Dear life, I’m holding on (Fiver # 01.2018)

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Tell me, do you feel alive??

Il fatto che se lo chieda uno come Beck, in un certo senso è rassicurante. La domanda è posta immediatamente, tra le pieghe della prima canzone del nuovo album. Dimmi, ti senti ancora vivo?
Arrivati ad un certo punto diventa inevitabile domandarselo, alla soglia dei cinquanta diventa una sorta di passaggio obbligato, posso immaginare.
Il disco di Beck mi è piaciuto perché è un album che si pone delle domande, in qualche caso anche scomode, di quelle che ognuno di noi tende a procrastinare all’infinito. E risponde nell’unica maniera possibile, in fondo. Come è lecito attendersi da un figlio della California come lui, con lo sguardo rivolto sempre avanti. Ci spara in faccia una dose di positività esagerata, senza diventare mai stucchevole. Una maniera per dire che è ora di mettersi il vestito buono, prepararsi ad uscire, lasciare da parte la negatività e celebrare la vita e di conseguenza la musica.
Non mi veniva in mente nessuna canzone che potesse riassumere i buoni propositi di inizio anno che ognuno di noi è solito fare ad inizio anno meglio di questa.

BECK – Colors

Un episodio di qualche mese fa: un concerto, un piccolo club. Sul palco uno che negli anni novanta suonava nel miglior gruppo sulla faccia della terra, i Pavement. Non una roba qualsiasi, insomma. I commenti di tre ex-giovani (tra cui il sottoscritto, naturalmente), coetanei di Spiral Stairs, evidentemente fan della prima ora, sulla prestazione del gruppo erano un misto di cinismo, indifferenza e tracotanza. “Ma dite che alla tipa che balla in quel modo piace davvero?” -indicando una ragazza, presa bene, sotto il palco. “No, quella viaggia con la band”. “Cazzo, sembra una band del dopolavoro ferroviario”…..e via di questo passo.
Una volta giunto a casa mi sono accorto che la percezione della serata era stata completamente differente, in particolare per i ragazzi più giovani. Ho capito che il problema non era Spiral Stairs, che in fondo aveva fatto un concerto discreto, allo stesso modo non era una questione che riguardava l’entusiasmo di quelli che ai tempi dei Pavement probabilmente non erano ancora nati ma esclusivamente dell’atteggiamento fastidioso che avevo tenuto per tutta la serata. Il problema ero io, insomma.

All the colors, see the colors, make the colors, feel the colors
She says
See it in your eyes
All the colors, see the colors, make the colors, feel the colors
Tell me, do you feel alive?

Questa cosa mi ha fatto pensare e non è un caso che ne scriva ora, a distanza di qualche mese. Nel frattempo il nuovo album di Beck non è più così tanto nuovo ma nonostante sia un disco “facile”, di consumo frivolo, da ballare cucinando ha continuato a rimanere stabile tra i miei ascolti preferiti ed è finito nella mia personale top 10 di fine anno (che devo ancora decidermi a fare, tra l’altro). Perché giunge un tempo dove le foto con il broncio non vanno più bene. Il bianco e nero stufa.
La musica ha un valore che è più grande di quello del singolo individuo, è il frutto dello sviluppo di una comunità (anche se una canzone nasce in una cameretta davanti ad un pc) e tutti i nostri “self” vanno lasciati in disparte. Anche se ci costa doverlo fare. La musica, quello che rappresenta, quello che ha significato nella nostra esistenza merita uno sforzo genuino che è una questione di rispetto in particolare verso noi stessi. Il disco di Beck mi ha ricordato tutto questo e non è poco.

TY SEGALL – The Main Pretender

Ho perso il conto, sinceramente. Non so davvero più raccapezzarmi tra tutte le nuove uscite di Ty Segall, tra singoli, EP, progetti paralleli e quant’altro. Quello che mi passa tra le mani lo ascolto sempre, però e spesso finisco per acquistarlo. Una canzone come questa, che anticipa un nuovo album, non può non piacermi, del resto. Ty Segall ha le stigmate del rock’n roll ben impresse nel proprio DNA e non sbaglia un colpo, mai. Neppure se tentasse di farlo apposta.

SHAME – One Rizla

Lo so, ne abbiamo già parlato. Ma questi sono dettagli quando ci prende la fotta giusta per qualcuno. Questa canzone è un SINGOLO. Punto.
Ha un giro di chitarra sentito mille volte, un sapore inizio anni ottanta manco fosse una canzone dei primi Bunnymen purgata dall’anima dark. Il cantante ha una faccia da schiaffi degna dei primi Oasis ma un cervello più fino. Ne viene fuori una canzone da cantare a squarciagola, indice sollevato ad indicare le stelle, come se fosse tutto al posto giusto e tutto avesse un senso.

GRAHAM COXON – Falling

Questa è magnifica. Davvero. Dimenticatevi i Blur e tutto il resto. E’ una ballata classica che regala brividi dal primo all’ultimo istante. Scritta da Luke Daniel, un amico di Graham che si è tolto la vita poco dopo averla composta. Uscita in digitale e su 7 pollici con una parte dei proventi destinati alla Campaign Against Living Miserably. Il nome di Epic Soundtracks mi si para davanti e davvero non mi viene in mente nessun accostamento migliore per fare un complimento a qualcuno. Brividi.

