Il fuoco dell’amore (Fiver # 08.2016)

A Night of Interference: Tackhead + Bomb the Bass + DJ Spike, Krytonight Baricella 12/10/1992

A Night of Interference: Tackhead + Bomb the Bass + DJ Spike, Krytonight Baricella 12/10/1992

C’è stata un’epoca in cui i club si chiamavano discoteche e la loro ubicazione era frutto di una logica che portava invariabilmente ad escludere non solo il centro delle città ma le città stesse. Certe scelte per quanto in parte dovute alla casualità erano senz’altro anche il risultato di una serie di valutazioni la cui analisi lascio ad altri più esperti di me quanto a marketing e sociologia, qui mi limito a constatare. Dalle mie parti mi vengono in mente alcuni posti storici con queste caratteristiche, come lo Small a Pieve di Cento o lo Slego a Viserba di Rimini, ed altri che sono stati invece meteore, tipo l’Odeon a Medicina dove una volta suonarono i Killing Joke e James Chance o il Puntacapo, balera del liscio fuori Budrio che per un paio di stagioni ospitò la new wave inglese di passaggio in regione (Sisters of Mercy, Psychedelic Furs, Sound e Bauhaus tra gli altri), il Capolinea ’97 a San Giorgio di Piano dove transitarono Primal Scream, Died Pretty e Pixies e il Kryptonight di Baricella. Ecco Baricella. Baricella è un paesino piazzato a una trentina di chilometri da Bologna sull’asse nord est, direzione Ferrara. Un paese che, con tutto il rispetto per i suoi abitanti, definirei senza troppe remore un posto dimenticato da dio per quanto sfortunatamente ben noto alla nebbia che per buona parte dell’anno ne inghiotte ogni via d’accesso. Tra inizio ’91 e la primavera dell’anno successivo il Kryptonight occupò i locali che per tutto il decennio precedente e anche più erano stati la sede del Chicago, storica discoteca “gommosa” di quelle dove nei parcheggi fuori nuotavano gli squali – le meravigliose Citroen DS – mentre dentro si ballava afro mista a rock a sua volta miscelato con 70’s disco tra nuvole di fumo che nemmeno in un suq di Istanbul. Insomma uno di quei posti odiati mortalmente dai rocker alternativi di allora, che fossero punk o successivamente wavers, per esser poi (giustamente?) rivalutati dall’intellighenzia radical chic di oggi, con quell’ansia di retromania che ormai avvolge ogni cosa.
Di quelle due stagioni marchiate Kryptonight in giro non è rimasta traccia. La ricerca impostata su Google rimanda una lunga sequenza di link all’evento clou dei tempi: il concerto dei Nirvana nel novembre del ’91, un attimo dopo che il mondo si era accorto di Nevermind e un attimo prima che lo tsunami generato da quel disco travolgesse la fragile psiche di Kurt Cobain. Per il resto nulla di nulla. Cronache inesistenti e di foto neanche a parlarne. Non avessi la mia agenda che mi ricorda la cronologia degli eventi penserei che il Kryptonight non sia mai realmente esistito. Invece in quel posto ebbi modo di assistere ad alcune serate a dir poco interessanti: oltre ai Nirvana ci capitai per una incredibile data elettro dub sotto l’insegna della leggendaria On-U Sound di Adrian Sherwood, un paio di concerti hip hop di gente all’epoca in voga (Dream Warriors e 3rd Bass), incrociai gli Swans e i Laibach, i Mudhoney assieme ai Superchunk, i Buffalo Tom due volte e i Gun Club. Già, i Gun Club. Jeffrey Lee Pierce lo incontrai la notte del 23 aprile ’92. Le date di certi incontri mi sono rimaste appiccicate addosso come tanti piccoli tatuaggi sparsi ovunque. Numeri e nomi. Basta saperli cercare e loro saltano sempre fuori, pronti a raccontare una storia. Era un giorno nel mezzo della settimana e poca gente rispose all’appello a presentarsi di fronte ad una delle ultime incarnazioni dei Gun Club, già allora decimati da una serie di tristi eventi che nel futuro ne avrebbero ancor più assottigliato le fila. Jeffrey Lee era diverse libbre sopra al peso di una volta, lo stesso capello stopposo che sbucava dai bordi di un cappellaccio da contadino del midwest. Dal punto di vista umano fornì uno spettacolo ai limiti della pietà: non si reggeva letteralmente in piedi e sbagliò praticamente tutto ciò che avrebbe potuto sbagliare. Ovvio che avrei dovuto vederlo in un’altra epoca e ne avrei serbato un ricordo diverso. Che ne so, magari a Los Angeles nell’81. Ma questo mi è toccato in sorte e me lo sono fatto andar bene, ci mancherebbe. Anzi a ripensarci oggi certi incontri hanno forse un senso e un fascino anche per quello. Perché hanno il sapore di una vodka da tre dollari a bottiglia, l’odore di una nazionale senza filtro e sulla pelle lasciano tutta l’umidità appiccicosa di una strada inghiottita dalla nebbia di una periferia piazzata all’estremo confine dell’impero.
Quando rifletto su certi momenti mi capita di pensare a quanta gente oggi si prenderebbe la briga di salire in macchina una sera di metà settimana, guidare fino a un locale perso nel nulla per assistere al concerto di un personaggio spiaggiato come una balena a fine corsa, piuttosto che accomodarsi su un divanetto di un qualche locale di centro città a due passi da casa propria a bere mojito. Mi chiedo se io oggi, con l’età di allora, mi prenderei l’impegno a farlo. E mi domando ancora cosa ne sarebbe oggi di un personaggio come Jeffrey Lee. Se una figura del genere adesso sarebbe in grado di lasciare lo stesso segno, considerato il contesto in cui si troverebbe a vivere. Domande oziose in fin dei conti, meglio cercare sullo scaffale quel disco con la copertina rosa e le foto in bianco e nero scippate al Jacques Tourneur di I Walked with a Zombie, sfilare il vinile e poggiare la puntina sul primo solco: sex beat baby e il fuoco dell’amore divorerà ogni cosa.

