French Connection

Savages....e poi lei è planata su di noi.......

Savages….e poi lei è planata su di noi…….

VENERDÌ

Ovviamente sono in ritardo. Stefano sta smadonnando mentre s’infila gli stivaloni di gomma sopra i jeans a sigaretta neri. Carlo, la faccia stravolta di chi ha guidato tutta la notte e dormito qualche ora su di un divano, lo guarda in cagnesco. Che non provi a lamentarsi, due ore a cazzeggiare e poi si sveglia che Thurston Moore sta suonando. Cazzo gliene frega poi a lui di Thurston Moore…
Stefano adesso cammina veloce, ha già preso il braccialetto all’ingresso e salutato Carlo: «dai, non t’incazzare, oh, io scappo sotto al palco, ci becchiamo dopo», che vuol dire “Non mi rompere le palle che devo ascoltare ogni nota possibile prima di tornarcene tutta una tirata in quella città del cazzo che te ami tanto”.
Thurston Moore, piaccia o no, ha sempre questo suono qui, quelle note malate che chiunque riconoscerebbe fra centomila chitarre lo-fi, riverberate, distorte. Stefano prende appunti mentali per le recensione che deve fare per la sua fanzine.
Stefano è alto e magro come un chiodo, lo sguardo sempre un po’ perso sotto i ricci neri che vanno dove pare a loro. Aspetta che Ty Segall salga coi Fuzz sul palco per far finalmente scoppiare il Forte.

Greta è arrivata nel primo pomeriggio: annullato per pioggia il concerto in spiaggia, si è chiusa in una brasserie con Angela e hanno bevuto sidro e fumato sigarette. Poi, appena ha smesso, navetta dal centro e Festival. Se ne sta seduta un po’ a lato del palco grande mentre i Fuzz fanno saltare tutto il pubblico e la terra diventa fango sotto migliaia di stivali di gomma e anfibi e piedi nudi per i più freaks. Lei oggi aspetta solo un gruppo: Timber Timbre che già sa spaccheranno come sempre. Li avrà visti già almeno cinque volte. Di una non è sicura perchè era troppo ubriaca e non si ricorda se dormiva o no mentre loro suonavano.
Greta ha lineamenti decisi, quasi tagliati col coltello, sensuali nella loro forza mitigata da una pelle liscia come se avesse due mesi e non quasi trent’anni. L’insieme le da un’aria dolce e gli occhi che si trasformano dal marrone al verde acceso illuminano un viso che ti colpisce come uno schiaffo.
Non è mai stata a La Route Du Rock e fondamentalmente non ci sarebbe venuta se Angela, che è fissata con ‘sto festival, non l’avesse convinta infilano i tre giorni a Saint-Malo in una vacanza a due tra Bretagna e Normandia. Sono anni che Greta ed Angela si promettono una vacanza assieme senza ragazzi, comitive, party. Solo loro due come quando erano in simbiosi nello stesso banco alle superiori.

La batteria di Ty Segall fa esplodere il Forte e Stefano è già coperto di fango quando Carlo lo trova al banco di uno dei bar: «Carico?»
«Sentito che bomba? Quello lì, qualunque cosa fa è una bomba!».

Angela è in fila dietro a Carlo, con la mano chiama Greta che si alza lenta, l’aria di chi non voleva essere disturbata. Raggiunge l’amica. Davanti a loro questi due ragazzi italiani: uno rosso e ciccio con la faccia simpatica, l’altro allampananto e con gli occhi grandi, un sorriso stampato mentre parla gesticolando. Farà cinquanta chili coi vestiti ma ha qualcosa che la colpisce.
I Timber Timbre salgono sul palco e l’atmosfera si fa magica. Greta corre davanti alle transenne. Angela rimane in fila. Carlo e Stefano parlano avvicinandosi con calma alla folla.
Sulla navetta che riporta in centro Angela dormicchia, mentre Greta ripassa mentalmente la giornata. Timber Timbre. Solo loro. Prima gli esagitati di Ty Segall, i noiosi Algiers né carne né pesce e dopo quella shekerata di Nirvana e post punk, post hardcore post qualunque cosa che sono Girl Band. Quando poi il biondo è salito sul palco jeans azzurri e maglia a righe lei gli avrebbe voluto gridare: «Guarda che non è il ’91 e non ti chiami Kurt», ma è troppo timida per farlo. Poi la semi elettronica: i Ratatat amatissimi dai francesi. Due chitarre inutili su basi alla Moroder. E infine un djset da club qualunque di Rone. Line-up un po’ da riscaldamento.
Ma Timber Timbre valgono la giornata. Suoni da brivido, luci da brivido, atmosfera da brivido. Sempre i migliori.

Carlo cerca di far partire la macchina mentre Stefano sembra morto sul sedile dietro. Ha sbroccato solo alla fine, dopo aver ballato per tutto lo show di Ratatat e ovviamente dopo il pogo impazzito con Girl Band. Solo l’ultimo dj set non gli è piaciuto, o almeno a Carlo pare di aver capito questo dal farfugliamento davanti all’ultima pinta prima del crollo.