INSECURE MEN – Subaru Nights

Lo devo confessare: i Fat White Family non mi hanno mai colpito più di tanto. Tant’è che quando ho letto di questo progetto di Saul Adamczewski, nato come passatempo o poco più, sono partito leggermente prevenuto. Invece in questo caso l’uomo è andato proprio in una direzione che ha finito per toccare le corde del mio personale gusto: sparita l’irruenza punk un po’ caciarona, mood riflessivo, strumentazione minimale e registrazione low-fi. Canzone sostanzialmente pop ma con un retrogusto amaro, nessuna spensieratezza all’orizzonte, alla faccia dei buoni propositi.

Cesare Lorenzi

Youth (Fiver #37.2016)

Miei cari VECCHI amici, ma che cosa è successo? Non può essere aver comprato una macchina a rate, una casa col mutuo a trentacinque anni. Non avere una compagna, una moglie, una figlia.
Non è un lavoro che non piace, che doveva essere “per un po’” mentre si aspettava Godot, il sogno che doveva materializzarsi quasi da solo, tra una lezione all’università e una canna e sono passati vent’anni.
Cosa vi è successo? Non sono le basette grigie, più soldi messi in banca che sul bancone di un bar.
Vi vedo.
Non camminate mai col naso all’insù, non andate mai a bere in un posto che non conoscete. Non entrate in un locale solo per vedere cosa c’è, chi ci suona. Non vi fermate a guardare una vetrina con vestiti di cui non v’importa più, non fate le file per una mostra, non prendete un aereo per stare una sera in una città che non avete mai visto, solo per sentire suonare uno che ha la metà dei vostri anni.
Mattinate a stare seduti in ufficio a guardare su Facebook le foto delle colleghe divorziate chiedendovi dov’è finita la voglia di andare a ballare, di bersi due pinte in più alle sei del pomeriggio, solo per sentire quella leggerezza inutile e immotivata. Di entrare in un negozio con le mani che non vedono l’ora di sfilare dalla confezione quel vinile appena uscito che non ci potrà essere modo migliore di spendere la prossima ora.
Dov’è che vi siete incastrati? In quale pensiero triste?


Non è fare i giovani, non è sentirsi giovani. Non mi sentivo giovane a vent’anni, figuriamoci adesso che ne ho il doppio.
Non è fuggire dal proprio tempo, dal momento, dal “quello che è stato è stato e ormai”, non è la paura di non essere più il centro del mondo, di una scena.
Lei ha venticinque anni. Parla con la foga di chi ha venticinque anni. Consapevole, decisa, sfrontata come chi ha venticinque anni.
Lei ha un sacco di cose da dire. Ha studiato tanto, viaggiato tanto, amato tanto, vissuto tanto che potrebbe essere più vecchia di me e invece ha quindici anni di meno.
Voi stareste a guardarla perché è bella. Perché è fresca e la freschezza piace anche a chi si è rinsecchito.
I sorrisi che non riempiono di rughe il viso hanno il trasporto di quello non è più.
E voi stareste a guardarla. Solo guardarla.
Non sentireste quell’energia, quella forza di chi si sbatte, di chi corre da sempre, forse perché sa da quando è nata che il bel mondo, quello dei due soldi ma un po’ per tutti, del se finisci le scuole uno straccio di lavoro lo trovi e se poi fai l’università basta aspettare il tuo turno che il culo prima o dopo lo appoggi su una sedia comoda e tranquilla, non c’è mai stato.
Quel mondo che a noi era stato promesso e poi negato, per lei non è nemmeno mai esistito. E allora da sempre va e va e va e corre che non ce n’è se non corri e vivi e ti sporchi e piangi e sudi e ridi fino ad avere il mal di pancia.
Ma voi, imbambolati, stareste solo a guardarla perché quella forza, quella rabbia, quell’energia non riuscirebbe più a passare camicie che sono diventate impermeabili a tutto, che fanno scorrere come pioggia qualunque cosa che anche se vi passa vicino non riuscite ad afferrare più.


Non è la paura di non essere più il centro di un mondo, di una scena.
Ma l’esserne pienamente consapevole.
E allora?
Io cammino col naso all’insù perché sono curioso: voglio vedere chi si affaccia a quella finestra così in alto, immaginare cosa vedrà da lassù, quale disco starà mettendo sul piatto mentre fuma affacciato al balcone, respirando i raggi di sole che lì sotto, nei piani ammezzati d’occasione ma con una stanza in più, lì non arrivano mai.
È sentire il battito, la fame, la voglia così forte che ti contagia, che passa tutta perché la mia maglietta si bagna e non scherma un cuore che vuole ancora sentire quelle vibrazioni che lo fanno tremare come dieci, come venti, come trent’anni fa.
È che io lei non la guardo e basta, mi lascio trascinare da quella foga, quell’energia che ricarica un po’ anche me, che mi fa venir voglia di correre ancora che si può correre senza smettere mai.
È sentire improvvisa la voglia di sorridere per uno scoiattolo che ti attraversa la strada in un parco mentre il sole disegna favole di luce sul fiume e hai voglia di ridere perché tutto, con quella luce, per un momento non può che essere meraviglioso.


