Keep the Flame Alive (Fiver #36.2017)


La prima volta che mise piede a Londra fu anche la prima volta che varcò i confini del suo Paese, la prima volta che salì su un aeroplano, la prima volta che assaporò il gusto acido delle fette di cetriolo schiacciate tra pane e hamburger e la miscela agrodolce di burro salato e marmellata di limone spalmata sui sandwich che ogni mattina gli venivano serviti a colazione.
Fatta eccezione per alcuni negozi su a Milano, città dove tutto arrivava prima, i fast food dalle sue parti non esistevano ancora, il burro salato si trovava solo in certe botteghe del centro che importavano cibi esotici da chissà dove e a parte qualche pasticciere siciliano nessuno aveva idea che dai limoni si potesse ricavarne una conserva.
Per tutto questo, e molto altro ancora, a lui Londra pareva la capitale del mondo.
Così sotto molteplici aspetti quella vacanza, camuffata dietro la maschera del classico soggiorno studio in un’epoca di molto precedente all’invenzione dell’ European Region Action Scheme for the Mobility of University Students a.k.a. Erasmus, fu una vera e propria esperienza di formazione, un percorso iniziatico che nemmeno Il giovane Holden.


Holograms “Shame” da Surrender (Push My Buttons lp, 2017)

In realtà la casa in cui andò ad abitare durante le tre settimane della sua permanenza a Londra non è che fosse proprio a Londra. Per raggiungerla doveva scendere lungo tutta la Northern Line fino a Morden, il capolinea sud. Una volta lì, e già quello era un percorso infinito dal centro della città, per arrivare a casa occorreva montare su un autobus che dopo una lunga corsa tra i sobborghi lo scaricava a qualche centinaio di metri dalla destinazione finale, proprio di fronte a un camposanto che a lui pareva enorme. In quel cimitero ogni tanto in quei giorni di periferia londinese andava a passeggiare, accomodandosi a sedere su una panchina da dove poteva ammirare gli sbuffi di fumo bianchi provenienti dal camino del forno crematorio quando questo era in funzione.
Il fatto di passeggiare in un cimitero non poteva considerarsi pratica del tutto consona agli standard di un ragazzino di 16 anni, eppure a lui piaceva. Lo rilassava offrendogli una serenità incosciente, così vicina eppure così distante dalle intimidazioni di Brixton, il quartiere confinante che giusto l’anno prima era stato origine di una vera e propria rivolta popolare, il Brixton Uprising. Comunità afro caraibica locale contro polizia: un morto, oltre 350 feriti, edifici e automobili dati alle fiamme e prime pagine di tutti i giornali conquistate senza eccezione alcuna. Erano gli anni del primo ministro più odiato nella storia del Regno Unito, la donna che in quel principio di anni ‘80 lavorava di buona lena per smantellare le istanze indipendentiste irlandesi avanzate con le bombe e i fucili della Irish Republican Army. La stessa donna che pochi anni dopo avrebbe sconfitto la working class smontando il durissimo e interminabile sciopero dei minatori inglesi e annientando di fatto il potere dei sindacati.


The World Is A Beautiful Place & I Am No Longer Afraid To Die – “Dillon And Her Son” (da Always Foreign lp, Epitaph 2017)

A pensarci oggi, conoscendo il peso delle storie che in quegli anni si susseguirono da quelle parti e avendo ben presente l’apprensione della propria famiglia, gli sembrava impossibile che allora i suoi genitori avessero assecondato il suo desiderio di libertà spedendolo fuori dal loro controllo. A così tanti chilometri da casa e con un mare in mezzo: Londra, quel preciso periodo storico. Dal canto suo lui era preoccupato solo dalle creste colorate dei punk seduti sul bordo delle fontane di Trafalgar Square, unica minaccia plausibile e concreta che gli si manifestava di fronte agli occhi.