SABATO

Sabato il tempo concede una tregua, anzi, le nuvole lasciano posto ad un sole tiepido ed un cielo da cartolina. Greta è in spiaggia quando vede passare Stefano, gli stessi jeans ricoperti di fango, lo stesso giubbino strappato. Non sa chi è, né come si chiama, né perchè ha voglia di fermarlo e chiederli il nome, da dove viene, dove va.
Angela rompe perchè bisogna andare per le otto, che le Hinds non si possono perdere. Come se fossero una band figa davvero. Quattro sbarbe con due accordi. Per fortuna poi The Soft Moon, Spectres, Foals e poi si balla con Avery e Lindstrom. Giornata lunga, Only Real e Kiasmos in apertura, un’altra volta.
In spiaggia suona Flavien Berger e sotto nuvole bianche e leggere tatuaggi, short chiari sopra anfibi, jeans neri e stretti, barbe e Ray-Ban Clubmaster. Il vento spazza via i brutti pensieri e anche Angela sorride: «appena finito questo qui, saltiamo sulla navetta, ok?».
Greta annuisce. Con calma, saltiamo sulla navetta. Dopo un altro po’ di sole. Il ragazzo alto col giubbino scucito sopra la camicia gialla è scomparso tra la gente.

«Dai Carlo, aiutami a travasare il gin!»
«Dove lo mettiamo?»
«Come sempre, bottigliette d’acqua: qui le fanno entrare.»
Stefano ha già fatto diversi anni di La Route Du Rock malgrado di anni ne abbia pochi. A sedici già si era infilato nella macchina di amici per arrivare a Saint-Malo e da allora ogni anno è una tappa fissa: troppo bello quassù, bella dimensione, bella atmosfera, sempre bella line-up. Perfetto per le recensioni sulla fanzine.
«Ma non volevi vedere le Hinds?»
«Già viste, niente di che…»

Angela è in prima fila mentre Carlotta dal palco delle Hinds fa le sue facce smorfiose e non riesce a mettere in fila due parole di francese. Ma poi sorride con gli occhioni blu e tutti i maschietti si sciolgono. E alla fine queste canzoncine da sorriso sulla faccia non sono male.
Ma Greta aspetta tutti i gruppi da lì in poi: post punk, noise, mood dark. Tutto il mondo che ama da sempre, da quando ha scoperto i Joy Division e si è tatuata le linee della copertina di Unknown Pleasures dietro la spalla.

“The Soft Moon e il pubblico è un dancefloor cubo e pesante. Solo da metà concerto parte un pogo selvaggio, ma l’atmosfera è bollente ed esplode sotto l’altro palco con gli Spectres”. Stefano prende appunti seduto sulla paglia che di notte hanno buttato in tutto il Forte per coprire il fango e rendere di nuovo calpestabile il terreno. “Spectres fanno il live dell’anno: energia che colpisce come uno schiaffo in faccia e le prime file sbattono una contro l’altra dal primo all’ultimo accordo”.

Bene così, pensa Stefano. Gran concerti, gran recensione. Spacchiamo. E si fa una bella sorsata di gin. Carlo sarà come sempre a zonzo a cercare inutilmente di rimorchiare. Stefano sta per rialzarsi quando Greta ed Angela passano davanti a lui. La ragazza mora con un tatuaggio sulla schiena si volta e per un attimo i loro sguardi s’incontrano. Lei ha gli occhi di un marrone così intenso che lui non riesce ad alzarsi. Le fa un cenno impercettibile di saluto. Ma lei l’ha visto, lo sa. Lei è bellissima. Stefano prova ad alzarsi per seguirla, il coraggio dettato dal gin già quasi finito, ma lei ha voltato a destra ed è scomparsa tra la folla. Non ricorda il colore della maglia, troppo preso da quello dei suoi occhi.

Greta è ancora stravolta dal pogo e il crowd surfing con The Soft Moon e Spectres quando i Foals attaccano e una marea si lancia verso il palco. Sta andando anche lei da quella parte e per terra, vicino alle transenne coperte di tnt, vede di nuovo quel ragazzo pallido dal sorriso sbeccato. Deve essere bello cotto, visto che non riesce nemmeno ad alzarsi dopo che lei, passando, gli ha lanciato un’occhiata che avrebbe svegliato un morto. Ma non sarà certo lei a rallentare il passo e fermarsi per chiedergli chi è: si svegli il ragazzo. Lei va a ballare e saltare e non smetterà fino all’ultima nota di Lindstrom, un po’ sotto tono come Avery, ma una spanna sopra all’elettronica noia di ieri.
Prende una delle ultime navette. E’ quasi mattina quando lei ed Angela riescono a fatica ad aprire la porta dello studiò trovato su Airbnb. Chiuse le tende e a letto così come sono, che dopo tutto quel ballare, tutte quelle birre e quelle canne offerte dai ragazzi olandesi non ce n’è neanche per togliersi le calze. Si sente una ragazzina. Si sente che chissenefrega. Si addormenta abbracciata alla sua migliore amica, l’unica persona che vorrebbe vicino in questo momento.

“E’ notte al forte e si balla con lo stesso mood con Avery e Lindstrom. La gente resta fino all’ultima nota”. Adesso basta appunti che Carlo non si trova, la recensione del sabato è già tutta in testa dove adesso picchia il Gordon’s. Stefano barcolla verso l’uscita. Telefono scarico. Meeteng point in caso di smarrimenti vari: la macchina. Chissà chi è quella ragazza. Quasi quasi fanculo e salta sulla navetta che sta chiudendo le porte. Magari su c’è quella mora con la copertina dei Joy Division tatuata sulla schiena. Cazzo, Carlo ha le chiavi di casa. La porta della navetta si chiude, un tizio con la pettorina gli dice qualcosa in francese e Stefano barcolla verso il parcheggio.