E allora basta, vi prego. Basta con questa pippa che “tanto si è già sentito, già visto”. Basta.
Va bene, se mi chiedi quando mi sono emozionato di più in un negozio di dischi è stato il pomeriggio in cui col mio amico Zollo, due nerd quasi metallari in un paesino a scartabellare i cd che i vinili non si stampavano praticamente più, ho fatto partire a tutto volume Dirt, Alice in Chains.
Ed era l’inizio dei novanta.
Che il pezzo che mi ha fatto tremare di più è stato Wake Up, Mad Season. Che ho capito cosa vuol dire suonare una chitarra col sangue ascoltando In Utero, Nirvana con i postumi di un acido in una corriera che andava a Barcellona. Che il film più bello di sempre è Trainspotting e se la gioca solo con Pulp Fiction. Che era stupendo leggere Welsh, il Philip Roth di American Pastoral, il miglior Auster e potremmo continuare così all’infinito. Che c’erano Winona Ryder e Johnny Depp per innamorarsi e le camicie a scacchi e lei col collarino, il vestito nero sopra il ginocchio e i Dr. Martens.
Sì, l’amore è Edward Scissorhands, la musica è Seattle.
Le lacrime i Mazzy Star.
E l’unico uomo per cui potevo perdere la testa era Brian Molko perchè avevo diciott’anni e ancora qualche dubbio e di David Bowie ero già innamorato ma così etereo e distante che non aveva nemmeno un corpo. Lo aveva Ewan McGregor in Velvet Goldmine e se uscivo col boa blu elettrico e le unghie con lo smalto nero era solo perchè speravo di incontrarlo e sedurlo.
Ed era la fine dei novanta.
Ancora adesso se sto male mi guardo i Die Hard col miglior Bruce di sempre.
Sono figlio dei novanta, amo i novanta.
Ma avete rotto il cazzo con sta malinconia da novanta.


E vi perdete Damon Albarn che le cose migliori le scrive oggi, altro che nel novantasei, Sufjan Stevens, Bon Iver, Ty Seagall, i Fidlar, Angel Olsen, Anika e una quantità indefinibile di concerti strepitosi a cui non andrete mai.
Le serie tv su Netflix che noi nei novanta ce le sognavamo.
Sì, lo so che abbiamo avuto Twin Peaks. Poi ci gasavamo con Beverly Hills 90210 e Friends.
Adesso hanno un True Detective e un Black Mirror all’anno.
Gli anni novanta sono stati una bomba, sì. Ma per noi erano tutto solo perché ci abbiamo compiuto i 14, i 17 i 19 anni e avevamo quella foga. Quella della ragazza che voi guardereste e basta perché non volete più sentire. Sentire così forte.
Il mondo non era più bello o più brutto.
Se allora non avessi avuto paura del mondo, dei corpi, degli sguardi avrei viaggiato molto di più, conosciuto molto di più e forse sarei stato più felice.
Ma tutto quello che non ho fatto, non l’ho fatto io. Non me l’ha negato nessuno.
Il mondo ti fa quello che tu gli lasci fare. Me lo ha detto tempo fa una ragazza che in poco tempo mi ha cambiato la vita. Mi ha insegnato a non avere paura.
E allora, come si cantava nei novanta, wake up (not anymore) young man, it’s time tu wake up: gli anni novanta non torneranno.
Nemmeno i nostri vent’anni (e per fortuna, vi confesso io).
Ma nemmeno tutto quello che vi state perdendo.
Non rimanete su quel viso senza rughe, lasciatevi prendere dalla forza delle cose che dice lei, che ha quindici anni meno di voi. Lasciatevi ricaricare le batterie che di strada ce n’è ancora da fare. Ancora un sacco di posti da vedere, musica da sentire, occhi da incontrare.
Tiratelo su quel naso, che il cielo ha sempre da raccontare qualcosa che non sapevi.

Fabio Rodda

French Connection

Savages....e poi lei è planata su di noi.......

Savages….e poi lei è planata su di noi…….

VENERDÌ

Ovviamente sono in ritardo. Stefano sta smadonnando mentre s’infila gli stivaloni di gomma sopra i jeans a sigaretta neri. Carlo, la faccia stravolta di chi ha guidato tutta la notte e dormito qualche ora su di un divano, lo guarda in cagnesco. Che non provi a lamentarsi, due ore a cazzeggiare e poi si sveglia che Thurston Moore sta suonando. Cazzo gliene frega poi a lui di Thurston Moore…
Stefano adesso cammina veloce, ha già preso il braccialetto all’ingresso e salutato Carlo: «dai, non t’incazzare, oh, io scappo sotto al palco, ci becchiamo dopo», che vuol dire “Non mi rompere le palle che devo ascoltare ogni nota possibile prima di tornarcene tutta una tirata in quella città del cazzo che te ami tanto”.
Thurston Moore, piaccia o no, ha sempre questo suono qui, quelle note malate che chiunque riconoscerebbe fra centomila chitarre lo-fi, riverberate, distorte. Stefano prende appunti mentali per le recensione che deve fare per la sua fanzine.
Stefano è alto e magro come un chiodo, lo sguardo sempre un po’ perso sotto i ricci neri che vanno dove pare a loro. Aspetta che Ty Segall salga coi Fuzz sul palco per far finalmente scoppiare il Forte.

