1996 – 2017 Choose Life (Fiver #10.2017)

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Scegliete la vita. Scegliete Facebook, Twitter, Instagram e sperate che a qualcuno da qualche parte freghi qualcosa. Scegliete di cercare vecchie fiamme, desiderando di aver agito diversamente. E scegliete di osservare la storia che si ripete. Scegliete il futuro.
Mark Renton, Trainspotting 2 – 2017

Ho speso troppo tempo e il tempo si è accorciato*

Autunno, forse inverno millenovecentonovantasei. Nelle sale italiane esce Trainspotting.
Io scrivevo, di nascosto da tutti, il mio primo romanzo. La mattina (tardi) andavo a lezione in Zamboni 38, in via Centotrecento e conoscevo randagi come me e guardavo le ragazze che sembravano di un altro mondo, quello in cui ci si sta bene, comodi e sereni.
Il mio era tutto uno spigolo, pieno di trabocchetti, che ovunque ti voltavi succedeva qualcosa da cui nessuno ti avrebbe salvato.
La notte vagavo, con un clan di poeti estinti strafatti, a caso per una città in cui ancora riuscivamo a perderci. Nessuna scena, nessun riferimento: solo strade e periferie e bar del centro e spazi occupati e droga e qualunque cosa facesse dimenticare di esserci.
Piazza Maggiore. C’era un cinema che forse, di nuovo, ci sarà. C’era un cinema e io quella sera, così stravolto che alla scena in cui Rentboy si fa un’overdose, la scena in cui quel genio di Danny Boyle lo fa sprofondare col suo tappeto nel pavimento sulle note di Lou Reed, a quel punto io volevo scappare via dal cinema che il cervello mi stava schizzando fuori dalla testa.
Mi teneva per un braccio lei, che non ricordo come si chiama. Bellissima, aveva il viso d’angelo di Liv Tyler ma era di Vicenza e punk. C’eravamo conosciuti di mattina, poche settimane prima, a lezione di Estetica. Lei che domanda “è libero quel posto?” indicando lo scranno di fianco al mio e io che non ci credevo che una così volesse sedersi vicino a me.
E poi fogli di quadernone in cui ci scrivevamo da un banco all’ altro anziché seguire il corso (ho dato quell’esame tre anni dopo, lei chissà…) e poi “andiamo a vedere Trainspotting?” e poi per andare a mangiare qualcosa all’Osteria dell’Orsa ci siamo persi – fattissimi, bellissimi- e un’ora dopo l’abbiamo trovata ma lì c’erano già Marco il poeta e il mio miglior amico ubriaco che suonava il sax da solo al piano di sotto e lei non l’ho vista mai più, persa tra le nebbie di quell’inverno che sapeva di albe metalliche e facce che si sovrapponevano a ritmi allucinati di birre, mescalina e anfetamina che tanto eravamo tutti sempre strafatti.