DOMENICA

Domenica il sole sembra quello vero della riviera e tutti sono di nuovo in spiaggia quando suona Jimmy Whispers. Birrette e chiacchiere e coccole al sole sembrano le uniche cose sensate da fare in un pomeriggio così e Angela è d’accordo con Greta: si va con calma. E’ domenica, sono due giorni che bevono e non dormono un cavolo. Pazienza per The Districts e Father John Misty.
Bisogna essere lì per i Viet Cong di sicuro ma loro non cominciano che alle nove, c’è tutto il tempo per rilassarsi ancora un po’.

Stefano all’ultima nota di Jimmy Whispers sulla spiaggia sta già trascinando Carlo verso la macchina: «dai che oggi non mi voglio perdere nessuno!»
«macchepppalleeeee, ma non hai visto che marea di figa c’è in spiaggia? Ma stiamo qui, magari trovi la tua bella col tatuaggio sotto al collo…»
«Sulla scapola…», poi si ferma: «e tu, che cazzo ne sai dei tatuaggi, di quale mia bella, poi?»
Carlo adesso ha un braccio attorno alle spalle di Stefano e i due hanno ripreso a camminare: «vedi, Ste, tu di notte parli. Da sbronzo, poi, fai proprio i resoconti della giornata. E questa tipa dagli occhi marrone salta fuori ogni cinque minuti, come il suo tatuaggio. Originalissimo, poi…» Stefano fa un lungo sorso dalla bottiglia di plastica riempita col gin: «sei peggio di mia madre…» alza la bottiglia al cielo e sorride: «dai che non ci fermano neanche oggi. Oggi è l’ultima sera. Oggi devasto!».

Greta si trucca gli occhi mentre la navetta fila veloce sulla route nationale. Metà del traffico di ieri: si vede che è domenica.
Eppure al festival il Forte è già murato prima che le bellissime Savages mettano piede sul palco. Potere di quel sound, quella voce e quella carica. E dell’esser così sexy.
Le luci vanno giù. Camille/Jenny Beth lascia intravedere un reggiseno nero sotto il bomber. Fa sesso quasi quanto è bava a cantare.
L’atmosfera è di fuoco, pochi pezzi e lei si lancia dalle transenne e vola sulle mani della gente. Che gioia abbandonarsi al volo sulle teste di sconosciuti. Lasciarsi andare così da fidarsi che ti terranno su. Che ti faranno atterrare senza che tu ti faccia male.
Se anche lei fosse riuscita a farlo prima. Anni prima…
Arriva Angela con due birre. Fuori le fiaschette di vodka nascoste negli stivali: bacio, cin, cicchetto e giù mezza pinta.

“The Districts, niente di nuovo. Father John Misty fascinoso come sempre, ma si perde un po’ su un palco così grande e davanti ad un parterre tutt’altro che pieno da domenica pomeriggio col sole e la spiaggia di Saint-Malo che per una volta che ci puoi stare in costume, chi te lo fa fare di andartene.
Poi Viet Cong, convincenti come ormai consuetudine, scaldano per bene il pubblico che si lancia in massa davanti al palco delle Savages. Jehnny Beth, splendida in jeans e bomber neri e capello lungo fino al mento ingellato indietro, sbraita con un magnetismo mai così potente fino a lanciarsi sul pubblico che, in adorazione, la porta a spasso in un crowd surfing che ormai pare marchio di fabbrica de La Route Du Rock”
Forse l’ultima riga è una stronzata. Però suona bene. Ci si penserà fra un paio di giorni a Milano. Carlo, come sempre, insegue due ragazzine francesi, short a vita alta e linea della chiappa in vista, anfibi e maglia larga e corta.
Stefano lo guarda concentrato sulla recensione che sta abbozzando mentre sul main stage i Ride mostrano i muscoli e mixano vent’anni di rock e shoegaze tenendo testa al live incendiario delle Savages. Stefano è già sbronzo e pensa che non vuol tornare a casa, che deve finire il pezzo per il numero di settembre e ci sono pochi giorni. Pensa alla ragazza dagli occhi d’onice.

I Ride sono un lampo nella vodka. Angela limona da un po’ con un biondo di due metri. Greta è presa bene ma vuole starsene per conto suo. passeggia ubriaca fra gli stand delle case discografiche indie, con le loro stampe numerate, le shopper à la page.Dan Deacon lancia bombe dal palco sul parterre ubriaco. Spunta un materasso che vola sulle teste. Poi sarà solo girotondo tra due palchi per gli show di The Juan Maclean e Jungle. Poi sarà buio. Forse la navetta, come sarà entrata in casa? Angela?

LUNEDI’

Lunedì il cielo è velato ma ancora senza pioggia. Il sole scalda meno di ieri ma l’ultima colazione in spiaggia è d’obbligo: pain au chocolat, flan alla boulangerie all’angolo e un café grand al bar e giù a guardare la marea che finisce di calare per tornare a salire finchè nasconderà la piscina e i trampolini a tre metri.
Greta è seduta sul chiodo coi suoi panta neri sotto una maglia oversize dei New Order che ha tagliato perchè cada asimmetrica e le lasci sempre scoperta la spalla sinistra. Quella tatuata. Si è tolta gli anfibi e sprofonda i piedi nella sabbia grossa e umida di Saint-Malo. I Wayfarer neri ben schiacciati sulle occhiaie che oggi proprio non perdonano.
Angela ride sulla tshirt “stop joking about britney spears” presa qualche anno fa quando gli Heike Has The Giggles aprivano i Gossip all’Estragon. Ultimo bikini, raccontando all’amica il ritorno a quattro zampe sui sampietrini e i tentativi di aprire la porta finchè il vicino, sei del mattino, è uscito sbraitando di piantarla di fare casino e la serratura ha finalmente ceduto facendole volare per terra in casa. Dove hanno dormito.
Greta si guarda intorno. Poca gente. Qualche zaino. Qualche bracciale blu del Festival e abbracci che sanno già di fine estate. Abbassa gli occhiali e guarda il mare. Ed è felice. E’ con la sua migliore amica. Ancora dieci giorni via da Bologna, a spasso per la Bretagna. Disintossicazione da alcol e ressa. Poi si vedrà. Poi ci si penserà.
D’improvviso, davanti a lei appare il ragazzo alto dal sorriso sbeccato. Oggi è più pallido del solito. Arranca con le Dr. Martens basse sulla sabbia. Si volta e per un attimo si guardano negli occhi.