Greta è arrivata nel primo pomeriggio: annullato per pioggia il concerto in spiaggia, si è chiusa in una brasserie con Angela e hanno bevuto sidro e fumato sigarette. Poi, appena ha smesso, navetta dal centro e Festival. Se ne sta seduta un po’ a lato del palco grande mentre i Fuzz fanno saltare tutto il pubblico e la terra diventa fango sotto migliaia di stivali di gomma e anfibi e piedi nudi per i più freaks. Lei oggi aspetta solo un gruppo: Timber Timbre che già sa spaccheranno come sempre. Li avrà visti già almeno cinque volte. Di una non è sicura perchè era troppo ubriaca e non si ricorda se dormiva o no mentre loro suonavano.
Greta ha lineamenti decisi, quasi tagliati col coltello, sensuali nella loro forza mitigata da una pelle liscia come se avesse due mesi e non quasi trent’anni. L’insieme le da un’aria dolce e gli occhi che si trasformano dal marrone al verde acceso illuminano un viso che ti colpisce come uno schiaffo.
Non è mai stata a La Route Du Rock e fondamentalmente non ci sarebbe venuta se Angela, che è fissata con ‘sto festival, non l’avesse convinta infilano i tre giorni a Saint-Malo in una vacanza a due tra Bretagna e Normandia. Sono anni che Greta ed Angela si promettono una vacanza assieme senza ragazzi, comitive, party. Solo loro due come quando erano in simbiosi nello stesso banco alle superiori.

La batteria di Ty Segall fa esplodere il Forte e Stefano è già coperto di fango quando Carlo lo trova al banco di uno dei bar: «Carico?»
«Sentito che bomba? Quello lì, qualunque cosa fa è una bomba!».

Angela è in fila dietro a Carlo, con la mano chiama Greta che si alza lenta, l’aria di chi non voleva essere disturbata. Raggiunge l’amica. Davanti a loro questi due ragazzi italiani: uno rosso e ciccio con la faccia simpatica, l’altro allampananto e con gli occhi grandi, un sorriso stampato mentre parla gesticolando. Farà cinquanta chili coi vestiti ma ha qualcosa che la colpisce.
I Timber Timbre salgono sul palco e l’atmosfera si fa magica. Greta corre davanti alle transenne. Angela rimane in fila. Carlo e Stefano parlano avvicinandosi con calma alla folla.
Sulla navetta che riporta in centro Angela dormicchia, mentre Greta ripassa mentalmente la giornata. Timber Timbre. Solo loro. Prima gli esagitati di Ty Segall, i noiosi Algiers né carne né pesce e dopo quella shekerata di Nirvana e post punk, post hardcore post qualunque cosa che sono Girl Band. Quando poi il biondo è salito sul palco jeans azzurri e maglia a righe lei gli avrebbe voluto gridare: «Guarda che non è il ’91 e non ti chiami Kurt», ma è troppo timida per farlo. Poi la semi elettronica: i Ratatat amatissimi dai francesi. Due chitarre inutili su basi alla Moroder. E infine un djset da club qualunque di Rone. Line-up un po’ da riscaldamento.
Ma Timber Timbre valgono la giornata. Suoni da brivido, luci da brivido, atmosfera da brivido. Sempre i migliori.

Carlo cerca di far partire la macchina mentre Stefano sembra morto sul sedile dietro. Ha sbroccato solo alla fine, dopo aver ballato per tutto lo show di Ratatat e ovviamente dopo il pogo impazzito con Girl Band. Solo l’ultimo dj set non gli è piaciuto, o almeno a Carlo pare di aver capito questo dal farfugliamento davanti all’ultima pinta prima del crollo.

SABATO

Sabato il tempo concede una tregua, anzi, le nuvole lasciano posto ad un sole tiepido ed un cielo da cartolina. Greta è in spiaggia quando vede passare Stefano, gli stessi jeans ricoperti di fango, lo stesso giubbino strappato. Non sa chi è, né come si chiama, né perchè ha voglia di fermarlo e chiederli il nome, da dove viene, dove va.
Angela rompe perchè bisogna andare per le otto, che le Hinds non si possono perdere. Come se fossero una band figa davvero. Quattro sbarbe con due accordi. Per fortuna poi The Soft Moon, Spectres, Foals e poi si balla con Avery e Lindstrom. Giornata lunga, Only Real e Kiasmos in apertura, un’altra volta.
In spiaggia suona Flavien Berger e sotto nuvole bianche e leggere tatuaggi, short chiari sopra anfibi, jeans neri e stretti, barbe e Ray-Ban Clubmaster. Il vento spazza via i brutti pensieri e anche Angela sorride: «appena finito questo qui, saltiamo sulla navetta, ok?».
Greta annuisce. Con calma, saltiamo sulla navetta. Dopo un altro po’ di sole. Il ragazzo alto col giubbino scucito sopra la camicia gialla è scomparso tra la gente.

«Dai Carlo, aiutami a travasare il gin!»
«Dove lo mettiamo?»
«Come sempre, bottigliette d’acqua: qui le fanno entrare.»
Stefano ha già fatto diversi anni di La Route Du Rock malgrado di anni ne abbia pochi. A sedici già si era infilato nella macchina di amici per arrivare a Saint-Malo e da allora ogni anno è una tappa fissa: troppo bello quassù, bella dimensione, bella atmosfera, sempre bella line-up. Perfetto per le recensioni sulla fanzine.
«Ma non volevi vedere le Hinds?»
«Già viste, niente di che…»

Angela è in prima fila mentre Carlotta dal palco delle Hinds fa le sue facce smorfiose e non riesce a mettere in fila due parole di francese. Ma poi sorride con gli occhioni blu e tutti i maschietti si sciolgono. E alla fine queste canzoncine da sorriso sulla faccia non sono male.
Ma Greta aspetta tutti i gruppi da lì in poi: post punk, noise, mood dark. Tutto il mondo che ama da sempre, da quando ha scoperto i Joy Division e si è tatuata le linee della copertina di Unknown Pleasures dietro la spalla.