In corridoio ho scritto una frase che so ripetere ma non riesco a ricordare*

Poi, dov’ero? Dov’ero io quel capodanno. Mentre i Massimo Volume suonavano Lungo i bordi al LINK di via Fioravanti. Dov’ero? In quale buco a rintanarmi? Per quale paura, quella volta? Per quale terrore? Di essere abbandonato da chi? Di non essere amato da chi? Solo per compensare tutto quello che era mancato prima.
Ma per compensare occorreva vivere, invece ci nascondevamo. Solo noi, come fratelli di sangue, come i ragazzini di Stand By Me mai cresciuti, legati dall’aver visto troppo chiaro quel segreto segreto agli altri: che la vita è feroce, che non c’è speranza ma andiamo avanti lo stesso, che anche se abbiamo vent’anni non c’è un cazzo da ridere.
Dov’ero, quel 31 dicembre? Sfasciato, in qualche angolo di niente, con uno di voi. Maledetti quanto me. Ci siamo soffocati a vicenda, ci siamo salvati la vita a vicenda. Ci siamo amati come nessuno mai prima né nessuno più potrà.
No, ero solo a lavorare. In quella cucina di quell’albergo. A pagare anche le tre Ceres di merda offerte ai due disgraziati miei compagni di sventura, due camerieri uno di Bari e uno chissà. A pagarle al banco dell’albergo in cui avevo lavorato dalle sei del mattino alle due di notte. Mi sa che ero lì.
Ma sarei potuto essere ovunque. Comunque, non sarei stato dove era giusto essere, dove bisognava essere. Ti ricordi, Paolo? Fuori luogo. Questo era come ci descrivevamo: sempre da un’altra parte, anche se il fiuto ci diceva che ce n’era una giusta, noi non potevamo starci. Potevamo passare, ma dovevamo presto andarcene. Non avere un posto. Non far sapere che c’eravamo.
Noi, sempre dal lato sbagliato. A pochi metri da. Giusto in ritardo. Appena appena ma no.
Non potevo. Non ho mai potuto esserci. Sentivo la vita come un film che ti scivola davanti, come un fiume che scorre mentre tu stai sulla riva. Seduto. A guardare, sognare, quello che si muove lì sotto, ma non hai il coraggio di buttarti. Non c’è nessuno, non c’è mai stato nessuno lì sulla riva con te a dirti “dai, salta, male che vada ci sono io a prenderti”, mai nessuno che entrava in acqua prima per farmi sentire che anche se non toccavo, ci sarebbe stato lui a tenermi su. Mai. Nessuno.
E così ho rinunciato. E così ho guardato. Mi sono seduto al bordo della vita e l’ho osservata scorrere via.
Diverso. Sempre. Loro, gli altri, loro erano di un altro mondo.
Il fatto è che loro sapevano di poter tornare. Qualunque cosa fosse succedeva, avevano un posto in cui tornare.
Io quel posto non l’ho mai avuto. Io ho sempre saputo che se partivo era per sempre. Che ogni “ciao” era un “addio”, che nessuno avrebbe tenuto la porta aperta, si sa mai che avessi avuto freddo, o solo voglia di tornare.
Noi avevamo solo noi. E lo sapevamo.

E così veniamo avanti / simili in tutto a quelli di ieri / aggrappati a un’immagine / condannata a descriverci*

Gli Afterhours ai Giardini margherita. Forse l’ho solo sognato. Millenovecentonovantanove. Possibile fossero loro? C’ero. Ma non mi ricordo. Ricordo Barbara, io pazzo di lei, lei che giocava con me, com’era giusto: troppo bella e troppo giovane per poter pensare a domani. Io troppo fragile, come un pupazzo di cristallo su una pista da bowling. Io domani ce l’avevo sempre in testa e domani era niente. Lei che conosceva il bassista della band e “vieni a vederli, sono forti” e chissà se perché geloso o solo ubriaco ci sono arrivato e ho qualche ricordo confuso di un sacco di gente che cantava e io che cercavo solo lei immaginando che sarebbe finita in camera con quel basso di fianco.
Neanche due anni dopo. Già stufo di Bologna, annoiato dal suo provincialismo, stretto in quella che era già una mamma troppo presente, troppo accogliente, troppo tutto. Se quella volta fossi rimasto a Berlino? Sognavo una città lontana, enorme, in cui nessuno mi vedesse, in cui poter rinascere: diventare. Se fossi rimasto, cosa sarebbe successo?
Ma non potevo. Chi sarebbe tornato se fosse servito? Chi avrebbe mollato tutto? Chi avrebbe sacrificato ancora qualcosa?
Chi aveva bisogno di sentirsi un supereroe, perché solo un supereroe sopravvive a qualunque peso gli si metta addosso.
Sono tornato. E ho incontrato lei, che mi ha salvato la vita. Per farlo l’ha chiusa in una stanza pulita e perfetta da cui non sono più uscito per quasi dieci anni. Non l’avessi incontrata sarei morto, lo so. Incontrarla mi ha costretto a diventare chi non ero, la parte di me che mi avrebbe salvato. Adesso so anche questo.
Trasformarti per salvarti, dimenticarti di te per sopravviverti. Poi, ritrovarti all’improvviso e rovesciare tutto. Rompere tutto. Scappare. Ricominciare. Trovarsi a pezzi. Perdere tutto. Ritrovare la propria faccia in uno specchio grande quanto un cd in dieci metri quadrati di casa, piano terra, che per entrare bisognava cacciare a bestemmie gli spaccini magreb.
Ricominciare. Ma con dieci anni di troppo sulla schiena. Ripartire da dove avevi lasciato, senza più bisogno di sconvolgerti per dimenticarti di esistere ogni sera. Con una vita in più vissuta e cucita sulla pelle, disegnata sulla pelle.
È il tempo, sempre il tempo che ti frega. Non puoi ricominciare, perché puoi ripartire, ma sei un altro. Più vecchio, più ferito, più duro. Più quel cazzo che vuoi, ma un altro.

