Catartica – Il mondo di prima

«Ma, tu ti ricordi il mondo di “prima”?»
«Certo che me lo ricordo, che domande… avevo più di quarant’anni quando tutto è successo.»
«Sì, lo so, certo. Ma, intendo, te lo ricordi ricordi? Nel senso, se chiudi gli occhi vedi tutto quello che mi racconti o sai che è successo? Anch’io so che esistevano i concerti nei locali, tutti ammassati a sudare assieme – che mi fa anche un po’ schifo, non so come facevate a stare tutti pigiati con un sacco di sconosciuti, bleah, ma comunque – ho visto i video, le foto, c’è tutto in rete.»
«Esatto, anche tu puoi vedere tutto quello che ho visto io. E pensa che quando ero ragazzo si fumava pure in quei posti. Tutti sudati e pure affumicati!»
«Mi fai ridere.»
«Per fortuna. Voi giovani non ridete mai, almeno, quelle poche volte che vedo dei giovani che non sia tu, mi sembrano tutti così tristi…»
«Ma no, sono solo degli atteggioni. Ma, quello che volevo dire è: ti ricordi quelle cose, tipo che puoi ancora sentirle? Sentire gli altri addosso? Le vibrazioni delle casse? Quelle vere, intendo, non la musica 32 d che sentiamo adesso che “simula” anche la vibrazione del pavimento quando ci sono certe frequenze. Intendo, le senti?»
«Certo, tesoro. Ovvio che le sento. Non si dimentica quello che si è vissuto.»
«Ma è proprio questo, papà, che vorrei capire: io dimentico. Dimentico tutto. Se non ci fosse il diario digitale che mi ricorda le cose, credo che mi dimenticherei anche le facce dei miei amici. Come fai tu a ricordare cose che sono successe più di quarant’anni fa e “sentirle” ancora?»

«Non lo so. Questa è una bella domanda. Mi viene da dire che io le ricordo perché le ho vissute così, sulla pelle, a contatto. Toccare. Una cosa che voi ragazzi del “dopo” sapete poco. Toccare a caso, toccare per sbaglio. Te l’ho raccontato mille volte dei bistrot a Parigi dove io e tua madre andavamo sempre e di dove lavoravo io: la fila fuori dalla porta e i tavoloni grandi.»
«Sì, e le tavolate con gente sconosciuta che si sedeva a dieci centimetri uno dall’altro.»
«Sì, lo so che te l’ho raccontato mille volte. E, i tavoli erano così affollati…»
«Che ci si sbatteva contro per forza.»
«E persone che non si erano mai viste si trovavano a toccarsi e, quindi, a parlarsi. Ti passavi il sale e attaccavi bottone. Ci si toccava per chiedere scusa se giravi l’angolo e, distratto, sbattevi contro qualcuno. Ci si toccava se eri in fila al pub, ai concerti, sai quanti ne ho fatti con qualcuno letteralmente appoggiato addosso? Qualcuno mai visto prima e che mai ho rivisto dopo.»
«Senza contare il sesso.»
«Già, senza contare il sesso. E che noi eravamo più bacchettoni dei nostri genitori, ma era normalissimo incontrare una al bar e finirci a letto e, magari, non incrociarla più per anni. O mai.»
«I miei compagni di facoltà ci farebbero la firma col sangue e poter tornare indietro di una trentina d’anni, al 2010 o giù di lì. Mi ricordo quella foto: come si chiama il locale in cui andavi sempre e c’era la fila sulle scale per entrare?
«Il Covo, a Bologna.»
«Vero. E quello della maglietta dei METZ che mi hai regalato? Non l’avevi comprata sempre a un concerto?»
«Sì, certo. Al Freakout. Ne sono uscito con un orecchio che mi fischiava e non ha smesso per due giorni. Avevo paura di essere diventato sordo.»
«Ah ah ah, che matti che dovevate essere. Forse per questo ti ricordi le cose: perché eravate matti.»
«No, amore, me le ricordo perché le ho sulla pelle, perché si vivevano con la pelle e sulla pelle. Perché tutto era toccare ed essere toccati, dentro e fuori.»

