Famiglia e spazio (Fiver # 14.2017)

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The Moonlandingz

L’altra sera, vagando tra i canali televisivi, ho incrociato le immagini di un concerto di Mannarino. Un concerto sold out al Palalottomatica di Roma. Anzi due. Immagini di festa, di grande comunanza. Mannarino. Io non ho nulla contro Mannarino. Onestamente io non so proprio chi sia Mannarino. Moderatamente incuriosito sono andato a leggermi la sua biografia su Wikipedia (in realtà non ce l’ho fatta ad arrivare fino in fondo). Ha fatto un sacco di cose. Fiorello, sigla di Ballarò, film… Nessuna di mio interesse. Un universo parallelo.
Là fuori c’è un sacco di gente che fa festa e balla ascoltando uno che non ho mai sentito nominare.
Questo dà la misura dello scollamento inevitabile tra gente come me, e forse come voi che state leggendo queste righe, e il mondo “reale”. L’idea che la materia sulla quale incentro gran parte del mio tempo, dei miei programmi, desideri e sogni interessi una fetta ristrettissima di persone non mi sconvolge, è semplicemente un dato di fatto. Ho superato da tempo l’animosità del contrasto, del “noi contro loro”.
È più semplicemente una questione di famiglie e di spazi.
La nostra famiglia. La loro famiglia. Il mio spazio. Il tuo spazio.
Tuo spazio, Mannarino.
Tua famiglia, ad esempio, la piazza del concertone del primo maggio.
Mio spazio, per dire, Moonlandingz.
Mia famiglia, Lias Saoudi.
La sensazione netta, quella sera di agosto di un paio di anni fa in cui me lo trovai davanti, sul palco dell’Ypsigrock a contorcersi nudo come se non ci fosse un domani, incurante se davanti a lui ci fosse una manciata di tossici di Peckam o famiglie e bambini con il gelato in mano, fu quella di trovarsi al cospetto di una rock star. O almeno al mio concetto di rock star. Pericolosa e incurante. Una creatura ancora grezza ma confezionata con la stesso materiale con cui sono confezionati i miti giovanili di generazioni. Poi che ogni generazione abbia i miti che si merita è una considerazione scontata nella sua ovvietà.
Il giorno dopo scrivevo su questa pagina “The Fat White Family. The Fat White Family. The Fat White Family. Una bomba sganciata sul Castello. Intossicati, intossicanti. Barcollanti e ingestibili scagliano le loro creature di blues apocalittico sul pubblico, novelli epigoni di Birthday Party e Gun Club. Il giorno dopo si parla solo di genitali ma, nel profondo, molti di noi sanno di essere entrati a far parte della loro Family.”
Pochi mesi dopo a Bologna non mi fecero la stessa impressione. Anzi la sensazione netta fu la mancanza di una colonna sonora adeguata che potesse sorreggere cotanto carisma e potenza.
Buone canzoni, senza dubbio, ma quasi fuori sincrono con il personaggio.
La scelta meno ovvia era fare base a Sheffield per formare i Moonlandingz, un gruppo satellite della band principale con Saul dei FWF e personaggi improbabili quali Dean Honer e Adrian Flanagan degli Eccentronic Research Council. Chi??
Sconosciuti ai più anche se, cercando un po’ in profondità, si scopre che Adrian Flanagan è stato chitarra dei Fall (Mark E. Smith /Lias ..affinità elettive) con una passione per tastiere vintage maltrattate. Ma, soprattutto, menti aperte, disponibili ad intercettare cose impreviste ed imprevedibili.
Esibizioni infuocate e canzoni che masticano e risputano fuori di tutto, dal glam della Glitter Band ad un krautrock impossibile stile “Neu meets ESG”, ai Cramps, ai B52’s.
Non a caso, migrati negli States, cominciano ad imbarcare personaggi improbabili sul loro carrozzone ad ogni fermata. Altre anime affini. Cominciando da Sean Lennon per proseguire con Rebecca Taylor degli Slow Club, membri dei Black Lips, Phil Oakey degli Human League, Randy Jones dei Village People (!)…
Una famiglia. Ancora. La più sgangherata possibile. Ma clamorosamente viva ed imprevedibile.
Oggi tutto trova compimento in Interplanetary Class Classics.
Un disco sporco, scorretto, rabbioso, sexy, divertente. Un disco perfetto per la nostra famiglia.
Un disco che andrebbe venduto giá rigato, con la copertina unta e spiegazzata.
Un album così ridicolmente fuori dal tempo in questi giorni nei quali il consenso si misura in numero di download, like e faccine sorridenti che, proprio in questo tempo, risulta incredibilmente necessario.
Un disco per gente che consuma dischi con una passione inspiegabile ai più, dando cosí nutrimento alla creatura stramba e un po’ sfigata che gli alberga dentro.
Gente che non cerca conferme nella comunanza a tutti i costi e nelle piazze dei concertoni del primo maggio.
Che, tra l’altro, è anche il giorno del mio compleanno.
Ma il nesso mi sfugge.
Forse.