Scuoti i tuoi angeli drogati Fausto/stasera ce ne andremo in giro/per le vie del centro/allegri come vecchi bonzi ubriachi/consapevoli che il peso del mondo è un peso d’amore/troppo puro da sopportare*

Oggi. Vent’anni e qualche mese dopo quella sera al cinema Arcobaleno con la Liv vicentina (se solo ricordassi come ti chiami ti avrei cercata per chiederti di venire con me al cinema e poi tornare a dimenticarci di nuovo che esistiamo) sono a poche decine di metri da lì, di nuovo seduto sulle poltrone comode davanti ad un enorme schermo in una sala semivuota. Pomeriggio e sono solo. Trainspotting2 (per un colpo di fortuna in lingua originale) ed ho paura. Di quello che sentirò, di quello che vedrò. Dei capelli ossigenati di SickBoy (sarai ancora così figo da farmi credere di essere gay?), delle rughe sulla faccia di Mark Renton. Di quelle che vedo sulla mia. Della voglia di ricominciare – e da grandi se si fa si fa per bene- ad avere come unica meta della giornata la fine della giornata in qualcosa da fumare, sciogliere, spararsi in qualsiasi modo, che sempre dondola davanti alla mente come un ciondolo che cerca di ipnotizzarti.
Comincia il film e ho un tuffo al cuore. Cazzo, sì: Rent ha cambiato faccia. È così anche per me, vero? Se qualcuno non mi vedesse da vent’anni rimarrebbe colpito dai capelli grigi, dalle borse sotto gli occhi, dai segni lì attorno, vero?
Il film fila via e io sono così emozionato che quando esco mi fa male la schiena per quanto ho tenuto contratto tutto.
Prima c’è un’opportunità. Poi c’è un tradimento.
La storia della vita di tutti. Il tempo è l’opportunità. Il tempo è il tradimento. Impari a non perdere l’opportunità quando hai troppa roba dietro da guardare. Quando davanti ce n’è meno di quella che è passata.
Non so dare un giudizio sul film, non riesco ad immaginare cosa ne penserebbe un ventenne. Non penso sia un film per un ventenne. Penso che questo film Danny Boyle l’abbia girato apposta per noi, Paolo. Davide. Sì sì, proprio per noi. Per ricordarci ancora una volta quello che sappiamo già bene: che prima c’è un’occasione, poi un tradimento.
Che commemorare è nostalgia, che siamo sempre dei fottuti tossici, ma abbiamo cambiato la materia delle nostre dipendenze. Che lo saremo sempre perché se sei così non cambi mai, puoi solo scegliere di scegliere, come abbiamo fatto.
Vent’anni dopo il tempo in cui sceglievamo di non scegliere.

