Facts of life (Fiver # 15.2017)

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Tashaki Miyaki

Pink Flag compie 40 anni quest’anno, a quanto pare. Pink Flag è il debutto degli Wire ed è il mio disco punk preferito di sempre.
A dire il vero nessuno lo reputa davvero un disco punk e spesso gli si appiccica davanti un post.
Punk che si trasforma in post-punk che non si sa bene cosa voglia dire ma intanto ci si mette in pace con la coscienza. Come se bisognasse riconoscere una diversità di fondo, non sapere bene di cosa si tratti e utilizzare una formula che tolga dai guai.
La verità è che gli Wire sono sempre stati un’entità a sé stante. Degli stilemi del punk inglese dell’epoca alla fin fine utilizzavano ben poco. Sì, i riff secchi di chitarra, sì, la brevità delle canzoni ma anche no, allo slogan facilone e no, al nichilismo del no future.screenshot-i.ytimg.com 2017-04-07 11-52-12
Penso che certi album diventino i propri dischi preferiti ad un certo punto perché nasce un processo di immedesimazione. Non riuscivo ad immaginarmi con una spilla da balia infilata nella guancia, per dire. Il mio era punk da cameretta modesta, famiglia operaia con tenore di vita piccolo borghese. Provincia vera, in più. La Londra di Brixton era una roba che facevo fatica anche ad immaginare. Il mio punk era qualche amico che mi girava un disco dei Ramones pensando che si trattasse di heavy metal. La prima volta che ho ascoltato Pink Flag avevo 20 anni e il disco era uscito dieci anni prima. In quel lasso di tempo i Minor Threat avevano suonato 12XU in un disco che divenne seminale (la prima compilation targata Dischord) e tutti pensavano che fosse roba loro. Gli Wire non erano un gruppo punk ma insomma ci sono andati dannatamente vicino e Ian MacKaye e compagni hanno contribuito a tenere vivo l’equivoco.
Con loro il processo di identificazione era completo, fin dal look. Jeans e camicia. Nessun vezzo da rockstar, nessuna divisa d’ordinanza. Quattro splendide facce rubate ad un qualsiasi pub di periferia.
I miei dischi, i miei gruppi, mi rendo conto che sono sempre stati roba di confine, contorni poco definiti, a cavallo dei generi. In questo senso Pink Flag è un vero album di identità sfumata, difficilmente catalogabile, understatement come parola d’ordine.
Non so, mi lascia davvero perplesso ascoltare Pink Flag e farmelo piacere ancora. Dopo 30 anni dalla prima volta. Ho il dubbio che non sia una questione di qualità della musica, o della bellezza delle canzoni. Mi chiedo se sia normale farsi piacere la stessa musica che si amava a vent’anni. Non sono più quello che ero, penso. O forse ho il terrore di confessare, prima di tutto a me stesso, che invece trent’anni sono trascorsi invano e le stesse canzoni di sempre continuano inesorabili a girare sul piatto, come se si trattasse di una metafora di quello che ho vissuto: l’illusione di muoversi in avanti e ritrovarsi invece a girare costantemente in tondo.
Nel frattempo loro continuano a sfornare dischi. Uno all’anno di media da quando sono ricomparsi. Confesso che all’inizio ho affrontato il loro ritorno con cautela. Il timore di una delusione era maggiore della gioia della notizia. Certi gruppi in fondo vorresti non tornassero mai. Hai paura che finisca come quando hai avuto la malaugurata idea di rimetterti con la tua ex e gli occhi in cui ti perdevi senza fiato di colpo non ti facessero più nessun effetto.
Una canzone alla volta acquisti speranza invece. Trenta minuti dopo hai riconquistato fiducia nell’intero genere umano. E cominci da capo, un’altra dannatissima volta.

WIRE – Short Elevated Period

Silver / Lead è un album che non si distacca da quanto proposto nell’ultimo periodo. Naturalmente tutto si è fatto più etereo, non esistono urgenze da affrontare, come è naturale che sia. Ma intanto in un pezzo come questo dimostrano come scrivere una solida canzone rock. Il disagio magari non scorre più in superficie, il tempo ha modificato lo scorrere del ritmo, che è meno frenetico. Ma l’incertezza rimane, senza nessuna risposta su quanto ci riserverà il futuro, come al solito. Una gran canzone degli Wire, in definitiva. Una di quelle piccole certezze che fanno tanto coperta di Linus da trascinarsi da una stagione all’altra.

