Mosche, muli, asine e cuori * parte prima (Fiver #36.2015)

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Un racconto in tre Fiver di Fabio
soggetto: Rebecca
colonna sonora: Dario

Parte prima: David Lynch in Donostia

Non lo so che cavolo ci faccio davanti alla porta di quel bar. Non so perché sono lì, né da dove vengo. In realtà ho solo un gran mal di testa e tanta voglia di bere.
Un lampo alle mie spalle e la vetrina diventa uno specchio: mi guarda dal vetro un tizio che non sono sicuro di essere io: un giubbotto di pelle nera, jeans a sigaretta e stivali. Neri. Cazzo, sono tutto nero. I capelli spettinati, mossi e crespi per l’umidità che sta gonfiando l’aria: tra poco arriverà un temporale.
Il vetro torna trasparente e dentro una distesa di scacchi bianchi e neri.
Altro lampo. Ho un borsone di cuoio sulla spalla. I capelli carichi di elettricità sono grigi ai lati. Mi vedo come un supereroe della Marvell. Ma chi diavolo sono?
Ancora un flash sulla strada buia. Due gocce grosse come uova mi cadono sulla spalla. Guardo la mia borsa di pelle scura e spingo la porta.
Sono nel locale.
Vuoto.

LA HELL GANG – Inside my Fall

Dal fondo sento salutare in una lingua che non conosco, mi avvicino al bancone dove un enorme uomo sta versando Mezcal in un bicchiere sudicio. Mi fa cenno col capo di sedermi e a me non sembra sia il caso di fare tante storie. Un cazzo di verme galleggia nel centro del bicchiere. Il gigante, gobbo dietro ad un bancone così piccolo che è impossibile che lui riesca a starci, spinge il bicchiere verso di me con la mano destra. Che non è una mano. Al posto della cazzo di mano ha un cazzo di polipo. Dei tentacoli. Cinque tentacoli come fossero dita che si muovono come tentacoli e sembrano andare dove vogliono quando lui non ordina loro di fare qualcosa.
Guardo la faccia dell’uomo con i tentacoli al posto delle dita e il verme non fa più così schifo.
Butto giù in un sorso verme, alcol bruciabudella e qualunque altra cosa contenga quel bicchiere sudicio. Occhi chiusi che non voglio vedere cosa mi sta cuocendo lo stomaco.
Mi si stringe la gola, si appanna la vista. Il gigante appoggia anche l’altra mano sul bancone. L’altra mano che non è una mano. Anche lì dei tentacoli. Mi fissa. Riesco a non tossire.
Sono solo nel bar, lampadari di piume tondi illuminano di un giallo fioco il bancone di marmo bianco. La base nera. Più in là ancora pavimento a scacchi e divanetti di pelle rossa, tavoli di velluto, rosso anch’esso. Rosso sangue. Quasi nero. Lampade dal paralume antico ed ingiallito su ogni tavolino.
Non tossire. Non lacrimare. Resisti.

THE GROWLERS – What It Is

Il polipo mi fissa negli occhi e allora mi accorgo che anche il cazzo di muso sa di mollusco: un naso solo accennato e dalla pelle del mento piccole escrescenze che da lontano potrebbero sembrare barba, ma da dove vedo io non lo sono.
Il polipo, senza dire niente, mi versa un altro intruglio con un altro stramaledetto verme nello stesso bicchiere, ora più sudicio di prima.
Distolgo lo sguardo dal movimento orribile di quelle dita/tentacoli e cazzo, «sono pure vegetariano», mi sento sussurrare. Non lo sapevo. E comunque, rimango convinto che non sia il caso di andare troppo per il sottile e protestare.
Il polipo dice qualcosa nella stessa lingua che non capisco di prima, o almeno sembra la stessa. Chiudo gli occhi e butto giù. Questa volta fa più male di prima e stringo gli occhi, stringo la gola, stringo il bicchiere, stringo anche il culo e lascio che le fiamme dell’inferno escano dai denti stretti in un ghigno di dolore che spero il gigante non stia guardando.