Vince chi non si illude/Noi che accendiamo lumi/Per nascondere le luci/Noi che accendiamo lumi/Per nascondere le luci/Noi*

Rinascere. Cambiare. Diventare qualcun altro. Sei sempre chi sei ma sei un altro.
E allora Rentboy sei ancora quella splendida faccia da bastardello che eri nel 1996. Franco e Spud, sentirvi parlare mi ha strizzato lo stomaco e portato indietro di vent’anni, al mio viaggio a Edimburgo, allo sballone di Leith che dopo aver visto la mia ragazza mi aveva consigliato, Tennent’s Super in mano a metà mattina, di girare i tacchi e tornare nelle vie del centro fra i turisti e i tipi in kilt che suonavano le cornamuse. SickBoy, sei ancora così figo ma la tua amica Veronika lo è molto di più: malgrado tutto, confermo i miei gusti in fatto di gambe magre e gonne cortissime.
Trainspotting2. Gran sound, gran ritmo. Tanta nostalgia, tanta paura. Tanta voglia, tante possibilità. Come la vita. Scegli la vita.
Non vorrei tornare ai miei vent’anni per tutto l’oro del mondo. Ma vorrei incontrarmi una notte, ventenne, solo per dirmi “vedrai, che ce la fai. Ce la farete tutti. Contro ogni previsione, fra vent’anni sarete tutti vivi e tutto sarà andato comunque bene. E allora, fregatene. Niente dipende così tanto e solo da te. Lasciati vivere. Vivi quello che vuoi. Si può sempre tornare indietro. Si può sempre tornare a casa. Si può trovare una casa anche se non hai mai sentito di averne una. Vai. Parti. Corri. Fai tutto quello che ti va senza paura, senza pensare sempre a doverti costruire scudi, armature, paracaduti. Vai, buttati: anche se nessuno ti ha insegnato a nuotare, imparerai da solo e sarà bellissimo”.
Non si può, lo so. Rivoglio indietro la mia cazzo di vita. Lo dice Franco o SickBoy, a un certo punto del film. Mi sono venuti i brividi. Non si riavvolge niente, non si torna indietro, non si mettono a posto le cose. Mai. Puoi solo andare avanti cercando di far sì che quello che hai dietro faccia pochi danni a quello che ti rimane da fare, da provare.
Quindi? Quindi Trainspotting è un capolavoro, come i vent’anni. Trainspotting2 un gran bel film. Come i quaranta: pieni di opportunità, di energia, di voglia di fare. Travolti dai ricordi, dalla malinconia. Con la paura di vivere nel passato e il terrore di perderlo quel passato buttandoselo definitivamente alle spalle.
Occorre incanalare l’energia, dice Rent. Come? Andandosene. Io a vent’anni me ne sono andato. A quaranta ho tanti pruriti di partenze.
Tempo davanti. Quanto? Chi lo sa. Quanto impegnativo? Dipende da me. Quanto felice? Dipende quasi solo da me. La fortuna? Ormai non ci si può più affidare, ma ci si può sperare.
Vent’anni sono difficili. Quaranta sono meglio. Anche se certe mattine pesano un sacco.
Danny Boyle è un figo. SickBoy, mi dispiace ma c’è Veronika. Spud ti adoro, Franco. Beh, Franco è Franco. Rantbello, sei tutto quello che avrei voluto essere se non avessi avuto veramente niente da perdere, o se avessi avuto veramente qualcosa a cui tornare.
Mi accenderei una sigaretta adesso, fuori dal cinema, ma non fumo più.
Due passi per pensare e tornare nel 2017, Bologna. Alla mia vita responsabile, almeno a volte e affidabile, ogni tanto.
Poi vado a farmi un paio di birre. Appuntamento con due occhi che ti sdraiano anche da lontano. Forse le racconterò tutto questo. Probabilmente non le dirò nulla di tutto questo.
Il tempo? Il tempo rimane quello che ti frega.

Un po’ di tempo fa lessi un’intervista a Ottavia Piccolo, l’attrice, e lei diceva pressapoco “certe volte l’esistenza mi sembra come una prova generale e mi stupisco che non ci sia poi un’altra possibilità dove tutte le cose verranno fatte meglio, dove questa è solo una prova di quello che sarà”. Personalmente ho convissuto per tanto tempo con l’idea che poi tutto sarebbe rifatto meglio. Si pensa che la maturità ti porterà una consapevolezza maggiore di quello che stai facendo, una profondità maggiore questo e quell’altro… poi invece alla fine ti rendi conto che quello che sai fare è questo, lo stai facendo e un’altra occasione non ci sarà. Ciò è abbastanza traumatico, insomma.
Emidio Clementi – Mucchio n. 675, 2010