“The Soft Moon e il pubblico è un dancefloor cubo e pesante. Solo da metà concerto parte un pogo selvaggio, ma l’atmosfera è bollente ed esplode sotto l’altro palco con gli Spectres”. Stefano prende appunti seduto sulla paglia che di notte hanno buttato in tutto il Forte per coprire il fango e rendere di nuovo calpestabile il terreno. “Spectres fanno il live dell’anno: energia che colpisce come uno schiaffo in faccia e le prime file sbattono una contro l’altra dal primo all’ultimo accordo”.

Bene così, pensa Stefano. Gran concerti, gran recensione. Spacchiamo. E si fa una bella sorsata di gin. Carlo sarà come sempre a zonzo a cercare inutilmente di rimorchiare. Stefano sta per rialzarsi quando Greta ed Angela passano davanti a lui. La ragazza mora con un tatuaggio sulla schiena si volta e per un attimo i loro sguardi s’incontrano. Lei ha gli occhi di un marrone così intenso che lui non riesce ad alzarsi. Le fa un cenno impercettibile di saluto. Ma lei l’ha visto, lo sa. Lei è bellissima. Stefano prova ad alzarsi per seguirla, il coraggio dettato dal gin già quasi finito, ma lei ha voltato a destra ed è scomparsa tra la folla. Non ricorda il colore della maglia, troppo preso da quello dei suoi occhi.

Greta è ancora stravolta dal pogo e il crowd surfing con The Soft Moon e Spectres quando i Foals attaccano e una marea si lancia verso il palco. Sta andando anche lei da quella parte e per terra, vicino alle transenne coperte di tnt, vede di nuovo quel ragazzo pallido dal sorriso sbeccato. Deve essere bello cotto, visto che non riesce nemmeno ad alzarsi dopo che lei, passando, gli ha lanciato un’occhiata che avrebbe svegliato un morto. Ma non sarà certo lei a rallentare il passo e fermarsi per chiedergli chi è: si svegli il ragazzo. Lei va a ballare e saltare e non smetterà fino all’ultima nota di Lindstrom, un po’ sotto tono come Avery, ma una spanna sopra all’elettronica noia di ieri.
Prende una delle ultime navette. E’ quasi mattina quando lei ed Angela riescono a fatica ad aprire la porta dello studiò trovato su Airbnb. Chiuse le tende e a letto così come sono, che dopo tutto quel ballare, tutte quelle birre e quelle canne offerte dai ragazzi olandesi non ce n’è neanche per togliersi le calze. Si sente una ragazzina. Si sente che chissenefrega. Si addormenta abbracciata alla sua migliore amica, l’unica persona che vorrebbe vicino in questo momento.

“E’ notte al forte e si balla con lo stesso mood con Avery e Lindstrom. La gente resta fino all’ultima nota”. Adesso basta appunti che Carlo non si trova, la recensione del sabato è già tutta in testa dove adesso picchia il Gordon’s. Stefano barcolla verso l’uscita. Telefono scarico. Meeteng point in caso di smarrimenti vari: la macchina. Chissà chi è quella ragazza. Quasi quasi fanculo e salta sulla navetta che sta chiudendo le porte. Magari su c’è quella mora con la copertina dei Joy Division tatuata sulla schiena. Cazzo, Carlo ha le chiavi di casa. La porta della navetta si chiude, un tizio con la pettorina gli dice qualcosa in francese e Stefano barcolla verso il parcheggio.

DOMENICA

Domenica il sole sembra quello vero della riviera e tutti sono di nuovo in spiaggia quando suona Jimmy Whispers. Birrette e chiacchiere e coccole al sole sembrano le uniche cose sensate da fare in un pomeriggio così e Angela è d’accordo con Greta: si va con calma. E’ domenica, sono due giorni che bevono e non dormono un cavolo. Pazienza per The Districts e Father John Misty.
Bisogna essere lì per i Viet Cong di sicuro ma loro non cominciano che alle nove, c’è tutto il tempo per rilassarsi ancora un po’.

Stefano all’ultima nota di Jimmy Whispers sulla spiaggia sta già trascinando Carlo verso la macchina: «dai che oggi non mi voglio perdere nessuno!»
«macchepppalleeeee, ma non hai visto che marea di figa c’è in spiaggia? Ma stiamo qui, magari trovi la tua bella col tatuaggio sotto al collo…»
«Sulla scapola…», poi si ferma: «e tu, che cazzo ne sai dei tatuaggi, di quale mia bella, poi?»
Carlo adesso ha un braccio attorno alle spalle di Stefano e i due hanno ripreso a camminare: «vedi, Ste, tu di notte parli. Da sbronzo, poi, fai proprio i resoconti della giornata. E questa tipa dagli occhi marrone salta fuori ogni cinque minuti, come il suo tatuaggio. Originalissimo, poi…» Stefano fa un lungo sorso dalla bottiglia di plastica riempita col gin: «sei peggio di mia madre…» alza la bottiglia al cielo e sorride: «dai che non ci fermano neanche oggi. Oggi è l’ultima sera. Oggi devasto!».

