Le sirene di Vasto – la rivincita del pop, delle chitarre, della spiaggia e di un sacco di altre cose. (Siren Festival – Vasto july 21-24 2016)

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I festival rock sono una cosa seria. Ci si prepara per giorni prima di partire: felpe, un maglione che non si sa mai, anfibi e stivaloni da pescatore da mettere in borsa col k-way lungo fino alle ginocchia. Sciarpe, aspirine che fra la birra e il vento e la pioggia chissà come ti svegli. Taccuino per studiare le sovrapposizioni impossibili ai festival giganti, taccuino per segnare i momenti più belli alle rassegne più piccine e rilassate, taccuino per segnarsi il numero di telefono di qualche idiegirl conosciuta sotto al palco ai concerti da cento-duecento persone dispersi in qualche bosco del nord europa.

Poi c’è un festival italiano che si ripete già da qualche annetto e che è la negazione di tutto quello che ci si immagina quando per festival intendi “La route du rock”, o “T in the Park”, o “Indietracks”.

Lo organizza DNA concerti, agenzia di booking fondamentale nel mondo indie e rock in Italia, e l’ha inventato in un paesino arroccato sopra una bella spiaggia. Vasto. Dove? Abruzzo.

La domanda che mi viene immediata è “perché?” Perché l’Abruzzo che, non me ne abbiano gli amici di quelle splendide terre, ma, dopo le elementari e le cartine geografiche da studiare, chi si ricorda esattamente dov’é? Perché?

In piena estate, quando la gente già è in vacanza. In un paesino, sulla cima di un colle, una logistica  scomodissima da gestire. Quindi, di nuovo: perché?

Poi, lo scorso inverno, un caro amico che è parte del cuore di DNA e ad una serata romana mi disse solo: «vieni che ti diverti».

Ci sono andato. Ho risposto a tutti i miei perché.

Perché quel paese sembra costruito per avere le location più belle possibili: palco col mare sullo sfondo, palco in un giardino con le colonne avvolte da rampicanti fioriti, palco con alle spalle i resti di una chiesa antica.

Venerdì. La partenza è fissata per le dieci appena fuori Bologna. Il furgone è quello di Cosmo: conosco Marco, Rob, Mattia e Sollo che deve arrivare a Vasto per fare da fonico a Calcutta. Mi presentano Bondi e il cane Broccolo. Pasca, il driver d’Ivrea.

Viaggio fra le mille gag che si possono fare in un furgone (si chiama Augusto, il furgone) di musici prima di una data importante. Una banana gonfiabile gigante che volerà fuori da un finestrino in autostrada, canzoni di Battisti storpiate a squarciagola.

Si arriva a Vasto nel primo pomeriggio. Giù la roba dal furgone. Il palco è un marciapiede davanti alla parte inferiore della facciata della chiesa di San Pietro, unico resto dopo la frana del 1956. Fa caldo, i ragazzi di DNA e i volontari corrono da una parte all’altra del paese per sistemare tutto in tempo.

Albergo, una doccia, di nuovo furgone e siamo sul colle per il soundcheck.

Al tramonto si comincia a capire quanto spettacolare sarà quel palco che è solo un gradino dalla strada.

Passerò tutta la sera lì: Yakamoto Kotzuga dopo il delirio elettronico di Pop X, poi le chitarre dei The Parrots a far saltare qualche decina di ragazze e ragazzi prima di Cosmo.

La rivincita del pop, del cantato in italiano che non dev’essere per forza solo accompagnato da una pippa di musica noiosa. Con Cosmo si comincia subito a ballare, la gente sorride, si avvicina a quell’ex marciapiede ormai palco circondato da ragazze che saltano, ragazzi che cantano a squarciagola tutti i testi (divertenti, intelligenti, qualcosa di fresco, finalmente).

L’atmosfera è da concertone e quando Marco invita la gente ad avvicinarsi ancora è il caos: tutti addosso a lui, Rob, e Mattia: un coro unico di voci e corpi che saltano all’unisono sulla cassa dritta che trema, perde volume, poi salta. Nel panico qualche secondo di silenzio, qualcosa si è staccato, il fonico che non può nemmeno entrare tra tutta le gente che adesso non lascia i tre e poi la base riparte, la batteria riprende voce e così la band può finire un live sudatissimo che non mi sarei mai aspettato, che mi ha fatto venir voglia di ridere e ballare. Bravissimi.

