Una ragione per ogni cosa (Fiver #37.2017)


Non ricordava esattamente da dove fosse scaturita la scintilla che aveva cominciato a far ardere il falò ma gli era ben chiaro il percorso che la fiammata aveva seguito per tramutarsi nel tempo in vero e proprio incendio.
Probabilmente tutto era iniziato nel momento in cui aveva messo le mani su una copia di Up for a Bit, dei Pastels, in particolare la traccia numero due del lato a, la prima canzone che avesse mai dedicato a una ragazza.
Anche se lei in quel momento non lo sapeva, né mai lo avrebbe saputo.

You know I’d cross the desert wastes for you
Watch the sun burn up the sky
You know I’d wait a thousand years for you
I love you ‘til there’s nothing left

Non rammentava ci fossero stati episodi precedenti, quindi doveva essere per forza stato quello. Se poi non era così poco importava, gli pareva comunque bello individuare quella canzone come l’innesco della sua passione per la Scozia e il suo popolo. La cosa certa era che da almeno trent’anni amava quella nazione e una città nello specifico: Glasgow.
L’amava sul serio quel posto, nello stesso modo in cui si può amare una persona, anzi di più. Perché una città rimane sempre quella, non può deluderti. Tu magari cambi, lei no e se ti tradisce la colpa non è sua ma delle persone che ne governano le sorti.

Sul terreno sdrucciolevole della sua memoria erano conficcate schegge di ricordi come cartelli stradali che sparpagliati a caso indicavano comunque una direzione precisa. Piccoli segnali e macro tracce.
Come quella pubblicità di un festival dedicato al nuovo rock scozzese da un pub di Bari stampata in un angolo di pagina di un vecchio Rockerilla, un ritaglio su cui aveva investito il sonno di intere notti impegnate a immaginare ingegnosi varchi spazio temporali che avrebbero potuto traghettarlo in Puglia in quelle giornate. Che poi – percorsi miracolosamente incrociati e cerchi ciclicamente chiusi – avrebbe conosciuto più tardi uno dei ragazzi che avevano organizzato quel festival. Una storia che meriterebbe un racconto tutto suo, come fosse lo spin off di qualche serie televisiva di successo: Better Call Kiko.
Altri frammenti, altre briciole di memoria: il funky sclerotico e slabbrato dei Fire Engines, il pop dolce amaro degli Orange Juice e l’art rock spigoloso dei Josef K, tanto belli e tanto bravi da convincerlo ad affrontare le 250 pagine de Il processo a cui si erano ispirati per il loro stilosissimo nome. Naturalmente quel romanzo di Kafka non terminò mai di leggerlo, salvo riprenderlo in mano anni e anni dopo, quando la Domino decise fosse arrivato il momento di ristampare lo smilzo catalogo della band di Paul Haig e Malcolm Ross.

Ancora Frances McKee, la prima ragazza di cui si era innamorato sul serio anche se lei era solo una foto in un bianco e nero sgranato sui fogli ruvidi di Sounds e un’ombra nelle recensioni dei 45 giri dei Vaselines scritte da Charlie Albertoli sulla carta riciclata di Vinile, la lettura che per quel paio d’anni che rimase in vita divenne il suo vangelo.
E il concerto di Jesus and Mary Chain e Meat Whiplash al North London Polytechnic nell’85 di cui aveva letto la cronaca sul Melody Maker. L’unico concerto che gli sarebbe mancato in eterno, assieme al live dei Cramps in apertura ai Police al Palalido di Milano e quello dei Suicide di spalla a Costello all’Ancienne Belgique nel ’78: 23 Minutes Over Brussels.

La Creation Records di Alan McGee, Bobbie Gillespie e Primal Scream, i Teenage Fanclub a Reading, i Belle and Sebastian a Monaco nel ’92, la Beta Band, gli Urusei Yatsura, la Chemikal Underground, i Delgados, i Mogwai e i Bis.
Cinquemilioni duecento mila abitanti e tutta questa roba, oltre a quella che non aveva nemmeno voglia di menzionare perché altrimenti ne sarebbe uscito un elenco telefonico del migliore indie rock dei tempi in cui l’indie rock era ancora un genere musicale.
La nostalgia avrebbe preso il sopravvento su tutto il resto. E a lui non piaceva essere nostalgico.

Una volta decise anche di andarci in Scozia, ma qualcosa andò storto.
Anche se non aveva ancora stabilito nulla e il tempo per le decisioni distava un paio d’anni, quello doveva essere lo spartiacque destinato a sparigliare le vicende della sua vita. L’eutanasia di un pezzo di vita, non programmata eppure eseguita chirurgicamente, come se in quel momento avesse decretato di inserire nella sua storia personale un detonatore con un timer programmato a far esplodere tutto un po’ più avanti nel tempo.

A modo suo quel viaggio fu un’esperienza memorabile, ma non nel senso in cui l’aveva immaginata.
Era una storia che ora però non aveva alcuna voglia di riesumare. Di quei giorni gli piaceva solo ricordare la sera della semifinale degli europei di calcio trascorsa in un pub di Edimburgo a tifare Germania assieme agli scozzesi, contro l’Inghilterra che quell’anno era anche padrona di casa. E naturalmente la visita al Monorail, il negozio di Stephen Pastel a Glasgow.