Domenica notte è un mix di luci e suoni nella memoria. Stefano e Carlo rotolano al buio sulla sabbia: hanno fatto mattina con due belghe per guardare l’alba. Peccato che si siano addormentati come sassi all’ennesima canna e li abbia svegliati il vento gelido del mare. Quasi giorno quando s’infilano in casa e dormono qualche ora.
«Cazzo, Carlo! Ho lasciato il giubbino in spiaggia!»
«No dai…Non dirmelo. Non ce la faccio a scendere di nuovo. Fra qualche ora partiamo, devo dormire un po’…»
«Cazzo, che coglione, l’avevo dato alla tipa che poi l’ha mollato lì e io l’ho usato come cuscino…Devo andare a recuperalo! Tu dormitela che poi guidi.»
Stefano è in spiaggia e la giacca di jeans sdrucita è lì appallottolata dove l’aveva lasciata. Stefano pensa che solo lì poteva ritrovarla. Dove in autostrada stanno a destra e se sorpassano mettono la freccia, dove non hanno il bidet ma un festival come quello ha i bagni puliti e con la carta igienica, la paglia per terra se piove e una pinta di birra discreta costa poco più di cinque euro e c’è una navetta gratuita e il campeggio gratuito e puoi portarti l’acqua eccetera eccetera eccetera. Che se lo lasciava al Magnolia cinque minuti ne trovava due. Come no…

Stefano cammina per arrivare al bar e farsi un caffè quando si volta per un istante e incontra gli occhi della ragazza dal collo sottile e la bocca sexy ma dolce. La ragazza con quel tattoo stravisto ma che non gli va via dalla testa. Ha gli occhiali da sole abbassati e, sopra a profonde occhiaie nere, due dischi verdi le illuminano il viso. Cazzo, la ragazza dagli occhi marroni li cambia in verdi. Lei distoglie lo sguardo. Lui rallenta, forse vuole fermarsi: ultima occasione. Poi non la rivedrà mai più. Ma riprende il ritmo del passo e arriva al bar.
Troppo belli quegli occhi, troppo pericolosi occhi che da marrone diventano verdi quando guardi il mare. Quelli sì che possono fare male, altro che il crowd surfing impazzito sulla cassa in quattro di Dan Deacon.
E poi c’è da preparare la recensione anche per Sun Kil Moon, che anche se era giovedì alla Nouvelle Vague era sempre festival e poi c’è da tornare a Milano e quegli occhi sono un guaio. Chissà quali orizzonti hanno visto, vogliono guardare, due occhi così. Un sacco di guai. Un sacco. Fa un sorso di caffè. Si volta verso la ragazza perchè guaio o no, due occhi così non si può perderli per sempre. E poi come fai a dormire la notte se a quegli occhi non hai dato un nome e una storia?
Lei non c’è più.
Lui guarda tutto intorno. Non ricorda com’è vestita. Si è di nuovo fissato sui suoi occhi. Lei non ci sarà mai più. Per un attimo una fitta gli attraversa lo stomaco. Ma poi c’è da svegliare Carlo, tornare a Milano, la fanzine, il ristorante la sera, i party, la vita insomma. La vita senza la ragazza dagli occhi che cambiano.
Un colpo di vento. Stefano sente freddo. Ma gli sembra che venga da dentro.
Un gabbiano becca feroce sulla sabbia ciò che resta di un pain au chocolat.

FABIO RODDA

I’ll meet you there (Fiver # 02.12)