Greta si trucca gli occhi mentre la navetta fila veloce sulla route nationale. Metà del traffico di ieri: si vede che è domenica.
Eppure al festival il Forte è già murato prima che le bellissime Savages mettano piede sul palco. Potere di quel sound, quella voce e quella carica. E dell’esser così sexy.
Le luci vanno giù. Camille/Jenny Beth lascia intravedere un reggiseno nero sotto il bomber. Fa sesso quasi quanto è bava a cantare.
L’atmosfera è di fuoco, pochi pezzi e lei si lancia dalle transenne e vola sulle mani della gente. Che gioia abbandonarsi al volo sulle teste di sconosciuti. Lasciarsi andare così da fidarsi che ti terranno su. Che ti faranno atterrare senza che tu ti faccia male.
Se anche lei fosse riuscita a farlo prima. Anni prima…
Arriva Angela con due birre. Fuori le fiaschette di vodka nascoste negli stivali: bacio, cin, cicchetto e giù mezza pinta.

“The Districts, niente di nuovo. Father John Misty fascinoso come sempre, ma si perde un po’ su un palco così grande e davanti ad un parterre tutt’altro che pieno da domenica pomeriggio col sole e la spiaggia di Saint-Malo che per una volta che ci puoi stare in costume, chi te lo fa fare di andartene.
Poi Viet Cong, convincenti come ormai consuetudine, scaldano per bene il pubblico che si lancia in massa davanti al palco delle Savages. Jehnny Beth, splendida in jeans e bomber neri e capello lungo fino al mento ingellato indietro, sbraita con un magnetismo mai così potente fino a lanciarsi sul pubblico che, in adorazione, la porta a spasso in un crowd surfing che ormai pare marchio di fabbrica de La Route Du Rock”
Forse l’ultima riga è una stronzata. Però suona bene. Ci si penserà fra un paio di giorni a Milano. Carlo, come sempre, insegue due ragazzine francesi, short a vita alta e linea della chiappa in vista, anfibi e maglia larga e corta.
Stefano lo guarda concentrato sulla recensione che sta abbozzando mentre sul main stage i Ride mostrano i muscoli e mixano vent’anni di rock e shoegaze tenendo testa al live incendiario delle Savages. Stefano è già sbronzo e pensa che non vuol tornare a casa, che deve finire il pezzo per il numero di settembre e ci sono pochi giorni. Pensa alla ragazza dagli occhi d’onice.

I Ride sono un lampo nella vodka. Angela limona da un po’ con un biondo di due metri. Greta è presa bene ma vuole starsene per conto suo. passeggia ubriaca fra gli stand delle case discografiche indie, con le loro stampe numerate, le shopper à la page.Dan Deacon lancia bombe dal palco sul parterre ubriaco. Spunta un materasso che vola sulle teste. Poi sarà solo girotondo tra due palchi per gli show di The Juan Maclean e Jungle. Poi sarà buio. Forse la navetta, come sarà entrata in casa? Angela?

LUNEDI’

Lunedì il cielo è velato ma ancora senza pioggia. Il sole scalda meno di ieri ma l’ultima colazione in spiaggia è d’obbligo: pain au chocolat, flan alla boulangerie all’angolo e un café grand al bar e giù a guardare la marea che finisce di calare per tornare a salire finchè nasconderà la piscina e i trampolini a tre metri.
Greta è seduta sul chiodo coi suoi panta neri sotto una maglia oversize dei New Order che ha tagliato perchè cada asimmetrica e le lasci sempre scoperta la spalla sinistra. Quella tatuata. Si è tolta gli anfibi e sprofonda i piedi nella sabbia grossa e umida di Saint-Malo. I Wayfarer neri ben schiacciati sulle occhiaie che oggi proprio non perdonano.
Angela ride sulla tshirt “stop joking about britney spears” presa qualche anno fa quando gli Heike Has The Giggles aprivano i Gossip all’Estragon. Ultimo bikini, raccontando all’amica il ritorno a quattro zampe sui sampietrini e i tentativi di aprire la porta finchè il vicino, sei del mattino, è uscito sbraitando di piantarla di fare casino e la serratura ha finalmente ceduto facendole volare per terra in casa. Dove hanno dormito.
Greta si guarda intorno. Poca gente. Qualche zaino. Qualche bracciale blu del Festival e abbracci che sanno già di fine estate. Abbassa gli occhiali e guarda il mare. Ed è felice. E’ con la sua migliore amica. Ancora dieci giorni via da Bologna, a spasso per la Bretagna. Disintossicazione da alcol e ressa. Poi si vedrà. Poi ci si penserà.
D’improvviso, davanti a lei appare il ragazzo alto dal sorriso sbeccato. Oggi è più pallido del solito. Arranca con le Dr. Martens basse sulla sabbia. Si volta e per un attimo si guardano negli occhi.