The Moonlandingz – Black Hanz

Broken Social Scene – Halfway Home @ Colbert Show

Non fu una grande idea entrare a curiosare nella tenda dedicata alla musica trance del Pukkelpop Festival con addosso la maglia rossa di Screamadelica. Dopo pochi minuti mi trovai attorniato da giovani su di giri che mi imploravano di allungargli pills n’thrills o, almeno, di dare un sorso dalla mia bottiglietta di evian… La mia bottiglietta era veramente di evian e mi servì pochi minuti dopo quando, cercando scampo, mi infilai nella tenda dove suonavano i giovani Broken Social Scene. La temperatura era torrida e il pogo mi costò una caviglia. Maledetti. Tornano dopo diversi anni da quell’evento e il tempo sembra essersi fermato ad allora. Classico pezzone uptempo pieno zeppo di cose (e la recentissima esibizione al Colbert Show è esemplificativa). Pure troppe cose ma come si fa a volergli male? Tornate pure, tutto è perdonato.

Froth – Passing Thing

Giunti al terzo album e mai entrati, inopinatamente, nel mio radar. Un secondo album addirittura su Burger Records ma i Losangelini Froth con la Burger c’entrano poco. Un amore per certe tonalità shoegaze che mi riporta alla mente un nome molto amato come Boo Radleys e una ritmica stereolabica che porta alle labbra un sorriso istintivo.
Il mio radar è vecchio e scassato, evidentemente.

Idles – Well Done

Non so rintracciare il motivo esatto ma sono cresciuto affetto da una fascinazione profonda riguardo tutto ciò che è britannico (oddio, non proprio tutto). Film, libri, serie tv, football e musica, ovviamente. In questi tempi di Brexit una certa malinconia e fastidio mi accerchiano. Per sconfiggerle traccio idealmente un’odierna linea di confine che parte dalla Sheffield dei Moonlandingz, passa dalla Nottingham degli Sleaford Mods ed arriva alla Bristol degli Idles. Tre strade diverse nei modi ma simili nella sostanza di urlare il proprio disprezzo nei confronti della mediocrità imperante. Politica e popolare. Gli Idles pestano duro e riportano alla mente giorni rumorosissimi e gloriosi della “mia” Gran Bretagna scorretta e ribelle.

New Year – Recent History

Dopo aver lasciato, con questa o con altre sigle gloriose come Bedhead, tracce indelebili nelle vite di molti dopo sette anni tornano i NewYear. E’ l’inizio della bella stagione e loro intitolano il nuovo album Snow. Perfetto.
Partono le prime tre note ed è tutto familiare come il profumo del sugo della domenica da bambini.
Sembra la colonna sonora perfetta per i titoli di coda di un film sulla nostra vita con tutto quello che è successo riassunto in poche, veloci sequenze.
Aldilà di famiglie e spazi questi, molto semplicemente, siamo noi.

Massimiliano Bucchieri

Mosche, muli, asine e cuori * parte prima (Fiver #36.2015)

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Un racconto in tre Fiver di Fabio
soggetto: Rebecca
colonna sonora: Dario

Parte prima: David Lynch in Donostia

Non lo so che cavolo ci faccio davanti alla porta di quel bar. Non so perché sono lì, né da dove vengo. In realtà ho solo un gran mal di testa e tanta voglia di bere.
Un lampo alle mie spalle e la vetrina diventa uno specchio: mi guarda dal vetro un tizio che non sono sicuro di essere io: un giubbotto di pelle nera, jeans a sigaretta e stivali. Neri. Cazzo, sono tutto nero. I capelli spettinati, mossi e crespi per l’umidità che sta gonfiando l’aria: tra poco arriverà un temporale.
Il vetro torna trasparente e dentro una distesa di scacchi bianchi e neri.
Altro lampo. Ho un borsone di cuoio sulla spalla. I capelli carichi di elettricità sono grigi ai lati. Mi vedo come un supereroe della Marvell. Ma chi diavolo sono?
Ancora un flash sulla strada buia. Due gocce grosse come uova mi cadono sulla spalla. Guardo la mia borsa di pelle scura e spingo la porta.
Sono nel locale.
Vuoto.

