And I need all that stuff (Fiver # 13.2017)


C’è stato un momento, più o meno a cavallo di metà anni ’80, in cui i Jesus and Mary Chain sono stati il mio gruppo preferito. Non che riconoscessi loro chissà quali meriti: erano solamente le persone giuste che suonavano la musica giusta nel (mio) momento giusto. Avevo appena varcato la soglia dei 20 anni e loro, più vecchi di quel tanto che a quell’età basta a farti sentire inadeguato, erano il mio modello. Con quei giubbotti di pelle nera stirati sui fisici asciutti, le lenti scure per nascondere gli occhi fin oltre il tramonto, un batterista in piedi dietro uno scheletro di tamburo e una cascata di rumore capace di non smarrirsi e tenere il ritmo ricordandosi che per essere pop occorre anche infilare da qualche parte un minimo di melodia e i ganci giusti. Non ultima, anzi forse prima di tutto il resto, quella loro inclinazione alla vita così totalmente menefreghista da farmi andare nei matti: non gliene fregava un cazzo di niente e di nessuno e ci tenevano a fartelo sapere. Poi c’era quel verso, quella sola unica frase di una loro canzone, che mi sembrava raccontasse alla perfezione tutto il me stesso di allora ma che in realtà racconta molto più compiutamente il me stesso di oggi, a distanza di un abbondante trentennio: you never understand me.

Ad ogni modo dopo i primi due album il gioco di Gesù e Maria Catena cominciò un po’ a stancarmi.
Continuai a comperare i loro dischi, a ballare le loro canzoni migliori e a leggere le cronache delle liti tra i fratelli Reid, tutto a una certa distanza però. Anche se non li ho mai messi da parte, sono sempre rimasti lì nei paraggi a ricordarmi tutti i calci, i pugni, le incazzature e le porte sbattute con nelle orecchie il feedback di Upside Down e a rievocare le volte che mi sono innamorato di un paio d’occhi con la filastrocca dolceamara di Just Like Honey a farmi da colonna sonora.
Così quando un paio di anni fa i fratelli hanno deciso di rimettersi assieme per suonare Psychocandy dal principio alla fine non ci ho pensato un momento, ho buttato due magliette in valigia e sono partito per Londra est direzione Troxy, pur essendo insofferente alle reunion e nella piena consapevolezza che un live dei Jesus and Mary Chain non vale quasi mai il prezzo del biglietto. A meno che non decidano di spaccare tutto e mettere in piedi una rivoluzione lunga quanto il tempo di un paio di giri al banco del pub sotto casa.
Al contrario in questi giorni sentivo necessità di ascoltare delle loro nuove canzoni più o meno allo stesso modo in cui avverto il bisogno di una birra sgasata e calda a colazione. Vale a dire meno di zero, per dirla con Bret Easton e Costello. Dopo qualche giorno di esitazione l’altra mattina mi sono comunque deciso e ho premuto stancamente la freccia del mio pc sopra la casella “esegui tutti” avviando windows media player senza aspettarmi assolutamente nulla.
E in un attimo è stato come riappropriarmi di tante cose, un tempo care, tutte assieme. Robe diversissime tra loro che nemmeno ricordavo più di avere parcheggiate in memoria: il tema delle elementari dove descrivevo i miei migliori amici (e sì Massi, ci sei anche tu), i gol della Serie A disegnati da Carlo Silva in calce agli almanacchi illustrati del calcio Panini, le puntate di Happy Days sulla Rai prima di cena alle sette e venti della sera, le note di God Save the Queen (o era forse Anarchy in the UK?) dei Pistols sparate dalla console del Vidia come intro al concerto dei ragazzi di Glasgow a Cesena, fine maggio dell’86.
L’ascolto del nuovo disco dei Jesus and Mary Chain è stato un dejà vu che più ovvio di così non poteva essere. Una successione talmente logica e scontata da rendere imbarazzante il fatto che mi sia piaciuta così tanto. Dietro ogni singola nota ho indovinato puntualmente la nota che seguiva, scoperto le rime di ogni verso prima che a pronunciarle fosse la voce di Jim Reid e previsto la sequenza di battute della drum machine in anticipo sul mio piede che poi partiva a seguirne il ritmo.
Trovarmi oggi davanti a un disco nuovo dei Jesus and Mary Chain è stato come sedermi al tavolo con un vecchio amico che non vedevo da tempo e scoprirmi a studiare le rughe dipinte sul volto di lui e le mie, riflesse nello specchio dei suoi occhi. Tentando di rammentare il momento esatto in cui ho smesso di sentire il bisogno della sua compagnia che pure mi accorgo essere ancora oggi così necessaria e illudendomi che la porta alle sue spalle incornici all’improvviso la sagoma di una persona cui poter tornare a dedicare una canzone.
Una canzone come questa:

The Jesus and Mary Chain “Always Sad”

You ain’t like those other girls / There’s nothing like you in this world / You got something more than curls / You ain’t like those other girls / I think I’m always gonna be sad / ‘Cause you’re the best I’ve ever had.

Trementina “Please, Let’s Go Away

Negli ultimi anni abbiamo imparato a conoscere il Cile attraverso il rock and roll, il garage e la psichedelia di Föllakzoid, Holydrug Couple, La Hell Gang e Chicos de Nazca e messo nella cartella degli ascolti prossimi futuri una lista con i nomi di Mi Andromeda, Vuelveteloca, Lumpen & the Happy Pills e qualche altro.
Ora tocca allo shoegaze con deviazioni 60’s dei Trementina, disco in uscita per quei mattacchioni di Burger Records.

The Orwells “Buddy

Ok, questa è roba per quindicenni e sì, lo so che tra poco Giulio mi sorpasserà a sinistra e ascoletrà roba più seria ed evoluta di certe cose che ancora mi ostino a farmi piacere, ma questi ottantasei secondi proprio non riesco a levarmeli di torno.
Movin’ on, did my time / Feelin’ fine, feelin’ fine.
Oh yeah.

Coco Hames “I don’t Wanna Go
https://soundcloud.com/mergerecords/03-i-dont-wanna-go
Dei The Ettes conservo uno sbiadito ricordo che risale a una decina di anni fa. Un trio con qualche disco licenziato dalla gloriosa Sympathy for the Record di Long Gone John, alle prese con un garage pop abbastanza ordinato e non troppo fantasioso. Lindsay “Coco” Hames era la loro cantante e le canzoni che stanno dentro il suo primo album solista in uscita per Merge sono quelle che in questi anni ha accumulato nel cassetto, con in mezzo pure una cover dei Replacements. Powerpop, janglepop, punkpop e una generosa spruzzata di country vecchia maniera.
E la sua voce naturalmente, una di quelle voci per cui è lecito perdere la testa.

Girlpool “Cut Your Bangs

Il primo disco delle Girlpool mi era piaciuto parecchio ma da quel che ricordo mi sembra fosse piaciuto solo a me. E’ un po’ di tempo che non lo riascolto, comunque mi pare che nella mia catalogazione mentale lo avessi sommariamente associato alle robe degli Young Marble Giants e a certe cose delle Marine Girls.
Ora sta per uscire il secondo disco.
Ho l’impressione che anche questo mi piacerà parecchio.

Arturo Compagnoni

Teenage Fanclub (Fiver # 04.11)

I know the secret: rock’n roll is a teenage sport, meant to be played by teenagers of all ages -they could be 15, 25 or 35. It all boils down to whether they’ve got the love in their hearts, that beautiful teenage spirit.
Calvin Johnson, 17 years old, in a letter to New York Rocker (1979)