FAT WHITE FAMILY – Auto Neutron

Riapro gli occhi, un girotondo di luci e sono di nuovo al bancone. Mi sento leggero, galleggio sopra il poggiaculo sotto di me. Il barista si è spostato di mezzo metro alla mia sinistra. Mi giro e, cristo, allo sgabello di fianco c’è seduta una rossa che neanche a disegnarla, anzi, solo a disegnarla: Jessica Rabbit mi sorride da mezzo metro, appoggiata con le braccia sottili al bancone. O, almeno, sarebbe Jessica Rabbit se fossimo in quel cazzo di film con il coniglio sempre strafatto di speed e i suoi amici acidi.
Di fianco a lei un ciccione uguale ad Eddie Valiant, per restare in tema. I piedi a ciondolare dallo sgabello. In una mano stringe un sigaro più grande della sua faccia e con l’altra liscia la coscia nuda di Jessica lasciandole, ad ogni passaggio, pesanti autostrade rosse con il suo anello d’oro.
Forse siamo davvero in quel cazzo di film.
«Vado a pisciare bambina», gli sento dire mentre le da una pacca sul culo: «vedi di non fare la puttanella, eh?!» e scende tenendosi al tondo di vinile come se stesse scalando una parete di roccia. Ride gorgogliando mentre cammina storto verso il cesso.

KING GIZZARD – I’m in your mind

Lei si volta verso di me. Mi fissa e mi sorride: «hai d’accendere straniero?» e infila fra due labbra che neanche in un sogno una lunga sigaretta sottile. Il filtro subito macchiato dal rossetto di un rosso fuoco come il vestito da sera. Come le scarpe col tacco a stiletto. Il muro alle sue spalle è di mille colori rossoviolabluacido qualcuno sta facendo le proiezioni o io sono strafatto ma soprattutto continuo a non sapere dove sono e soprattutto. Chi. Cazzo. Sono.
Sul palco una band indemoniata suona -chissà da quanto stanno suonando?- e sotto gente che poga e poga e poga e poga e hanno facce di coniglio e gatto e cazzo sono dei conigli, dei gatti, no un cane, un isterico cane che si chiama Bill, lo so, non so perché lo so ma Bill morde tutti e tutti sanguinano e continuano a pogare.
Il barista guarda tutta la scena con l’aria del killer a pagamento che sta aspettando di trovarsi solo col suo appuntamento. Io tiro fuori l’accendino che non sapevo di avere in tasca – fumo? – e lo avvicino alla punta della sigaretta. Non dico nulla, cerco di non far tremare la mano e prego che il nano del cazzo non esca ora dal bagno.
Non si chiama Jessica, si chiama Goldie, o almeno così si fa chiamare.
Ha un accento russo da far paura, ingoia qualsiasi coniugazione e insieme a quelle litri di vodka come acqua naturale. Ordina al polipo altra vodka e un bicchiere in più. Prego che non esca dal cesso quel cazzo di. Lei versa. Butto giù. Non posso non buttare giù. Non posso non fissarla. Mi parla così vicina alle labbra che sento l’odore del suo rossetto, mischiato alla vodka, che posso sfiorare la sua bocca se solo provo ad aprire la mia. Parla attaccata alle mie labbra, così vicino che riesco a sentire il suo alito caldo carico di alcol.

Non so di cosa parla la rossa perché mi guarda e io la guardo e con gli occhi ci diciamo quello che vogliamo fare l’uno all’altra. Nei dettagli. Il polipo si avvicina al banco ma non me ne frega più un cazzo: altre due vodke e quelle labbra e niente ha più importanza.
La porta del bagno sbatte e il nano esce dal cesso alzando la patta dei pantaloni. Ci voltiamo verso di lui che si sciacqua le mani in un silenzio irreale. Il palco è vuoto. Buio. La pista deserta. Un uomo con chele da granchio passa uno straccio inutile su macchie di sangue che colorano il pavimento. Il nano tossisce ancora e si volta verso di noi: adesso è Danny De Vito in Batman, il Pinguino.
Cazzo, è cambiato mentre era in bagno, com’è possibile che non se ne sia accorto nessuno? Cerco una risposta negli occhi del polipo a cui, nel frattempo, sono cresciute le escrescenze sotto al mento che ora sembrano una barba a treccine da bassista crossover del cazzo.
Goldie butta giù in un sorso l’ennesima vodka. Danny si siede senza sforzo sullo sgabello da bancone e mi guarda come ti può guardare uno che non sai se ti sta minacciando di morte o se ti sta invitando a farti un giro sulla sua fuoriserie, giusto per fartela volere ancora di più, mentre sai che la può avere solo lui.
Goldie ci presenta. Non si chiama Danny né Eddie ma Esteban. Esteban viene da Donostia. Non so neanche cos’è. Donostia. Goldie si accende una sigaretta guardano Esteban con aria schifata.
Steb, come lo chiama lei, mi ha letto in faccia tutto quello che penso della sua donna e appoggia un pezzo da cento sul bancone gridando, in una lingua che non conosco, che paga da bere a tutto il locale.
«Grazie al cazzo» mi sento sussurrare: «non c’è un cazzo di nessuno in questa topaia merdosa». Mentre mi esce dalla gola tutto questo cerco di trattenerlo, di ributtarlo giù. Ma esce. Per fortuna ad un volume che nemmeno io riesco a sentire. Eppure Goldie ride sguaiata, forse per qualcos’altro, non può aver sentito e poi parla quella cristo di lingua che non capisco. Steb offre da bere a tutti. Tutti, chi? Io ho in tasca solo qualche moneta: non ci comprerei Goldie neanche se facesse cento chili in più e se al posto di quelle due labbra da impazzire avesse due fili d’erba secca.

