FIVER#01.07

Caribou

Caribou

Ci sono canzoni che hanno bisogno di spazio, ci sono suoni che crescono piano piano, ci sono momenti che sono improvvisamente giusti per qualcosa che fino al giorno prima non lo era affatto.
Bisognerebbe inventarsi una rubrica “le migliori canzoni di gennaio” che venga scritta e pubblicata 6 mesi dopo. Spesso infatti si rischia di scrivere a caldo cose che nel giro di qualche settimana creano qualche imbarazzo.
Sono contento di non aver mai parlato degli Arcade Fire e del loro nuovo disco, per esempio. Ci è voluto mio figlio, quello di 11 anni, che ascoltandoli in macchina mi ha chiesto: questa è la musica che si suona sulle navi da crociera, vero? Ho farfugliato una risposta tipo: non proprio. Per fortuna il discorso è finito lì e non ho dovuto aggiungere ulteriori spiegazioni. Guardandolo nello specchietto retrovisore ho comunque visto che la sua testa era già persa in altri pensieri. Io però ci ho rimuginato sopra. E in effetti quella canzone, non mi ricordo nel dettaglio quale, anche se è probabile fosse una di quelle influenzate dalla musica haitiana, suonava davvero come fosse quella di un’improbabile band d’avanspettacolo.
Da quel giorno non ho più avuto il coraggio di mettere quell’album ed è probabile che passerà qualche mese prima che mi capiterà di farlo nuovamente. Ogni tanto sono gli accadimenti più banali che ti aprono finalmente gli occhi, o le orecchie in questo caso. E comunque spesso ragionare con la testa di un bambino è più utile di quello che si possa pensare.

THEE OH SEES – The Lens

Ad avere fretta si rischia di perdere certi passaggi e di dare certe cose per scontate, dicevamo.
Ci si accontenta magari delle formule abusate. Tipo quella che vorrebbe i Thee Oh Sees come paladini del garage-rock più deragliante in circolazione. Piccola verità ma fondamentalmente anche solo una porzione di tutta la storia. Perché il nuovo album (“Drop”), già in circolazione da qualche mese, è indubbiamente un disco ambizioso, suonato e prodotto come mai nessun lavoro precedente del gruppo. Un album che travalica i confini abituali. La canzone che lo chiude è una faccenda di arrangiamenti d’archi e melodie quasi eteree, che ricorda i Beatles in versione psichedelica, periodo Sgt. Peppers. Un gioiello, insomma.

STRAND OF OAKS – JM

Questa è una canzone che mette i brividi. Impossibile resistere al suo concentrato di epica a stelle e strisce. Chitarre che neanche il miglior Neil Young, in quella che qualcuno definirebbe senza timore di smentita una cavalcata elettrica. Una ballata dedicata a Jason Molina (“JM” il titolo) che omaggia non solo un’artista gigantesco ma sottolinea ancora una volta il potere terapeutico di certe canzoni. Se vi è capitato di rinchiudervi in una stanza in penombra, con meno di diciotto anni sulla pelle, cuffie in testa, volume esagerato, a maledire tutto quello che fosse al di là della porta della vostra cameretta e avete pensato che solo quella canzone (non importa quale, ognuno di noi ha la propria) poteva salvarvi la vita, non potete esimervi dall’ascoltare questo brano. Racconta di voi, di come eravate prima e di quello che siete diventati ora…...I’m getting older every day, still living the same mistakes…I got your sweet to play…..

CRAFT SPELLS – Twirl

Tutta questa ballotta di band legate all’indie americano contemporaneo mi lascia solitamente freddino. Gente come Beach Fossils, Wild Nothing, gli stessi Real Estate. Mi piacciono, in fondo, perché toccano le corde giuste ma senza esagerare. Perché sono fighi e furbi abbastanza da rimanere nel perimetro di uno schema precostituito che non comporta nessun rischio. Portano a casa il risultato senza entusiasmare, con poco sangue e arena a fare da contorno. Poi la canzoncina carina, sopra la media, la indovinano e te la infilano sempre nel disco. Fanno sì che continuiamo a muovere il capo seguendo il ritmo, battendo il tempo con il piede. Rassicurati, in qualche modo, di poter continuare a vivere in un limbo di eterna indecisione. “Twirl” è un gran pezzo, ecco.