LA HELL GANG – Inside my Fall

Dal fondo sento salutare in una lingua che non conosco, mi avvicino al bancone dove un enorme uomo sta versando Mezcal in un bicchiere sudicio. Mi fa cenno col capo di sedermi e a me non sembra sia il caso di fare tante storie. Un cazzo di verme galleggia nel centro del bicchiere. Il gigante, gobbo dietro ad un bancone così piccolo che è impossibile che lui riesca a starci, spinge il bicchiere verso di me con la mano destra. Che non è una mano. Al posto della cazzo di mano ha un cazzo di polipo. Dei tentacoli. Cinque tentacoli come fossero dita che si muovono come tentacoli e sembrano andare dove vogliono quando lui non ordina loro di fare qualcosa.
Guardo la faccia dell’uomo con i tentacoli al posto delle dita e il verme non fa più così schifo.
Butto giù in un sorso verme, alcol bruciabudella e qualunque altra cosa contenga quel bicchiere sudicio. Occhi chiusi che non voglio vedere cosa mi sta cuocendo lo stomaco.
Mi si stringe la gola, si appanna la vista. Il gigante appoggia anche l’altra mano sul bancone. L’altra mano che non è una mano. Anche lì dei tentacoli. Mi fissa. Riesco a non tossire.
Sono solo nel bar, lampadari di piume tondi illuminano di un giallo fioco il bancone di marmo bianco. La base nera. Più in là ancora pavimento a scacchi e divanetti di pelle rossa, tavoli di velluto, rosso anch’esso. Rosso sangue. Quasi nero. Lampade dal paralume antico ed ingiallito su ogni tavolino.
Non tossire. Non lacrimare. Resisti.

THE GROWLERS – What It Is

Il polipo mi fissa negli occhi e allora mi accorgo che anche il cazzo di muso sa di mollusco: un naso solo accennato e dalla pelle del mento piccole escrescenze che da lontano potrebbero sembrare barba, ma da dove vedo io non lo sono.
Il polipo, senza dire niente, mi versa un altro intruglio con un altro stramaledetto verme nello stesso bicchiere, ora più sudicio di prima.
Distolgo lo sguardo dal movimento orribile di quelle dita/tentacoli e cazzo, «sono pure vegetariano», mi sento sussurrare. Non lo sapevo. E comunque, rimango convinto che non sia il caso di andare troppo per il sottile e protestare.
Il polipo dice qualcosa nella stessa lingua che non capisco di prima, o almeno sembra la stessa. Chiudo gli occhi e butto giù. Questa volta fa più male di prima e stringo gli occhi, stringo la gola, stringo il bicchiere, stringo anche il culo e lascio che le fiamme dell’inferno escano dai denti stretti in un ghigno di dolore che spero il gigante non stia guardando.

FAT WHITE FAMILY – Auto Neutron

Riapro gli occhi, un girotondo di luci e sono di nuovo al bancone. Mi sento leggero, galleggio sopra il poggiaculo sotto di me. Il barista si è spostato di mezzo metro alla mia sinistra. Mi giro e, cristo, allo sgabello di fianco c’è seduta una rossa che neanche a disegnarla, anzi, solo a disegnarla: Jessica Rabbit mi sorride da mezzo metro, appoggiata con le braccia sottili al bancone. O, almeno, sarebbe Jessica Rabbit se fossimo in quel cazzo di film con il coniglio sempre strafatto di speed e i suoi amici acidi.
Di fianco a lei un ciccione uguale ad Eddie Valiant, per restare in tema. I piedi a ciondolare dallo sgabello. In una mano stringe un sigaro più grande della sua faccia e con l’altra liscia la coscia nuda di Jessica lasciandole, ad ogni passaggio, pesanti autostrade rosse con il suo anello d’oro.
Forse siamo davvero in quel cazzo di film.
«Vado a pisciare bambina», gli sento dire mentre le da una pacca sul culo: «vedi di non fare la puttanella, eh?!» e scende tenendosi al tondo di vinile come se stesse scalando una parete di roccia. Ride gorgogliando mentre cammina storto verso il cesso.