*grazie a Giulia Conforto

Fiver #01.10

Perfume Genius

Perfume Genius

Poche sere fa, dopo alcune giornate nella capitale, esasperato ed estasiato in parti uguali, scrivevo ai miei sodali “Roma: perennemente in bilico tra l’insopportabile e il sublime”.
Frasi dettate dalla amara constatazione che in quella che, peraltro, è praticamente la mia cittá, ogni giorno si avverte, a tutti i livelli, la lotta per trovare il proprio spazio.
Mi scuserà Massimo, “firma cinematografica” e non solo di questo blog, se gli rubo l’aneddoto ma, coincidenza, proprio ieri sera mi raccontava che, nel vedere macchine incolonnate su un solo lato, abituato al tetris delle strade romane dove spesso non resta spazio neanche per una bicicletta, recentemente un suo amico romano scuoteva la testa sconsolato commentando “non capisco perchè voi non occupate gli spazi..”
Frase immaginifica che cade a proposito perchè questo è un fiver composto perlopiù da magnifici perdenti.
Gente che, per un motivo o per un altro, non ha saputo “occupare gli spazi” ma che nonostante ciò, anzi forse proprio per questo, qui a Sniffing Glucose la portiamo nel cuore.

Jamie T – Trouble

Bizzarra la sorte di Jamie T.  Anni per mettere a punto la sua formula di “wordy rappinghood strummeriano”, mantenendo la giusta street credibility, e lo sbarbato Kid Krule, senza mettere la freccia, lo supera a destra nella considerazione di tutti facendogli solo intravedere le luci posteriori che scompaiono in lontananza.
Probabilmente Jamie se ne frega dall’alto dei suoi molti dischi venduti ma il destino sarebbe ancora piu beffardo se Carry on the Grudge fosse veramente un album da 9 come frettolosamente stabilito da Nme invece no, non ci va neanche vicino.
Peccato perche Trouble mostra quello di cui il Wimbledon chap è capace quando azzecca le dosi giuste dei suoi ingredienti.

Perfume Genius – Queen

La definizione “Antony dopo una cura di bistecche” coniata da un amico è semplicistica ma rende abbastanza l’idea. Inviso a molti, con punte di autentico livore sul web ho constatato, Mike Hadreas con questo album sembra essere finalmente riuscito ad invertire la rotta. Aggiungiamo una fascinazione per tastiere electropop tardi 80 che resa in piccole dosi centra il bersaglio. Con un pezzo come Queen chiudo gli occhi e mi lascio trasportare. Al terzo pezzo come questo apro gli occhi infastidito e metto su i Growlers.

The Growlers – Good Advice

Quarto album per i californiani e, se ci fosse una giustizia a questo mondo, sarebbe l’album della loro esplosione. Ma la giustizia, si sa, è come la moneta da 3 euro. Non esiste.
Una tastiera che solleva polvere del deserto, chitarra intossicata e basso pulsante. Stappo una bud, indosso i miei stivali a punta e oscillo per casa silenziosamente che il resto della famiglia dorme.