CARIBOU – Can’t do without you

Un ritorno superlativo. Punto.
Questa canzone è una celebrazione dell’estate, delle cose positive delle nostre vite, dei nostri amori. È la forza trascendente dell’arte musicale che ha lo stesso potere della droga con il vantaggio di non doverne subire le conseguenze negative. È la musica che si connette direttamente al nostro cuore, che ci tira fuori dal vortice, che ci trasporta ad un altro livello. In un posto migliore di quello dove eravamo prima. Una canzone che fa mettere le cose in prospettiva.

A SUNNY DAY IN GLASGOW – Crushin’


Ora che abbiamo potuto tirare fuori dallo scaffale il vecchio catalogo 4AD. Ora che abbiamo sistemato la discografia degli Slowdive, recuperando nei mercatini dell’usato i pezzi mancanti. Ora che non dobbiamo più vergognarci di essere stati quelli che amavano le band che “si guardano le scarpe”. Ora abbiamo anche qualcuno che da quel periodo coglie ispirazione e allo stesso tempo si sposta un paio di passi in avanti. Quel qualcuno è A Sunny Day In Glasgow, band di Philadelphia che nel corso del tempo ha più volte cambiato line-up e che ha pubblicato un nuovo album notevole. Questa canzone in particolare ha tutto quello che è necessario per piacerci in maniera definitiva. Qualsiasi pezzo che inviti in modo così esplicito all’ennesimo “innamoramento” estivo non può lasciarci indifferenti, del resto.

CESARE LORENZI

Kraut#Punk#Synth#Pop#Garage

urlHo sempre ritenuto che fino a un certo momento della vita una persona dovrebbe avere determinate caratteristiche. 
Prerogative oggettive legate all’età e per questo iscritte allo stesso modo nel dna di ogni individuo che sia più o meno coetaneo.
Non è che poi col passar del tempo questi elementi distintivi debbano andare necessariamente perduti, ma credo che fino ad un certo punto della vita uno li debba proprio avere, altrimenti c’è qualcosa che non va’.
Fin lì, semplificando il prototipo agli estremi, penso che una qualunque visione della politica dovrebbe contemplare esclusivamente bandiere rosse (qualche A cerchiata per i più spericolati) e tenere bene in vista la parola rivoluzione (possibilmente evitando di scolpirsi Che Guevara sul bicipite che di quello poi uno un domani se ne pente).
Allo stadio si dovrebbe entrare solo in curva e la partita la si dovrebbe guardare tutta in piedi non stancandosi mai di trasmettere sostegno alla propria squadra.
Ai concerti sarebbe d’obbligo la prima fila e non ci si dovrebbe curare minimamente di faccende marginali come la qualità dell’audio, il palco troppo basso o il vicino che ti pianta i gomiti tra le costole o ti calpesta i piedi.
La musica? Beh quella deve essere per forza veloce, avere ritmo e farti muovere.

Ad esempio se fossi ancora in quella fascia di età lì, io il faccione quadrato di uno come John Dwyer me lo tatuerei bello in grande da qualche parte (tanto poi anche a pentirsene dopo chi cazzo lo riconosce un domani John Dwyer disegnato sul tuo corpo?).
L’uomo è uno di quelli che alla soglia dei 40 anni ne ha già combinate di tutti i colori.
E non si ferma mai.
Non conosco tutte le cose che Dwyer ha fatto con la musica: sono troppe. 

Tanto tempo fa, più o meno verso fine anni ’90, mi ero segnato il nome dei Pink and Brown (lui era Pink).url
Pubblicarono un paio di dischi con un’etica, un’estetica e un suono simili ai Lightning Bolt; detto che per la mia scarsissima competenza in campo noise qualunque band sia costituita da due sole persone e suoni dal vivo a centro sala in mezzo alla gente somiglia per forza ai Lightning Bolt.
Qualcuno provò a descriverli come korean folk drumming gone punk.
Non ho idea di cosa ciò possa significare ma la trovo comunque una definizione che rende bene l’idea.

