Restart (Fiver #02.2015)

Kristin Hersh e Michael Stipe

Kristin Hersh e Michael Stipe

Un altro anno. Consciamente o inconsciamente me lo ritrovo sbattuto in faccia.
Ieri sera ero in macchina. Stavo andando ad espletare una di quelle funzioni che toccano ai padri, ovvero ritirare la torta di compleanno di mia figlia. Avendo la casa invasa da giovani fruitrici di musica che esultavano a ogni pezzo di Fedez o “della canzone di Frozen” rimandata dai loro telefonini non posso dire che questa incombenza mi fosse particolarmente sgradita. Alla mia richiesta su come scegliessero i loro ascolti la risposta mi aveva fatto sentire decrepito..“noi le canzoni che ci piacciono le troviamo su You Tube, basta che ne mettiamo una e le altre ce le consiglia You Tube!” esclamavano festanti. (Giustamente festanti come delle tredicenni possono e devono essere).
La radio sottolineava il breve tragitto con delle note familiari.
Ci ho messo poco a riconoscere “Your Ghost”, una vecchia canzone dall’album solista di Kristin Hersh con l’accompagnamento vocale di Michael Stipe.
Quel Michael Stipe riemerso negli ultimi giorni dopo diverso tempo per delle fugaci ed impreviste esibizioni dal vivo: giacca, cravatta e un viso così invecchiato…
IMG_3120 (2)Mi succede ogni volta. Quando incrocio il viso appassito di qualche artista o, peggio, calciatore della mia adolescenza sulle tv IMG_3121locali, mi assale lo sconforto per come deve sembrare il MIO di viso che ho seguito da semplice spettatore le parabole artistiche o sportive di questi personaggi e che ricordo lungocriniti (Michael Stipe) o a scavallare sulla fascia.
La canzone in questione però non è una canzone qualsiasi per il sottoscritto in quanto appariva in questa che è stata la mia prima recensione in assoluto per della stampa “importante”.
Febbraio 1994. 21 anni fa.
Ho evitato di guardare la mia immagine riflessa nell’ immenso specchio posto nella gelateria per paura di vedermi con una lunga barba bianca e il viso tempestato da rughe.
Sono corso a casa e ho tirato fuori questa foto che mi fa sempre sentire meglio.
Buon compleanno ragazza tredicenne concepita poche ore prima di un concerto dei Giardini di Mirò al Covo. Uno dei luoghi dove, ancora adesso, attorniato dalla mia mia musica e dai miei amici, gli specchi mi restituiscono un’immagine ancora accettabile.

The Districts – 4th and Roebling

Band of outsiders da Lititz, Pennsylvania.
Un album in uscita a febbraio, un attitudine Diy e una gran voglia di spaccare il mondo con le armi che gli Strokes non sanno più usare.
Ascolto questo pezzo in tangenziale, stringo i pugni e ho voglia di abbracciare il camionista che mi taglia la strada per la terza volta urlando a squarciagola “I ain’t the same anymore, I ain’t the same from before”!

Bully – Brainfreeze

Un nome improbabile come Alicia Bognanno e un lavoro da “intern” nello studio di registrazione per il più scostante dei datori di lavoro: Steve Albini. I fogli tornano nel calendario e segnano un anno a piacere tra 1992 e 1994. Belly, Breeders, Juliana Hatfield. In quegli anni sembrava che la nazione del pop ce la saremmo annessa come in un assurda partita di Risiko. Non è andata poi così ma una melodia come questa riporta a quel periodo nel quale Evan Dando era sulle copertine dei giornali per teenagers e Kurt was God.

Benjamin Booker – Violent Shiver

Venticinque anni da New Orleans. Una faccia da star annunciata. Cita classici del blues e Gun Club tra le sue influenze. Arriva a pochi millimetri da una classicità troppo pronunciata per i miei gusti e so già che il prossimo album non mi piacerà ma finché i risultati sono questi è un bel viaggiare.