 Alla fine la citazione che fa al caso nostro l’ho trovata. Non è stata neppure una faccenda complicata e con un po’ di buona volontà penso che ognuno possa trovare o adattare una citazione (che fa figo) a qualsiasi situazione.
Ma questa ci sta bene, dai. Ed essermi ritrovato ancora (ormai ho smesso di contarle), a 23 anni di distanza dalla prima volta, con il solito amico di sempre per le strade di Londra è una di quelle faccende che un po’ mi fanno pensare.
Pure Londra è rimasta la solita, nonostante i traffici legati alla musica si siano spostati da ovest a est della città, nonostante i mille cambiamenti architettonici. Ma questi alla fine sono dettagli insignificanti e questa non è una guida turistica. Si tratta piuttosto di raccontare esistenze trascorse con la musica a fare da presenza costante mentre tutto intorno cambia, si trasforma in maniera inevitabile. Figli, fidanzate, mogli, ex mogli, occupazioni. Ma i battiti di quel cuore adolescente rimangono i soliti. E lo spirito pure. A 17 anni Calvin Johnson, per tornare alla citazione iniziale, aveva già capito. Tutto forse no, ma insomma, ci è andato tremendamente vicino.
Questo Fiver è figlio delle ultime settimane. Passate in giro tra Bologna e Londra. Non canzoni nuove, quindi. Ma 5 concerti significativi che ho visto nel mese di novembre. Per questa volta me la sfango così, in ordine cronologico, che tempo di ascoltare musica ne ho avuto poco.

 

Thurston Moore – Bologna – Teatro Antoniano 03.11.2014
A proposito di eterni adolescenti niente di meglio che Thurston Moore, 56 anni portati con una leggerezza ed una consapevolezza che provocano brividi già solo a guardarlo.thurstonmoore2014_MG_0535
Thurston Moore ha portato in tour il nuovo album solista. Nella band il batterista di sempre, Steve Shelley, la bassista dei My Bloody Valentine (che rimarrà tutta la sera con le spalle rivolte al pubblico, e solo per questo sarà amore incondizionato) ed un nuovo chitarrista tirato fuori dal nuovo quartiere londinese dove dimora.
Una cosa va detta subito: l’album nuovo di Thurston Moore è un disco fantastico. Migliore di alcuni lavori dei Sonic Youth, senza ombra di dubbio. Perfettamente in equilibrio tra la forma canzone e le dilatazioni della sperimentazione, perfettamente bilanciato nel suo alternare rumore e silenzi. La voce, inoltre, sembra aver guadagnato in espressività e il tutto si traduce in uno dei migliori album dell’intera annata.
Dal vivo l’alchimia è stata se possibile non solo replicata ma amplificata (letteralmente) da una situazione al limite della perfezione. Thurston Moore è stato catalogato in tanti modi. Personalmente se dovessi descrivere l’esperienza di ascoltarlo dal vivo nella nuova incarnazione mi viene in mente un solo termine: psichedelica. E qui si potrebbe aprire una lunga parentesi sul significato della parola e di quanto sia abusata nella terminologia strettamente musicale. Vi rimando casomai a questo articolo bellissimo, al solito, di The Quietus che potete leggere qui.
Thurston Moore a Bologna, si diceva. Roba da chiudere gli occhi e ritrovarsi trasportati in un altro luogo. Catapultati davvero in un’altra dimensione. La magia della musica, insomma. In pieno effetto.