*Massimo Volume

Fabio Rodda

Freedom of Choice (Fiver #33.2016)

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Il 1992 è stato tanto tempo fa.
A quell’epoca Jack Frusciante non era uscito dal gruppo, Enrico Brizzi si aggirava per i corridoi del Galvani e a Stefano Accorsi la sorte non aveva ancora commissionato quella battuta destinata a spedirlo nell’iperspazio tra un maxibon e l’altro. Il 1992 fu un anno che un quarto di secolo dopo qualcuno deciderà di celebrare niente meno che con una serie televisiva nel cui cast finirà proprio Stefano Accorsi, nei panni di un pubblicitario rampante che nuota alla buona tra le onde di tangentopoli.

Nel marzo del 1992 a_ aveva da poco compiuto 25 anni e il giorno in cui fece la scelta destinata a indirizzare la sua vita su un binario piuttosto che su un altro stava ripensando ad una cosa letta anni addietro su Rockerilla, il suo mensile preferito. Ricordava le pagine in cui Robert Smith intervistato da Alberto Campo affermava imprudentemente che una volta compiuti i 25 anni si sarebbe suicidato. Lo avrebbe fatto perché era convinto che a 25 anni ormai si fosse dato il meglio e quindi andare oltre non avrebbe avuto molto senso. Better burn out than fade away, come cantava Neil Young. Che poi qualcuno quell’idea la portò in fondo sul serio giusto un paio di anni dopo, nel tinello di una villa sulle colline di Seattle.
a_ era abbastanza d’accordo sulla faccenda dei 25 anni: nel 1992 a 25 anni magari non è che si fosse proprio vecchi, ma se si voleva combinare qualcosa conveniva essersi messi in moto da un pezzo e a quell’età si doveva essere già a buon punto.
Un paio di settimane prima aveva deciso che sarebbe andato a fare un giro al nord.
Qualche giorno assieme al suo amico di sempre per festeggiare la fine dell’università e quella laurea da lui ritenuta così inutile che prima di fruttargli un passe-partout per un qualsiasi tipo di professione seria sarebbero passati anni durante i quali avrebbe avuto tempo per cercarsi un lavoro, continuando nel mentre a coltivare la sua grande passione: la musica rock. Lui e l’amico avevano in tasca i biglietti per assistere a tre concerti che spiccavano nel sempre affollato calendario della night life londinese. Il primo era in programma alla University of London Underground. Suonava Polly Jean Harvey, una cantautrice inglese di cui il Melody Maker diceva un gran bene. Al negozio import della sua città a_ aveva comperato il suo primo disco, un dodici pollici con la copertina bianca e in mezzo una foto nera che forse era più un disegno che una foto. Le tre canzoni stampate su quell’ep non gli erano dispiaciute ed era curioso di vederla dal vivo, anche se in realtà a lui le cantautrici non erano mai andate particolarmente a genio. Gli altri due concerti erano di certo più roba sua: i Primal Scream che stavano iniziando a portare in giro Screamadelica e i Fall alle prese con le canzoni di Code: Selfish, magari non proprio il loro album migliore ma pur sempre i Fall, uno dei suoi gruppi della vita.

Le cose erano però destinate ad andare diversamente.
In quel preludio di primavera accaddero infatti due eventi imprevisti.
Dapprima il nuovo giornale su cui aveva da poco iniziato a scrivere di musica gli propose di entrare in redazione poi, cosa inverosimile e ancor più inattesa, quella cazzo di laurea generica e inutile come poche gli fruttò in maniera inopinatamente istantanea l’attenzione di qualcuno.
Una grande cooperativa della sua zona, incuriosita da chissà cosa nelle sue striminzite referenze, lo chiamò utilizzando il numero di telefono lasciato in calce a uno dei tanti curriculum che in quei giorni aveva cominciato a spedire abbastanza casualmente in giro. Incredibilmente quella cooperativa, impegnata a sfornare a nastro succhi di frutta e marmellate, pareva stesse cercando proprio uno come lui.
Doveva cominciare subito, la stessa settimana in cui era previsto il viaggio a Londra.
Forse avrebbe potuto chiedere di posticipare l’inizio del lavoro di qualche giorno ma non gli pareva bello cominciare così e in ogni caso quella coincidenza gli sembrò una faccenda talmente chiara e profetica da non potere essere messa in discussione. E lui alle coincidenze aveva sempre dato ascolto.
Si trattava di fare una scelta netta, non era più il momento per le vie di mezzo: prendere o lasciare. Una rinuncia forse lo avrebbe indirizzato verso un’altra vita ma la solidità offerta dalla cooperativa non poteva essere ignorata. Il posto fisso era ancora una roba seria e alla sua età a_ si sentiva già troppo vecchio. Doveva cominciare a crescere sul serio.