Sul palco principale dopo A.R. Kane c’è il delirio per Calcutta, fenomeno quasi inspiegabile e, per me, ancora tutto da capire: forse la versione più contemporanea del cantautore italico da mondo pop, c’è chi dice sia il nuovo Battisti. Io aspetto di capire, intanto mi ascolto il Battisti vecchio e canticchio “mangio la pizza e sono il solo sveglio” perché ti entra in testa anche se non vuoi.

Poi salgono sul main stage gli Editors, che, sarà il mare alle spalle del grande palco, sarà l’atmosfera di festa che è nell’aria dal pomeriggio, si lanciano in un live d’altri tempi: una botta di energia, la voce di Tom sempre perfetta e due ore di grande musica, quasi come anni fa, quasi come se non avessero mai scritto gli ultimi pezzi quasi dance non proprio riuscitissimi…

Nel piccolo Cortile d’Avalos, Adam Green fa da mattatore fra videoproiezioni colorate.

La gente passeggia, sorride. Ci s’incontra e ci si perde fra i tre palchi (nel giardino d’Avalos non ho potuto seguire un incontro sul fumetto e -mannaggia- ho perso il concerto di Tess Parks), si fa lo slalom fra saluti e birre e poi le navette che portano giù alla spiaggia, dove in un bagno c’è un party che va avanti fino all’alba.

Perché l’atmosfera è così magica, felice, leggera. La gente così presa bene dalla bellezza del posto e da questi tre palchi tra cui saltellare con una birra in mano (le gag sui token ribattezzati tokemon per comprare da bere e da mangiare saranno il must delle sbronze post concerti) che le scomodità perdono peso: la sera a Vasto, interamente occupata e vissuta da ragazze e ragazzi che sono lì per la stessa cosa, le albe giù in spiaggia a fare il bagno. Tutto è perfetto, tutto esattamente come vorresti che fosse un weekend di musica. Nel posto giusto. Al momento giusto.

Sabato. La sveglia è tardi, mezzogiorno giusto per uscire dal letto e mettersi sul lettino in spiaggia a fare colazione. Il mare è tiepido, la spiaggia rovente e tranquilla. Dal colle le note del soundcheck de I cani.

I ragazzi di Cosmo sono ripartirti per un’altra data. Io prendo una navetta e torno su: non voglio perdere il live della giovanissima e bravissima Joan Thiele nel cortile d’Avalos. Il mood è così bello e intenso che è difficile raccontarlo a chi non era lì, con un bicchiere in mano seduto sull’erba di un giardino fiorito, alle spalle del palco il mare. Joan sale sul palco con piglio sicuro a dispetto dell’età e porta fino in fondo un concerto che strappa continui e sempre meritatissimi applausi.

Scappo dal giardino per infilarmi nel Cortile dove Thurston Moore da lezioni di chitarra a tutta la schiera di musicisti presenti, inutile dire nulla su di lui. La chitarra del re a venti centimetri dalla mia faccia. Niente altro.

E poi di nuovo alla Porta S. Pietro per sentire il nuovo live di His Clancyness.

Ancora chitarre, ancora voglia di ballare e saltare. Ancora musicisti italiani, questa volta tutt’altro genere: lo-fi, indie cantato in inglese e potrebbe essere una band americana, magari di qualche paesino della California, tra suoni folk e garage che sulla west coast non se ne può proprio fare a meno.

Gran live, ma da John & Co. ci si aspetta sempre tanta roba. E tanta roba arriva: i pezzi nuovi e poi brividi per una carichissima “Machines” e tanta, tanta classe.

Sotto quella porta suonerà poi Francesco Motta in un bagno di folla ma io sono al palco principale per sentire “Neon Golden” suonato dai The Notwist e la grandezza della band si sente: stile, preziosismi a volte quasi nerd (manca un po’ di sangue, insomma… ma non si può avere tutto) e anche qui, ragazzi, si va a lezione di musica: che carichino le molle o meno, questi qui sul palco sono musicisti eccezionali.