Photo: ©Andrew Stuart 2014
Ho un viziaccio. Da sempre do un peso esagerato alle parole, una sorta di discepolo fondamentalista del Michele Apicella di Palombella Rossa.
E’ ormai passato quasi un anno da quando Sniffin’ Glucose ha incontrato His Clancyness per una piacevole chiacchierata in un piovoso pomeriggio di inizio inverno.
Ad un certo punto della discussione, che aveva preso una piega incentrata sulle difficoltà, decisioni e riscontri per chi cerca di fare musica nel nostro paese, ma non solo, Clancy quasi sommessamente ma con sguardo risoluto ha mormorato “in definitiva .. io cerco di fare Arte”.
Da allora c’è questa frase che mi ronza in testa e che, pur nella sua apparente ovvietà, a mio parere, è centrale per ogni discorso riguardi la musica che amo.
Ci fu un nome suggerito da Clancy nel corso di quell’incontro che ben si attaglia a questo discorso, quello dei Viet Cong. Formazione di Calgary, Canada di cui è in circolazione in questi giorni il primo album.
Il primo commento che ho dato agli amici è stato né più né meno: ”una bella mattonata”.
Dopo ripetuti ascolti, sempre meno “faticosi”, ora posso riconoscere l’eccellenza del loro album. Gente che se ne frega di giocare “sicuro”.
Dunque, semplificando, l’Arte richiede fatica.
Da una parte il bisogno di esprimere un’urgenza creativa, dall’altra lo sforzo, in un’epoca che mira al disimpegno più totale, per affrancarsi dalle terribili difficoltà “reali” quotidiane.
Bevi, balla, ascolta solo quello che le playlists ti confezionano; compra, se li compri, solo i dischi che Amazon decide che sono i “tuoi” risparmiandoti la fatica di andarteli a cercare. E se vado ad un concerto scelgo una bella reunion, mica voglio essere spiazzato…
Tutto qui? Non proprio.
In realtà il discorso è un po’ più complesso di così, perchè un mondo di soli artisti è un utopia e forse, alla fine, anche un mondo mortalmente noioso. Ci vogliono gli artigiani per tenere tutto in piedi.
Dave Grohl è un ottimo artigiano.
Dagli un pezzo di legno e lui ti tira fuori un tavolo e quattro sedie che verranno vendute in un batter d’occhio, ma non gli chiedere niente di più complicato, o che richieda uno sforzo d’immaginazione. A suo modo un arte (con la a volutamente minuscola) anche questa.
Dove il discorso trova la sua “quadra” (un termine orribile ma che volevo provare, così, per pura fascinazione pornografica) è quando Dave Grohl dà indietro un po’ di quello che ha ricevuto.
Come nell’operazione “Sonic Highways”.
Probabilmente stare seduto dietro ad una batteria guardando le spalle di un Artista ha avuto un’importanza decisiva ma riconosco al soggetto in questione qualità genuine non indifferenti.
Otto città americane studiate, rivissute, raccontate con un occhio acuto e con grandissimo rispetto. Le parole di Ian MacKaye o Dr Know, per fare un esempio, ascoltate con attenzione ed in religioso silenzio.
Il rispetto dovuto all’Arte.
Dave Grohl è un miliardario? Chissenefrega. Se più persone avranno la curiosità di sapere chi sono i Bad Brains o i Fugazi per me ne è valsa la pena.
Dove porta questo discorso? Probabilmente da nessuna parte.
Mi piace solo pensare che talvolta chi fa qualcosa con passione e genio e pochi riscontri percorra una strada che a un certo punto si incrocia con quella di chi, magari con meno genio ma con passione, ha avuto molto (se non tutto) per poi sedersi insieme ad un tavolo, nel reciproco rispetto, a condividerne un piccolo pezzo.

Viet Cong – Pointless Experience

Tempi dispari, una batteria impossibile, aperture melodiche inaspettate ed insospettabli. Gli ex Women raccolgono l’eredità dei Wolf Parade e spostano tutto un po’ più avanti. Mi allungo faticosamente per cercare di afferrarli ma quando, finalmente, ci riesco, la ricompensa è grande.

Kevin Morby – The Ballad Of Arlo Jones

26 anni. Un curriculum con dentro Woods, Babies e due album solisti. Non male. Still Life a volte scivola nel classic rock ma altrove, come in The Ballad of Arlo Jones, mischia le carte e ne pesca una dove c’è scritto a chiare lettere Camper-Van-Beethoven. Kevin se la tiene stretta e rilancia con un testo fantastico da dedicare all’amico che tutti noi abbiamo avuto, ingiustificabile ma “tuo amico” e tanto basta.

He was drunk, he wasn’t fun, he was my friend
He was wild, he was wild
He was wild, he was wild
He was

One, he was my friend
Two, took a bullet to the head
Three, he was my friend!
Four, oh, where is Arlo now?
Five, he was my friend
Six, he got high and ran his mouth
Seven, he was my friend!
Eight, now he cannot move around
Nine, he was my friend
Oh, ten, ten, ten

Mourn – Dark Issues

Nel febbraio del ’92 mi trovai a Londra in concomitanza con la prima data londinese di Pj Harvey alla ULU e l’uscita di Dry. Ricordo ancora la faccia stupita del ragazzo di Rough Trade a Neil’s Yard quando mi presentai alla cassa con sette copie, per amici e conoscenti, dell’album in tiratura limitata con le versioni acustiche di tutti i brani… Rough Trade a Neil’s Yard non c’è più e anche Pj Harvey percorre, rispettabilmente, tutt’altre strade, ma quando parte Dark Issues chiudo gli occhi e rivedo la giovane ma determinatissima Pj aggrappata alla sua chitarra scomparire nel giubbotto di pelle in quella fredda serata prima di spaccarci il cuore con la sua classe immensa per la prima di innumerevoli volte.

The Soft Moon – Black

Traccia ad elevata tossicità che fa a pugni con tante (troppe) recenti “carinerie” targate Captured Tracks. La band di San Francisco accantona ogni prudenza, prende per mano i Fuck Buttons e gli fa intravedere cosa c’è “veramente” oltre quel muro (del suono). Sviluppo interessante che crea aspettative da soddisfare.

Ceremony – Birds

Come ampiamente sproloquiato in precedenza da queste parti i Nothing sono probabilmente il disco dell’anno. Non solo. Il tasto follow dei social in questo caso riservava altre soddisfazioni. Difficilmente, altrimenti, sarei venuto a conoscenza dei Ceremony da Rohnert Park California che hanno ospitato il gruppo di Dominic Palermo come supporter prima di inchinarsi alla loro crescita esponenziale ed invertire l’ordine di apparizione sui palchi americani. Tre album all’attivo e questo nuovo Ep uscito quest’anno prodotto dal tipo degli A Place To Bury Strangers che ci spedisce in un mondo parallelo dove, tra cascate di feedback e melodia, i Jesus And Mary Chain hanno appena pubblicato Psychocandy e io litigo con la mia fidanzata per chi si deve portare a casa un singolo degli Swervedriver.