«Vorrei che mi abbracciassi, papà.»
«Presto amore, appena torni a casa.»
«Quest’anno sembra che non sia particolarmente aggressivo. Dicono che forse coi primi caldi si potrà addirittura uscire senza tuta.»
«Lo so, l’ho sentito anch’io.»
«Non mi dire che ti sei rimesso a guardare i telegiornali!»
«No, no, tranquilla: è da metà anni ‘20 che non guardo un tg, da poco dopo che sei nata tu. Tua madre m’informa. La rete non posso staccarla che è obbligatoria, e poi senza non potrei vedere te. Anche se vederti attraverso lo schermo…»
«Lo so, lo so, papà che ti disturba.»
«Non è che mi disturba, è che poi mi manchi.»
«E ti ricorda di quando tutto è cominciato e tu eri a Bologna e la mamma a Parigi e per settimane…»
«Mesi, amore. Sono stati mesi.»
«Per mesi, dai però solo un paio…»
«I due mesi più lunghi della mia vita.»
«Per mesi vi siete visti solo attraverso lo schermo del portatile. Pensa che almeno adesso con la tecnologia che c’è possiamo simulare un sacco di cose. Con gli ologrammi possiamo guardarci non solo in faccia. Anzi, tiene bene la rete lì in mezzo al niente dove state tu e mamma? Se il segnale oggi è forte ci facciamo una passeggiata?»
«Sì, il segnale è al massimo e poi io e tua madre non stiamo in mezzo al niente, la casa della nonna te la godresti anche tu adesso: io stamattina ero fuori a tagliare l’erba del prato e sentivo gli uccelli cantare, il rumore del torrente che scroscia. A loro non gliene frega mica niente di noi chiusi nelle nostre tane per paura del virus…»
«Hai ragione, lì è bellissimo. Allora, andiamo?»
«Si, dai, Sofia. Dove?»
«Bosco? Città? New York del ’30. Del ’30 del ‘900 intendo, e andiamo a vedere se incrociamo Capote?»
«No, no, ormai l’algoritmo l’ha capito e quando ci vediamo lì se non sbatto contro Capote che passeggia, di sicuro vedo Hopper in un bar o c’è una lettura di Fitzgerald in qualche teatro. Ormai lo so e mi prende male.»
«Allora, dove?»
«La nostra spiaggia?»
«Sì, dai. Aspetta che preparo. Hai il casco?»
«Sì, lo metto?»
«Metti, metti che sono diventata velocissima. Un minuto e siamo sui sassi.»
«Ci sono.»

«Eccomi. Ciao papà!»
«Ciao tesoro, come sei bella!»
«Come se non ci fossimo visti fino a un secondo fa.»
«Le cose belle…»
«Bisogna dirle ogni volta che ci si pensa. Lo so, me lo ripeti da quando…»
«Hai tre anni. Lo so anch’io: mi ripeti che ti ripeto le cose da quando ho cinquant’anni. E ormai ne sono passati un bel po’.»
«Facciamo due passi? Saliamo fino alla chiesetta?»
«Sì, ho ancora abbastanza fiato, direi. E poi, mica cammino davvero, no? Senti il rumore del mare. È quello lì, quasi quello che sentivo qui venticinque anni fa.»
«La mamma sta bene?»
«Sì, è di là che cura le rose, lo sai quanto è fissata.»
«Ma non eri tu quello fissato con le rose?»
«Certo, ma mi piace dar sempre la colpa delle mie fisse a tua mamma.»
«Ah, ah, che belli che siete. E che bello sarà quando la connessione sarà abbastanza potente da poterci trovare tutti e tre assieme.»
«Che bello sarà quando potrai tornare a casa e stare un po’ con noi davvero.»
«Lo sai che verrei anche domani. Ma poi, come faccio? Due settimane di quarantena lì con voi e altre due qui quando torno. E poi costa tantissimo l’aereo.»
«Che ridere, pensa che quando ero bambino io gli aerei costavano più o meno come adesso. Appena poco di meno, ma si viaggiava tutti attaccati lo stesso. Poi, quando avevo trenta, quarant’anni volavi al costo di un pranzo fuori, spesso a meno. Una volta sono venuto in Francia per trovare tua madre e ci siamo incontrati proprio in aeroporto qui vicino e io avevo speso meno a prendere quell’aereo per fare mille e passa chilometri, che lei per un’ora di bus da Parigi. A pensarci, era un mondo strano anche quello lì, in effetti.»
«Che bello poter girare così tanto senza pensieri.»
«Sì, il mio più grande dispiacere per te, Sofia, è proprio questo: che il tuo mondo è tornato grande e lontano com’era cento anni fa, anche se completamente connesso. Siete ovunque in ogni momento, ma non potrete mai andare veramente nei posti che visitate ogni giorno con questi ologrammi e la realtà aumentata e il virtuale e tutti quei programmi che non so usare.»
«Lo so. E credo che dispiaccia più a te che a me, che a noi: per noi è sempre stato così. Non ci mette la malinconia che mette a te camminare su questi sassi e non poterli prendere in mano. Ci basta la sensazione di sprofondare coi piedi fra di loro, di più non abbiamo mai avuto ed è difficile rimpiangere ciò che non si conosce.»