So Cow – Science Fiction

La Goner Records di Eric Friedl degli Oblivians da Memphis Tennessee, dal 1993 premiata “house of garage” ed etichetta figa se ce n’è una, offre asilo agli irlandesi con strane connessioni sud coreane (!), So Cow. Quattro album, molto trascurati da tutti. Pitchfork un po’ li maltratta ma noi ce ne freghiamo perchè sono storti, strambi, e a tratti irresistibilmente ottusi. Hanno il pregio di strattonarci per il bavero per tutta la durata del nuovo The Long Con come solo a Dublino, o a Seul (?), sanno fare.

Purling Hiss – Forcefield of Solitude

Mike Polizze è un tipo strano, recuperate il teaser del nuovo album Weirdon e mi darete ragione. Nel 2009 imbraccia la chitarra e la tortura sotto lo sguardo compiaciuto dei suoi amici con base a Psycadelphia Kurt Vile e War On Drugs. Nel 2013 firma con Drag City e sforna due album che frullano grunge e slacker pop magnificamente mentre i santini di J Mascis e Doug Martsch lo osservano compiaciuti dal comodino.

Massimiliano Bucchieri

Fiver #02.08

Cosines

Cosines

Nella mia vita ho fatto indubbiamente molti errori.
Un po’ come tutti, credo.
In questi casi, quando ci si ferma a pensare, è abitudine comune ripetere una antica litania, passaporto illusorio per una improbabile miglior vita: tornassi indietro quella cosa non la farei più. Oppure la farei, ma in modo diverso.
Bisognerebbe avere a disposizione script e set di quel film, Ricomincio da capo, in cui ogni mattina Bill Murray si trovava a vivere la stessa identica giornata, inaugurata dalle note di I Got You Babe di Sonny & Cher. Magari al posto di quel brano, che pur apprezzo sia nella sua versione originale che in quella proposta da UB 40 e Pretenders, ne sceglierei un altro, qualcosa di più significativo per me. Una canzone il cui testo potrebbe essere un mash up tra un paio di specifiche canzoni dei Pavement: Here e Frontwards. L’immortale epitaffio della precarietà slacker: I was dressed for success, but success it never comes, shakerato con la dichiarazione di colui che, annoiato dalla falsa modestia, proclama infine la propria superiorità: I’ve got style, miles and miles, so much style that it’s wasting.
In ogni caso quella frase sul non replicare gli errori avessi una seconda occasione, ho smesso di tirarla fuori da tempo.
Scrivendo su questo blog con due amici che sono tra le persone che mi conoscono meglio al mondo, mi sono accorto che questo è un pensiero collettivo e condiviso, tanto che in maniera del tutto involontaria e non programmata il concetto ha finito per essere ripetuto più volte tra i nostri scritti: noi siamo quello che siamo e non possiamo farci nulla, se non nei limiti di una libertà di arbitrio limitatissima. Libertà i cui confini peraltro sono solo parzialmente imposti dall’ambiente circostante, bensì prevalentemente iscritti nel nostro dna.
Di questa faccenda arrivi a un punto che te ne rendi conto in modo inequivocabile e ne acquisisci piena consapevolezza.
E’ il momento in cui si fa outing con se stessi smettendo di pensarsi diversi da quel che si è o di aspettarsi miracoli che non arriveranno mai.
Come dicevano gli Hüsker Dü, benedetti sempre: la rivoluzione comincia a casa, preferibilmente davanti allo specchio del bagno.

Se 30, 20, 10 ma forse anche solo 5 anni fa avessi vagheggiato modo e forma con cui sarei arrivato al mio rotondissimo compleanno di oggi, la situazione la avrei ipotizzata in maniera sicuramente diversa.
Francamente avrei pensato peggio.
Mi sarei aspettato una quantità di rimpianti e nostalgia assai più rilevante.
Anche se non mi piace voltarmi indietro mi rendo conto che ogni tanto sarebbe utile farlo se non altro per stilare un bilancio. Decidessi un giorno di redigere una contabilità ho la presunzione di credere che in un ipotetico saldo tra il dare e l’avere io abbia più dato che ricevuto. Va bene così, non gradisco l’idea di avere conti da saldare, delle due preferisco lasciare indietro crediti che non incasserò mai.
Mi piacerebbe però stilare un elenco di persone da ringraziare per ciò che hanno rappresentato e per quello che hanno fatto con me e per me in questi 18.250 giorni.
Ma non lo farò perché di certo ne dimenticherei qualcuna.
Come si dice in questi casi, voi sapete chi siete: keep the faith alive.