In ogni caso la Scozia aveva significato molto per lui in un periodo della sua vita in cui tutto pareva gli stesse sfuggendo di mano per rotolare via e trasformarsi in qualcos’altro. Poteva arrivare ad ammettere che il significato dell’amore per quella terra e per quella gente era stato clamorosamente amplificato dagli eventi personali cui quella terra e quella gente avevano fornito al tempo stesso attori, colonna sonora, scenografia e anche un pezzo di sceneggiatura.
Non a caso tra l’aprile e l’ottobre dell’anno fatidico, quello in cui il timer aveva fatto saltare in aria tutto, gli era capitato di trovarsi a concerti di Mogwai, Delgados, Urusei Yatsura, Teenage Fanclub, Jesus and Mary Chain, Primal Scream e Belle & Sebastian nell’ordine, uno di fila all’altro.
E no, non poteva davvero essere solo una coincidenza.

Pensava a questo l’altra sera mentre assisteva all’ennesimo concerto dei Mogwai, il quinto o forse il sesto dopo quella prima volta al Covo nell’aprile del ‘98, quando loro si allontanarono dal locale che era l’alba litigando con tutti per portarsi nel furgone un cartone di lattine di birra appena scippato al retro bottega del bar.
Rifletteva sul fatto che tra i 140 concerti che aveva visto nel corso di quell’anno (li aveva proprio contati, centoquaranta e mancavano ancora due mesi alla fine dell’anno che era poi quello in cui aveva deciso avrebbe smesso di andare a vedere concerti) alla fine le cose migliori erano stati proprio i live di due gruppi scozzesi, ognuno con una ventina di anni di carriera dietro le spalle. Corsi e ricorsi che forse avevano un significato in quel preciso momento. O forse no, magari per una volta, una soltanto, era tutto casuale. Anche se lui al caso non aveva mai creduto.

Mentre pensava a queste cose la band sul palco di fronte a lui si arrestò per un attimo concludendo il lungo momento di surplace piazzato in mezzo alla canzone destinata a chiudere il set.
Gli ci volle una frazione di secondo prima di rendersi conto del momento esatto in cui era arrivato e di quello che sarebbe successo l’istante immediatamente successivo, sette minuti e trentotto secondi dal suono della prima nota. I neon bianchi si accesero tutti assieme accecandolo nello stesso tempo in cui esplosero gli strumenti: il basso, la batteria e le tre chitarre.
Pensò che quella sarebbe stata la canzone giusta per accompagnare i fotogrammi di quella settimana in Scozia, tanti anni fa. Di più, era certo che se il disco che la conteneva fosse uscito un anno prima e solo la avesse avuta a portata di mano allora la canzone, quella sua storia gli sarebbe esplosa in mano già in quel principio di estate del novantasei. Non ci sarebbe stato bisogno di nessun timer e avrebbe risparmiato un paio d’anni.
Ma se non era successo allora era perché non doveva succedere.
Perché in fondo ogni cosa ha un suo tempo e se succede in un determinato momento anziché in un altro è perché quello è il momento giusto.
Sì, niente capita per caso.
C’è una ragione per ogni cosa.
Sempre.

Arturo Compagnoni

And I need all that stuff (Fiver # 13.2017)


C’è stato un momento, più o meno a cavallo di metà anni ’80, in cui i Jesus and Mary Chain sono stati il mio gruppo preferito. Non che riconoscessi loro chissà quali meriti: erano solamente le persone giuste che suonavano la musica giusta nel (mio) momento giusto. Avevo appena varcato la soglia dei 20 anni e loro, più vecchi di quel tanto che a quell’età basta a farti sentire inadeguato, erano il mio modello. Con quei giubbotti di pelle nera stirati sui fisici asciutti, le lenti scure per nascondere gli occhi fin oltre il tramonto, un batterista in piedi dietro uno scheletro di tamburo e una cascata di rumore capace di non smarrirsi e tenere il ritmo ricordandosi che per essere pop occorre anche infilare da qualche parte un minimo di melodia e i ganci giusti. Non ultima, anzi forse prima di tutto il resto, quella loro inclinazione alla vita così totalmente menefreghista da farmi andare nei matti: non gliene fregava un cazzo di niente e di nessuno e ci tenevano a fartelo sapere. Poi c’era quel verso, quella sola unica frase di una loro canzone, che mi sembrava raccontasse alla perfezione tutto il me stesso di allora ma che in realtà racconta molto più compiutamente il me stesso di oggi, a distanza di un abbondante trentennio: you never understand me.