«Lo spero. Io ho sempre sentito la malinconia per ciò che non conoscevo, ma, in effetti, non molti capivano questa cosa. Meglio così, spero che abbia ragione tu, amore mio. E, poi, chissà: io non smetto di sperare che tutto finirà. Noi, dopo la grande crisi abbiamo avuto qualche anno di ripresa prima del lockdown definitivo, dopo la seconda mutazione del virus.»
«Quando sono nata io, no?»
«Poco dopo. La prima era stata aggressiva ma poco contagiosa, si erano solo ristabilite le misure di contenimento della prima volta: distanze nei ristoranti, chiusi i cinema e le sale concerto, ingressi uno per uno nei negozi. È allora che tutto è cambiato. C’è chi dice che lo hanno fatto apposta, per creare questo mondo di isolati su cui dominare è ancora più facile, a cui vendere servizi diventati indispensabili come la consegna a domicilio, l’energia, internet. Io non lo so, ma mi sembra folle. Però sono vecchio e tutto mi sembra folle da molti anni. Mi sembrava folle anche allora.»
«Non sei vecchio. E, cosa ti sembrava folle allora?»
«Bah, un sacco di cose, tesoro. Gli allevamenti di maiale così intensivi da avere centomila bestie ammassate in uno sterminato capannone, animali nati e messi in un box fino al giorno del macello. O batterie di galline in gabbia, una sopra l’altra per decine di metri con luci che si accendevano per simulare il giorno e la notte per far produrre uova. E queste masse, forse, sono state colpevoli della diffusione dei virus in questo secolo: troppi animali troppo vicini e in un lampo un virus si diffondeva più della peste nel Medioevo. E tutto questo perché bisognava poter pagare un hamburger un dollaro come pubblicizzava McDonald’s, la benzina che inquinava ma doveva costare poco e per duecento anni ci siamo mossi e scaldati bruciando petrolio e gas, come se le tecnologie non permettessero altro.»
«In effetti, non era un mondo molto sensato neanche allora.»
«No, non lo era e credo sia questa la causa del mondo in cui vivi tu: quello che vi abbiamo lasciato è la spazzatura di un secolo, di quando vivevamo prima da irresponsabili perché ignoranti e poi da irresponsabili colpevoli perché sapevamo cosa stavamo facendo al pianeta, ma lo facevamo lo stesso perché le regole del mercato volevano così.»
«E la Terra si è ribellata.»
«In un certo senso, sì. Non credo che il pianeta possa avere una coscienza e aver prodotto un virus per farci fuori, però la storia è andata così: abbiamo spinto troppo sull’acceleratore, ci siamo allontanati troppo dalle leggi del pianeta e come Icaro al cospetto del sole cadde, così noi abbiamo creato le nostre condanne. E, adesso, tesoro mio, ve le beccate voi. E a me questo spezza il cuore e lo stomaco.»
«Non è colpa tua.»
«No, ma è stata colpa nostra. Di chi ha la mia età e rideva di chi profetizzava catastrofi. Lo sai che a fine anni Ottanta facevo il volontario per il WWF? Ero solo un bambino, ma avevo letto un articolo su di un giornale che diceva che con quel ritmo di inquinamento, nel giro di cinquant’anni Berlino avrebbe avuto la temperatura di Bagdad. Allora, prima del 1990, a Berlino la temperatura d’inverno scendeva di venti gradi sotto lo zero e più e tutti a sbeffeggiare chi la pensava come quel giornalista e chi parlava di ambiente, di coscienza. Poi cominciò davvero a fare sempre più caldo, ma quasi ci piaceva poter star seduti fuori dal bar in tutte le stagioni. Poi cominciammo a preoccuparci, ma era già troppo tardi e malgrado tutto, tanti continuavano a deridere chi faceva la raccolta differenziata della spazzatura, chi stava attento a cosa comprava, chi parlava di etica dei consumi. Oggi a Berlino a gennaio si gira con la giacca di pelle e d’estate si superano i 40 gradi, poco diverso da com’era Bagdad nel 1990. Siamo stati prima stupidi e poi criminali. E questa è la colpa che le generazioni della fine del ‘900 devono portare addosso.»