Domenica notte è un mix di luci e suoni nella memoria. Stefano e Carlo rotolano al buio sulla sabbia: hanno fatto mattina con due belghe per guardare l’alba. Peccato che si siano addormentati come sassi all’ennesima canna e li abbia svegliati il vento gelido del mare. Quasi giorno quando s’infilano in casa e dormono qualche ora.
«Cazzo, Carlo! Ho lasciato il giubbino in spiaggia!»
«No dai…Non dirmelo. Non ce la faccio a scendere di nuovo. Fra qualche ora partiamo, devo dormire un po’…»
«Cazzo, che coglione, l’avevo dato alla tipa che poi l’ha mollato lì e io l’ho usato come cuscino…Devo andare a recuperalo! Tu dormitela che poi guidi.»
Stefano è in spiaggia e la giacca di jeans sdrucita è lì appallottolata dove l’aveva lasciata. Stefano pensa che solo lì poteva ritrovarla. Dove in autostrada stanno a destra e se sorpassano mettono la freccia, dove non hanno il bidet ma un festival come quello ha i bagni puliti e con la carta igienica, la paglia per terra se piove e una pinta di birra discreta costa poco più di cinque euro e c’è una navetta gratuita e il campeggio gratuito e puoi portarti l’acqua eccetera eccetera eccetera. Che se lo lasciava al Magnolia cinque minuti ne trovava due. Come no…

Stefano cammina per arrivare al bar e farsi un caffè quando si volta per un istante e incontra gli occhi della ragazza dal collo sottile e la bocca sexy ma dolce. La ragazza con quel tattoo stravisto ma che non gli va via dalla testa. Ha gli occhiali da sole abbassati e, sopra a profonde occhiaie nere, due dischi verdi le illuminano il viso. Cazzo, la ragazza dagli occhi marroni li cambia in verdi. Lei distoglie lo sguardo. Lui rallenta, forse vuole fermarsi: ultima occasione. Poi non la rivedrà mai più. Ma riprende il ritmo del passo e arriva al bar.
Troppo belli quegli occhi, troppo pericolosi occhi che da marrone diventano verdi quando guardi il mare. Quelli sì che possono fare male, altro che il crowd surfing impazzito sulla cassa in quattro di Dan Deacon.
E poi c’è da preparare la recensione anche per Sun Kil Moon, che anche se era giovedì alla Nouvelle Vague era sempre festival e poi c’è da tornare a Milano e quegli occhi sono un guaio. Chissà quali orizzonti hanno visto, vogliono guardare, due occhi così. Un sacco di guai. Un sacco. Fa un sorso di caffè. Si volta verso la ragazza perchè guaio o no, due occhi così non si può perderli per sempre. E poi come fai a dormire la notte se a quegli occhi non hai dato un nome e una storia?
Lei non c’è più.
Lui guarda tutto intorno. Non ricorda com’è vestita. Si è di nuovo fissato sui suoi occhi. Lei non ci sarà mai più. Per un attimo una fitta gli attraversa lo stomaco. Ma poi c’è da svegliare Carlo, tornare a Milano, la fanzine, il ristorante la sera, i party, la vita insomma. La vita senza la ragazza dagli occhi che cambiano.
Un colpo di vento. Stefano sente freddo. Ma gli sembra che venga da dentro.
Un gabbiano becca feroce sulla sabbia ciò che resta di un pain au chocolat.

FABIO RODDA

Fiver #02.08

Cosines

Cosines

Nella mia vita ho fatto indubbiamente molti errori.
Un po’ come tutti, credo.
In questi casi, quando ci si ferma a pensare, è abitudine comune ripetere una antica litania, passaporto illusorio per una improbabile miglior vita: tornassi indietro quella cosa non la farei più. Oppure la farei, ma in modo diverso.
Bisognerebbe avere a disposizione script e set di quel film, Ricomincio da capo, in cui ogni mattina Bill Murray si trovava a vivere la stessa identica giornata, inaugurata dalle note di I Got You Babe di Sonny & Cher. Magari al posto di quel brano, che pur apprezzo sia nella sua versione originale che in quella proposta da UB 40 e Pretenders, ne sceglierei un altro, qualcosa di più significativo per me. Una canzone il cui testo potrebbe essere un mash up tra un paio di specifiche canzoni dei Pavement: Here e Frontwards. L’immortale epitaffio della precarietà slacker: I was dressed for success, but success it never comes, shakerato con la dichiarazione di colui che, annoiato dalla falsa modestia, proclama infine la propria superiorità: I’ve got style, miles and miles, so much style that it’s wasting.
In ogni caso quella frase sul non replicare gli errori avessi una seconda occasione, ho smesso di tirarla fuori da tempo.
Scrivendo su questo blog con due amici che sono tra le persone che mi conoscono meglio al mondo, mi sono accorto che questo è un pensiero collettivo e condiviso, tanto che in maniera del tutto involontaria e non programmata il concetto ha finito per essere ripetuto più volte tra i nostri scritti: noi siamo quello che siamo e non possiamo farci nulla, se non nei limiti di una libertà di arbitrio limitatissima. Libertà i cui confini peraltro sono solo parzialmente imposti dall’ambiente circostante, bensì prevalentemente iscritti nel nostro dna.
Di questa faccenda arrivi a un punto che te ne rendi conto in modo inequivocabile e ne acquisisci piena consapevolezza.
E’ il momento in cui si fa outing con se stessi smettendo di pensarsi diversi da quel che si è o di aspettarsi miracoli che non arriveranno mai.
Come dicevano gli Hüsker Dü, benedetti sempre: la rivoluzione comincia a casa, preferibilmente davanti allo specchio del bagno.