In chiusura I Cani. Io, onesto, non li adoro, ma non posso dire altro che belle cose del loro primo disco: furbo, intelligente e divertente anche se lontano dal mio orecchio.

Non li ho più seguiti e, lo ammetto, del nuovo lavoro non conosco nulla. Qui il mio poco amore per il classico cantautorato pop italiano, che sembra imperversare a danno della simpatia e della furbizia del primo disco, viene mandato a quel paese dal pubblico in delirio: ancora più gente che per gli Editors a colpo d’occhio e caldissima.

Un applauso a chi ci ha visto lungo e ha messo la band di Niccolò Contessa a chiudere il festival del non piove, del non mi serve la felpa né il chiodo, né gli anfibi. Del in borsa ho telomare e costume da bagno e dell’alba sul bagnasciuga.

Nel Cortile d’Avalos dalle undici circa si alternano Powell e Rodion. Nessun dramma per il forfait di Gold Panda che avrei ascoltato volentieri prima di scendere a Marina per il party in spiaggia. M va tutto bene. Lo stesso.

È notte. Trovo di nuovo Bondi e Broccolo,  ma questa volta il furgone è quello di John e band: con loro giù per le curve di Vasto fino a Marina.

Il dj in spiaggia non ci prende. Ce ne andiamo fuori, sulla sabbia: qualcuno fa il bagno, qualcuno gioca con un pallone, qualcuno si sdraia sui lettini a guardare le stelle.

L’orizzonte comincia a schiarire, l’aria fresca saluta il festival più rilassato e sorridente della stagione.

Domani, per chi può rimanere, c’è Josh T. Pearson nella chiesa di San Giuseppe e poi la mitica grigliata in spiaggia.

Io devo rientrare, ogni tanto tocca pure lavorare… Saluto Vasto con quel velo di malinconia che ti prende sempre quando saluti il mare.

Ci vedremo l’anno prossimo, di nuovo solo uno zaino con dentro un costume e il furgone di qualche amico che suonerà incorniciato da una vista meravigliosa.

E non avrò nessun “perché” da chiedere agli amici di DNA.

FABIO RODDA

Di carne e di sangue: NO GLUCOSE FESTIVAL 21 e 22 maggio 2015

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L’idea iniziale era davvero quella di organizzare una piccola festa tra amici una sera di metà maggio, chiamando a suonare uno o due gruppi di quelli che ci piacciono e passando qualche disco per ballare tra di noi la musica che ci piace. Fondamentalmente c’era voglia di fare una cosa assieme, una cosa che parlasse di noi – Sniffin’ Glucose e No Hope – e che andasse oltre le parole che siamo abituati a scrivere e che qualcuno di voi si è benevolmente impegnato a leggere in rete o su carta in questi anni. Qualcosa di concreto che potesse essere condiviso e potesse coinvolgere il maggior numero possibile di persone che ci stanno a cuore, sia in qualità di interpreti che in quella di spettatori. Con queste premesse era abbastanza logico che la faccenda non si sarebbe risolta in una semplice festa di fine stagione. Eppure a conti fatti le cose sono state semplici. Sorprendentemente naturali e sequenziali, come se inconsapevolmente avessimo messo in moto un meccanismo capace di progredire da solo e auto generare nuove idee e situazioni lungo il suo cammino.
Hanno suonato otto gruppi, tutte band che in un modo o nell’altro condividono con noi l’idea di musica, non solo e non tanto come genere, bensì come attitudine ed è stata una grande festa a cui tutti abbiamo partecipato con entusiasmo e passione e in cui tutti abbiamo deciso di essere parte attiva. Quella condivisione che era negli intenti iniziali ma che non è semplice si verifichi è effettivamente stata il filo conduttore che ha legato il tutto. Ci piace pensare che non sia stato un caso fortuito. Ci piace pensare che se band, pubblico e anche ragazzi degli stand hanno mostrato stesso spirito, uguale passione e medesima attitudine ci sia un significato. Ci piace credere che tutte quelle persone che pensavamo ci fossero in giro ma che non eravamo così sicuri esistessero davvero invece esistano sul serio. E siamo riusciti a metterle tutte assieme per due sere di fila.