«Ma non è colpa tua, papà. Non puoi tormentarti per questo.»
«Sarebbe comunque inutile: troppo tardi. Chissà che la lezione sia servita. Chissà se la gente capirà. Chissà se questo sistema pazzo finirà. Forse, per fortuna, siamo alla fine; forse voi farete in tempo a vedere un mondo diverso, a fare un mondo diverso: quello che io ho sognato tanto tempo fa, quello che noi vecchi non siamo più in grado di pensare.»
«Chissà. Chissà se sapremo come si fa a stare fuori casa tanto tempo.»
«Già, chissà. Ma io lo sogno ogni notte. Lo sogno per te. Vorrei che potessi camminare su questa spiaggia e fermarti a raccogliere un sasso, sentirlo freddo e liscio nel palmo della tua mano e poi lanciarlo in acqua, contro un’onda, solo per il gusto di farlo. Perché tanto l’onda lo ributterà sugli altri, qui sulla spiaggia.»
«Papà, va tutto bene? Mi sembri triste.»
«No, tesoro, tutto bene. Sono solo un vecchio rimbambito e mi commuovo a pensare a certe cose. Quando sarò del tutto rincretinito che mi verranno i lacrimoni per ogni cosa, buttami nel mare!»
«Ah, ah, che tipo che sei. Che bella la vista da quassù. E senti che vento freddo.»
«La prima volta io e tua madre ci siamo seduti proprio qui e c’era un vento spaventoso e abbiamo parlato di te. Ancora non sapevamo se ti saresti chiamata Emma o Sofia.»
«Fu quella volta che dovevate andare a Parigi e poi tu hai deciso di venire a Nord per vedere il mare?»
«Sì, quel magnifico colpo di testa. E tua madre, che non è poi tanto seria come sembra, faceva quella che “forse non è il caso” ma non stava nella pelle e l’ha trovato lei questo posto. Lei è sempre stata magica per trovare la meraviglia che gli altri non vedono, quella dietro l’angolo di cui nessuno si accorge.»
«Che bello quando mi racconti, papà. Io sono stata qui da piccola, vero? Intendo qui per davvero.»
«Sì, certo: ogni anno finché si è potuto siamo venuti qui tutti e tre. Direi ameno tre volte o quattro. Ma dovresti chiedere alla mamma, lei si ricorda tutto, altro che io. Noi venivamo qui ogni anno e abbiamo continuato con te.»
«Vorrei abbracciarti, papà.»
«Non sai quanto lo vorrei io. È per questo che poi questo coso dell’ologramma mi mette di malumore. Ti vedo a un palmo da me ma non posso toccarti. Lo sai, noi vecchi che tutto passa per la pelle contro la pelle non ce ne facciamo una ragione.»
«Ma smettila di dire che sei vecchio, papà: hai sessant’anni. Ma anche io non vedo l’ora di stringerti.»
«Sessanta passati e volati. E mi sento vecchio, ma non importa. Guarda che onda, laggiù! Qui si veniva a fare surf, una volta abbiamo visto due ragazzi che avranno avuto la tua età uscire dal mare con il surf a febbraio, o marzo. Faceva un freddo che noi stavamo sulla spiaggia coi cappotti e loro erano andati a farsi una surfata.
Allora, te l’ho già chiesto, ma quando pensi ti fermarti un po’ a casa?»
«Non lo so. Forse per Pasqua. Se riesco a organizzarmi con gli esami e la tesi posso stare tutto il tempo che serve per fare la quarantena da voi e poi di nuovo da me a casa. Per l’università non c’è problema, però dipende da come continuerà in queste settimane.»
«Da com’è quest’anno. Ovviamente.»
«Dicono che forse non sarà brutto come quello dell’anno scorso.»
«Dicono così. Speriamo sia così. Che bel sorriso che hai, Sofia.»
«Che bella luce. Inizia a tramontare il sole.»
«Sì, magnifica. Sembra vera.»

