One bullet for my dreams (Fiver #32.2016)

Jackie Lynn

Jackie Lynn

Mi rendo conto che sono sempre alla ricerca della stessa canzone. Non so perché sia così. Immagino che per comprenderne davvero la ragione servirebbe uno studio di antropologia sociale che andasse ad esplorare la mia adolescenza. Penso anche che valga per la maggioranza di quelli che ascoltano musica o abbiano un interesse in una qualsiasi forma d’arte. Una volta che si è finiti in una rete e nonostante i tentativi di volerne uscire e l’interesse che possiamo dimostrare e gli sforzi che si compiono in mille direzioni, alla fine ci si arena sempre sulla stessa spiaggia.
Il mio posto ideale è un luogo dove la musica pop non è poi così pop, dove il country non è propriamente country, dove le voci non sono esattamente “belle” voci, dove c’è rumore ma talvolta diventa una questione di silenzi. Un luogo dove sia possibile rimanere a metà strada, dove le ideologie non rivestono nessun ruolo, dove non è mai solo bianco tantomeno non è mai solo nero. Il cuore, ecco quello, magari, se fosse davvero possibile, quello non dovrebbe mancare mai.
La musica che ascoltiamo è come se ci indicasse una strada. Una possibilità, un mondo che ci appartiene. La musica deve farci sentire meno soli, in fondo. Deve esserci di conforto.
Poco importa che quella voce risulti insignificante alla stragrande maggioranza delle persone. Tengo in macchina un paio di cd dei R.E.M., da anni ormai, sempre gli stessi. Per evitare discussioni, domande, spiegazioni quando ospito i miei amici non “iniziati” infilo quelli nel lettore. Vaffanculo, con questi non mi faranno domande, penso. Poi, quando rimango da solo, tiro fuori di nuovo i Wedding Present. I miei figli li ascoltano e non fanno domande, sono abituati. Se tutto questo avrà un qualche ruolo nelle loro vite non so proprio dirlo. Di certo gli rimarrà in eredità una collezione di cd e di vinile che alla fine sarà più una scocciatura che altro.
I Wedding Present, si diceva. Li ascolto dal 1988. David Gedge, il cantante, non sa cantare. Si mantiene su quelle tonalità basse perché appena ci prova stecca. Suonano due chitarre, un basso e una batteria. Il disco di debutto (1988) aveva una foto di George Best in copertina. Quella foto mi è sempre piaciuta più di quella di Joe D’Alessandro sulla copertina del debutto degli Smiths, per dire. C’è un tempo e un posto per ognuno di noi. Talvolta trovare la propria collocazione può essere più complicato di quanto si augurassero i tuoi genitori. Talvolta un disco può aiutare. Nonostante non sia un “bel” disco o forse proprio per quello.
Ai Wedding Present riservo l’affetto che posso immaginare si riservi ad un fratello maggiore. Quando esce un disco nuovo l’ascolto, se mi piace lo compro. Quest’ ultimo si intitola Going, Going…ed è finito nei miei scaffali.
THE WEDDING PRESENT – Broken Bow

Merito anche di questa canzone che capisco si possa maneggiare con cura e sospetto. Del resto parliamo di una band di cinquantenni che ha fatto ampiamente il proprio tempo ma forse un pezzo così non lo aveva ancora scritto. Mi piace immaginarli come dei piccoli artigiani, che si ritrovano nel soggiorno di un appartamento normale a fare musica per il solo gusto di farla. Ormai liberi dagli orpelli e dal peso del dover apparire, del dover riuscire, dal dover emergere. There’s a time and place for everything and the time is coming near, lo cantavano esattamente 28 anni nel loro disco d’esordio, vai a vedere che quel tempo è finalmente arrivato.

JACKIE LYNN – Chicken Picken

Adoro l’idea di un disco country di chitarre appena accennate. Un disco country suonato con drum machine e sintetizzatori, soprattutto. Un album stralunato, sconvolto, bellissimo. Come se Nico suonasse il repertorio dei Big Star e David Bowie facesse da produttore.
Jackie Lynn è un personaggio inventato, non esiste in realtà. Haley Fohr è il nome reale di Jackie, già responsabile del progetto Circuit Des Yeux.
Non avrei mai pensato che un concept album potesse finire tra i miei favoriti dell’anno. Di questo si tratta: un disco di otto canzoni costruito sulle vicende di un personaggio immaginario, Jackie Lynn per l’appunto. Una ragazza che abbandona il grande nulla della pianura americana per trasferirsi a Chicago, spacciare cocaina e innamorarsi dell’uomo sbagliato. Ma i risvolti non sono sempre chiari, è una storia fatta di canzoni enigmatiche e di una conclusione che rimane aperta. Quello che mette in scena però è un disco di canzoni che trattano temi ben più complessi come le dinamiche che si instaurano tra sessi differenti e i rapporti di forza che ne sono la conseguenza. Rimane un solo grande rammarico: la durata del tutto. Troppo breve. Un vero peccato perché, fosse per me, andrei avanti ad ascoltarlo all’infinito.