Ty Segall – Manipulator

Ty Segall è indubbiamente un genio e il suo nuovo album è davvero tanta roba. Qualcosa mi dice che se ne parlerà parecchio e che per capirlo prima e assorbirlo poi ci vorrà un po’ di tempo. Quindi me la prendo comoda e per adesso mi fermo alla prima canzone, quella che apre il disco e gli fornisce il nome. La ritmica scandisce le sillabe del titolo con incedere indolente e ripetitivo, molto kraut. La chitarra regala un giro che si incolla alle dita mentre l’organo divaga e il mellotron (o quel che è) fulmina scariche di elettricità statica. Segall lo vidi in concerto un paio di estati fa e non mi fece particolarmente effetto, ma ora che arriverà di nuovo a suonare dal vivo vicino casa mia tra un paio di mesi, non vedo l’ora di incontrarlo di nuovo.

The Growlers – Good Advice

What? These are the groovy psychedelic surf rock Growlers? Sounds like boring Black Keys indie rock kinda stuff to me. Sad they’ve lost their psychedelic vibrations but, yaeh it is how it is.
Questo è il primo commento che si incontra se aprite la pagina di youtube dove trova posto il video del pezzo piazzato come anticipazione del nuovo album dei Growlers, Chinese Fountain, che uscirà a fine settembre. Il tizio che lo ha scritto devo dire non ha tutti i torti. Ma la dinamica farfisa/batteria della canzone a me fa uscire di testa e la prima strofa – You think that you know more about being, being lonely?/ Well I get so lonely, no one’s allowed to hold me, hold me – è un gancio che stende al tappeto.
A questo punto sono molto curioso di ascoltare l’album.

Cosines – Nothing More than a Feeling

E’ un momento che dopo un lungo black out personale nei confronti degli Stereolab sono tornato in piena rispolverando uno dopo l’altro tutti i loro dischi. Quindi quando pochi giorni fa mi ha scritto un amico che vive a Bristol suggerendomi un gruppo di Londra che a suo avviso si presentava come un mix tra Comet Gain e Stereolab mi ci sono buttato subito. Il loro disco si intitola Oscillations ed è bello tutto, dal principio alla fine dove peraltro sistemano una torch song strappa mutande. Che però non è la canzone che ho messo qui sopra. Perché oggi non sono in vena di romanticismi e ho voglia di ballare. Inutile informarvi che delle due ragazze che vedete presentate in apertura del video mi sono innamorato all’istante.

Letting Up Despite Great Faults – Automatic

Il loro disco precedente mi piaceva assai e se ben ricordo ne scrissi anche in un mio Privè su Rumore, ma il nuovo in uscita in questi giorni – Neon – è anche meglio. In questo pezzo la chitarra è rubata a un qualunque singolo dei New Order del periodo tra Power, Corruption and Lies e Low-Life mentre la voce arriva direttamente da sogno della persona che vi sta dormendo di fianco. Ricordano un po’ i Pains of Being Pure at Heart un po’ i Postal Service e più oltre nel disco si sentono anche echi di Pet Shop Boys.
Tanta tanta voglia di leggerezza.

The Vacant Lots – Mad Mary Jones

Sono in due e arrivano da Burlington, Vermont. Me li ha segnalati qualche settimana fa Massimiliano (o era Cesare?). Hanno una pagina su Wikipedia. I nomi lì segnati in azzurro, con cui in un modo o nell’altro hanno a che fare, li elenco qui di seguito: Gun Club, Television, Sonic Boom, Spacemen 3, Black Angels, Dean Wareham, Growlers, Alan Vega, Suicide, Iggy Pop, Psychic Ills, Dead Meadow, Fuzztones, Brain Jonestown Massacre. Se si ascoltano le due uscite simultanee di quest’estate, l’album Departure e l’ep Arrival si capisce che in effetti i nomi di cui sopra ci stanno tutti, ma volendo semplificare l’elenco potremmo fermarci a Spacemen 3 e BJM.
Tra poco verranno a suonare in Italia.
Credo convenga esserci.

Arturo Compagnoni