H Hawkline – Ghouls

Best kept secret secondo schiere di fan. Un album in uscita prodotto da Cate Le Bon e, pare, un carattere da inaffidabile cronico. Sembrano tutte carte in regola per sentirne parlare parecchio compresa questa stramba slackness che pervade Ghouls. Vedremo.

Trust Fund – Cut Me Out

Già giustamente incensati in un precedente fiver per lo split con i Joanna Gruesome. L’album in uscita si chiama “No One’s Coming For Us”. Amici dei Los Campesinos e Cut Me Out non atterra molto lontano da lì. Impossibile volergli male. Uno stupido video pieno di cani e facce buffe con tanto di credits finali (anche dei cani..). Sarebbe stato bello partecipare a Bristol al party di lancio improbabilmente battezzato “Ravioli Me Away”..ma rimedierò ascoltando l’album con dei ravioli nostrani nel piatto. Da quel punto di vista non credo di perdermi poi tanto.

Massimiliano Bucchieri

Fiver # 05.09

Bleached

Bleached

L’altro giorno mi è capitato di leggere alcune righe a proposito del ritorno in auge del vinile, scritte da una persona che gode della mia personale ed incondizionata stima.
Più che del vinile in se, si parlava della moda che da un po’ di tempo a questa parte ha visto elevarsi il pezzo di plastica tondo e sottile a oggetto del desiderio: un po’ strumento di culto, un po’ soprammobile per arredamento domestico molto meno considerato, viceversa, per il suo reale utilizzo di supporto attraverso cui ascoltare musica.
Non mi interessa entrare nella discussione su quale sia il formato tecnicamente migliore con cui fruire canzoni né tantomeno battermi per sostenere tesi sulla superiorità di uno strumento rispetto ad altri, anzi dico qui pubblicamente una cosa che taglia – come si suol dire – la testa al toro: un buon 70% del tempo che dedico quotidianamente all’ascolto della musica lo spendo avendo come fonte di riproduzione una chiavetta usb che quasi quotidianamente aggiorno tramite l’hard disk del mio computer. Occorre fare di necessità virtu’: se devo dedicarmi ad un disco in vinile ho bisogno di avere a disposizione il salotto di casa mia, luogo in cui riesco a parcheggiarmi non più di 2/3 ore al giorno e minimo la metà di quel tempo è necessariamente occupata da altre attività che non siano l’ascolto di un disco. La chiavetta usb o lo smartphone con la sua cartella per la musica e Spotify pronto all’uso sono invece sempre a portata di mano, soprattutto in macchina e durante le sgambate di running in mezzo ai campi, momenti in cui si concentrano buona parte dei miei ascolti.
I puristi della audiofilia sinceramente mi fanno sorridere: se parliamo di perfezione audio, credo che a casa propria, tra le persone che conosco, siano poche quelle dotate di un impianto stereo idoneo ad ascoltare musica in modo realmente adeguato. Per il genere di musica che abitualmente ascolto io poi, figuriamoci se importa la pulizia del suono.
Detto questo sono convinto che, come spesso accade quando gente come noi parla di musica, il nocciolo non sia tanto il discorrere di una tesi piuttosto che un’altra (quel disco è bello o è brutto? Quel gruppo è migliore di quell’altro? Il cd è superiore al vinile che però a sua volta sovrasta qualitativamente l’mp3?).
Per come la vedo io la questione, in fondo, riguarda ancora una volta l’attitudine con cui si fanno le cose. Anche nell’ascolto di un disco è l’attitudine a fare la differenza. Nessuno sarà mai penalizzato nel mio giudizio qualora preferisca i file audio a un lp, come nel caso faccia il tifo per gli Oasis anziché i Blur o per i Beatles contro gli Stones (anche se su tutti e tre i contenziosi ho opinioni ben precise).
Trovo però che ci sia una sostanziale differenza tra ascoltare musica in modo più o meno compulsivo, più o meno attento, più o meno occasionale (nel mio caso la casualità è direttamente correlata alla novità delle uscite, per cui: disco nuovo = scelta di ascolto privilegiata nell’immediato) e decidere piuttosto di andare in salotto, sfogliare accuratamente le coste cartonate dei dischi allineati in libreria, tirarne fuori uno, sfilarlo dalla busta, metterlo sul piatto, far scendere la puntina e sedersi sul divano ad ascoltarlo.
Questa non è l’unica maniera che ritengo adatta per ascoltare musica e non penso sia oggettivamente la migliore, ma è senza alcun dubbio la prassi che personalmente preferisco. Il modo non necessario ma cercato e voluto: quello che per quanto mi riguarda fa la differenza.
Henry Rollins (eccolo qui il vero motivo per cui ho messo in piedi il pippone: citare per una volta Henry Rollins su questo blog!) in una frase semplice ha espresso esattamente la mia idea su quale sia il modo più soddisfacente per ascoltare un disco. Un’attività che per gente come noi non è, nè mai sarà, un semplice passatempo, bensì un rito capace di generare emozioni e uno stato d’animo ben preciso: Sitting in a room, alone, listening to a cd is to be lonely. Sitting in a room alone with an lp crackling away, or sitting next to the turntable listening to a song at a time via 7 inch single, is enjoying the sublime state of solitude.