Fabio Rodda

NYC love song (Fiver # 04.2018)


Sei da un’altra parte. Così lontana che non ha nemmeno senso scriverti. Scrivere. Scriverne. Sei così lontana perché le cose succedono. I fatti, i posti, le persone. Forse lui non era quello giusto ma era al posto giusto al momento giusto. Forse tu eri quella giusta ma eri al posto sbagliato, al momento sbagliato. Poi ci sono i compromessi, le scelte, i ragionamenti. Quanta roba… forse troppa. Ma quell’inverno sembrava non volesse finire mai eppure non faceva mai troppo freddo anche se c’era tanta neve ma non c’importava. Era solo che le scarpe si bagnavano e lasciavamo le pozzanghere in casa, all’ingresso di quei trenta metri io, te e i buchi nel pavimento che se toglievi il tappeto ci vedevi la famiglia – quanti cavolo erano? – al piano di sotto. Quei dischi che giravano sempre sul piatto e le sigarette spente nei bicchieri cerchiati dal vino rosso. Quel pomeriggio di un giorno qualunque. Il titolo per un film di Woody Allen. Quel pomeriggio di un giorno che non ricordo che giorno fosse. La neve in Bradford St e un negozio di musica che non c’è più. Noi due ad ascoltare il novo disco dei The National e Matt beveva birre di mattina al bar di fronte. Tu sorridevi e sembrava tutto un luna park e noi due giravamo sulla ruota piena di luci e musica e pensavamo che non saremmo scesi mai. Quel pomeriggio che pareva già notte sulle colline di Brooklyn a guardare il profilo luminoso di Manhattan. Quella sera a far girare un album perfetto, che non finiva di stupirci e noi sorridevamo, una cuffia sull’orecchio, l’altra in mano, come due consumati dj. Noi due e la neve e quel vento gelato che tagliava la faccia e poi tu che scrivevi il testo di Terrible Love sul mobiletto rosso del bagno.

Amo gli sconfitti. Quelli che sbagliano treno. Quelli che a dieci metri dall’arrivo sono primi ma poi se ne dimenticano e si fermano a guardare un cane con la faccia buffa e tutti passano davanti. Quelli che ci provano tutti i giorni. Che ci riescono quasi mai. Quelli che non basta mai. Quelli che vorrebbero tanto fermarsi e piantare una tenda per ripararsi dalla pioggia, ma non possono smettere di camminare e bagnarsi. Quelli che, con la faccia umida e i capelli che sgocciolano, sorridono col sorriso più bello. Quelli che s’interessano a tutto e non ci capiscono niente. Quelli che le cose belle sono così ovvie che, quando provano a parlarne, gli altri li guardano come fossero matti. Illusi. Romantici. Cinici. Disperati. Innocenti. Folli. Bambini. Quelli che amano col cuore rattoppato e non lo raccontano. Quelli che s’infuriano e vorrebbero bruciare il mondo. Poi, per un sorriso dietro il vetro di un bar sentono lo stomaco rimbalzare. Per un abbraccio fra sconosciuti per strada pensano che la vita è una cosa meravigliosa e tornano a essere felici. E forse erano solo ubriachi, ma non importa. Quelli che se quella volta avessi detto, avessi fatto, fossi partito ma poi va bene così perché la strada su cui sei, che tu lo voglia o no, è sempre quella giusta.

Il tempo è passato feroce come solo il tempo sa fare. I giorni senza di te sono diventati settimane e mesi e in un momento le stagioni si erano rincorse e noi avevamo qualche ruga in più ed eravamo sempre io e te ma non c’era più noi. Brooklyn era sempre lì, ma la nostra casa non era più nostra. Chissà chi guarda litigare, oggi, la famiglia del piano di sotto spostando il tappeto vicino alla porta rossa piena di fessure e spifferi gelati. I The National non hanno fatto più un disco bello come quello. Matt forse beve ancora birre al mattino in Bradford St., ma non lo posso sapere.
Tu sei bella come eri, forse di più. Io ho la faccia un po’ più stanca, ma me la cavo ancora decentemente con gli specchi. NY dicono che abbia messo su qualche chilo e perso un po’ il tocco per la musica – abbiamo rubato il momento magico da quelle mille luci? – ma credo che stia ancora bene. Presto tornerò a trovarla, scenderò dalla metro sulla settima per camminare un po’ fino a Prospect Park, un caffè bollente in mano. Mi mancherai per un momento. Poi tornerà ad essere uno splendido pomeriggio di primavera.