Massimiliano Bucchieri

Gruesome flowers (a Captured Tracks history)

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Non abbiamo mai creduto davvero alla retorica “indie”. Ad ascoltare Calvin Johnson o Ian MacKaye abbiamo però compreso che talvolta stare dall’altra parte é una necessitá. Non per moda o per atteggiarsi ma semplicemente per sopravvivere. Trent’anni fa (la Dischord nasce nel 1980) parlare di etichette indipendenti rivestiva questa importanza. Chi ha avuto il buon gusto di guardare “The Punk Singer” (ne abbiamo parlato diffusamente qui) il film-documentario su Kathleen Hanna saprá a che cosa ci riferiamo.

Ma “indie” intese come etichette discografiche nel corso del tempo e nell’accezione comune sono diventate tutte quelle che semplicemente non facevano capo a nessuna multinazionale dell’industria discografica. Storie straordinarie in alcuni casi ma diventa difficile e per ovvii motivi paragonare Ian MacKaye ad Alan McGee, per esempio. (Sulla Creation di Alan McGee magari recuperatevi il documentario Upside Down: The Creation Record Story)

Tutto questo per dire che se abbiamo deciso di spendere due parole sulla Captured Tracks, un’etichetta indipendente di Brooklyn, é solo perché nel suo catalogo abbiamo trovato negli ultimi 6 anni il meglio delle nuove proposte “indie”, ma di etica, di alternativa, di filosofia morale nessuna traccia. Poco male.

Questa premessa era necessaria perché nel caso della CT va apprezzato innanzi tutto il lavoro, come dire, di scouting. La ricerca di nuovi talenti é proprio alla base del manifesto d’intenti che la label stessa si é premurata di pubblicare sul sito, e che potete leggere qui, casomai vi venisse voglia di mandargli un demo.

Impresa familiare, in sostanza, dove le decisioni vengono prese non in base a piani industriali ma grazie alla passione che ispira Mike Sniper (oltre che discografico anche musicista con la sigla Blank Dogs), il factotum che ha messo in piedi un piccolo fenomeno nel giro di poche stagioni. Le edizioni curate in maniera quasi artigianale (del vinile, in particolare) sono solo un altro esempio in questo senso. Amore per la musica, insomma, coniugato ad un eccellente gusto in fatto di nuove e vecchie band.

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Piú che di etica “indie” é piú corretto parlare di artigiani della piccola industria, insomma. Perché se l’ideologia é morta in politica figuriamoci in queste mere faccende legate all’intrattenimento o, ad essere buoni, all’arte.

Messo in chiaro il contesto bisognerebbe mettere in luce la figura di Mike Sniper. Un nerd di prima categoria. Come definire altrimenti qualcuno che se ne sta a Brooklyn e sogna di ristampare vecchie band di shoegazers anni ´90, preferibilmente inglesi?
La CT ha combinato i due aspetti: le ristampe e le novitá discografiche. Ha addirittura aperto una “filiale” destinata solo alle ristampe della Flying Nun, per dire. Ed intanto ha continuato a sfornare uscite di band clamorose, roba che ha segnato in maniera definitiva le ultime annate, a forza di dischi che abbiamo ritrovato nelle playlist di fine anno della stampa specializzata.

Se vi dovesse capitare l’occasione, a Brooklyn, in 10 minuti a piedi vi fate il negozio di Rough Trade e quello per l’appunto di CT, quest’ultimo con una selezioni di vinili usati che se non fate attenzione rischia di azzerarvi il conto corrente. Il negozio di vinile (e cassette) non é che l’ultima delle molteplici attivitá dell’universo che gravita attorno alla figura di Mike Sniper.CT-3-500x331

CT si é rapidamente trasformata in un’etichetta che ormai identifica un mondo. È una delle poche realtá che ha colmato quel vuoto lasciato nel corso degli anni dalle varie Matador, Sub Pop o Creation.

Indie-labels che negli anni ´90 hanno dettato i ritmi di quello che andava o non andava ascoltato, che hanno rappresentato lo stile che andava seguito, che ci hanno semplicemente fatto credere di avere il mondo ai propri piedi. Il sogno si é poi disintegrato ed é per questo motivo che seguiamo le vicende Captured Tracks con interesse, giusto per capire se é ancora possibile seguire una strada differente dalle solite. L’esperienza ci consiglia cautela ma intanto ci stiamo dentro con entrambi i piedi e siamo contenti di poterlo fare.
La Captured Tracks è una di quelle “cose” capaci prima di pigiare il tasto di arresto al fluire delle epoche e successivamente spingere quello di riavvolgimento del nastro senza per questo sembrare una faccenda per nostalgici rincoglioniti. Con i suoi dischi noi forty (e molto) something siamo precipitati in un buco spazio temporale, risucchiati verso la nostra adolescenza che pensavamo nostra e solo nostra ma che invece proprio al centro di quel vortice, un quarto di secolo dopo, ci siamo trovati a condividere con la gioventù di oggi.
Come se un black out totale avesse oscurato una bella fetta del recente passato riportando l’approccio alla musica verso un salutare (almeno per noi) back to basics.