HAMILTON LEITHAUSER + ROSTAM – A 1000 Times

Questa, nel mio mondo ben poco reale, è tipo la canzone pop dell’anno. Uno di quei pezzi che uno si chiede perché non si senta in tutte le radio, qualsiasi radio, ad ogni ora del giorno. Ha un gancio assassino, basta un ascolto e si piazza lì, in testa, e non se ne vuole andare più.
Leithauser, il cantante, mi piaceva già con la sua band precedente, qualcuno li ricorderà, i Walkmen. Ma il genio è Rostam: multistrumentista, responsabile di quel miracolo chiamato Vampire Weekend. Uno che ha messo le mani nel disco di Frank Ocean e ne ha tirato fuori un pezzo capolavoro. Uno che ha capito come si scrivono canzoni in qualche modo classiche, capaci di segnare una stagione, di farsi ricordare, di farsi ascoltare in continuazione. L’unico timore è che me li possa ritrovare tra qualche anno in una compilation di Starbucks. A quel punto sarò comunque passato oltre.

HOPE SANDOVAL & THE WARM INVENTIONS – Let me get There

MASSIVE ATTACK ft. HOPE SANDOVAL – The Spoils

Hope Sandoval ritorna con un disco nuovo, anticipato da una canzone in compagnia di Kurt Vile. Qualche mese prima, la sua voce inconfondibile si era prestata ad ospitare il ritorno sulle scene dopo 6 anni dei Massive Attack.
Ecco, lo dico subito, prima di ripensarci: Kurt Vile ha rotto il cazzo. Quella che sulla carta poteva sembrare una collaborazione funzionale, in realtà si risolve in una robetta senza nerbo, di maniera. Un pezzo vagamente psichedelico che suona però come una versione annacquata dei Mazzy Star, senza sorprese, senza anima e senza groove, manco si trattasse di una cover degli Eagles. Un po’ come il disco più recente dello stesso Vile, che è tanto carino, tanto bellino ma allo stesso tempo tanto noioso.
Tutt’altra musica (letteralmente) quando partono i Massive Attack. Che tornano dopo una botta di anni con due canzoni spettacolari che naturalmente nessuno si fila (se non per parlare di Cate Blanchett protagonista del video). The Spoils invece è un brano fantastico, maestoso nel suo incedere. Amo la parte finale della canzone in particolare, quando sparisce il tappeto ritmico e rimangono solo dei synth che suonano come degli archi ( e forse lo sono) dannatamente evocativi. Una canzone da brividi, semplicemente, dove la voce di Hope Sandoval sembra trovare la propria controparte ideale.

CESARE LORENZI

It’s hard to be an artist, it’s hard to be anything, it’s hard to be (Fiver # 31.2016)