Ad ogni modo dopo i primi due album il gioco di Gesù e Maria Catena cominciò un po’ a stancarmi.
Continuai a comperare i loro dischi, a ballare le loro canzoni migliori e a leggere le cronache delle liti tra i fratelli Reid, tutto a una certa distanza però. Anche se non li ho mai messi da parte, sono sempre rimasti lì nei paraggi a ricordarmi tutti i calci, i pugni, le incazzature e le porte sbattute con nelle orecchie il feedback di Upside Down e a rievocare le volte che mi sono innamorato di un paio d’occhi con la filastrocca dolceamara di Just Like Honey a farmi da colonna sonora.
Così quando un paio di anni fa i fratelli hanno deciso di rimettersi assieme per suonare Psychocandy dal principio alla fine non ci ho pensato un momento, ho buttato due magliette in valigia e sono partito per Londra est direzione Troxy, pur essendo insofferente alle reunion e nella piena consapevolezza che un live dei Jesus and Mary Chain non vale quasi mai il prezzo del biglietto. A meno che non decidano di spaccare tutto e mettere in piedi una rivoluzione lunga quanto il tempo di un paio di giri al banco del pub sotto casa.
Al contrario in questi giorni sentivo necessità di ascoltare delle loro nuove canzoni più o meno allo stesso modo in cui avverto il bisogno di una birra sgasata e calda a colazione. Vale a dire meno di zero, per dirla con Bret Easton e Costello. Dopo qualche giorno di esitazione l’altra mattina mi sono comunque deciso e ho premuto stancamente la freccia del mio pc sopra la casella “esegui tutti” avviando windows media player senza aspettarmi assolutamente nulla.
E in un attimo è stato come riappropriarmi di tante cose, un tempo care, tutte assieme. Robe diversissime tra loro che nemmeno ricordavo più di avere parcheggiate in memoria: il tema delle elementari dove descrivevo i miei migliori amici (e sì Massi, ci sei anche tu), i gol della Serie A disegnati da Carlo Silva in calce agli almanacchi illustrati del calcio Panini, le puntate di Happy Days sulla Rai prima di cena alle sette e venti della sera, le note di God Save the Queen (o era forse Anarchy in the UK?) dei Pistols sparate dalla console del Vidia come intro al concerto dei ragazzi di Glasgow a Cesena, fine maggio dell’86.
L’ascolto del nuovo disco dei Jesus and Mary Chain è stato un dejà vu che più ovvio di così non poteva essere. Una successione talmente logica e scontata da rendere imbarazzante il fatto che mi sia piaciuta così tanto. Dietro ogni singola nota ho indovinato puntualmente la nota che seguiva, scoperto le rime di ogni verso prima che a pronunciarle fosse la voce di Jim Reid e previsto la sequenza di battute della drum machine in anticipo sul mio piede che poi partiva a seguirne il ritmo.
Trovarmi oggi davanti a un disco nuovo dei Jesus and Mary Chain è stato come sedermi al tavolo con un vecchio amico che non vedevo da tempo e scoprirmi a studiare le rughe dipinte sul volto di lui e le mie, riflesse nello specchio dei suoi occhi. Tentando di rammentare il momento esatto in cui ho smesso di sentire il bisogno della sua compagnia che pure mi accorgo essere ancora oggi così necessaria e illudendomi che la porta alle sue spalle incornici all’improvviso la sagoma di una persona cui poter tornare a dedicare una canzone.
Una canzone come questa:

The Jesus and Mary Chain “Always Sad”

You ain’t like those other girls / There’s nothing like you in this world / You got something more than curls / You ain’t like those other girls / I think I’m always gonna be sad / ‘Cause you’re the best I’ve ever had.

Trementina “Please, Let’s Go Away

Negli ultimi anni abbiamo imparato a conoscere il Cile attraverso il rock and roll, il garage e la psichedelia di Föllakzoid, Holydrug Couple, La Hell Gang e Chicos de Nazca e messo nella cartella degli ascolti prossimi futuri una lista con i nomi di Mi Andromeda, Vuelveteloca, Lumpen & the Happy Pills e qualche altro.
Ora tocca allo shoegaze con deviazioni 60’s dei Trementina, disco in uscita per quei mattacchioni di Burger Records.

The Orwells “Buddy

Ok, questa è roba per quindicenni e sì, lo so che tra poco Giulio mi sorpasserà a sinistra e ascoletrà roba più seria ed evoluta di certe cose che ancora mi ostino a farmi piacere, ma questi ottantasei secondi proprio non riesco a levarmeli di torno.
Movin’ on, did my time / Feelin’ fine, feelin’ fine.
Oh yeah.

Coco Hames “I don’t Wanna Go
https://soundcloud.com/mergerecords/03-i-dont-wanna-go
Dei The Ettes conservo uno sbiadito ricordo che risale a una decina di anni fa. Un trio con qualche disco licenziato dalla gloriosa Sympathy for the Record di Long Gone John, alle prese con un garage pop abbastanza ordinato e non troppo fantasioso. Lindsay “Coco” Hames era la loro cantante e le canzoni che stanno dentro il suo primo album solista in uscita per Merge sono quelle che in questi anni ha accumulato nel cassetto, con in mezzo pure una cover dei Replacements. Powerpop, janglepop, punkpop e una generosa spruzzata di country vecchia maniera.
E la sua voce naturalmente, una di quelle voci per cui è lecito perdere la testa.

Girlpool “Cut Your Bangs

Il primo disco delle Girlpool mi era piaciuto parecchio ma da quel che ricordo mi sembra fosse piaciuto solo a me. E’ un po’ di tempo che non lo riascolto, comunque mi pare che nella mia catalogazione mentale lo avessi sommariamente associato alle robe degli Young Marble Giants e a certe cose delle Marine Girls.
Ora sta per uscire il secondo disco.
Ho l’impressione che anche questo mi piacerà parecchio.