The Night Beats “Egypt Berry

La canzone più Gun Club che mi sia capitato di ascoltare negli ultimo 12 mesi.

Andrew Weatherall “We Count the Stars

Andrew Weatherall da sempre sta in cima alla lista delle persone in cui vorrei reincarnarmi al prossimo giro e il sassofono è uno strumento che mi piace da morire, ma chi suona la musica che ascolto lo usa pochissimo. Questa canzone sta nel disco nuovo di Weatherall che esce in questi giorni, la potrei ascoltare mille volte di fila senza stancarmi.

The Pheromoans “Cones Hotline

Inglesi, stranissimi eppur orecchiabili. Su di loro ci sono arrivato in maniera completamente casuale, nessuno me ne aveva parlato e non avevo letto nulla da nessuna parte. I’m on Nights è il loro secondo disco e sin dal primo ascolto mi ha come avvolto in una pellicola trasparente che non riesco a rompere, non ne esco fuori. Mi tornano in mente i Big in Japan, i Pink Military, alcune cose dei Throbbing Gristle. Disco fantastico.

Drug Pizza “No Reaction

La voce da paperino strozzato della tipa potrà infastidire qualcuno, non certo me. Da New York via Art Is Hard, uno delle mie etichette inglesi preferite del momento, arriva l’ep di questi ragazzi. Finta indolenza slacker anni ’90 come se piovesse.

AustraliA “The Very Truth

Toscani traslocati in Romagna gli AustraliA fanno uscire oggi un ep con sei canzoni che suonano una meglio dell’altra. I Mates of State sono un sicuro punto di riferimento ma ancor più a me piacciono per la dinamica del suono e per come melodia e ritmo cozzano col fuzz della voce.

Arturo Compagnoni

Occhi di diamante

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Se dovete salire su un palcoscenico fatelo come si deve.