TASHAKI MIYAKI – Girls on T.V. – There Was A Light

Si va avanti a tentativi. Si tasta il terreno e un’occasione di una trentina di secondi di durata non si nega a nessuno. Finché non arriva il momento in cui si capisce che conviene fermarsi un attimo. Ne potrebbe valere la pena.
Intanto il video. Diretto da James Franco è per stessa ammissione dell’autore un omaggio ad un paio di pellicole che portiamo nel cuore: da Midnight Cowboy a Electric Horseman (un uomo da marciapiede e il cavaliere elettrico, in italiano).
La canzone, poi. Potrebbe stare nell’ultimo Jesus and Mary Chain e farci un figurone, tanto per avere un’idea.
Ok, lo devo ammettere: sono conquistato. Sono uomo di poche pretese, evidentemente. Non rimane che indagare ancora un po’. È questione di un paio di click, del resto. Oh, ferma tutto!! Una cover. Ecco la prova del nove. Ti aspetti i My Bloody Valentine e ti ritrovi tra le mani una canzone di Chris Bell Ci siamo, ci siamo, ti ripeti con quel cazzo di sorriso più simile ad una smorfia che ti riservi in certe occasioni. Sì, ci siamo. È tempo ancora una volta di lasciarsi conquistare. Non chiedevamo di meglio, dopotutto.

(SANDY) ALEX G – Bobby

Sono uno di quelli che reputa il nuovo album di Conor Oberst una piccola meraviglia, metto le mani avanti. Sì, ascolto anche Ryan Adams, ma non mi piace parlarne in pubblico, non saprei bene come giustificarmi. Tutto questo per dire che rientra nella normalità farmi piacere una canzone come questa, una ballata country ubriaca eppur fascinosa. Poi, un giorno, sarà il caso di parlarne nel dettaglio di Alex G. Inizia ad avere una storia interessante alle spalle, ricca di sfaccettature e sorprese. Per ora un nuovo album è alle porte e per quanto mi riguarda è uno dei dischi più attesi del momento.

BIG THIEF – Mythological Beauty

Questa è una canzone che al di là dell’apparenza lascia segni e cicatrici. Adrienne Lenker canta e suona una delle chitarre ma quello che più conta è che nelle sue canzoni non risparmia nulla e snocciola ogni dettaglio di una giovinezza vissuta ai limiti in compagnia di una famiglia poco probabile. Lo fa scendendo nei dettagli e non ci risparmia il racconto di episodi degni di una sceneggiatura drammatica. Immaginatevi i primi dischi di Cat Power, oppure i Bright Eyes. Gente che nelle canzoni riversa delle piccole sedute di autoterapia, nel tentativo di scacciare demoni e fantasmi. Occhio alle parole, insomma. Ma la canzone è un gioiello.

CESARE LORENZI

indie pop ain’t noise pollution (parte 4) 20-11

Spaceman 3

Spacemen 3

20 – 11

20) Spacemen 3 – Revolution (1988)

Ricordo che ne lessi su Rockerilla e rimasi affascinato prima ancora di aver ascoltato una sola nota. Gli occhiali scuri (così Velvet Underground), gli amplificatori Vox e le chitarre Telecaster (così vintage), i riferimenti alle droghe e ad una nuova specie di psichedelia minimale. Vennero prima loro (per me) e poi, grazie a loro, i Suicide e i 13th Floor Elevators, tra gli altri. I primi Spacemen 3 sono stati la mia formazione musicale principale, da lì è seguito tutto il resto. Sarà questo il motivo che mi ha sempre fatto odiare chiunque utilizzi il termine “derivativo” parlando di musica, di qualsiasi musica, di qualsiasi forma d’arte. (C.L.)
Lennon/McCartney, Morrissey/Marr, Gallagher/Gallagher: storie di coppie, ognuno ha la sua. La mia indubbiamente è stata Jason Pierce/Sonic Boom. Eternamente indeciso da che parte stare, troppo ed indivisibile l’amore per entrambi.
Questa è la canzone che preferisco. Quella che sparo in cuffia ad alzo zero quando la misura è colma: it takes just five seconds, just five seconds of decision to realize that the time is right to start thinking about a little… Revolution! (A.C.)
Per rispetto taccio il mio, tutto sommato, agnosticismo nei confronti del culto “spaziale” dei miei sodali. (M.B.)