Nel 1992, da un’altra parte del mondo, un tizio scozzese stava scrivendo il suo primo romanzo. Un libro che di lì a poco avrebbe riscosso grande successo e qualche anno dopo sarebbe diventato un film.
Se quel giorno di marzo del ’92 a_ avesse avuto modo di ascoltare l’incipit scolpito sopra la batteria che pompa e la voce di Iggy che incalza nella sequenza di apertura di quel film, forse avrebbe fatto un’altra scelta:
Scegliete la vita; scegliete un lavoro; scegliete una carriera; scegliete la famiglia; scegliete un maxitelevisore del cazzo; scegliete lavatrici, macchine, lettori CD e apriscatole elettrici. Scegliete la buona salute, il colesterolo basso e la polizza vita; scegliete un mutuo a interessi fissi; scegliete una prima casa; scegliete gli amici; scegliete una moda casual e le valigie in tinta; scegliete un salotto di tre pezzi a rate e ricopritelo con una stoffa del cazzo; scegliete il fai da te e chiedetevi chi cacchio siete la domenica mattina; scegliete di sedervi sul divano a spappolarvi il cervello e lo spirito con i quiz mentre vi ingozzate di schifezze da mangiare. Alla fine scegliete di marcire, di tirare le cuoia in uno squallido ospizio ridotti a motivo di imbarazzo per gli stronzetti viziati ed egoisti che avete figliato per rimpiazzarvi; scegliete un futuro; scegliete la vita. Ma perché dovrei fare una cosa così? Io ho scelto di non scegliere la vita: ho scelto qualcos’altro. Le ragioni? Non ci sono ragioni. Chi ha bisogno di ragioni quando ha l’eroina?
Certo lui avrebbe cambiato l’ultima frase perché l’eroina non aveva alcun ruolo nella sua esistenza e non avrebbe avuto molto senso citarla come ragione di vita.
Magari l’avrebbe sostituita con il rock and roll.
Con quello sì che il discorso sarebbe davvero filato.
Avrebbe scelto il rock and roll e chissà dove, chi e cosa sarebbe oggi, in questo pomeriggio di inizio autunno 2016 in cui poggiando la ortofon sul primo solco di Pornography attendeva l’ora per uscire di casa e tornare a veder suonare i Cure nella sua città, trentadue anni e mezzo dopo quella prima volta sotto al telone bianco e rosso del teatro tenda al Parco Nord.

The Hunches “The Ballad

Era da un pezzo che non ascoltavo gli Hunches e se non fosse uscito il disco degli Sleeping Beauties, dove ho ritrovato la voce di Hart Gledhill già cantante degli Hunches appunto, chissà quanto altro tempo sarebbe passato. Il bello della musica per come l’ho sempre vissuta io è anche questo, lasciarsi andare ai collegamenti e scoprire cose e poi scoprirne ancora e ancora e non averne mai abbastanza. Ad esempio non sapevo che tab_ularasa fosse un fan degli Hunches, ne’ tanto meno che avesse costruito un video su una delle loro canzoni più belle. Chi è tab_ularasa? Cercatelo. E’ bello scoprire cose, ogni tanto provateci.