Amo chi piange molto, ma ride sempre di più. Chi ama sporcarsi, annusare la pelle di un altro, che siamo carne e sangue e le distanze sono solo paure e non c’è niente di più bello che mischiare il proprio sudore a quello di un altro. Chi non trova le parole e scrive romanzi. Chi si riempie la pelle d’inchiostro per ricordarsi chi è. Per sentire l’ago che batte, perché la ferita che si sta facendo disegnare cura quelle che hanno fatto gli altri. Chi si fa bucare le orecchie, le labbra, la lingua per sentire la scarica d’adrenalina e quel dolore potente che, per un momento, fa tacere tutti gli altri mali. Tutti i mostri. Chi rimpiange in silenzio sempre qualche cosa, ma non rinuncia mai a provare qualcos’altro. Chi, quando piove, dimentica l’ombrello a casa, compra un berretto e lo perde al bar. E torna zuppo e scuote la testa perché proprio no, non ce la può fare. Chi ride di sé molto più che degli altri. Chi degli altri non ride ma con gli altri ci ride, che ridere da soli si può anche fare, ma viene meno bene.

Odio chi ha sempre ragione. Chi sta dalla parte giusta. Chi non capisce di essere un altro. Che l’altro non esiste. Chi crede di essere migliore, di meritare, di avere diritto sempre e comunque. E gli altri no. Chi ama le regole, l’ordine e la pulizia. Chi non dipinge, non scrive, non suona, non va a vedere una mostra, non s’innamora di un sorriso dolce. Chi cerca la rima baciata più facile. Chi urla sempre. Chi non grida mai. Chi si lamenta. Chi non piange mai. Chi non sorride. Chi odia. Che, alla fine, odiare è solo una stupida perdita di tempo e non odio veramente nessuno. Ma alcuni vorrei proprio odiarli.

È passato così tanto tempo. Chissà se le tue strade hanno lo stesso riflesso di voglia di correre a perdifiato. Gli stessi pensieri incastrati nell’asfalto. Quand’è che sei innamorato? Quando, mentre fate l’amore, non vuoi smettere di sentire il suo odore? Quando ti svegli la mattina e lei è ancora lì e ti viene da sorridere e l’abbracci? Quando è il tuo primo pensiero? L’ultimo, la notte? Quando fumi una sigaretta in terrazzo e lei sta ancora dormendo e tu non riesci a smettere di guardare il suo viso? Quell’insieme di linee perfette che disegnano il contorno dei suoi occhi, delle sue labbra, del suo naso. Del suo mento, degli zigomi che accarezzi leggero, perdendoti nel sorriso accennato di chissà quale bel sogno? Quando? Quando arriva il momento in cui sei disposto a fermarti e pensare “voglio solo poter dire a tutti che lei è mia. Che sono suo. Per sempre”. Quando succede? E se, quando succede, non è il momento giusto? Il posto giusto? Se lei o tu o tutti e due state ballando un ballo che non sapete dove vi porterà? Potete continuare a ballare stretti senza fare promesse che potreste non poter mantenere? Senza mettere vincoli, regole, definizioni. Si può? Continuare a darsi bellezza chiedendo solo bellezza in cambio e lasciandosi liberi di andare, scoprire, incontrare, vivere qualunque cosa. Che, tanto, le cose succedono lo stesso?
Si può? Si può camminare per le tue strade annusando l’aria di un parco senza innamorarsi di te? Si può stare con te senza finire ad odiarti? Amo chi non si pente mai. Chi ha sempre paura di aver sbagliato. Chi sa che il treno passa, ma non è vero che è l’unico. Chi, se gli viene il dubbio che il treno sia quello sbagliato, salta giù perché sa che le ossa si rompono, ma si aggiustano. Chi si lascia andare ma non mente. Chi non si dimentica mai che le cose più belle si fanno in due. E che di chi le fa con te bisogna avere cura, ma non bisogna volerlo curare. Né farsi curare. Chi è disposto ad aver paura di perdere qualcuno pur di lasciarlo andare dove vuole, dove deve. Forse le storie d’amore più belle sono quelle che sono per un po’. Che sono e non si dicono. Che sono e non c’era esclusiva, non c’erano pranzi e cene con altre coppie. C’eravate solo voi due e solo in quel momento ed era perfetto così. Forse le storie d’amore più belle sono quelle che non diventano nient’altro e rimangono un ricordo dolcissimo quando la vita avrà lanciato i suoi dadi creando direzioni diverse. Magari poi ci si incontra di nuovo. Un po’ come con te, la città perfetta in cui non si può vivere, forse l’amore perfetto è quello che ti riempie e non si preoccupa di non poterti abitare per sempre; ma sa che, quando c’è, non c’è nient’altro a cui dedicare un solo pensiero.

Fabio Rodda