Poi conosco i Coachwhips.
Erano in tre, vestivano eleganti, suonavano un garage rock sporco quanto quello dei Gories e rumoroso come quello degli Oblivians. Di quello che cantava Dwyer non si capiva una beata mazza tanto la voce era sommersa da tutto il resto.
In formazione c’era una ragazza bionda che mi piaceva, tale Mary Ann Mc Namara, e a un certo punto transitò pure Matt Hartman dei Sic Alps, altro ex gruppo ultra figo cui dalle nostre parti si saranno appassionate si e no una ventina di persone tra cui Claudio Sorge, io e il ragazzo che lavora da Background (questo l’ho imparato sabato scorso quando ho comperato lì una copia del loro primo album).
urlDi loro (dei Coachwhips, intendo) recensii anche un disco per Rumore.
Lo descrissi come il parto di una unica sessione in studio, una ventina di minuti a microfoni aperti utilizzati per vomitare dieci canzoni selvagge e velocissime.
Rock and roll primordiale in preda ad attacco epilettico con una tastiera casio sepolta sotto la batteria, il riverbero di una chitarra e la voce di John Dwyer, strangolata dentro un microfono piazzato nella stanza di fianco.
Di recente è uscita la ristampa di Hands on the Control nelle cui note Dwyer scrive: We were young, we were  excited, we barely knew what we were doing half the time.

Infine ci sono Thee Oh Sees.
Questi li dovreste conoscere un pò tutti.
urlSono la migliore live band mi sia capitato di incontrare negli ultimi 5 anni, hanno pubblicato 7 album in 4 anni che diventano 12 in 9 se contiamo le precedenti incarnazioni come OCS e The Oh Sees (The con una sola e) e 3 raccolte di singoli di cui una doppia.
Dischi che, utilizzando parametri da giornalismo cool, hanno una qualità media da 7.8, decimale più decimale meno.
Anche loro hanno in formazione una ragazza di quelle che mi piacciono, Brigid Dawson, e uno skinhead spettacolare che suona una chitarra camuffata da basso e potrebbe stare dentro uno This Is England in salsa californiana.
La loro musica è unica quanto a capacità di rilettura dei (sotto) generi rock.
Trasformano il garage punk, base di partenza e filo conduttore del loro suono, in qualcosa di più e qualcosa d’altro by passando in tal modo le convenzioni che ingessano solitamente questa musica entro i confini di una indubbia ripetitività e sostanziale monotonicità (e questo lo dico da fan delle uscite Crypt).
A loro viene in mente, per dire, di riverniciare un pezzo dal primo ep dei Sonic Youth e riproporre una canzone di Mr. Quintron al solo scopo di violentare un sax e citare così la No New York di Contortions, DNA e Teenage Jesus, inchiodandogli a fianco una qualche citazione beatlesiana.
Quando sono in vena infilano poi jam di un quarto d’ora che sembrano cover dei Suicide suonate nel dubbio se essere i Neu! o i Black Lips dei primi due album.
Forse si sono sciolti, forse no.

Intanto John Dwyer sta per pubblicare un album solista.
La sigla sarà quella di Damaged Bug, il disco si intitolerà Hubba Bubba and Hits Stores e sarà pubblicato il 25 di febbraio dalla Castle Face, etichetta che gestisce lui assieme a un paio di amici.
Giusto per non farsi mancare nulla.
Il singolo che precede l’uscita è un sintetico e perfetto esempio di diy cold wave minimale.
A me ricorda Fad Gadget ma ho idea che se lo chiedete a lui vi dirà che l’ispirazione gli è venuta ascoltando una qualche ristampa dei Tronics.
Dei Tronics, di Ziro Baby e del doppio singolo di loro cover pubblicato dai Sic Alps qualche tempo fa magari torneremo a parlare che se apro la parentesi qui la chiudo che è già la primavera prossima.
Il pezzo è piuttosto diverso dalle cose che Dwyer ha fatto sinora, ma a pensarci bene c’è un filo conduttore unico.
Buona musica, riferimenti giusti.
Sempre.
Trasversalmente.
Sono sicuro che il disco mi piacerà.
Non fosse così pazienza, amici come prima Mr. Dwyer.

Arturo Compagnoni

In oltre 20 anni di Rumore, una delle pochissime volte in cui mi è capitato di recensire un disco del mese è stato nel dicembre del 2011. Il disco era Carrion Crawler/The Dream di Thee Oh Sees

thee oh sees