Non pensate mai, neanche per un attimo, di mettervi lì, sotto la luce dei riflettori credendo che per risultare interessanti siano sufficenti due accordi e una strofa a proposito dell’ultima ragazza che ha scelto un altro al posto vostro.

Se decidete di suonare in pubblico fatelo come se dovesse essere l’ultima cosa che potete fare in vita vostra, suonate come se non ci fosse un cazzo di domani.

Gun Club suonavano cosí. A Los Angeles, 1981. Tutto subito, in quel momento, su quel palco.
A costo di bruciarsi, come poi effettivamente é stato.

Una scintilla, due album clamorosi e puff, magia sparita, fine delle trasmissioni.
Troppi sentimenti, troppe menate, troppe storie al limite per poter davvero andare avanti.
Sí, lo so, la discografia ufficiale dice che il gruppo rimase in circolazione fino al 1993 ma per quello andate a vedere wikipedia.AVT_Jeffrey-Lee-Pierce_7322

C’é una canzone, la mia preferita, nel primo album del gruppo Fire of Love. 
Una canzone che ad ascoltarla ora giá si capiva come sarebbe finita.
Tragica, evocativa, drammatica, bellissima.

Fire Spirit non dura nemmeno tre minuti ma non é necessario un secondo di piú.
È l’essenza del talento visionario di Jeffrey Lee Pierce….

Why can no one ever touch a Fire Spirit?
Why can no one ever hold a Fire Spirit?
Why can no one ever feel a Fire Spirit?

la coscienza che anche in quel mondo, in quella scena di talenti fuori dal normale (la Los Angeles dei primi anni ’80), nessuno avesse una sensibilitá romantica come la sua da condividere.
Emergeva giá (in fondo si tratta del primo album) l’esigenza di trovare il proprio spirito, lontano dal sunset.

I am going to the mountain,
I am going to the mountain,
I am going to the mountain….

I can see clearly
from my diamond eyes,
I’m going to the mountain with the Fire Spirit,
no one will accept all of me…
and the fire…will stop…

Fuggire via, verso la salvezza.
Ma cosí non é stato.
Il fuoco si é spento, come amaramente metteva in conto lo stesso Jeffrey.

C’è dell’epica in queste storie ed in queste canzoni quasi di frontiera, arrivano echi di un mondo che non esiste piú.
Quella California, quella Los Angeles sono cambiate profondamente nel frattempo.
Ma il meccanismo é rimasto sempre lo stesso, in fondo.
Gli occhi di diamante dei mille talenti che sbarcano nella terra promessa dell’industria dell’intrattenimento e ne escono a pezzi.
Oppure profondamente cambiati.

Jeffrey Lee Pierce se ne andó per una banale emorragia cerebrale nel 1996 a Salt Lake City.
Aveva 38 anni.

Due anni prima della tragedia lo vidi per l’ultima volta, in versione solista, in un club infimo non mi ricordo se in Austria o Germania.
Eravamo in 20. Scazzati, come e piú di lui.
Fece un concerto orribile.
Mi ricordo che in macchina, tornando a casa, con la mia compagna dell’epoca non scambiammo neanche una parola.
Diventa difficile vedere un uomo cadere a pezzi di fronte ai tuoi occhi e rimanere impassibile.
Ma non ero né deluso né arrabbiato.
Mi ero immedesimato in Jeffrey e pensavo che dopotutto la sua parabola in un certo modo rappresenta il nostro destino.
Semplicemente il fuoco aveva smesso di ardere e la consapevolezza della cosa che dimostrava su quel palcoscenico faceva quasi paura.
Avrei voluto abbracciarlo, alla fine.
Dirgli: va bene cosí, cazzo.
Torna a casa.

Mi devo invece accontentare di far partire ancora una volta Fire Spirit, é l’ultima della prima facciata. Sorrido, pensando che in fondo quello spirito non é andato perduto.
Mi aiuta a tenere la giusta rotta.
Giorno per giorno, finché sará il caso.

Cesare Lorenzi