Arturo Compagnoni

Teenage Fanclub (Fiver # 04.11)

I know the secret: rock’n roll is a teenage sport, meant to be played by teenagers of all ages -they could be 15, 25 or 35. It all boils down to whether they’ve got the love in their hearts, that beautiful teenage spirit.
Calvin Johnson, 17 years old, in a letter to New York Rocker (1979)

 Alla fine la citazione che fa al caso nostro l’ho trovata. Non è stata neppure una faccenda complicata e con un po’ di buona volontà penso che ognuno possa trovare o adattare una citazione (che fa figo) a qualsiasi situazione.
Ma questa ci sta bene, dai. Ed essermi ritrovato ancora (ormai ho smesso di contarle), a 23 anni di distanza dalla prima volta, con il solito amico di sempre per le strade di Londra è una di quelle faccende che un po’ mi fanno pensare.
Pure Londra è rimasta la solita, nonostante i traffici legati alla musica si siano spostati da ovest a est della città, nonostante i mille cambiamenti architettonici. Ma questi alla fine sono dettagli insignificanti e questa non è una guida turistica. Si tratta piuttosto di raccontare esistenze trascorse con la musica a fare da presenza costante mentre tutto intorno cambia, si trasforma in maniera inevitabile. Figli, fidanzate, mogli, ex mogli, occupazioni. Ma i battiti di quel cuore adolescente rimangono i soliti. E lo spirito pure. A 17 anni Calvin Johnson, per tornare alla citazione iniziale, aveva già capito. Tutto forse no, ma insomma, ci è andato tremendamente vicino.
Questo Fiver è figlio delle ultime settimane. Passate in giro tra Bologna e Londra. Non canzoni nuove, quindi. Ma 5 concerti significativi che ho visto nel mese di novembre. Per questa volta me la sfango così, in ordine cronologico, che tempo di ascoltare musica ne ho avuto poco.

 

Thurston Moore – Bologna – Teatro Antoniano 03.11.2014
A proposito di eterni adolescenti niente di meglio che Thurston Moore, 56 anni portati con una leggerezza ed una consapevolezza che provocano brividi già solo a guardarlo.thurstonmoore2014_MG_0535
Thurston Moore ha portato in tour il nuovo album solista. Nella band il batterista di sempre, Steve Shelley, la bassista dei My Bloody Valentine (che rimarrà tutta la sera con le spalle rivolte al pubblico, e solo per questo sarà amore incondizionato) ed un nuovo chitarrista tirato fuori dal nuovo quartiere londinese dove dimora.
Una cosa va detta subito: l’album nuovo di Thurston Moore è un disco fantastico. Migliore di alcuni lavori dei Sonic Youth, senza ombra di dubbio. Perfettamente in equilibrio tra la forma canzone e le dilatazioni della sperimentazione, perfettamente bilanciato nel suo alternare rumore e silenzi. La voce, inoltre, sembra aver guadagnato in espressività e il tutto si traduce in uno dei migliori album dell’intera annata.
Dal vivo l’alchimia è stata se possibile non solo replicata ma amplificata (letteralmente) da una situazione al limite della perfezione. Thurston Moore è stato catalogato in tanti modi. Personalmente se dovessi descrivere l’esperienza di ascoltarlo dal vivo nella nuova incarnazione mi viene in mente un solo termine: psichedelica. E qui si potrebbe aprire una lunga parentesi sul significato della parola e di quanto sia abusata nella terminologia strettamente musicale. Vi rimando casomai a questo articolo bellissimo, al solito, di The Quietus che potete leggere qui.
Thurston Moore a Bologna, si diceva. Roba da chiudere gli occhi e ritrovarsi trasportati in un altro luogo. Catapultati davvero in un’altra dimensione. La magia della musica, insomma. In pieno effetto.

