I dischi che piacciono solo a me, credo #2

THIRTEEN MOONS – Origins (Wire Records, 1987)

La scena è quella solita di un imprecisato e nuvoloso momento degli – altrettanto soliti, imprecisati e nuvolosi – anni Ottanta: una 127 blu con più chilometri che granelli di polvere pronta a scarrozzare quattro campagnoli che si ritengono viveur in un lontanissimo locale, agghindati come dettame dell’epoca impone. Cioè male. Comunque un’epifania avere il poker di disagiati tutti assieme. Era raro insomma che le convergenze astrologiche facessero sì che l’amalgama si accorpasse per qualche serata. Una volta a causa dei soldi, l’altra a causa delle possibilità economiche di casa (la terza per colpa della pecunia) le uscite erano davvero rare, e per questo più sentite. Si preferiva rimanere al bar, con le patatine e la spuma, contando le monetine, a fantasticare o piangersi addosso su quanto potesse essere stato bello vivere lungo le arterie dei giri che conta(va)no piuttosto che in quello sputo beghino dove gli autobus erano ancora chiamati ‘filovie’. Almeno fossimo stati sabaudi, ci sarebbe stata una forte connotazione retrò tutta panna e zenzero a darci manforte e a farci credere d’essere baciati dalla grazia del giusto. Zero, invece. Il solito infame set di Signore e Signori e dialetto da Lino Toffolo. Roba da groppo alla gola, buon dio. Non ricordo quanto costasse il biglietto d’entrata, ma ricordo benissimo le paturnie per arrivare in quel buco buio e maleodorante, situato proprio sotto una pizzeria. Niente parcheggio, una provinciale a lambire le natiche di quella 127, novanta minuti di strada – spesso dissestata e buia – e l’ansia di riuscire a far bastare la benzina a quel serbatoio sempre troppo secco. Roba che in tempi pre social era come andare in Svezia per qualche gara di sopravvivenza spinta. Eppure eravamo tutti gasati al punto giusto, tutti prevedibili. C’era chi si sarebbe ubriacato (con quali soldi non era dato a sapere) dopo una ventina di minuti, appena abituatosi al buio e al terzo pezzo dei Sisters Of Mercy (non io, sottolineo); c’era chi ci avrebbe fatto smadonnare per volatilizzarsi con la prima donzella procacemente regale (il padrone dell’auto. Ovviamente sempre ‘non io’) e c’era chi avrebbe fatto tappezzeria su qualche divanetto, con una bevanda troppo presto calda, che a farci bastare le cose correvamo sempre il rischio di rovinarcele. Tappezzeria assieme a me, sottolineo. Eppure, con la solita pecetta dei ‘bei tempi andati’ sapevamo che su quei divanetti io ‘e l’altro’ non ci saremmo divertiti, ma Parigi val bene una messa, no? Eppure, a dispetto di cotanta tracotanza mascherata da armatura emotiva a me, di Sisters Of Mercy e paccottiglia varia, importava men che nulla. Eran ben altri i dischi che portavo silenziosamente nel cuore e tra i polpastrelli, senza trovare corrispondenza d’amorosi sensi in qualche altro essere umano autoctono. I Breathless di Three Times and Waving, ad esempio. Gli Shamen di Drop, pure. O ancora i That Petrol Emotion di Babble, i Boohoos di Moonshiner. I Felt, Anne Clark, gli Yargo, gli Stump, i Microdisney. I Deacon Blue di Raintown (per Dignity, ovvio, mica mi ero granché avventurato oltre a quei tre minuti di solchi). E la pepita magna: i Thirteen Moons di Origins. Soffuso manufatto che non avevo il coraggio di diffondere all’altra metà del cielo per non incorrere in epiteti che, in quella provincia tutt’altro che accesa dal sacro fuoco del cambiamento, avrebbero potuto crearmi grane, noie e grattacapi. Me lo immaginavo bene il contesto: “i tuoi amici ascoltano Sister, Strangeways, Here We Come, Music For The Masses, Darklands. Finanche Appetite For Destruction… E tu mi esci con questa sciacquatura di trombette e filicorni? C’è qualcosa che devi dirmi, per caso?”. Avrei voluto ribattere che Strangeways, Here We Come non era così distante da Origins, se “proprio proprio”, soprattutto facendo la tara a Johnny Marr. O che i miei amici non avrebbero mai mai mai potuto capire la grandezza di un pezzo come Suddenly One Summer (che mi precipitai a scovare anche nel formato su 12”), un pezzo dove parevano volerti dipingere l’imbrunire di primavera spalmato su un rosso fuoco, o l’aurora boreale che ti si dipana dallo sterno; ma non volevo sembrare presuntuoso e, soprattutto, incorrere in qualche equivoco, così – da allora e per sempre – rimasi in religioso silenzio senza comunicare ad anima viva (che avesse i peli o meno) la mia infatuazione per i Thirteen Moons. Lo tenevo per me insomma, e sono ancora assolutamente convinto d’aver fatto bene, è per questo che il mio outing selvaggio odierno spero possa servire di lezione a qualche anima palpitante e serafica. Un disco notturno, jazzato nel senso meno cerebrale del termine, sprofondato in un pop impalpabile al cui confronto gente come i Prefab Sprout sembravano i Soft Cell di This Last Night In Sodom. C’era poco o nulla dentro Origins, un ellepi edificato su assenze e alcuni grumi di suoni spazzolati. Vecchie ricette e una farmacopea nemmeno troppo originale ma funzionale: canzoni pizzicate provenienti da uno spazio/tempo imprecisato, rigurgiti di anni ’20, banconi di pub e abbandoni di guerra, afflati operistici, brughiere maledette. Un disco che è una permutazione magna di “Heathcliff avevi un carattere come la mia gelosia”. Cose così insomma, e sfido chiunque a darmi torto nel non averlo voluto rivelare al mondo.