Sono stato troppo coinvolto nella preparazione e nella messa in opera del No Glucose per poterne scrivere con un minimo di lucidità. La cronaca di questi due giorni la lascio a Giovanni di No Hope, firma che in futuro troverete nuovamente anche qui da noi, a consolidare un gemellaggio che sta dando vita a un qualcosa di nuovo e, a mio modo di vedere, bellissimo.
Arturo Compagnoni

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Rivedere tutto come un enorme flashback: le birre spillate, le pacche sulle spalle, il percorso sinusoidale dei cavi, le vibrazioni degli amplificatori, guardare il cielo e pensare “forse pioverà”. La due giorni del No Glucose Festival è fatta di tante fugaci immagini che si depositano nel retro del cervello ed esplodono nei momenti più inaspettati, rimettendo in moto l’autocarro dei ricordi. Ma è bene non farsi travolgere, bisogna archiviare, incasellare, per capire quanto questo piccolo festival nato da un’idea, si sia rivelato qualcosa di grande, dimostrazione di una tesi tanto banale quanto insperata: rendere viva la propria passione, realizzare ciò che si è immaginato. Il Mikasa è un locale di recente apertura in una zona, un fazzoletto di asfalto, due strade dissestate a ridosso di un ponte, che fra locali, sale concerti e centri sociali, sta diventando l’espressione tangibile della proficua coesistenza delle molteplici realtà sottoculturali di Bologna. Il 21 maggio l’occasione è ghiotta: divertimento, rock n’ roll, una serata fra amici e l’ennesimo episodio nella saga della musica. Ogni meccanismo è stato oliato, gli stand espongono cd, vinili, poster e serigrafie; il cielo minaccia pioggia, ma le sporadiche stilettate non sembrano bagnare le copie di No Hope Fanzine che, anche stavolta, fra notti insonni e montagne di matite spezzate, ci racconta come gira nel mondo della musica, o meglio: cosa passa nelle nostre teste quando sono assorbite da ciò che passa nelle nostre orecchie. Ad avere l’onore (e l’onere) di dare il via alle danze sono le Naughty Betsy, un compatto quintetto tutto al femminile. Quando si parla di band formate da sole donne è facile cadere nell’abitudine di tirare in ballo l’immaginario riot grrrl e i riferimenti al foxcore; penso che, in molti casi, sia un atteggiamento pigro e passatista, indice di un maschilismo latente: le categorie vanno adoperate quando ce n’è davvero ragion d’essere. In questo caso le Naughty Betsy dimostrano come la musica si sia evoluta da quella grande stagione di female power, non c’è più il bisogno di superare gli uomini a destra sulla via del noise, il loro indie rock è vellutato e leggero, ma non avaro di momenti più ruvidi, segue perfettamente il saliscendi del nostro elettrocardiogramma. Le ragazze hanno scaldato le chitarre e ora è impossibile far scendere la temperatura, sul palco si avvicendano i Baseball Gregg, strana combo nata dall’interazione fra California e Sasso Marconi, ed è proprio così che suona la loro musica: folk malinconico, da scazzo perpetuo di provincia, frammisto ad atmosfere dreamy in perfetto stile Mac DeMarco. Certo, manca il batterista, che forse avrebbe dato più peso specifico all’esecuzione, ma i Baseball Gregg riescono comunque nell’intento di trasportarci in un’infanzia che non abbiamo mai vissuto. A farci tornare alla dura realtà, fatta di teste che si muovono a ritmo e corpi sbattuti nel pogo, ci pensano i Clever Square che portano in giro il recente album Nude Cavalcade. Il leitmotiv delle serata sembra essere la coesistenza di odio e amore, anche nella musica dei Clever Square possiamo trovare l’avvicendamento di queste potenze archetipe, fra le chitarre struggenti, i momenti di commozione, le lunghe cavalcate e i ritmi sincopati. Due canzoni estratte dall’ultimo album si intitolano Dream Eater e Lord Garbage, possiamo dire che fra questi due poli viaggia la loro musica: quando i sogni sono finiti non resta che sedersi sul trono della propria spazzatura, cucirsi le ferite e ricominciare a vivere. Annotavo: il pogo. Se già nel live dei Clever Square si vedevano timidi accenni di gomito