Nothing – Bologna – Freakout 04.11.2014
Ad un certo punto ho iniziato a contare. Compresi i due amici che mi accompagnavano eravamo in 45. Ma potrei pure sbagliarmi e comunque non ha nessuna importanza.
Il locale è delle dimensioni di un garage e oltre al paloscenico il solo bancone di un bar fa da arredamento ad una stanza che sarebbe davvero una forzatura chiamare club.nothing-band-guitar-throw-400x400
Quando è arrivato il momento di cominciare, la band ha spento le sigarette, svuotato i bicchieri ed è salita sul palco. Fin dal primo secondo una cosa è stata chiara l’impianto era assolutamente insufficente a reggere l’urto. Perchè i Nothing sono una band che non ama le mezze misure e se gli metti a disposizione un po’ di watt ti scoperchia il tetto del locale, statene certi.
Ma non è tanto questo che ne fa un gruppo unico. C’è dell’altro. Il volume alla fine non è mai stata una discriminante per capire davvero se ne valga la pena. Con i My Bloody Valentine il gioco vale la candela. Con i Nothing pure. Altre volte non so.
I Nothing sono il mio gruppo dell’anno.
Una band che suona in un modo ma che vorrebbe tanto essere qualcos’altro. Come me, in fondo.
Dominic Palermo è un ragazzone gentile. Ma ha i suoi momenti. Un giorno ha tirato una coltellata ad un tizio in una rissa e si è fatto un pò di galera. Quei momenti ritornano costantemente nelle sue canzoni. E no, il cielo non è terso. Non è una cazzo di bella giornata.
Sono canzoni di chitarre disperate ma gentili, soft as snow (but warm inside), di feedback fuori controllo e amplificatori messi alla prova, di voci sussurate che talvolta sono comunque come un fendente allo stomaco.
…on nights as dark as this, black black black clouds still follow us around…
Dominic Palermo sta alla estrema destra del palcoscenico, dalla parte opposta l’altro chitarrista che talvolta canta, pure lui. Al centro la batteria, dietro, e il bassista davanti. Mi sono concentrato su loro due, ad un certo punto. Sembrava la sezione ritmica di un gruppo hard-core. In particolare il ragazzo dietro i tamburi: tatuato, senza maglietta, che picchiava come se non ci fosse un domani. E poi ancora quelle chitarre, che vorrebbero far esplodere quel povero e miserabile impianto di amplificazione.
Dominic Palermo prova a tenere il mostro sotto controllo ma è una lotta impari. La chitarra sembra sfuggirgli dalle mani. Ogni tanto se ne libera, la sfila, se la fa girare attorno al collo, si avvicina all’amplificatore e alza il volume. Il ruggito ci stordisce ancor di più.
…there’s gotta be a place, to escape from the rain, but I can’t find it, can’t find it, can’t find it…
Sono 50 minuti in tutto, niente bis. Dominic abbandona la chitarra per terra, con gli amplificatori che ancora ululano disperati. Esce dal palco correndo. Mi arriva ad un metro di distanza, va al bar. Ordina uno shot di jack daniels e un jack e coca a seguire. Poi, con calma risale sul palco. Spegne l’ampli e ringrazia.
Dominic Palermo ha la presa di una vita scomoda che gli stringe la gola. Non gli rimane che buttare tutto in una canzone, in una band, in un’esistenza trascorsa in un furgone messo male.
Le cose cambieranno anche per lui. Ma intanto, in questo preciso istante, lui e la sua band sono alla ricerca di una maniera per sopravvivere. La loro musica comunica questa urgenza. È roba che scotta, che lascia segni, che fa male.
I Nothing da Philadelphia sono il mio gruppo del 2014. Ma questo l’ho già detto, mi pare.

 Bob Mould – Londra – Village Underground 18.11.2014
Bob Mould entra sul palco di corsa e non si lascia andare a convenevoli. Tre canzoni, senza pause tra un brano e l’altro, dal repertorio degli Husker Du. Tanto per stenderci subito. Prenderci in ostaggio e non mollare più la presa.
Alla fine suonerà 24 canzoni, sono andato a controllare.37
Ci sarà un solo istante dove l’assalto assumerà appena appena un’altra piega. più melodica ed intimista. Hardly Getting Over It merita probabilmente un trattamento differente. Uno di quei momenti che la gola ti si stringe, inizi a guardarti le scarpe e cerchi di non pensarci troppo e di tenere l’emozione sotto controllo. Nonostante si sappia fin dalla prima nota che sarà praticamente impossibile.
Che poi alla fine, se si vanno a contare, quante ne ha scritte di canzoni così? Non solo con gli Husker Du ma negli Sugar (dei quali riprende un paio di pezzi, stasera) e sopratutto negli ultimi due album solisti.
Questo è il tour di di Beauty & Ruin, in effetti.
Mi ha colpito che nessuno, tutta la sera, si sia mai sognato di richiedere una canzone dei tempi andati. Nessun urlo disperato…..These Important Years, pleeeeasee!!!! Non ce n’è bisogno ed il motivo è semplice: le canzoni nuove stanno in piedi anche al cospetto dei classici e troppo è il rispetto che si deve ad un uomo che si mette a nudo in questo modo su di un palcoscenico.
Nessuna luce, solo un paio di faretti bianchi che illuminano la scena. Nessun artificio. Questa è una faccenda di emozioni ataviche. Basso, batteria e chitarra. Null’altro. Ma quell’uomo di mezza età, in camicia da boscaiolo che impugna la chitarra come se fosse un’arma, è capace di cantare come se quell’urlo dovesse salvarci da un’imminente quanto improbabile fine del mondo. Rabbia fuori controllo, emozioni represse, sudore ed amplificatori che chiedono pietà.
Orecchio destro fuori uso per un paio di giorni ma chi se ne importa, alla fine.
Quanta vita è possibile riassumere in settanta minuti? Alla faccia di chi le considera semplici canzonette.