Mike Sniper in una recente intervista ha messo in chiaro da dove viene. Quali sono le band che hanno messo in moto tutto questo processo che ha portato alla nascita della CT, perché ci sono sempre dei colpevoli alle spalle, ce lo ha insegnato la storia, anche la nostra personale.
Ha fatto tre nomi, tra gli altri: Lush, Pale Saints e Medicine (dei quali ha in effetti ristampato il catalogo).

Dei primi ricordiamo un’intervista che facemmo in coppia nel backstage di un locale modenese, nel settembre del 1992 (Sniffin’Glucose esiste da 22 anni, in pratica). Dei secondi un concerto a Francoforte, affrontato dopo 10 ore di macchina, con la stanchezza che piegava le ginocchia. Dei Medicine una data londinese in un pub, con il volume degli amplificatori talmente fuori dai limiti che in seguito i My Bloody Valentine ci sarebbero sembrati delle educande.

Francamente tre episodi che vissuti in prima persona mai ci avrebbero fatto pensare di poterne parlare a distanza di cosí tanto tempo. Ma questi sono i vantaggi dell’esserci stati. Non potevamo naturalmente sapere che dall’altra parte del mondo, gli stessi avvenimenti, avrebbero modellato l’“educazione sentimentale” di una persona che, a sua volta, si ritrova a condizionare i nostri ascolti attuali.

Una sorta di circuito di associazioni musicali, di indole e di attitudine che potrebbero sembrare casuali. Invece, se ci ritroviamo settimanalmente con quei dischi marchiati CT tra le mani significa solamente che un cerchio in qualche modo é andato a chiudersi.

Di seguito un elenco di personalissime scelte dal catalogo, per fare il punto dei questi primi sei magnifici anni di vita.

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Dum Dum Girls: s/t EP (CT 001, 2009)
Dietro la sigla pare si nasconda una ragazza che di nome fa Dee Dee (dice nulla?) e di mestiere cataloga libri in una biblioteca della città in cui vive, Los Angeles. Esaurita la manciata di copie del primo quarantacinque giri (Longhair, Hozac Rec.), elementare e dissonante esercizio sul canovaccio Velvet Underground/Jesus and Mary Chain, la ragazza ha pubblicato un 12” che pare la riedizione di un vecchio singolo dei Pastels riversato su vinile da un nastro ancor più vecchio e mal in arnese.
La musica esce rumorosa eppure avvolta nell’ovatta di una registrazione al cloroformio che narcotizza ganci surf, nasconde la voce e anestetizza chitarre fuzz. Il tempo sancirà se trattasi di meraviglia o ennesimo pacco, per ora registriamo con un sorriso il caos con cui dal suo sito la ragazza, o chi per lei, gestisce gli ordini delle prime uscite e posta video che paiono vecchi nastri di famiglia residuati dagli anni’70.

The Beets: Spit in the face of People Who Don’t Want to Be Cool LP (CT 010, 2009)
Sono in quattro e arrivano dal Queens (NY). Si inventano melodie a presa rapida, praticamente istantanea, ma fanno di tutto per nasconderle dietro ad un suono minimale e molto, molto casalingo. Sarà l’attitudine da buona la prima guai a riprovarci o anche solo il quartiere di provenienza, ma finiscono per ricordare i Ramones in salsa folk. O quei Moldy Peaches dei quali ci innamorammo qualche anno fa e dei quali ancor oggi stiamo cercando degni epigoni. Sgangherati nel sentire la musica, puliti e precisi nell’esprimere quel sentimento.

The German Measles: Wild EP (CT 030, 2009)
Gente che non ha la minima idea di ciò che sta facendo, i German Measles da Brooklyn. Quartetto il cui 50% milita nelle fila dei Cause Co-Motion! (non sapete chi sono? Affari vostri), piazzano su un vinile a 12” sei canzoni che friggono sopra un fuoco garage pop punk incredibilmente contagioso. Eternity, traccia d’apertura del secondo lato, è un vero e proprio inno. Di fronte a tale meraviglioso sfacelo non possiamo far altro che alzarci in piedi ed applaudire.
Dei German Measles si sono perse le tracce dopo A German Joke Is No Laughing Matter, album uscito per What’s Your Rupture nel 2011. Un paio di loro di recente hanno pubblicato in balotta totale (Crystal Stilts, Juan Waters, Gary Olson) un album a nome Beachniks. Se lo trovate in giro comperatene una copia anche per me, ve la pago bene.

Blank Dogs: Under and Under 2xLP (CT 059, 2010)
Synth e battiti elementari di drum machine, chitarra in riverbero perenne, il basso che ingrana giri wave. Il poker di inizio carriera dei Cure è la bibbia, tutto il resto si trova nella serie di ristampe infilata dall’etichetta del capo (Servants, Cleaner from Venus, Chills, Medicine, Wake, Servants, Clean). Pop in equilibrio, a tratti rumoroso e scuro a tratti semplicemente – appunto – pop con aperture melodiche capaci di suscitare emozioni.

Beach Fossils: s/t LP (CT 067, 2010)
A volte cercare di descrivere un suono semplice e diretto è più arduo che azzardare spiegazioni circa musiche costruite su strutture complesse.
Beach Boys e Byrds passati attraverso un setaccio che alla fine trattiene quasi tutto, tranne le melodie, perfette nel loro scheletrico splendore, giri di chitarra essenziali, voce lontana, simulazione di cori da spiaggia californiana e le improvvise virate in accelerazione brit wave di Twelve Roses e di Daydream, capolavoro assoluto per chi ha amato i suoni eighties di Sound e Chameleons.