contro gomito, questo era solo l’antipasto di ciò che sarebbe successo di lì a poco. Sul palco salgono i Parrots, l’act internazionale di No Glucose, dalle lande assolate della Spagna sono venuti a portare la loro incontenibile energia nella bolgia del Mikasa. I madrileni smerciano tonnellate di garage purissimo, mettono in scena un live tiratissimo in cui l’interazione con il pubblico è il fondamento per la costruzione di una festa. E allora le prime file si scatenano, un groviglio di corpi accoglie i molteplici stage-diving dei membri dei Parrots, il pogo esonda in tutte le direzioni, il pavimento si macchia di vino e sudore, gli amplificatori tremano sotto le spinte balorde. E’ l’inizio della fine e ormai la gradazione alcolica ha alterato l’andamento delle parole, così questa notte al Mikasa le braci della festa si rinfocolano ad ogni folata di vento provenienti dal freddo clima al di fuori. Il giorno seguente pare impossibile che il sole tramonterà nuovamente sugli impianti pronti per il sound-check, eppure se il primo atto è stato consegnato alla storia, il secondo è tutto ancora da scrivere, e altre quattro band scalpitano alle posizioni di partenza.IMG_9117
E’ venerdì: se già l’affluenza del giorno precedente aveva confermato la voglia di musica che c’è in quel di Bologna, il fiume di persone con le mani timbrate questa sera supera ogni più rosea aspettativa. Poco dopo le dieci è il momento dei Qlowski: la giovane band bolognese propone un gustoso menù, mixando atmosfere scanzonate indie-pop, attitudine surf rock e una solida struttura scippata al post-punk. Sembra che, pur essendo ai primi live, questi ragazzi intravedano un futuro appetibile, come è stata appetibile la loro musica per le nostre orecchie. IMG_9116
E se in questo primo capitolo abbiamo avuto l’irruenza giovanile, nel secondo live abbiamo invece l’esperienza: gli X-Ray Picnic hanno passato molto tempo ad ascoltare l’indie lo-fi americano scuola Dinosaur Jr.- Sebadoh, l’esito non può essere che felice. Fra solide ballad e momenti di rock muscolare, gli X-Ray interpretano magistralmente gli umori del pubblico, conducendolo per mano nel loro immaginario nineties. Mi chiedo se non siano i Built to Spill sotto copertura e forse farei meglio a smettere di scrivere e mandare la loro demo a Stephen Malkmus, magari ha voglia di sostituire i Jicks. La strada è segnata, dopo gli X-Ray Picnic si respira un’atmosfera di epica post-grunge, i Pueblo People caricano gli strumenti con un sacco di fuzz, le pistole non spareranno a salve. La band presenta il nuovo disco Giving Up on People, e per noi è tutto un caracollare fra distorsioni, intermezzi garage e liriche salmodiate con voce impastata, le palpebre si fanno pesanti sotto il peso delle personali visioni, tornano i fantasmi del passato, ma magari sono qui solo per sfiorarci, senza farci del male. Dopo questo florilegio di chitarre, essere proiettati nell’universo rarefatto della synthwave può risultare traumatico, derealizzante. Ma anche nelle vie tracciate dai Wolther Goes Stranger le emozioni non si nascondono dietro maschere. Fra le geometriche architetture delle new wave e le tastiere anni ’80 lo spazio sonoro del dancefloor può diventare un luogo in cui riflettere riappropriandosi del proprio corpo, senza dimenticare l’ironia. I Wolther Goes Stranger ci suggeriscono questa soluzione, sommessamente ma con polso saldo, nelle melodie spigolose e poligonali si fa strada il dolce naufragio dell’entropia. Ormai il locale è pieno all’inverosimile, tutti sono dimentichi della pioggia battente all’esterno, con i Wolther Goes Stranger si chiudono i live della prima edizione del No Glucose Festival, però c’è ancora spazio per la disco perpetua che annulla i confini fra i corpi. Ma qui i ricordi si perdono nella notte, si frammentano in uno sciame impazzito di sensazioni che come colibrì attraversano ogni fibra, ogni nervo. Non c’è più tempo per avvolgersi nelle spire delle parole, meglio chiosare con un’espressione banale ma carica di semplice significato.
E’ stato bello.
Rifacciamolo.
Giovani Bitetto