19) This Mortal Coil – Song to the Siren (1983)

Il primo disco 4AD che ho comprato è stato il debutto dei Pixies. Mi son perso tutta la prima fase “dark” dell’etichetta che mi è toccato recuperare in seguito con poco entusiasmo. Per questa canzone però è stato differente e il fatto che sia un brano originale di Tim Buckley ha senz’altro giocato un ruolo rilevante. Comunque sia, tutto il primo periodo dell’etichetta per me è racchiuso in questi tre minuti abbondanti. Pura magia per una cover tra le migliori mai pubblicate in assoluto negli ultimi trentacinque anni di musica. (C.L.)
A me invece la penombra 4AD ha sempre affascinato e su questa canzone, come sulla Holocaust ripresa dagli stessi TMC dal repertorio di Alex Chilton, ho speso tante di quelle lacrime da consumarci gli occhi. (A.C.)
Per noi amanti dei Cocteau Twins una canzone per perpetuare il sogno. Ancora oggi medesimi brividi. (M.B.)

18) Lloyd Cole & The Commotions – Rattlesnakes (1984)

Dai sto’ pezzo non è male, anzi una gran canzone. Come tutto l’album. Ma poi chi se ne importa di Lloyd Cole alla fine. Qui in mezzo ci finisce quasi per abitudine ma i fuoriclasse sono da un’altra parte. (C.L.)
Ho tanto amato questo disco quanto ignorato tutto quello che Lloyd Cole ha combinato in seguito. Non so dire se la faccenda sia colpa della mia soglia di attenzione notoriamente bassa o di un calo qualitativo della produzione successiva dell’uomo. Grande disco, comunque. (A.C.)
Un grande disco anche se si sprecavano le discussioni su quanto fosse “troppo pop”. Un po’ sparito alla distanza. (M.B.)

17) Teenage Fanclub – Everything Flows (1990)

Come scrive qualcuno nei commenti a questo video….sembrano i Nirvana, quantomeno nel look. Questo brano, poi. L’ho cantato, in silenzio nella mia testa, per un periodo indefinito ma comunque lungo. Dai 20 ai 35 anni, regolarmente. Non l’ho mai abbandonato. Quando davvero non sapevo dove sarei finito…..I’ll never know which way to flow….set a course that I don’t know…..grazie a questa canzone ho sempre tenuto, si fa per dire, la barra dritta in mezzo alla tempesta. (C.L.)
Il negozio di Federico Ferrari in via Petroni, i lunghi pomeriggi spesi in chiacchiere su quale fosse il nuovo singolo inglese su cui puntare e le classifiche delle nostre trasmissioni radiofoniche scritte a macchina ed appese alla bacheca come fossero quadri di Rembrandt. (A.C.)
Agosto 92. Listening post di hmv a Edimburgo. Cielo color piombo e il castello di fronte a me. My star dei tfc nelle orecchie. Uno di quei momenti che definiscono in modo definitivo il mio amore per la musica. (M. B.)

16) Wire – Outdoor Miner (1980)

La grandiosità degli wire, oltre che nelle schiere di epigoni figliate dalle loro intransigenze sonore, sta anche nell’assoluta rilevanza delle prove successive, fino ai tempi attuali. (M.B.)
I primi tre dischi dei Wire sono capolavori assoluti. Ma a dire il vero anche quando qualcuno li ha accusati di aver messo il piede in fallo (diciamo i tre album seguenti di seconda metà 80’s) loro sono stati sempre un paio di passi avanti a tutti gli altri. (A.C.)
Ci sono canzoni che mi piace ascoltare dieci, venti volte consecutive. Canzoni che non mi stufano mai. Outdoor Miner è una di quelle. Sono i Wire più accessibili, quasi pop nel loro incedere. Gruppo semplicemente fantastico. (C.L.)

15) Echo and the Bunnymen – Crocodiles (1980)