bill-murray
Su alcune cose non ho un’opinione precisa. Ad esempio, ha fatto bene Manuel Agnelli ad andare a X Factor? Boh. Di certo quando in prima serata su un importante canale televisivo qualcuno indossa una maglia di Daniel Johnston costui non può non riscuotere la mia simpatia immediata e buonanotte ai discorsi su militanza indie e coerenza. Un po’ come quando il centravanti di una squadra che detesti (non detesto Agnelli, per inciso) diventa centravanti della nazionale e ti ritrovi ad incitarlo.
Insomma, non sono un tipo complicato.
Comunque cerco sempre di informarmi e di farmela un’opinione, ma leggendo vengo esposto a input che portano la mia mente su tutt’altri percorsi.
Ad esempio se, cercando notizie su X Factor, leggo su una testata autorevole un titolo come “Fedez, un artista dei nostri tempi” con tanto di link ad un video vagamente pornografico, nella mia concezione, nel quale una moltitudine di persone proclama all’unisono di voler andare a comandare mi faccio delle domande. Sull’arte. Sugli artisti.
Non so dove ho letto che l’artista, tra le altre cose, è anche colui che è “condannato” ad affrontare la vita cercando di trovare un significato anche ai suoi momenti più inspiegabili e rappresentarli, illustrarli agli altri esseri umani.
Quest’anno abbiamo avuto alcuni esempi abbastanza evidenti di questa teoria. Eventi che lo hanno contrassegnato indelebilmente.
In particolare un tratto comune lega due enormi artisti dei nostri tempi. David Bowie e Nick Cave.
Un immagine che non mi abbandona è lo sguardo fiero, rabbioso e al contempo sfidante di Bowie in una delle foto scattate pochissimi giorni prima della sua morte. david-bowie-promo
Un accompagnamento perfetto a Blackstar. L’ultimo disperato tentativo di comandare (in questo caso sì) sulla vita, sulla morte, sull’arte.
nick-cave-one-more-time-with-feeling_m1Al contrario le immagini scattate sul set di One More Time With Feeling, il documentario che accompagna l’uscita di Skeleton Tree, a distanza di poco più di un anno dalla tragica scomparsa del figlio sedicenne, ci consegnano un Cave inerte, sguardo assente, le lunghe braccia abbandonate lungo il corpo fino a quando non siede dietro al piano e intona, come se le estraesse con sforzo immane, storie intrise di un dolore impossibile da vincere.
Ma che viene affrontato, perché non si può fare altrimenti. E’ l’unica strada concepibile.
Due diversi modi di affrontare l’inaffrontabile, mostrando percorsi, probabilmente impercorribili per molti perchè ognuno di noi è un mondo a parte, ma vivendoli sulla propria pelle.
Due artisti dei nostri tempi.

Nick CaveI Need You

David BowieThe Gouster (Full Album)

Recentemente, per la prima volta, ho voluto provare l’ebbrezza di entrare a far parte di una fan community. Dopo pochi giorni mi è venuta in mente la battuta di Woody Allen “Non vorrei mai far parte di un club che accetta tra i suoi soci uno come me“. Splendide persone animate da una passione talmente incontenibile che mi spaventa un po’.
E’ di questi giorni la pubblicazione dell’ennesimo cofanetto. Niente di particolarmente inedito a parte la prima pubblicazione “ufficiale” di The Gouster, il leggendario (per i fan di Bowie) lost album del 1974. Una funky beast, nelle parole di Tony Visconti, che in seguito, riveduta e corretta, fornì l’ossatura di Young Americans. Abbastanza per azzerare la salivazione ad uno come me.

EztvHigh Flying Faith

Michael Stasiak è il batterista degli EZTV e racconta: When I listen to High Flying Faith, I think of Frances Ha maxing out her credit card to fly to Paris to take an acquaintance up on an offer to “visit us anytime,” only to find that they are out of town. Una canzone che mi ha accompagnato tutta l’estate regalandomi benessere con quell’incedere tra Big Star e TFC e che apre il nuovo album della band newyorchese raccontando, appunto, di carte di credito super utilizzate e traslochi settimanali per tentare di fronteggiare i costi assurdi della grande mela che hanno portato alla dolorosa chiusura, tra l’altro, di un negozio leggendario come Other Music dove il buon Michael lavorava.

Preoccupations Monotony

La sigla Preoccupations è veramente meglio della precedente Viet Cong? Mah. Quello che è certo è che i nuovi pezzi hanno smussato parecchi degli angoli del primo album a favore di atmosfere più convenzionali. Sarà anche l’intonazione di Matt Flegel ma il nome Interpol si affaccia frequentemente e prepotentemente tra i solchi dell’album. Le canzoni però ci sono e per chi ha amato le sonorità dark/wave più malinconiche di fine anni settanta, primi ottanta brani come Monotony hanno un potere ipnotico potentissimo.

The Wedding PresentRachel

Una di quelle canzoni che fin dalle prime note dici “Ok, fanculo. Questo è esattamente tutto quello di cui ho bisogno.” Quella chitarra un po’ distorta, il cantato di David Gedge buttato lì con noncuranza emozionale, un testo intriso di romanticismo a buon mercato. Malinconia a profusione. Tornano i Wedding Present con 21 pezzi che documentano un loro lungo viaggio negli Stati Uniti ma Rachel è quintenssenzialismo britannico. Al terzo ascolto la pioggia comincia a battere forte sui vetri. Garantito.

Massimiliano Bucchieri