 Jesus and Mary Chain – Londra – Troxy 19.11.2014
Se qualcuno mi avesse chiesto una volta qual’è il mio album preferito di tutti i tempi non avrei avuto dubbi nel rispondere: Psychocandy! Una risposta del genere, qualunque essa sia, è solo figlia dell’emozione e della propria storia personale, chiaramente. Non esistono formule che vadano al di là di una soggettività che lascia comunque il tempo che trova nelle vicende legate alla musica e all’arte in generale.
Ma il fatto che i Jesus and Mary Chain a distanza di 29 anni dalla pubblicazione originaria abbiano deciso di portare in tour proprio quel disco non poteva lasciarmi indifferente.The Jesus and Mary Chain at the Troxy
Intanto un po’ di cronaca: il concerto è diviso in due parti. La prima con i bis che comprendono sopratutto brani della primissima epoca ma non inclusi nell’album e poi la riproposizione per intero di Psychocandy. A differenza di Bob Mould che pur suonando ben 9 pezzi degli Husker Du e pescando anche nel repertorio degli Sugar ha da proporre comunque il nuovo repertorio che qualitativamente, insomma, è ancora a quei livelli d’eccellenza che fanno sentire le farfalle nello stomaco; i J&MC, dicevamo, invece non scrivono una canzone nuova da 16 anni ed una buona da oltre una ventina. Non si tratta di mettersi a fare i contabili ma talvolta la matematica è tutt’altro che un’opinione.
I J&MC suonano come hanno sempre fatto in carriera: in maniera orribile. L’imperizia tecnica non ha mai costituito un presupposto per valutare musica che comunque sapesse in qualche modo emozionare, questo è chiaro. Ma farlo a vent’anni, con la gente che ti urla insulti e qualche sputo, e tu impassibile rispondi a bottigliate mettendola in rissa e poi vai di feedback fino a stordire perchè non conosci nessun altro linguaggio che non sia quello dell’intensità, del trasporto e della passione. Ecco, se lo fai in quel modo, è decisamente un’altra cosa. Se cerchi di riproporlo ora, a distanza di una vita intera, risulti al contrario semplicemente patetico. Perchè è musica che funziona solo se collegata a quell’urgenza espressiva e non può essere replicata in nessun modo.Ci sono stagioni che vanno semplicemente vissute. Questi tentativi di riproporre un passato che comunque non potrà mai tornare sono una scatola vuota. E che molto dell’attuale business della musica sia sostenuto da operazioni di questo tenore è francamente l’aspetto più scoraggiante. Detto questo cosa volete che aggiunga? Psychocandy rimane il mio personale disco della vita. Ma gli attuali J&MC con quelle canzoni sembrano non avere più nulla a che fare.

 The Orwells – Londra – Electric Ballroom 20.11.2014
Gli Orwells sono un gruppo da 6. E se proprio vi piace il genere: rock’n roll suonato con la tentazione del ritornello facilone in chiave pop ma anche con un pizzico d’irruenza quasi garage punk, c’è senz’altro di meglio in giro. I Black Lips, per dire, stanno in un’altra dimensione.2014aford_Orwells-9444250214
Però qualche canzone buona in repertorio ce l’hanno e vederli dal vivo è uno spasso. Il divertimento, mettendoci del suo, sta sopratutto nell’osservare il pubblico. Giovanissimo con un entusiasmo incontenibile che fa pogare la sala già sul check della batteria prima del concerto. Giusto per rendere l’idea. Non fa in tempo a partire la prima canzone che il cantante è già in balia delle prime file e si capisce fin dal primo istante dove si andrà a parare.
Il servizio d’ordine della sala non sembra particolarmente accondiscendente, però. Ed inizia una lunga scaramuccia tra la band, la security e il pubblico che andrà avanti per tutta la durata del concerto. I tentativi di stage diving vengono frustrati con decisione mentre l’insofferenza della band sembra sempre più palpabile.
Il concerto s’interrompe in un paio di occasioni e prima che la situazioni degeneri del tutto il manager del locale sembra voler porre fine alla questione. La band reagisce, si sfiora la rissa vera. Il cantante non trova di meglio che prendere un’estintore ed aprirlo sulla folla.
Intrattenimento allo stato puro insomma. Come andare allo stadio e gustarsi gli incidenti della curva, con quel pizzico di adrenalina che ti tiene sul chi va là. Poi, uno torna a casa e non si ricorda nemmeno quant’è finita la partita. Il calcio è un’altra cosa. La musica, quella vera, probabilmente anche.

 Cesare Lorenzi

indie pop ain’t noise pollution (parte 5) 10-1

Bobbie Gillespie PRIMAL SCREAM

Bobbie Gillespie PRIMAL SCREAM

10 – 1

10) Primal Scream – Velocity Girl (1986)

Bobbie Gillespie, anche se inviso a molti, è un uomo con una visione. Cominciata dietro i tamburi dei Jesus And mary Chain e approdata spesso “altrove”. Uno dei passaggi fondamentali del suo itinerario è sicuramente questo singolo. (M.B.)
Sono stanco di essere frainteso quando parlo di musica. Capiamoci una volta per tutte: a me non interessa tutta la musica. Se capita che parliamo di musica POP io non intendo Madonna e Michael Jackson o Pharrell Williams e Lady Gaga: quelle cose sono totalmente fuori dai miei orizzonti, non mi interessano, non le ascolto e non ho alcuna opinione da esprimere in merito. Se parliamo di musica POP gli ottantacinque secondi di Velocity Girl sono per me pura, semplice e perfetta musica POP.
Esattamente come i centosettantadue secondi che trovate poco sotto alla posizione numero 8. (A.C.)
È una vita che rompo le balle ad Arturo. Me lo ha visto scrivere più di una volta, immagino. Me lo ha sentito dire in ogni tipo di situazione: in compagnia dietro ai microfoni di una radio, per esempio; o nelle conversazioni tra amici alle tre di mattino con un grado alcoolico oltre ogni limite. Lui sa, insomma. Sa quanto ami questo gruppo. Questa canzone in particolare. Impossibile spiegarne i motivi. Semplicemente la canzone che ho sempre sognato di poter scrivere, un giorno. (C.L.)