Nothing – Bologna – Freakout 04.11.2014
Ad un certo punto ho iniziato a contare. Compresi i due amici che mi accompagnavano eravamo in 45. Ma potrei pure sbagliarmi e comunque non ha nessuna importanza.
Il locale è delle dimensioni di un garage e oltre al paloscenico il solo bancone di un bar fa da arredamento ad una stanza che sarebbe davvero una forzatura chiamare club.nothing-band-guitar-throw-400x400
Quando è arrivato il momento di cominciare, la band ha spento le sigarette, svuotato i bicchieri ed è salita sul palco. Fin dal primo secondo una cosa è stata chiara l’impianto era assolutamente insufficente a reggere l’urto. Perchè i Nothing sono una band che non ama le mezze misure e se gli metti a disposizione un po’ di watt ti scoperchia il tetto del locale, statene certi.
Ma non è tanto questo che ne fa un gruppo unico. C’è dell’altro. Il volume alla fine non è mai stata una discriminante per capire davvero se ne valga la pena. Con i My Bloody Valentine il gioco vale la candela. Con i Nothing pure. Altre volte non so.
I Nothing sono il mio gruppo dell’anno.
Una band che suona in un modo ma che vorrebbe tanto essere qualcos’altro. Come me, in fondo.
Dominic Palermo è un ragazzone gentile. Ma ha i suoi momenti. Un giorno ha tirato una coltellata ad un tizio in una rissa e si è fatto un pò di galera. Quei momenti ritornano costantemente nelle sue canzoni. E no, il cielo non è terso. Non è una cazzo di bella giornata.
Sono canzoni di chitarre disperate ma gentili, soft as snow (but warm inside), di feedback fuori controllo e amplificatori messi alla prova, di voci sussurate che talvolta sono comunque come un fendente allo stomaco.
…on nights as dark as this, black black black clouds still follow us around…
Dominic Palermo sta alla estrema destra del palcoscenico, dalla parte opposta l’altro chitarrista che talvolta canta, pure lui. Al centro la batteria, dietro, e il bassista davanti. Mi sono concentrato su loro due, ad un certo punto. Sembrava la sezione ritmica di un gruppo hard-core. In particolare il ragazzo dietro i tamburi: tatuato, senza maglietta, che picchiava come se non ci fosse un domani. E poi ancora quelle chitarre, che vorrebbero far esplodere quel povero e miserabile impianto di amplificazione.
Dominic Palermo prova a tenere il mostro sotto controllo ma è una lotta impari. La chitarra sembra sfuggirgli dalle mani. Ogni tanto se ne libera, la sfila, se la fa girare attorno al collo, si avvicina all’amplificatore e alza il volume. Il ruggito ci stordisce ancor di più.
…there’s gotta be a place, to escape from the rain, but I can’t find it, can’t find it, can’t find it…
Sono 50 minuti in tutto, niente bis. Dominic abbandona la chitarra per terra, con gli amplificatori che ancora ululano disperati. Esce dal palco correndo. Mi arriva ad un metro di distanza, va al bar. Ordina uno shot di jack daniels e un jack e coca a seguire. Poi, con calma risale sul palco. Spegne l’ampli e ringrazia.
Dominic Palermo ha la presa di una vita scomoda che gli stringe la gola. Non gli rimane che buttare tutto in una canzone, in una band, in un’esistenza trascorsa in un furgone messo male.
Le cose cambieranno anche per lui. Ma intanto, in questo preciso istante, lui e la sua band sono alla ricerca di una maniera per sopravvivere. La loro musica comunica questa urgenza. È roba che scotta, che lascia segni, che fa male.
I Nothing da Philadelphia sono il mio gruppo del 2014. Ma questo l’ho già detto, mi pare.