The Lavender Flu “My Time

E se non fosse uscito il disco degli Sleeping Beauties non avrei scoperto il nuovo gruppo di Chris Gunn, già chitarrista degli Hunches. Con loro ha pubblicato un album doppio qualche mese fa. Dentro c’è tantissima roba, a me sono venuti in mente i Royal Trux, i Beat Happening, Daniel Johnston. Cose belle insomma. C’è anche questa canzone, che è una cover di un pezzo di Bo & The Weevils “garage band legend from Vidalia, Georgia”. Necessario documentarsi su di loro a questo punto.

Marching Church “Heart of Life

Tutto quello che c’è da sapere circa Elias Bender Rønnenfelt è che è uno degli Iceage, qualche tempo fa ha pubblicato un disco su Sacred Bones a nome Vår e ora per la stessa etichetta mette fuori il secondo sotto l’insegna Marching Church. Ha una evidente passione per Nick Cave, non c’è dubbio. Non imbrocca sempre la canzone giusta, ma quando capita conviene starlo ad ascoltare.

Josefin Öhrn and the Liberation “Anything So Bright

Per la categoria psichedelia pop crauta il miglior disco ascoltato da un pezzo a questa parte arriva a sorpresa dalla Svezia. E’ il secondo di Josefin Öhrn and the Liberation si chiama Mirage e uscirà a breve. In rete non ho trovato niente da piazzare qui e così ho ripiegato sul singolo dell’album precedente, che non è male comunque. Josefin Öhrn ci mette una voce a la Françoise Hardy e un viso di quelli che non ti dimentichi, i Liberation costruiscono attorno un mantra circolare che in alcuni momenti acquista ritmo e in altri si avviluppa denso appoggiando strati uno sopra l’altro. Caldamente consigliato ad amanti di Stereolab, Suicide e Spacemen 3.

Arturo Compagnoni

Ogni cosa a suo tempo

“Scegliete la vita, scegliete un lavoro, scegliete una carriera, scegliete la famiglia, scegliete un maxitelevisore del c***o, scegliete lavatrici, macchine, lettori CD e apriscatole elettrici. Scegliete la buona salute, il colesterolo basso e la polizza vita, scegliete un mutuo a interessi fissi scegliete una prima casa, scegliete gli amici, scegliete una moda casual e le valigie in tinta, scegliete un salotto di tre pezzi a rate e ricopritelo con una stoffa del c***o, scegliete il fai da te e chiedetevi chi cacchio siete la domenica mattina, scegliete di sedervi sul divano a spappolarvi il cervello e lo spirito con i quiz mentre vi ingozzate di schifezze da mangiare. Alla fine scegliete di marcire, di tirare le cuoia in uno squallido ospizio ridotti a motivo di imbarazzo per gli stronzetti viziati ed egoisti che avete figliato per rimpiazzarvi, scegliete un futuro, scegliete la vita.
Ma perché dovrei fare una cosa così?”

Trainspotting, Danny Boyle, 1996

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Ho sempre dato grande peso ai proverbi: li considero alla stregua di formule magiche destinate a svelare misteri e predire il futuro.
Qualora dovesse capitare una situazione cui potrebbe adattarsi un proverbio, allora state certi che provando a leggerla in quella chiave difficilmente sbaglierete.
Gran bella cosa la saggezza popolare.
A Giulio, che fa sempre la seconda elementare, cito spesso dei proverbi quando voglio convincerlo di qualcosa in modo semplice e chiaro.
Uno dei motti che più utilizzo in assoluto è: ogni cosa a suo tempo.
E invariabilmente, tutte le volte che pronuncio questa frase, mi compare davanti la copertina di un disco.
Un vecchio album dei Godfathers che si intitolava Birth, School, Work, Death.
E’ proprio quel titolo che crea il collegamento con l’aforisma di cui sopra. Una sequenza di parole che gira come il tamburo di un revolver: logica, diretta e ineludibile.
Ogni cosa a suo tempo, appunto.