Bleached “For the Feel”

Da giovane non sono mai stato un grande fan dei Ramones. L’unico loro disco che comperai in tempo reale fu The End of the Century e lo acquistai perché nella sua produzione era coinvolto Phil Spector. Mi parevano troppo semplici e ripetitivi. Solo più tardi ho imparato che rimanere sempre uguali non è per forza sinonimo di mancanza di idee ma può anche voler dire restare fedeli a se stessi e che essere semplici non è per niente una cosa facile. Controprova di questa ultima affermazione il fatto che tra i tantissimi gruppi che in un modo o nell’altro hanno preso ispirazione dai finti fratelli del Queens solo in pochi sono arrivati ad infilare la giusta combinazione di velocità, ritmo e melodia. Le Bleached ci riescono nella canzone che spacchetta il loro nuovo singolo: una iniezione di adrenalina su un motivetto appiccicoso in puro stile Go Go’s: irresistibili.

The Juan Maclean “Love Stops Here”

Se fossi vissuto a New York negli anni ’70 non avrei mai frequentato posti come lo Studio 54. Ancora ricordo il disgusto che mi serrava lo stomaco alla visione de La Febbre del Sabato Sera: io non ero uno di loro. In ogni caso semmai avessi provato ad entrare allo Studio 54 quelli ovviamente non mi avrebbero fatto varcare la soglia d’ingresso. Poi, in netto anticipo su Simon Reynolds e la retromania tutta, un botto di anni fa ci pensò Boogie Nights a farmi finire dentro la nostalgia di un luogo mai vissuto, laddove una canzone come questa poteva costruire un mondo intero attorno a un sogno che non era il mio. Il rimpianto per aver perso (artisticamente) uno come James Murphy invece è caldo e del tutto attuale. Come sempre, come tutto quello che amo sul serio nella musica, in quel che faceva Murphy non importavano solo le canzoni – perfette in ogni caso – ma tutto l’universo che andava loro dietro.
Quella di Juan MacLean (ricordiamolo dai, un tempo chitarrista dei Six Fingers Satellite) è un’altra storia, ma poi non così tanto. Con Murphy si spartisce sin dal principio oneri e onori dell’idea DFA, e condivide col socio l’utilizzo in formazione della voce di Nancy Whang. Ora che il suo amico si è messo (momentaneamente?) da parte resta lui il nome su cui puntare due soldi da quelle parti. Questa Love Stops Here è costruita su un binomio beat metronomico / voce distratta che fa tantissimo LCD Soundsystem, dopo novanta secondi arrivano tastiere così eighties da non crederci, poi attorno al minuto tre e quaranta entra una chitarra che pare quella di Bernard Albrecht altezza secondo disco dei New Order (che assieme al terzo è una mia ossessione di sempre) e il gioco è fatto. E’ solo un attimo ma basta e avanza.