 Bob Mould – Londra – Village Underground 18.11.2014
Bob Mould entra sul palco di corsa e non si lascia andare a convenevoli. Tre canzoni, senza pause tra un brano e l’altro, dal repertorio degli Husker Du. Tanto per stenderci subito. Prenderci in ostaggio e non mollare più la presa.
Alla fine suonerà 24 canzoni, sono andato a controllare.37
Ci sarà un solo istante dove l’assalto assumerà appena appena un’altra piega. più melodica ed intimista. Hardly Getting Over It merita probabilmente un trattamento differente. Uno di quei momenti che la gola ti si stringe, inizi a guardarti le scarpe e cerchi di non pensarci troppo e di tenere l’emozione sotto controllo. Nonostante si sappia fin dalla prima nota che sarà praticamente impossibile.
Che poi alla fine, se si vanno a contare, quante ne ha scritte di canzoni così? Non solo con gli Husker Du ma negli Sugar (dei quali riprende un paio di pezzi, stasera) e sopratutto negli ultimi due album solisti.
Questo è il tour di di Beauty & Ruin, in effetti.
Mi ha colpito che nessuno, tutta la sera, si sia mai sognato di richiedere una canzone dei tempi andati. Nessun urlo disperato…..These Important Years, pleeeeasee!!!! Non ce n’è bisogno ed il motivo è semplice: le canzoni nuove stanno in piedi anche al cospetto dei classici e troppo è il rispetto che si deve ad un uomo che si mette a nudo in questo modo su di un palcoscenico.
Nessuna luce, solo un paio di faretti bianchi che illuminano la scena. Nessun artificio. Questa è una faccenda di emozioni ataviche. Basso, batteria e chitarra. Null’altro. Ma quell’uomo di mezza età, in camicia da boscaiolo che impugna la chitarra come se fosse un’arma, è capace di cantare come se quell’urlo dovesse salvarci da un’imminente quanto improbabile fine del mondo. Rabbia fuori controllo, emozioni represse, sudore ed amplificatori che chiedono pietà.
Orecchio destro fuori uso per un paio di giorni ma chi se ne importa, alla fine.
Quanta vita è possibile riassumere in settanta minuti? Alla faccia di chi le considera semplici canzonette.

 Jesus and Mary Chain – Londra – Troxy 19.11.2014
Se qualcuno mi avesse chiesto una volta qual’è il mio album preferito di tutti i tempi non avrei avuto dubbi nel rispondere: Psychocandy! Una risposta del genere, qualunque essa sia, è solo figlia dell’emozione e della propria storia personale, chiaramente. Non esistono formule che vadano al di là di una soggettività che lascia comunque il tempo che trova nelle vicende legate alla musica e all’arte in generale.
Ma il fatto che i Jesus and Mary Chain a distanza di 29 anni dalla pubblicazione originaria abbiano deciso di portare in tour proprio quel disco non poteva lasciarmi indifferente.The Jesus and Mary Chain at the Troxy
Intanto un po’ di cronaca: il concerto è diviso in due parti. La prima con i bis che comprendono sopratutto brani della primissima epoca ma non inclusi nell’album e poi la riproposizione per intero di Psychocandy. A differenza di Bob Mould che pur suonando ben 9 pezzi degli Husker Du e pescando anche nel repertorio degli Sugar ha da proporre comunque il nuovo repertorio che qualitativamente, insomma, è ancora a quei livelli d’eccellenza che fanno sentire le farfalle nello stomaco; i J&MC, dicevamo, invece non scrivono una canzone nuova da 16 anni ed una buona da oltre una ventina. Non si tratta di mettersi a fare i contabili ma talvolta la matematica è tutt’altro che un’opinione.
I J&MC suonano come hanno sempre fatto in carriera: in maniera orribile. L’imperizia tecnica non ha mai costituito un presupposto per valutare musica che comunque sapesse in qualche modo emozionare, questo è chiaro. Ma farlo a vent’anni, con la gente che ti urla insulti e qualche sputo, e tu impassibile rispondi a bottigliate mettendola in rissa e poi vai di feedback fino a stordire perchè non conosci nessun altro linguaggio che non sia quello dell’intensità, del trasporto e della passione. Ecco, se lo fai in quel modo, è decisamente un’altra cosa. Se cerchi di riproporlo ora, a distanza di una vita intera, risulti al contrario semplicemente patetico. Perchè è musica che funziona solo se collegata a quell’urgenza espressiva e non può essere replicata in nessun modo.Ci sono stagioni che vanno semplicemente vissute. Questi tentativi di riproporre un passato che comunque non potrà mai tornare sono una scatola vuota. E che molto dell’attuale business della musica sia sostenuto da operazioni di questo tenore è francamente l’aspetto più scoraggiante. Detto questo cosa volete che aggiunga? Psychocandy rimane il mio personale disco della vita. Ma gli attuali J&MC con quelle canzoni sembrano non avere più nulla a che fare.