The Godfathers - frontPur ritenendo che come ogni altro proverbio abbia caratteristiche di verità assoluta, questa massima non è in realtà utilizzabile in qualunque contesto.
Ci sono infatti alcune situazioni specifiche che non dovrebbero essere limitate da una determinata estensione temporale.
Ad esempio una faccenda che mi ha sempre fatto innervosire parecchio, è la spontanea abdicazione dei più dalle vicende legate alla musica.
Mi da fastidio il modo in cui certe persone (parecchie persone) apparentemente molto appassionate alla musica e a tutto ciò che alla musica gira attorno confinano le situazioni ad essa legate ad una specifica fase della propria vita.
Solitamente la fase che precede il fidanzamento, il matrimonio, la nascita di un figlio, l’ingresso nel mondo del lavoro.
Uno status che un tempo si incontrava inevitabilmente attorno al compimento dei 30 anni.
Oggi che tutto slitta continuamente e progressivamente in avanti potremmo dire che la soglia si attesti più tra i 35 e i 40.
A volte non è nemmeno necessario che si verifichi una delle situazioni sopra elencate, anche perché chi si fidanza o si sposa più al giorno d’oggi? Fare un figlio poi per carità e quanto al lavoro figurarsi.
Ma quella fase prima o poi arriva.
Perché quel momento coincide con l’istante in cui si decide che è giunta l’ora di considerarsi adulti.
Maturi.
Come se il crescere, il maturare, dovesse per forza essere sinonimo di serietà. Un metaforico abbandono della chitarra elettrica in favore dell’acustica. E se proprio dobbiamo ascoltare musica facciamolo stando chiusi nel nostro salotto, e mi raccomando, solo roba seriosa e con una sua certificata rispettabilità.

Concetto, quello di maturità, invero variabile a seconda del contesto di riferimento.
Intendiamoci, a me quelli che pensano di avere sempre vent’anni fanno girare un bel po’ i maroni.
Per contratto mi capita sovente di stare in mezzo a gente che ha più o meno la metà dei miei anni ma mai e dico mai mi balena per la testa l’idea di essere come loro, anche se a volte loro si ostinano a cercare di convincermi del contrario.
Potrei essere il padre di ciascuno di essi e il fatto che io sia aggiornato su qualunque uscita Sacred Bones e conosca tutti i nuovi gruppi che passano su Pitchfork prima ancora che Pitchfork li nomini non modifica di un’ora il giorno, il mese e l’anno della mia nascita.
Come dice Billy Childish in quel pensiero che ho citato in apertura di uno scritto qualche tempo fa: rimanere giovani non significa affatto comportarsi come teenager irresponsabili.
In quel caso si che vale il proverbio: non è più il tempo.
Però ritengo che rinunciare alla passione fissando come concambio la moneta del quieto vivere sia una cosa terribile.
Un crimine contro se stessi.
Tornando alle parole di Childish: devi accedere a ciò che vuoi, ciò di cui hai bisogno.
Rimane poi da capire cosa veramente vogliamo noi e cosa invece crediamo di volere, confondendo il desiderio di normalità e la comodità dell’abitudine con le reali necessità personali.
Insomma se il rimanere giovani non significa comportarsi come ragazzini irresponsabili il divenire adulti non deve necessariamente significare comportarsi da persone noiose, riabilitando peraltro situazioni che in passato si detestavano.
Io il verbo sdoganare lo vieterei per legge.

Ma forse la mia è solo invidia, dopo tutto.
Probabilmente un po’ mi rode vedere quelli che riescono a mettersi il cuore in pace e sanno accettare la sconfitta acquietandosi.
Bisognerebbe darsi una tarata, stabilire regole e accontentarsi di situazioni che consentano di sopravvivere.
A un certo punto decidere che essere normali, nel modo in cui la normalità viene convenzionalmente recepita, è una faccenda accettabile.
In fondo sarebbe molto più comodo.
Ma solo in fondo.
Tanto poi alla fine per quanto mi riguarda non sarebbe in nessun caso un’opzione.
Perché non posso fare altrimenti
E se devo scegliere tra sopravvivere e vivere scelgo vivere.
Sempre e comunque.
A qualunque costo.
Con ogni mezzo necessario.
Arturo Compagnoni