Spider Bags “Back with You Again in the World”

Sono convinto che in giro per l’Italia ci siano tantissimi ragazzi che nella vita sono di professione disoccupati, operai, portalettere, salumieri e nel tempo libero giocano a pallone, per passione e divertimento indossando la maglia di squadre iscritte a campionati più o meno immaginari. A volte qualcuno di questi dimostra doti tecniche pari o addirittura superiori, a quelle di tanti coetanei che hanno però avuto la fortuna di aver visto trasformarsi lo stesso hobby in professione dietro pagamento di stipendi ultramilionari.
La differenza spesso sta solo nella buona sorte: incontrare la persona giusta al momento giusto, ottenere la raccomandazione decisiva o pescare il jolly da 40 metri all’incrocio dei pali proprio il pomeriggio in cui quel tale procuratore ha deciso di passare al campetto a dare un occhiata. Così capita nella musica.
Gli Spider Bags hanno le canzoni, hanno i dischi, hanno il fisico che il loro ruolo impone, eppure ci sono voluti una decina di anni di attività e tre album prima che potessero avere un minimo di visibilità approdando in casa Merge. Questo pezzo che apre il loro nuovo album Frozen Letter – parti uguali di Strokes e Black Lips – ha un tiro micidiale, chissà se basterà a far girare il loro nome.

New Swears “Midnight Lovers”

Copio e incollo idealmente quello che ho appena scritto sopra per gli Spider Bags. Dei New Swears c’è però da dire che sono arrivati solo al secondo album e vengono dal Canada, peraltro da una città (Ottawa) non esattamente al centro delle cronache musicali. Un paio di settimane fa dovrebbero (uso il condizionale perché non ho avuto riscontri sull’evento) aver tenuto un concerto in un bar di Ravenna: non mi viene in mente un posto migliore dove poterli vedere suonare, tra sedie rovesciate e tavoli ingombri di bottiglie di birra mezze vuote. Ultras della cazzoneria al pari degli Orwells ma con un tasso alcolico senz’altro superiore, sono oggi quello che i Fidlar sono stati ieri e che qualcun altro sarà domani. Siccome del passato non ci interessa e del domani non v’è certezza prendiamoli oggi: va bene così e ne rimane anche d’avanzo.

Trust Fund “Reading the Wrappers”

Questi mi sono finiti tra i piedi improvvisamente una mattina all’alba, mentre facevo pulizia nel computer prima di andare a lavoro. Ho fatto partire lo split con i già cari Joanna Gruesome e la prima canzone che ho incontrato è stata questa. Appena è partito il giro di chitarra ho capito immediatamente che quella mattina avrei fatto tardi a lavoro perché avrei dovuto ascoltarla e ascoltarla di nuovo e ancora ascoltarla quella canzone. Boom. Mentre ascoltavo e riascoltavo quella canzone ho accumulato al volo le poche informazioni disponibili. Sono di Bristol, scrivo subito a uno che conosco e che vive là. Mi dice che anche dal vivo sono bravi. Cerco ancora. Oltre a queste tre canzoni ne hanno messe altre sette in un ep uscito giusto un anno fa. A sera le ascolto. Belle anche quelle. Il giorno dopo Fabio posta qualcosa su di loro in rete. Non ne avevamo parlato E’ un caso. Sono stati all’Indietracks 2014 penso subito. Si, sono proprio stati lì. Trovo i video su Youtube. So che non dureranno. I gruppi inglesi usciti negli ultimi 20 anni che piacciono a me non arrivano quasi mai a fare uscire un album. E’ un peccato perché i gruppi inglesi che piacciono a me mi piacciono davvero molto. Vorrei così tanto innamorarmi di nuovo di un gruppo inglese. Come succedeva tanto tempo fa. Ora.

ARTURO COMPAGNONI