 The Orwells – Londra – Electric Ballroom 20.11.2014
Gli Orwells sono un gruppo da 6. E se proprio vi piace il genere: rock’n roll suonato con la tentazione del ritornello facilone in chiave pop ma anche con un pizzico d’irruenza quasi garage punk, c’è senz’altro di meglio in giro. I Black Lips, per dire, stanno in un’altra dimensione.2014aford_Orwells-9444250214
Però qualche canzone buona in repertorio ce l’hanno e vederli dal vivo è uno spasso. Il divertimento, mettendoci del suo, sta sopratutto nell’osservare il pubblico. Giovanissimo con un entusiasmo incontenibile che fa pogare la sala già sul check della batteria prima del concerto. Giusto per rendere l’idea. Non fa in tempo a partire la prima canzone che il cantante è già in balia delle prime file e si capisce fin dal primo istante dove si andrà a parare.
Il servizio d’ordine della sala non sembra particolarmente accondiscendente, però. Ed inizia una lunga scaramuccia tra la band, la security e il pubblico che andrà avanti per tutta la durata del concerto. I tentativi di stage diving vengono frustrati con decisione mentre l’insofferenza della band sembra sempre più palpabile.
Il concerto s’interrompe in un paio di occasioni e prima che la situazioni degeneri del tutto il manager del locale sembra voler porre fine alla questione. La band reagisce, si sfiora la rissa vera. Il cantante non trova di meglio che prendere un’estintore ed aprirlo sulla folla.
Intrattenimento allo stato puro insomma. Come andare allo stadio e gustarsi gli incidenti della curva, con quel pizzico di adrenalina che ti tiene sul chi va là. Poi, uno torna a casa e non si ricorda nemmeno quant’è finita la partita. Il calcio è un’altra cosa. La musica, quella vera, probabilmente anche.

 Cesare Lorenzi

Fiver #02.07

Fucked_up

Fucked Up

Da piccolo odiavo l’estate. La detestavo per due precisi motivi. Il primo era piuttosto ovvio: non sopportavo il caldo. Provavo proprio un senso di forte malessere fisico. Mi prendeva ai primi caldi e mi abbandonava al principio di settembre; perché magari oggi manco ce lo ricordiamo più ma ci fu un’epoca in cui il caldo, quello vero, cominciava a giugno e finiva a settembre. Lo stesso periodo in cui era impossibile assistere ad una partita di pallone tra squadre serie. Il massimo del calcio televisivo era appannaggio delle immagini di qualche amichevole regionale (tipo Juventus-Villar Perosa o Inter A-Inter B) al telesport pomeridiano delle sei e mezza.
Il secondo motivo era contingente quanto per tanti anni inevitabile ed era legato al luogo dove io invariabilmente dalla nascita fino ad un certo periodo della mia vita (diciamo poco oltre il diploma liceale) fui costretto a trascorrere le vacanze estive. Una località di mare a nord del Lazio, appena sotto il confine con la Toscana. Questa sarebbe una storia lunga, quindi la lasciamo stare per ora.
Oggi che il caldo mi infastidisce molto meno, le vacanze estive le trascorro a due passi da casa in mezzo alla musica e sono dunque venute meno le cause della mia personale avversione per l’estate, l’estate ha deciso di sparire.
Presumo che questa faccenda del piacermi quello che non ho e disprezzare ciò che ho abbia a che fare con quello sballatissimo fascino che la sconfitta ha sempre esercitato su di me: I’m a loser baby, so why don’t you kill me?
Che poi nella realtà della vita di tutti i giorni gli sconfitti non piacciono a nessuno, anzi appena si sente da lontano l’odore di un perdente ecco che attorno si crea (comprensibilmente) il vuoto.
Questo Fiver è dedicato alla sconfitta, ai perdenti e all’estate che non esiste più, giustificando l’apprezzamento di canzone sciocche (quali sono del resto, le canzoni veramente serie?) con la fittizia necessità di musica destinata a fungere da colonna sonora a una stagione defunta.