Makthaverskan “Eden” (da III lp, Run for Covers, 2017)

In quelle settimane di soggiorno non affinò quasi per nulla la sua padronanza della lingua inglese, troppo incerto riguardo gli strumenti di comunicazione che aveva a disposizione, troppo timido per cercare confronto e discussione con la popolazione del luogo.
Imparò però altre cose che gli sarebbero state utili nella vita quasi quanto una miglior conoscenza della lingua inglese. Da quella vacanza tornò con una serie di certezze sostenute dalla raffica di stimoli che la pirotecnica cultura del luogo gli aveva letteralmente sparato addosso e allo stesso tempo con l’umore imbrogliato dall’oceano tempestoso dei suoi ormoni adolescenziali. Un caos emozionale, insomma.
Capì ad esempio che le ragazze francesi erano senz’altro più intraprendenti delle loro coetanee italiane, ma comprese anche che per quanto la solerzia di una ragazza potesse configurarsi come situazione senz’altro interessante era comunque altrettanto certamente una faccenda più problematica e in fondo anche meno avvincente di quanto credeva. Meglio perseguire altre passioni variamente assortite e meno pertinenti la sua sfera personale. Tipo il gioco del calcio che proprio in quei giorni di trasferta gli si era parato davanti in tutta la sua magnifica realtà anglosassone. Una partita vissuta in uno stadio inglese era di fatto una cosa completamente diversa rispetto a un incontro visto in uno di casa sua, sia che si trattasse del piccolo e antico Craven Cottage dove in uno dei weekend del suo soggiorno vide la locale squadra del Fulham ospitare il Queens Park Rangers sia che lo stadio da visitare fosse la cattedrale di Wembley sulle cui gradinate si era mischiato ai supporter del Tottenham il sabato precedente per assistere alla sfida di Charity Shield contro l’Aston Villa.
Cominciò anche a comprendere una cosa che sarebbe stata fondamentale per il futuro sviluppo della sua personalità e delle sue passioni: la musica poteva essere non solo un sottofondo piacevole per fare da colonna sonora a una giornata qualunque ma aveva le potenzialità per trasformarsi in una vera e propria porta che se aperta nel verso giusto permetteva l’accesso a universi paralleli. Così come il molo di Brighton non era solo un pontile che conduceva in una enorme sala giochi in mezzo al mare ma una passerella utile a proiettarti verso un altro mondo e un’altra epoca.


Cold Cave “Glory” (Heartworm Press mp3 single, 2017)

Nella valigia che al ritorno vuotò sopra al letto della sua cameretta c’erano tutti gli elementi che più o meno simbolicamente lo avrebbero convinto a diventare l’adulto che era oggi: una sciarpa del West Ham United, i 33 giri di Closer e Heaven Up Here, disco comperato convinto più dalla bellezza della foto di copertina che non da una effettiva conoscenza del suo contenuto, il 45 di Young Parisians, principio di una infatuazione per Adam and the Ants che di lì a poco avrebbe raggiunto livelli preoccupanti e un paio di spillette mod, sub cultura di cui non possedeva alcun rudimento ma che già esercitava su di lui un fascino misterioso e irresistibile.
In fondo non conosceva quasi nulla della storia dei Joy Division se non per aver letto qualche racconto firmato da Red Ronnie, un tipo che abitava dalle sue parti e scriveva su Popstar e tutto ciò che sapeva dei mods era stampato su quel manifesto che aveva visto attaccato alla bacheca del cinema Rialto: una foto di un tizio col montgomery (il termine parka allora non faceva parte del suo vocabolario) seduto a bordo di una lambretta cromatissima di fronte alla coccarda con i tondi celeste, bianco e rosso uno centrato sull’altro sopra la scritta Quadrophenia.


Flat Worms “Pearl” (da Flat Worms lp, Castle Face 2017)

Allora non poteva saperlo, ma quello era uno degli inizi.
Una di quelle tre o quattro circostanze che avrebbero dannato la sua vita rendendola un’autentica guerra per far si che quella fiamma accesa tanto tempo prima non si spegnesse mai.
Una guerra contro nessun’altro se non se stesso, contro il suo desiderio di fermarsi a riposare una volta per tutte.
Contro l’irresistibile desiderio di apparire, a se stesso e agli altri, una persona normale.

Arturo Compagnoni