A proposito di Svezia: proprio da lì veniva questo straniante terzetto che tutto deve aver assimilato nella sua breve vita eccetto il rock and roll. Tre personaggi dai nomi impronunciabili titolari di altrettanti album (tra i quali Origins era situato esattamente in mezzo) prima di sparire senza lasciar cospicua traccia ai posteri. Come avrei potuto darli in pasto alle fiere di paese? Avevo già approcciato Little Dreaming Boy, giusto un anno prima, e mi ero convinto di aver buttato quelle sudatissime lirette in 14 tracce da femminielli. Troppo tenue, troppo impalpabile nelle costruzioni, troppo scevro da vere e proprie canzoni con i muscoli. Niente filosofia di strada, nessuna università della vita, nessun segno di ‘maledettismo’ così in auge. Me tapino. Rimediai con Origins, che una seconda chance la meritano tutti (lo imparai a mie spese con gli Stone Roses, di lì a poche lune). E improvvisamente capii. Capii la grandezza di una musica senza tempo, debitrice d’arsenico e vecchi merletti come da Satie; una musica che prendeva in egual misura dai citati Blue Nile come dai Talk Talk di Laughing Stock (anticipando questi ultimi, invero) mettendoci in sovrappiù quell’humus muschioso caro al nord europa. Una musica che sapeva di neve come di fiabe, che aveva tracciati siderali al suo interno. Una musica finanche sofisticata lasciata crepitare tra licheni e strumenti non tradizionali quali oboe, violoncello, filicorno e synth minuti. Ma non si incorra nell’errore di associarli a cerebralismi vari o pedanterie armoniche, non vi è nulla di serioso dentro Origins, semmai è una puntuta e aguzza Lancia di Longino che vi si infila nel costato a solleticare nostalgie. Insomma, tanto per rimanere al freddo: dei Fra Lippo Lippi evirati dall’angst Joy Division. O degli Eyeless In Gaza riconvertiti al Vangelo di Nicodemo.

Scoprii che Billy Bragg li aveva voluti appresso a sé nel suo tour di quell’anno, ma – soprattutto – scoprii Origins. La traccia iniziale ma anche l’album. Camere d’eco chitarristiche care a Viny Reilly pronte per la caccia alla volpe. E poi Mowgli And Baloo, che è fatta di niente ma è fatta benissimo con quelle cattedrali di silenzio. E che dire di As The Dreams Meet the Soil? Che se mai c’è stato un brano composto sugli spazi lasciati vuoti dal saltabeccare delle note è proprio questo. File Under: miglior apocrifo mai scritto dal citato Reilly. E se della magnificenza di Suddenly One Summer s’è già disquisito allora che due parole siano spese su quella Camera Obscura (manca solo l’harmonium di Nico) chiamata La Lumiere, tira (e trita) lacrime come poche. Ma due ulteriori parole due vorrei spenderle sul prezioso cesellare chitarristico di Undercurrent, sorta di inno notturno da collegio privato per bimbi speciali, edificato su incroci di vento e lasciato decantare mentre il fuoco crepita e la dispensa emette odorosi suoni di pane. Aveste mai amato davvero una donna gliela declamereste (in vinile!) ogni mattina, al risveglio. Ricordatevelo, un domani, se capitasse.
Trovai il tempo anche per You Will Find Mercy On Your Road (Wire, 1990), ma eravamo cambiati tutti, e non necessariamente in meglio: loro con un afflato leggermente più pop e modernista (ho scritto ‘leggermente’, sia preso alla lettera) prodromo di gran parte di quell’indie nordica che di lì a poco andrà a dipanarsi, io tramortito da Screamadelica, l’acid house e i Disposable Heroes Of Hiphoprisy. Ci salutammo così, senza rancore, tra un filicorno e l’altro.
Matts ‘Magic’ Gunnarsson (colui che con il suo sax diede la classica impronta umbratile e blues alla band) è morto tra l’indifferenza generale nel 2014.
Aveva molti meno chilometri all’attivo di quella stupida macchina blu.

Michele Benetello