The Orwells: Who Needs You

Quanto a canzoni futili e gruppi superflui con gli Orwells stiamo messi bene. La canotta dei Bulls sotto al chiodo e i capelli a messa in piega del cantante sono da codice penale, più o meno quanto il suo sguardo ebete perso nel vuoto. Ma quando partono chitarra, basso e batteria subito al primo secondo della canzone è impossibile rimanere fermi. Quel ritornello poi: You better toss tour bullets/You better hide your guns/You better help the chïldren/Let them have some fun, ti si appiccica addosso e non scivola via in nessun modo. Il video della loro esibizione televisiva al Late Show li rappresenta perfettamente. Arrivate in fondo perché la coda del pezzo, col pianista di Letterman che mima il cantante cambiando il testo della canzone, merita.

Howler: Indictment

Questi li metto nella lista di quelli che mi ero completamente perso. Per fortuna che la mia rete di informatori funziona, anche quando segnalandomi un gruppo (in questo caso si trattava degli Honduras) poi ne spunta fuori casualmente un altro (gli Howler appunto). Gli Howler vengono da Minneapolis e sono al secondo album. Per una canzone del genere gli Strokes e i Libertines di oggi potrebbero vendere la mamma. Il pezzo va di corsa, ballonzola contro i muri come una palla di gomma e ha un coro da spiaggia che più da spiaggia non si potrebbe anche se nel video c’è la neve e fa freddo. Al minuto 1.47 abbassa il ritmo e cambia marcia ma lo fa solo per permetterti di tirare il fiato perchè altrimenti alla fine non ci arrivi.
The Hotelier: In Framing

Ci sono gruppi che ti perdi senza capire esattamente perché e andarli a ripescare dopo non ne hai voglia. Del resto se non li hai calcolati quando potevi in realtà qualche motivo da qualche parte deve esserci, anche se al momento ti sfugge.
A me è capitato con i Get Up Kids: quando sono usciti ero già in età matura e quindi non ho scuse per averli ignorati, anche perché non si trattava di oscuro gruppo privo di copertura mediatica. Erano lì, davanti ai miei occhi e sotto le mie orecchie e li ho snobbati. Di loro recuperai al momento dell’uscita la raccolta di singoli e inediti, quella dove c’era la cover di Close to Me dei Cure. Poi quando tornarono assieme per qualche concerto poco tempo fa e tutti quelli che conosco nella fascia di età tra i 30 e i 40 letteralmente impazzirono, io me ne restai a casa senza troppi dubbi e rimpianti. Non so se il paragone può calzare perché come ho appena scritto i Get Up Kids non è che li conosca granché, ma quando ho ascoltato per la prima volta questi Hotelier mi sono venuti immediatamente in mente proprio loro.
Questa canzone parte con una chitarra a mitraglia e la batteria che incalza, poi entra la voce che è il riflesso del raggio di sole sullo specchio d’acqua del Pacifico. A seguire il coro che spinge tutto fino alla fine con quello stacco giusto a metà canzone per farti abbassare la guardia prima di stenderti con l’attesa ripartita finale, giusto dopo il baby con una ipsilon allungata all’infinito.
Spengo il pc e vedo se al negozio di dischi dentro la galleria d’arte dietro la questura hanno una copia di Something to Write Home About, così scoprirò se la similitudine regge.