KING GIZZARD – I’m in your mind

Lei si volta verso di me. Mi fissa e mi sorride: «hai d’accendere straniero?» e infila fra due labbra che neanche in un sogno una lunga sigaretta sottile. Il filtro subito macchiato dal rossetto di un rosso fuoco come il vestito da sera. Come le scarpe col tacco a stiletto. Il muro alle sue spalle è di mille colori rossoviolabluacido qualcuno sta facendo le proiezioni o io sono strafatto ma soprattutto continuo a non sapere dove sono e soprattutto. Chi. Cazzo. Sono.
Sul palco una band indemoniata suona -chissà da quanto stanno suonando?- e sotto gente che poga e poga e poga e poga e hanno facce di coniglio e gatto e cazzo sono dei conigli, dei gatti, no un cane, un isterico cane che si chiama Bill, lo so, non so perché lo so ma Bill morde tutti e tutti sanguinano e continuano a pogare.
Il barista guarda tutta la scena con l’aria del killer a pagamento che sta aspettando di trovarsi solo col suo appuntamento. Io tiro fuori l’accendino che non sapevo di avere in tasca – fumo? – e lo avvicino alla punta della sigaretta. Non dico nulla, cerco di non far tremare la mano e prego che il nano del cazzo non esca ora dal bagno.
Non si chiama Jessica, si chiama Goldie, o almeno così si fa chiamare.
Ha un accento russo da far paura, ingoia qualsiasi coniugazione e insieme a quelle litri di vodka come acqua naturale. Ordina al polipo altra vodka e un bicchiere in più. Prego che non esca dal cesso quel cazzo di. Lei versa. Butto giù. Non posso non buttare giù. Non posso non fissarla. Mi parla così vicina alle labbra che sento l’odore del suo rossetto, mischiato alla vodka, che posso sfiorare la sua bocca se solo provo ad aprire la mia. Parla attaccata alle mie labbra, così vicino che riesco a sentire il suo alito caldo carico di alcol.

Non so di cosa parla la rossa perché mi guarda e io la guardo e con gli occhi ci diciamo quello che vogliamo fare l’uno all’altra. Nei dettagli. Il polipo si avvicina al banco ma non me ne frega più un cazzo: altre due vodke e quelle labbra e niente ha più importanza.
La porta del bagno sbatte e il nano esce dal cesso alzando la patta dei pantaloni. Ci voltiamo verso di lui che si sciacqua le mani in un silenzio irreale. Il palco è vuoto. Buio. La pista deserta. Un uomo con chele da granchio passa uno straccio inutile su macchie di sangue che colorano il pavimento. Il nano tossisce ancora e si volta verso di noi: adesso è Danny De Vito in Batman, il Pinguino.
Cazzo, è cambiato mentre era in bagno, com’è possibile che non se ne sia accorto nessuno? Cerco una risposta negli occhi del polipo a cui, nel frattempo, sono cresciute le escrescenze sotto al mento che ora sembrano una barba a treccine da bassista crossover del cazzo.
Goldie butta giù in un sorso l’ennesima vodka. Danny si siede senza sforzo sullo sgabello da bancone e mi guarda come ti può guardare uno che non sai se ti sta minacciando di morte o se ti sta invitando a farti un giro sulla sua fuoriserie, giusto per fartela volere ancora di più, mentre sai che la può avere solo lui.
Goldie ci presenta. Non si chiama Danny né Eddie ma Esteban. Esteban viene da Donostia. Non so neanche cos’è. Donostia. Goldie si accende una sigaretta guardano Esteban con aria schifata.
Steb, come lo chiama lei, mi ha letto in faccia tutto quello che penso della sua donna e appoggia un pezzo da cento sul bancone gridando, in una lingua che non conosco, che paga da bere a tutto il locale.
«Grazie al cazzo» mi sento sussurrare: «non c’è un cazzo di nessuno in questa topaia merdosa». Mentre mi esce dalla gola tutto questo cerco di trattenerlo, di ributtarlo giù. Ma esce. Per fortuna ad un volume che nemmeno io riesco a sentire. Eppure Goldie ride sguaiata, forse per qualcos’altro, non può aver sentito e poi parla quella cristo di lingua che non capisco. Steb offre da bere a tutti. Tutti, chi? Io ho in tasca solo qualche moneta: non ci comprerei Goldie neanche se facesse cento chili in più e se al posto di quelle due labbra da impazzire avesse due fili d’erba secca.

*grazie a Giulia Conforto

I guess I’m still a dreamer

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Avevo un’abitudine quand’ero bambino. Immaginarmi cose irrealizzabili poco prima di addormentarmi. Ovviamente nel corso degli anni la materia di quanto immaginato è cambiata sensibilmente. Da centravanti della nazionale o divo di Hollywood sono passato a immaginarmi di diventare membro dei Ramones o dei Clash. Cose irrealizzabili, insomma, ma che mi facevano sentire meglio.