The Clash “London Calling”

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All’epoca non c’era la lista delle upcoming releases di Pitchfork e i dischi uscivano “veramente” solamente quando li vedevi nelle vetrine dei negozi di dischi o tra le mani di qualche amico.
Così quella mattina di 35 anni fa non avevo idea che i Clash avessero fatto uscire un altro album, per di più un disco doppio. Loro erano già diventati da qualche tempo il “nostro” gruppo, mio e di Arturo e trovare un mio compagno di classe, che per inciso non mi ricordo neanche più chi fosse, rigirarsi quell’album tra le mani poco convinto fu un piccolo colpo al cuore. Pochi soldi, in tasca, fuori discussione l’acquisto. “Ok te lo puoi prendere ma riportamelo domani, capito?” Capito, capito. Grazie Antonio (?), Marco (?).  Volata a casa. Puntina sul vinile e…qua cominciarono i problemi. Ovviamente l’ascolto puro e semplice non era sufficiente, non lo è mai stato per me. Avevo bisogno di documentare, catalogare, registrare. Non possedevo una piastra di registrazione e l’unica soluzione era mettere la radio di fronte alla cassa dello stereo di mio fratello. Mono purissimo ma chissenefregava. Quattro facciate + altre quattro per Arturo. Un continuo stop/rec. “Cosa vuoi per merenda?” Ok grazie mamma. Puntina da sollevare e riportare al punto di partenza, registrazione da riavvolgere,  far ripartire. Pensavate di essere frustrati voi quando si interrompe un download a metà?
Comunque, la Storia con la esse maiuscola dimostrerà che ne sarebbe valsa la pena. Quella mia personale, con la esse minuscola, ancor di più. Riascoltandolo ancora oggi è impressionante la varietà degli stili musicali contenuti in quei solchi. Multilinguismo musicale e di attitudine, molto poco praticato in quegli anni di compartimenti stagni musicali. Apertura verso l’esterno, verso l’”altro” inteso in tutte le accezioni positive. Oppure, più semplicemente qui dentro c’era tutto quello di cui avevo bisogno per il passaggio all’età adulta. London Calling, Death Or Glory e Spanish Bombs per urlare col pugno alzato tenendo teso il cavo di collegamento con i primi due lp. Guns Of Brixton per muovere le chiappe e gettare un ponte che in mezzo ha The Magnificent Seven e all’altro capo Rock The Casbah. Lost in the supermarket, I’m not down e Train in vain gemme pop per fantasticare sulla compagna di classe del primo banco.
E molto, molto altro. Pochi mesi dopo il concerto in Piazza Maggiore fece la storia del nostro piccolo mondo. Rude Boy al cinema Rialto col registratore (ancora!) sotto il cappotto per mandare a memoria perfino i dialoghi di quello sgangheratissimo i film. Il tour di Sandinista e il concerto visto dalla Fiesole ballando in mezzo al polistirolo bruciato come se non ci fosse un domani.
Un domani poi c’è stato, naturalmente, ma forse le aspettative generate da un album come questo erano veramente troppo alte per essere mantenute.

Massimiliano Bucchieri

Questo pezzo, come tutti quelli che state leggendo in questi giorni, sarà pubblicato su carta nel numero speciale della fanzine No Hope, distribuito in occasione del No Glucose Festival il 21 e 22 maggio al Mikasa.