The Proper Ornaments: Stereolab

A casa ho una pila di magliette di gruppi. Più o meno copro l’intero alfabeto: dalla A di Art Brut alla Y di Yo la Tengo. C’è un solo gruppo però di cui posseggo due diverse magliette: gli Stereolab. Una la acquistai al primo loro concerto che vidi, al Covo il 23 ottobre del ’95. E’ blu con disegnato in giallo il logo degli inizi, quello che mescolava arancione e giallo sulla copertina di Peng: una delle mie magliette preferite. L’altra è verde scuro con scritta e disegni di nuovo arancioni, uno dei colori ufficiali degli Stereolab; la comperai a Torino al Barrumba il 20 ottobre del ’97, assieme a uno dei loro 7” in edizione limitata, quelli che vendevano solo ai concerti. Solo ora, sfogliando la magica agenda dei concerti, mi rendo conto della quasi coincidenza di quelle due date. Un viaggio carico di nebbia sull’asse Bologna/Torino/Bologna, pomeriggio/notte/alba in mezzo ad una settimana lavorativa. Una follia. Gli Stereolab mi piacevano da impazzire. Sono anni che non ascolto un loro disco. A tirarmi per un braccio dentro ai ricordi ci hanno pensato i Proper Ornaments. Il solo fatto di intitolare una canzone al gruppo di Tim Gane e Laetitia Sadier (ma quanto ero innamorato di lei?) fa scalare un imprecisato numero di posti ai Proper Ornaments nella mia personale classifica di preferenze nella categoria “nuovi gruppi inglesi che fanno uscire dischi per la Slumberland e che hanno dentro almeno un componente dei Veronica Falls”. A parte questo la canzone è bellissima con quei suoi giri circolari e insistiti e quella voce che pare trainata di peso dalla sezione ritmica, un insieme che fa così tanto Stereolab da farmi venir voglia di riascoltare la loro intera discografia (degli Stereolab intendo). Peccato non aver trovato un link per farvela ascoltare, credetemi sulla parola e recuperate una copia dell’album casomai vi passasse vicino. Nel disco dei Proper Ornaments c’è anche un pezzo che si intitola Magazine. Aspetto di decifrarne il testo, qualora fosse un omaggio a Howard Devoto i Proper Ornaments rischiano di diventare il gruppo del cuore. Almeno per le prossime ventiquattr’ore.

Fucked Up: Glass Boys

Fucked Up are a punk band.
(matadorrecords.com)
Una delle tante domande oziose che mi sono posto negli ultimi anni riguarda il ruolo che nella vita si è scelto Damian Abraham. A chi il nome non dicesse nulla, cosa senz’altro comprensibile, traccerò il ritratto: ciccione, costantemente a dorso nudo, mezzo pelato, barba rossiccia. E’ quello che quando i Fucked Up suonano lui canta e si accartoccia lattine di birra sulla fronte finendo sanguinante ogni concerto, immancabilmente. Come si suol dire: un animale da palcoscenico, uno degli ultimi rimasti. E’ anche un tipo decisamente simpatico. Lo conobbi il 21 luglio del 2010 quando i Fucked Up vennero a suonare all’Hana Bi e lo rincontrai poco meno di tre anni dopo su di un palcoscenico del Primavera, subito prima che salissero le Savages, mi pare. La domanda che mi sono sempre posto è: cazzo ha da urlare Damian Abraham? E perchè fa il cantante nei Fucked Up? Il suo approccio alla materia è degno di un gruppo metal mentre sotto i suoi compari suonano un mash up tra punk e indie pop che nemmeno i Boyracer (circa il fatto che abbiano inciso su disco cover di Shop Assistants e Another Sunny Day già ho scritto qualche tempo addietro). Basterebbe anche solo guardare le fotografie: ciccione, a dorso nudo e braghe che nemmeno Henry Rollins lui, frangette, polo a righe, peso leggero semi hipster gli altri. Glass Boys è la canzone che da il titolo al loro ultimo doppio album e lo chiude: parte con un giro di chitarra di un minuto che sembra preconizzare l’apocalisse, poi attacca un rullo di tamburi e arriva la voce di Abraham che pare vomitare rabbia e disgusto e per quanto il ciccione mi stia simpatico devo ammettere che quella voce non è per niente faccenda che mi riguardi. Ma che roba è il gioco di chitarra e batteria che di lì in poi guida alla fine del disco? Per non dire di quel coro al minuto 4.08 porta tutto da un’altra parte, finendo a sposare un pianoforte che chiude il gioco.
Roba mia al 100%.

ARTURO COMPAGNONI