete ascoltato tanta musica quest’anno. Cose differenti, probabilmente. Tanti buoni dischi, magari.
Ma non sarete comunque preparati a tenere botta ai Sleaford Mods. No, veramente, questa band é un pugno nello stomaco. Proprio cosí, un cazzotto che toglie il respiro e fa cadere sulle ginocchia.
Si vorrebbe girare la testa da un’altra parte, tornare velocemente alle nostre piccole e rassicuranti certezze da classe media che ama i dischi in vinile, Shoreditch e le classifiche di fine anno. Invece si preme play un’altra volta. Booooom! A terra, di nuovo!

Sleaford Mods é un giro di basso da due accordi, é una voce sguaiata che ci manda affanculo, é un beat ripetitivo che arriva a scuotere le nostre vite. Sleaford Mods é birra calda bevuta dalla lattina, Sleaford Mods é punk. Senza chitarre ma punk come non lo é stata nessun altra cosa negli ultimi anni.

Sleaford Mods é la band di Jason & Fearny. Guardateli in fotografia o magari in un video. Non scherzano affatto, non sono qui per intrattenerci, non ne sarebbero capaci. “Cazzo ridi?” é quello che ti dicono guardandoti dritto negli occhi se provi a metterla sul leggero: qualche sprovveduto ad un recente concerto se ne é immediatamente reso conto. Non é una band da battute di spirito.

É l’Inghilterra dei sussidi di disoccupazione, del coma etilico e dei siti industriali dismessi. Del profondo nord raccontato come faceva Mark E Smith. Condizione dell’anima piú che geografica, naturalmente.
Sleaford Mods é il disco che va ascoltato quest’anno, senza nessun dubbio, senza nessun timore. Se sará nuovamente tempo di barricate i Sleaford Mods ci indicano semplicemente da che parte stare. La colonna sonora non sará un problema, a quanto pare.
Cesare Lorenzi

L’album è intitolato “Austerity Dogs”. Si attende una ristampa in vinile per la fine dell’anno.