The Parrots live @ No Glucose – 21.05.15

NO GLUCOSE (Careless words cost lives)

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In principio l’idea era quella di organizzare una piccola festa tra amici per chiudere una stagione e aprirne immediatamente un’altra perché, come ben sappiamo, ricordare il passato è una buona cosa ma ancora più lo è proiettarsi nel futuro. Noi di Sniffin’ Glucose assieme agli amici di No Hope, piccola fanzine nata e cresciuta quest’anno sotto il tetto del Covo, uno di quei posti in cui da sempre ci sentiamo a casa. Due generazioni anagraficamente lontane le nostre, quanto incredibilmente vicine nel modo di porsi nei confronti della musica, epicentro comune delle rispettive vite. Così è nato, prendendo poi una vita propria quasi autonoma rispetto alla nostra volontà, NO GLUCOSE, fondamentalmente una due giorni dedicata a fare le cose che ci piace assieme alla gente che ci piace. Perché pur essendo una squadra di egocentrici individualisti, dentro di noi sappiamo da sempre che la condivisione è l’unica via possibile: la passione, se non condivisa, resta fine a se stessa e il fuoco è destinato a spegnersi anziché divampare. E questo noi non lo vogliamo. Abbiamo così messo assieme sette gruppi con cui spartiamo attitudine e passione, qualche dj set per far ballare gli amici e un numero speciale della fanzine che sarà distribuito (gratuitamente, as usual) in quei due giorni. Abbiamo raccolto qualche scritto tra i redattori della fanzine, quelli del blog e qualche ospite per noi davvero speciale. A tutti è stato chiesto di affrontare lo stesso tema: raccontare un disco a scelta fornendone un proprio punto di vista, personale e senza regole. Nei prossimi giorni pubblicheremo qui quello che il 21 e 22 maggio potrete leggere su carta. A partire dall’introduzione che postiamo sotto e che vuole essere un po’ il manifesto programmatico di tutta la faccenda.

Rumore di fondo

Mai come oggi la musica è stata tanto presente nelle nostre vite, ma mai come ora il suo utilizzo ha finito per essere relegato a semplice rumore di fondo delle nostre giornate. Che poi, intendiamoci, in realtà quello dovrebbe essere normalmente il suo ruolo. Per molti ma non per tutti e noi, ça va sans dire, non dovremmo proprio essere tra i molti. Tutti parlano di musica, moltissimi la ritengono apparentemente un elemento imprescindibile senza il quale sopravvivere potrebbe essere un problema, molti infine ne scrivono, spesso a sproposito. E questo non va bene perché le parole poco curate, poco attente, poco pesate, costano – metaforicamente – vite. Così come un ascolto della musica distratto, o ancor peggio superficiale, contribuisce ad un – sempre metaforico – assassinio della musica stessa.
Ci è sempre piaciuto il momento in cui, quando a un musicista chiediamo perché abbia scelto di suonare, questi ci risponde che lo fa semplicemente perché non potrebbe fare altro, perché non può farne a meno. Soprattutto ci piacciono quei casi – moltissimi – in cui il musicista che ci ha risposto in quel modo nella vita sa fare anche altro e ha anche altro da fare. Noi, pur non sapendo suonare nemmeno una chitarra giocattolo di quelle che di elettrico hanno solamente le pile infilate nella cassa armonica, siamo come quei musicisti. Non potremmo far altro che quello che facciamo, ogni giorno da tanti anni: andare a concerti, ascoltare musica, scrivere di musica, parlare di musica, respirare musica. Eppure oltre a questo nella vita siamo obbligati a fare anche altro, molto altro. Ma rimaniamo sempre lì, incollati alla musica, perché per noi la musica non è un semplice accessorio alla vita che ci raggiunge piano e in sottofondo, la musica è qualcosa che cerchiamo con una costanza militante in ogni momento. La musica ingombra tutti gli spazi del nostro quotidiano infilandosi in ogni fessura, spingendo fuori tutto il resto finché tutto il resto non diventa – quello si – rumore di fondo.
Il rock and roll in definitiva ha salvato le nostre vite. Le ha cambiate, le ha forgiate e indirizzate mandandole da un’altra parte. Le ha rese migliori e peggiori al tempo stesso, riconsegnandocele comunque diverse e uniche.
Ora è arrivato il momento di restituire al rock and roll quanto ci ha dato.
E di riprenderci tutto quello che ci ha portato via.

Arturo Compagnoni


The Parrots live @ No Glucose – 21.05.15