Wild Nothing: Gemini LP (CT 068, 2010)
Cocteau Twins, Smiths, Belle and Sebastian e Pains of Being Pure at Heart. Scegliendo quattro punti cardinali distanti tra loro nel tempo ma ugualmente adatti ad inquadrarne il suono e ancora più lo spirito, il disco con cui Jack Tatum iscrive il suo nome a referto rimbalza nel perimetro limitato da questi quattro nomi. Un dream pop che quando trova la strada giusta nel mettere in fila ritmo, strofa e ritornello (Summer Holiday) sbriciola il gelo costruito altrove sulla rarefazione dei suoni (Pessimist e The Witching Hour) e sull’uso romantico e molto smithsiano delle parole: Boys don’t cry/They just want to die (ancora Pessimist) e più oltre Our lips won’t last forever and that’s exactly why/I’d rather live in dreams and I’d rather die (Live in Dreams). Ingenuo e minimale, Wild Nothing pare citare i New Order (Chinatown), ma in realtà come molti dei suoi coetanei punta verosimilmente altrove: ai mai dimenticati Field Mice, ai Wake e alla Svezia di scuola Labrador.

The Soft Moon: s/t LP (CT 085, 2010)
Tra i tanti gruppi che negli ultimi anni hanno fatto del revival wave la propria ragione di vita, i Soft Moon sono assieme ai Prinzhorne Dance School quelli che più di ogni altro sono riusciti a coniugare rigore stilistico e perfezione filologica nell’interpretazione di quel preciso immaginario. Suono secco e subito puntato alla gola, profondo. I muri tremano sotto i colpi del basso che pulsa come materia viva. Luci bianche e buio tra mille flash che si trasformano all’istante in flash back capaci di accentuare nei più giovani il rimpianto per un’epoca che per colpa dell’anagrafe non sono stati in grado di vivere.

Minks: By The Edge LP (CT 086, 2011)
I Minks sono l’ennesimo tassello di quella lunghissima sequenza di nomi che collega il primo decennio del nostro secolo alla penultima decade del precedente. Coppia newyorchese girl/boy talmente bella a vedersi da risultare quasi sospetta, i Minks a parole la buttano sul gotico (Funeral Song, Cemetery Rain, Our Ritual) mentre coi fatti pescano a piene mani dall’immaginario sonoro minore di quegli anni ’80 lontani ma sempre presenti: l’arpeggio della strumentale Indian Ocean è in parti uguali miscela di Felt e Durutti Column, mentre Funeral Song è a tutti gli effetti una canzone (riuscitissima) vagante nello spazio tra il secondo e il terzo album dei New Order.
Quelli fighi citeranno Wake, Field Mice e qualche sconosciuto singolo della Sarah, quelli meno sofisticati troveranno relazioni coi Drums (Cemetery Rain) e addirittura legami con i Culture Club (Ophelia).

Widowspeak: s/t LP (CT 118, 2011)
Condividono le visioni cupe dei Mazzy Star, una voce di donna che calca frequenze in zona Hopa Sandoval e una sensazione generale di tristezza, angoscia e malinconia spalmata su canzoni estremamente. La chitarra lambisce il feedback e arrota un suono che passeggia su bordi indie. Non ci sono tracce deboli e nessun riempitivo, la band con l’ aiuto di Jarvis Taveniere di Woods crea un suono unico utilizzando materiali pur familiari a tutti.

DIIV: Oshin LP (CT 158, 2012)
Non glielo auguriamo ma Zachary Cole Smith potrebbe diventare il Cobain della sua generazione. Per ora non si capisce quanto ci faccia e quanto ci sia, comunque sia il debutto dei suoi DIIV è stata una sorpresa: fortemente derivativo, come del resto il 100% del catalogo CT e tutto sommato piuttosto monocorde eppure pervaso di personalità e con una canzone (Doused) che a me personalmente ha risolto parecchie serate nell’ultimo biennio.

Holograms: s/t LP (CT 159, 2012)
Da Stoccolma via New York ancora un centro dalle parti dell’etichetta di Mike Sniper. Basterebbe una traccia per far scivolare l’omonimo debutto degli svedesi nei cuori degli indie kids se la categoria esistesse ancora: Chasing My Mind è frenetica, disordinata e orecchiabile come fosse un singolo punk del ’77 suonato con la consapevolezza della wave successiva, riuscendo ad essere canzone ugualmente monumentale e schizofrenica. Poi c’è tutto il resto, che è come se i Comet Gain avessero deciso di suonare i primi due dischi dei Killing Joke, per citare due realtà care a chi scrive. Tecnologia cheap, un pizzico di cattiveria, una parte di disperazione da noia e quel senso di melodia per cui gli svedesi sono secondi (forse) ai soli inglesi.
Innamoramento istantaneo.

Mac DeMarco: 2 LP (CT 164, 2012)
Come Ariel Pink in canadese Mac DeMarco, classe 1990, si tuffa nel soft rock americano anni ’70 e lo attualizza con gusto innato per la melodia. Sregolato, bizzarro e cazzone tout court il ragazzino quando decide di ingranare la marcia sbaraglia la concorrenza.

Perfect Pussy: Say Yes to Love LP (CT 192, 2014)
Siamo sinceri: dei Perfect Pussy non ci abbiamo ancora capito nulla. Il disco ci piace e non ci piace, ma loro sembra abbiano cose da dire e paiono molto molto interessanti.
Impossibile non prestargli attenzione, del resto con il nome che si sono scelti come si fa a girarsi dall’altra parte?

Arturo Compagnoni & Cesare Lorenzi