Poco da aggiungere a quanto racconta Arturo più giù. Arricchisco il tutto solo col ricordo del concerto al  palasport di Bologna (!) dei giovanissimi Bunnymen che promuovevano l’appena uscito Heaven Up Here. Era il 21/2/1983 e in mezzo a tanto bagliore tutto sembrava, ancora, possibile. (M.B.)
Non so spiegare il motivo ma io e i Bunnymen non abbiamo mai avuto un gran feeling. Hanno tutto quello che serve ad un gruppo per rientrare nella mia personale categoria di favoriti ma, in verità, non sono mai riuscito a farmeli piacere sul serio. E sì che ci ho provato più volte e in tempi diversi. Problema mio, naturalmente. (C.L.)
A Crocodiles arrivai qualche tempo dopo la sua uscita, di ritorno dal mio primo viaggio all’estero nell’estate dell’81. Andammo a Londra, Massimiliano ed io, in vacanza studio per tre settimane, avevamo sedici anni e aspettative infinite. Vedemmo la finale di Charity Shield a Wembley: Tottenham-Aston Villa. Oltreché con bellissimi e incancellabili ricordi, tornai a casa con in valigia i miei primi oggetti musicali: i vinili di Heaven Up Here dei Bunnymen e di Closer dei Joy Division e un bracciale borchiato con il logo degli AC/DC. Dire che quel viaggio è stato uno dei 3/4 incroci in cui la mia vita ha svoltato mi pare appropriato. (A.C.)

14) Belle & Sebastian – Tigermilk (1996)

Non ne disconosco l’importanza ma gli scozzesi sono arrivati cronologicamente dietro gli Smiths e hanno trovato la porta della mia attenzione serrata. (M.B.)
Un gruppo scozzese che pare una comune di figli dei fiori fuori tempo massimo che prende il nome da una raccolta di racconti da cui una serie televisiva francese degli anni ’60: praticamente la rappresentazione in formato fisico dell’immaginario indie pop nerd. Una volta stabilito questo non resta da far altro che perdercisi dentro. (A.C.)

13) The House of Love – Destroy the Heart (1988)

A nessuno di noi qui a SG piace dire che si stava meglio un tempo. Però poi uno pensa a un gruppo che che nell’arco di un anno mette fuori quattro singoli come Shine On, Real Animal, Christine e Destroy the Heart e viene da dire che si, beh, forse, chissà. Ma davvero pensiamo che oggi qualcuno sarebbe in grado di fare qualcosa di simile? (A.C.)
Quei quattro singoli e l’album di debutto che andò a raccoglierli fu una delle migliori cose mai uscite in Inghilterra in quel periodo e uno dei migliori dischi targati Creation ad aver visto la luce. Poi, troppe droghe, troppi scazzi e una casa discografica folle rovinarono l’alchimia. (C.L.)
Dissolti come neve al sole ma qualitativamente tra i più rilevanti artisti Creation. Canzoni come The girl with the loneliest eyes e Shine On risplendono ancora nei nostri cuori. (M.B.)

12) Subway Sect – Ambition (1978)

I Subway Sect incarnano alla perfezione quello che io intendo per stile. Piantati con entrambe le scarpe in mezzo al magmatico caos generato dalla rivoluzione punk e stimati dai protagonisti della scena (i Clash li portavano in palmo di mano), i Subway Sect se ne andavano per una strada tutta loro, tra raffinatezze pop e riferimenti cinematografici evocati sin dal nome del leader indiscusso, Vic Godard. Troppo diversi ed eclettici per durare eppure, pur senza aver mai pubblicato un vero e proprio album e a oltre 30 anni dal loro scioglimento, sono tornati a girare il mondo. Tra un paio di mesi li vedremo suonare dalle nostre parti, inutile dire che esserci sarebbe d’obbligo. (A.C.)

11) Felt – Forever Breathes the Lonely Word (1986)

Tra I dischi dei Felt (10 album in 10 anni di vita) è difficile sceglierne uno. Forse Forever Breathes è però effettivamente la loro cosa migliore: otto canzoni e poco più di mezz’ora di musica per il primo piccolo classico in formato lp di casa Creation, con la tastiera di Martin Duffy, futuro Primal Scream e faccia tagliata a mezzo in copertina, a fare da spalla alla chitarra e alla voce di Lawrence. (A.C.)
Nel 1986 i Felt con l’album Forever Breathes the Lonely Word si piazzarono al primo posto della mia personale classifca da nerd. A fare la classifiche annuali avevo iniziato l’anno prima e ad oggi, ventinove anni dopo, non ho ancora perso l’abitudine. Ho ancora una trentina di pagine libere, penso che saranno sufficenti.
Al secondo posto si piazzarono gli Smiths e al terzo gli Hüsker Dü. (C.L.)
Ignite the seven cannons, Robin Guthrie, Liz Fraser, Primitive Painters… troppo tutto insieme. Il cuore strabordò. (M.B.)

leggi la prima parte, i dischi dal  50 – 41

leggi la seconda parte, i dischi dal  40 – 31

leggi la terza parte, i dischi dal  30 – 21