9) The Stone Roses – The Stone Roses (1989)

Analizzare i motivi della grandezza di questo disco è difficile nonchè inutile. Non so se Madchester è stata solo l’epoca della felicitá chimica e non mi interessa. So solo che cè una scena in Spike Island, il film sul mitico concerto dei Roses del 90, che riassume bene tutto. I protagonisti, senza biglietto, sono confinati fuori dall’area dove si svolge il concerto quando, da dentro, parte I Am The Revolution. Compare la Felicitá sui loro visi e io, con la pelle d’oca, ballo e canto davanti alla tv mosso da una forza soprannaturale. (M.B.)
Il primo Stone Roses è un grande disco, capace di riassumere i venti anni precedenti la sua uscita mischiando con semplicità disarmante rock, pop, funky, dance. Eppure in fondo in fondo continua a sfuggirmi l’importanza capitale che viene ancora oggi attribuita a quel disco e a quel gruppo. (A.C.)
Consumai letteralmente i primi singoli, quelli cha anticiparono questo disco. L’album, inutile dirlo, fu uno dei “miei” dischi e tale è rimasto. Mi ricordo che una stroncatura del primissimo concerto italiano sul Mucchio Selvaggio mi diede la certezza assoluta che ero sulla strada buona. Poi uno dice l’importanza della stampa musicale. (C.L.)

8) The La’s – There she goes (1990)

Un album unico ed enorme. Lee Mavers, il Brian Wilson della nostra generazione senza uno Smile a guastarne il ricordo. (M.B.)
Ecco, appunto: centosettantadue secondi di pura e semplice perfezione POP. Vedi alla posizione numero 10. (A.C.)
Ho sempre letto la stampa musicale inglese. Lo facevo anche in quei giorni a Londra. Era aprile del 1989 e i La’s erano il gruppo del momento in Inghilterra, nonostante non avessero ancora inciso nient’altro che due singoli. I soldi lasciati ai bagarini fuori dal locale non li ho mai rimpianti. Mi feci travolgere da quaranta minuti scarsi di perfezione pop. Il giorno dopo acquistai There She Goes e divenne immediatamente una delle mie canzoni preferite di sempre. (C.L.)

7) Arctic Monkeys – I bet you look good on the dancefloor (2005)

Copio e incollo il giudizio che diedi, sulla vecchia versione di questo blog, all’indomani dell’esibizione al Pukkelpop festival del 2006. Arctic Monkeys: molto giovani. Molto spocchiosi. Un paio di pezzi molto belli. Molto sopravvalutati… Dopo 8 anni il mio giudizio non è cambiato di una virgola. Questa musica, per me, non è “importante”. (M.B.)
Ho stimato gli Arctic Monkeys in ogni fase della loro carriera e continuo a nutrire verso di loro sincera stima e ammirazione. Ma non mi sono mai piaciuti sul serio. Questo pezzo però era e rimane una bomba. (A.C.)
Che questa sia una grande canzone non c’è nessun dubbio. Poi capita che le strade delle persone si dividano, anche di quelle che condividevano storie d’amore veramente importanti. Per gli Arctic Monkeys ho avuto una cotta passeggera. Mi è passata da un pezzo e vederli ora non mi fa veramente più nessun effetto. Non si tratta nemmeno di cuore spezzato, ormai è semplice indifferenza. (C.L.)

6) Joy Division – Transmission (1979)

Sinceramente faccio fatica a scrivere qualsiasi cosa a proposito dei Joy Division. Diventare banali è una certezza, in questo caso. Cosa volete che vi dica? Ho fatto la trafila: recuperato gli album, li ho ascoltati fino a consumarli. Di più non so. Ci sono certe bands dove davvero diventa superfluo parlarne. (C.L.)
I dischi che ho in casa ho smesso di contarli da un pezzo. L’ultima volta che ho provato a farlo eravamo sopra i 5.000 titoli. I più vecchi li ho in cassetta, poi vinili e cd. Di alcuni dischi ne ho due copie, di altri addirittura tre, generalmente in formati diversi. Dei due album dei Joy Division ho la versione in cassetta, quella in vinile, le ristampe rimasterizzate in cd con aggiunta di un disco dal vivo cadauna e per non farmi mancare proprio nulla acquistai pure il cofanetto quadruplo Heart and Soul e la raccolta Substance. Non so se i Joy Division siano il mio gruppo della vita, di certo ci vanno vicini. (A.C.)
Arturo aveva Still. Era doppio, quattro facciate. Lo ascoltavamo in religioso silenzio. Pomeriggi passati così, senza fare altro. Tornavo a casa con tutti i compiti da fare ma ne era valsa la pena. (M.B.)