Credo che un’abitudine del genere appartenga anche agli organizzatori dell’Ypisgrock.
Solo che questi ragazzi il loro sogno irrealizzabile l’hanno realizzato.
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Non si può spiegare diversamente l’idea di inventarsi (letteralmente) un festival di musica alternativa in un piccolo paese sui monti siciliani e farlo diventare in pochi anni un appuntamento irrinunciabile per gli amanti del genere o per chi vuole vivere un’esperienza unica.
Una piazza sormontata da un Castello medioevale diventa un’ovvia area Main Stage, un antico chiostro uno stage alternativo, un ameno boschetto un area camping con tanto di area dj per ballare fino alle prime ore dell’alba (e anche oltre).
Un intero paese che nei suoi vicoli e piazze, bar e botteghe accoglie placidamente e benevolmente (durante tre giorni di incessante movimento faccio veramente fatica a ricordare un viso meno che sorridente) questa comunitá di 3000 persone che, osservata dall’alto, deve dare l’impressione di un corpo unico ed armonico che si stende, si raccoglie, si divide e si ricompone magicamente all’ombra del Castello.
Una stanza ideale di un mondo ideale dalla quale, una volta entrati, non si vuole più uscire. (Nelle parole del mai abbastanza compianto Stefano Cuzzocrea).
E poi c’è la musica. La scelta dei protagonisti che devono essere degni di cotanto scenario, umano e ambientale. Scelta mai banale nonostante, immagino, debba fare i conti con una miriade di problemi tra i quali la logistica e le possibilitá economiche tutt’altro che illimitate. Queste alcune delle immagini e dei pensieri annotati mentalmente in questi giorni.
La batteria dei Battles che con il suo piatto irragionevolmente alto ha dato una spinta propulsiva all’intero festival. Con loro non dimentico che la matematica non è mai stata la mia materia preferita cionondimeno siedo sui bastioni del Castello ammirato.
L’Inghilterra seventies dei Temples, la psichedelia ma anche il glam in attesa di un secondo album che confermi quanto di buono fatto intravedere con il primo.
L’esplosività dei Sonics. Losing my edge che prende vita. L’ora di lezione di storia dalla quale, tra danze e sudore, usciamo tutti più ricchi. E promossi.
I Be Forest, una crescita continua. Una conferma alla quale fa da contraltare l’inconsistenza di Kvb. Per una volta Italia-Inghilterra, musicalmente, finisce 2-0.
Le Hinds, di una simpatia contagiosa ma schiacciate da un hype pesante come un macigno confermano quello che si sospettava. Una potenziale ottima party band, in attesa di grandi canzoni.image1
Il cielo si apre e scarica fulmini e grandine ma ce li scrolliamo indifferenti dalle spalle mentre tutti, con successo, si adoperano per non fermare la festa.
Il genietto East India Youth si dimena e regala qualche bagliore e molta cassa dritta per la gioia dei più inclini al dimenamento.
Metronomy, il set pop perfetto. Tra Jersey boys e il molo di Brighton. I pezzi di The English Riviera regalano brividi. Gli altri a lot of fun.
The Fat White Family. The Fat White Family. The Fat White Family.
Una bomba sganciata sul Castello. Intossicati, intossicanti. Barcollanti e ingestibili scagliano le loro creature di blues apocalittico sul pubblico, novelli epigoni di Birthday Party e Gun Club. Il giorno dopo si parla solo di genitali ma, nel profondo, molti di noi sanno di essere entrati a far parte della loro Family.
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Ho amato molto i Notwist in passato. Grandi musicisti, grandi canzoni, grandi ricordi. Ma qualcosa stasera non funziona. Dal vivo vestono le loro canzoni di troppi fiocchi, fiocchetti, strass e ricami. Mi sembra di passare più di un’ora in una pasticceria dove mi costringono ad assaggiare tutto. Ma il pubblico assiste deliziato ed ha sicuramente ragione.
Concludono i Future Islands ma sono troppo stanco e felice per questionare sul loro pop sintetico al netto delle danze irragionevoli del loro cantante.
L’immaginazione ha vinto.
Stasera mi addormenterò immaginandomi di essere già là l’anno prossimo. Con buoni margini di successo, stavolta.
Massimiliano Bucchieri
 
P.S. Stima e amicizia per Fabio Nirta, anima e corpo Ypsi e perfetto anfitrione.