Se 30, 20, 10 ma forse anche solo 5 anni fa avessi vagheggiato modo e forma con cui sarei arrivato al mio rotondissimo compleanno di oggi, la situazione la avrei ipotizzata in maniera sicuramente diversa.
Francamente avrei pensato peggio.
Mi sarei aspettato una quantità di rimpianti e nostalgia assai più rilevante.
Anche se non mi piace voltarmi indietro mi rendo conto che ogni tanto sarebbe utile farlo se non altro per stilare un bilancio. Decidessi un giorno di redigere una contabilità ho la presunzione di credere che in un ipotetico saldo tra il dare e l’avere io abbia più dato che ricevuto. Va bene così, non gradisco l’idea di avere conti da saldare, delle due preferisco lasciare indietro crediti che non incasserò mai.
Mi piacerebbe però stilare un elenco di persone da ringraziare per ciò che hanno rappresentato e per quello che hanno fatto con me e per me in questi 18.250 giorni.
Ma non lo farò perché di certo ne dimenticherei qualcuna.
Come si dice in questi casi, voi sapete chi siete: keep the faith alive.

Ty Segall – Manipulator

Ty Segall è indubbiamente un genio e il suo nuovo album è davvero tanta roba. Qualcosa mi dice che se ne parlerà parecchio e che per capirlo prima e assorbirlo poi ci vorrà un po’ di tempo. Quindi me la prendo comoda e per adesso mi fermo alla prima canzone, quella che apre il disco e gli fornisce il nome. La ritmica scandisce le sillabe del titolo con incedere indolente e ripetitivo, molto kraut. La chitarra regala un giro che si incolla alle dita mentre l’organo divaga e il mellotron (o quel che è) fulmina scariche di elettricità statica. Segall lo vidi in concerto un paio di estati fa e non mi fece particolarmente effetto, ma ora che arriverà di nuovo a suonare dal vivo vicino casa mia tra un paio di mesi, non vedo l’ora di incontrarlo di nuovo.

The Growlers – Good Advice

What? These are the groovy psychedelic surf rock Growlers? Sounds like boring Black Keys indie rock kinda stuff to me. Sad they’ve lost their psychedelic vibrations but, yaeh it is how it is.
Questo è il primo commento che si incontra se aprite la pagina di youtube dove trova posto il video del pezzo piazzato come anticipazione del nuovo album dei Growlers, Chinese Fountain, che uscirà a fine settembre. Il tizio che lo ha scritto devo dire non ha tutti i torti. Ma la dinamica farfisa/batteria della canzone a me fa uscire di testa e la prima strofa – You think that you know more about being, being lonely?/ Well I get so lonely, no one’s allowed to hold me, hold me – è un gancio che stende al tappeto.
A questo punto sono molto curioso di ascoltare l’album.

Cosines – Nothing More than a Feeling

E’ un momento che dopo un lungo black out personale nei confronti degli Stereolab sono tornato in piena rispolverando uno dopo l’altro tutti i loro dischi. Quindi quando pochi giorni fa mi ha scritto un amico che vive a Bristol suggerendomi un gruppo di Londra che a suo avviso si presentava come un mix tra Comet Gain e Stereolab mi ci sono buttato subito. Il loro disco si intitola Oscillations ed è bello tutto, dal principio alla fine dove peraltro sistemano una torch song strappa mutande. Che però non è la canzone che ho messo qui sopra. Perché oggi non sono in vena di romanticismi e ho voglia di ballare. Inutile informarvi che delle due ragazze che vedete presentate in apertura del video mi sono innamorato all’istante.

Letting Up Despite Great Faults – Automatic

Il loro disco precedente mi piaceva assai e se ben ricordo ne scrissi anche in un mio Privè su Rumore, ma il nuovo in uscita in questi giorni – Neon – è anche meglio. In questo pezzo la chitarra è rubata a un qualunque singolo dei New Order del periodo tra Power, Corruption and Lies e Low-Life mentre la voce arriva direttamente da sogno della persona che vi sta dormendo di fianco. Ricordano un po’ i Pains of Being Pure at Heart un po’ i Postal Service e più oltre nel disco si sentono anche echi di Pet Shop Boys.
Tanta tanta voglia di leggerezza.

The Vacant Lots – Mad Mary Jones

Sono in due e arrivano da Burlington, Vermont. Me li ha segnalati qualche settimana fa Massimiliano (o era Cesare?). Hanno una pagina su Wikipedia. I nomi lì segnati in azzurro, con cui in un modo o nell’altro hanno a che fare, li elenco qui di seguito: Gun Club, Television, Sonic Boom, Spacemen 3, Black Angels, Dean Wareham, Growlers, Alan Vega, Suicide, Iggy Pop, Psychic Ills, Dead Meadow, Fuzztones, Brain Jonestown Massacre. Se si ascoltano le due uscite simultanee di quest’estate, l’album Departure e l’ep Arrival si capisce che in effetti i nomi di cui sopra ci stanno tutti, ma volendo semplificare l’elenco potremmo fermarci a Spacemen 3 e BJM.
Tra poco verranno a suonare in Italia.
Credo convenga esserci.

Arturo Compagnoni