5) My Bloody Valentine – You made me realise (1988)

Qui si spingono al limite….e vanno oltre. I MBV mi hanno sempre dato l’impressione di partire dove molti hanno mosso a loro volta i primi passi ma di riuscire sempre a spostare i confini appena più avanti. Adoro ascoltarli in cuffia e ancora oggi non finiscono di stupirmi. Penso che sia il miglior complimento che si possa fare ad un musicista. (C.L.)
Questa canzone è come una linea spartiacque per l’indie rock: c’è un prima e c’è un dopo. I MBV, dal canto loro, sono il durante. (A.C.)
Musica “importante”, altro che Arctic Monkeys. Musica grazie alla quale, un giorno, non mi vergognerò di rispondere orgogliosamente a chi mi chiederá cosa facessi quando avevo vent’anni: “ascoltavo i My Bloody Valentine, cazzo”. (M.B.)

4) The Fall – How I wrote “Elastic Man” (1980)

Ne abbiamo parlato a lungo. Dei Fall di Mark E. Smith. O meglio, lo ha fatto Compagnoni in questo articolo qui. Meglio di lui non riuscirei comunque a dirlo, tanto vale rileggerlo. (C.L.)
Ogni loro disco ha almeno una canzone da ricordare. E di dischi ne hanno fatti davvero parecchi. Ancora oggi quando voglio raccontare a qualcuno di un nuovo gruppo che accende il mio entusiasmo ma che non so esattamente come catalogare tiro fuori il nome dei Fall. Poi per evitare approfondimenti mi giro e me ne vado. (A.C.)
Il mio pezzo dei Fall è Hit The North pt 1. Me ne innamorai dopo aver visto Mark Smith biasciarlo annoiato in un concerto londinese di tanti anni fa. Ognuno dovrebbe avere un pezzo dei Fall preferito. Dovrebbe essere una domanda obbligatoria nei test attitudinali. “Pezzo dei Fall preferito?” Il mondo sarebbe un posto migliore. (M.B.)

3) Orange Juice – You can’t hide your love forever (1982)

Un gruppo che dovrebbe essere amato solo per il nome che si è scelto e un album che andrebbe consumato allo sfinimento fosse anche solo per il titolo. Se non siete così romantici da convincervi con le parole puntate subito tre canzoni come sampler del disco intero: Falling and Laughing, Tender Object e Consolation Prize. Dopo non potrete più farne a meno. (A.C.)
Ci sono gruppi che piacciono solo per la musica. Gli Orange Juice no, non solo per quella. Quelle giacche troppo strette, gli occhiali da sole e quel ciuffo ribelle che cadeva sugli occhi, lo confesso, sono stati l’immagine che vanamente ho cercato di replicare negli anni della mia adolescenza. Sempre meglio che paninaro, no? (C.L.)
Stile e sostanza. Rip it up and start again, un monito al quale ho cercato di attenermi nel corso degli anni. Con alterne fortune. (M.B.)

2) The Jesus and Mary Chain – Psychocandy (1985)

Ci sono dischi che diventano capi saldi della tua formazione musicale. Alcuni te li tiri dietro per sempre, altri nel tempo sfumano quell’importanza che inizialmente avevano. Se hai la fortuna di vivere in diretta l’attesa per l’uscita di uno di quei dischi, il privilegio di ascoltarne in diretta la musica al momento della sua uscita, la botta di fortuna di vedere il gruppo nel tour che accompagna al tempo l’uscita di quel disco (Vidia Club, Cesena, 25/5/1986), la voglia di ascoltare ancora quell’album, quasi trent’anni dopo la sua uscita oggi con lo stesso entusiasmo di allora. Ecco, se ti capita tutto questo sei un privilegiato. Me ne rendo conto. (A.C.)
Era una uno bianca, mi sembra di ricordare. Eravamo in 4 e ci sparammo 600 km in poche ore, tra andata e ritorno. Non avevo ancora compiuto diciotto anni.  Jesus and Mary Chain a Correggio fu uno dei primi concerti seri della mia vita. Psychocandy me l’aveva già cambiata appena qualche mese prima. (C.L.)
Ne avevo sentito parlare da Rockerilla. Feci una richiesta radiofonica a Radio Città Futura. Il primo singolo Never Understand. Qualche minuto di attesa e poi scariche di energia statica a invadere l’aria. Sotto intuivo della melodia. Mi ricordo distintamente in ginocchio sul letto a controllare se la radio si fosse desintonizzata. Era, invece, il rumore del futuro. (M.B.)

1) The Smiths – This Charming Man (1983)

Ci sono gruppi, ci sono dischi e ci sono canzoni che cambiano la vita, non ci sono cazzi. Se la pensate diversamente vuol dire che la musica la vivete diversamente da come la viviamo noi. Dico di più: ci sono giri di chitarra, meglio se suonati impiegando il minor numero di note possibili, che ti lasciano addosso cicatrici che nemmeno il solco di una lama lascerebbe. Penso a giri come quello che apre Marquee Moon o ai primi sei secondi di This Charming Man: a punctured bicycle, on a hillside desolate, will nature make a man of me yet ?. (A.C.)
Quello che sono diventato, nel bene e nel male, lo devo a due bands in particolare. Una sono i R.E.M. e l’altra gli Smiths. Tutto il resto è venuto dopo. (C.L.)
14/5/1985, gli Smiths a Roma. C’ero. Avevo 21 anni. Niente è stato più come prima. (M.B.)

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