How far is a light year? (Fiver # 28.2016)

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Qualsiasi disco che contenga una canzone come “Ivy” entra di diritto tra i miei dischi dell’anno. Il resto potrebbe pure essere la peggiore schifezza del mondo ma non mi importerebbe.
Sono uno da amori assoluti, immortali, incondizionati e irragionevoli.
Si riapre la stagione del “Fiver” e da un certo punto di vista il disco di Frank Ocean qui potrebbe benissimo non esserci. Dall’alto della nostra presunta superiorità snobistica indiecentrica anzi non dovrebbe proprio starci. Il problema è che è semplicemente un grande disco, uno di quei dischi che bisogna proprio ascoltare per tutta una serie di motivi, insomma. Contiene “Ivy”, ricordate?!

FRANK OCEAN – IVY

Frank Ocean è pura contemporaneità. Ha pubblicato un disco, anzi no, due dischi, in contemporanea. Ma non si riescono proprio ad ascoltare ancora, almeno che uno non abbia un abbonamento ad Apple Music, ed uno dei due dischi è in realtà un video. Poi, vuoi mettere la lista dei credits e gli ospiti dell’album: David Bowie, Kanye West, Jamie xx, The Beatles, Brian Eno, Pharrell Williams, Elliott Smith, James Blake, Yung Lean, Tyler The Creator, Beyoncé  e un tizio che suonava con i Vampire Weekend. Importa poco che Bowie sia citato per la presenza di una fotografia nel magazine Boys don’t cry (ndr: doveva essere il titolo dell’album, cazzo….un’altra di quelle mosse per lasciarti senza difese, il bastardo) che ha accompagnato l’uscita del disco in edizione limitata. E che i Beatles compaiono perchè citati in una canzone.
Fatemelo scrivere subito altrimenti in mezzo a questa lista di credits, di influenze e citazioni me ne dimentico. Ad un certo punto partono i New Order. Non loro, non una loro canzone. Una cosa che ci va tremendamente vicino. La voce è quella di Wolfgang Tillmans, che di professione fa l’ art-photographer, che non so bene cosa significhi ma l’ho trovato su Wikipedia. La canzone si intitola Device Control e va a chiudere Endless, l’album che è in realtà un video. Mettere una canzone così a chiudere un disco è politica che si confonde all’arte. In maniera brillante, incisiva, spiazzante. Altro che musica pop. O forse musica pop come dovrebbe essere sempre se avesse davvero un senso e non fosse solo e semplice intrattenimento.
Frank Ocean è uno che gira con la felpa dei Jesus and Mary Chain, tra le sue canzoni preferite infila i Mazzy Star, Kraftwerk e Nina Simone. Frank Ocean è uno che fa suonare la chitarra ad Alex G nelle sue canzoni.
Frank Ocean ha messo così tanta carne al fuoco che mi ci ha fatto perdere due settimane solo a capirci qualcosa. Frank Ocean ha aggiornato le lancette biologiche della musica pop, insomma. Era tempo che accadesse. Frank Ocean è qui, ora, adesso. Non potremmo immaginarci un prima anche se gli indizi che ci lascia minuto dopo minuto sono sufficienti per comprenderne il percorso. E qualcuno magari potrebbe pure dire che in fondo ci si annoia. Che si tratta di beat nemmeno tanto raffinati. Di synth minimali, chitarre accennate e poco altro. L’insieme peró, ad iniziare da come il disco è stato concepito fino a come è arrivato sul mercato e a tutto quello che ha generato di conseguenza ne fa una roba enorme. E poi, al netto di tutto, rimangono le canzoni. Canzoni come “Ivy”, canzoni da far partire di notte in cuffia, guardare fuori dalla finestra e magari commuoversi senza capirne davvero la ragione.

ULTIMATE PAINTING – SONG FOR BRIAN JONES

Frank Ocean mi costringe a mettere il naso fuori. Fosse per me me ne starei in casa ad ascoltare il terzo album dei Velvet Underground, per la milionesima volta. O ad ascoltare bands che attorno a quel disco hanno costruito il proprio mondo. I Velvet e tutto quello che ci gira intorno, naturalmente. Delicato pop dalle venature psichedeliche appena accennate. ;la migliore musica del mondo, sostanzialmente. Poco importa che questa di Ultimate Painting sia solo l’ennesima riproposizione.

STRANGE RANGERS (Sioux Falls) – SUNBEAMS THROUGH YOUR HEAD

Il solito zelo in materia di politically correct ha fatto in modo che i Sioux Falls abbiano pensato bene di cambiare nome. Di nuovo c’é un EP di 6 canzoni e un batterista, inoltre. I cambiamenti comportano comunque un po’ di novità anche nel suono. Il gruppo toglie il piede dall’accelleratore, non arriva più il solito gancio capace di mandare KO senza neppure il tempo di replicare. Sono 120 secondi di chitarre narcotiche, di voci in falsetto che suonano come un demo dei Modest Mouse. Pezzo magnifico, sottointeso.

MORGAN DELT – I’DON’T WANNA SEE WHAT’S HAPPENING OUTSIDE

Una canzone così non può non piacere a queste latitudini. Quando il pop profuma di psichedelia, di Spacemen 3 e di anni sessanta. Roba che grazie ai Tame Impala è diventata improvvisamente di moda e che ha trovato un pubblico incredibilmente ricettivo. Morgan Delt è un freak californiano, circondato dal classico corollario di ristampe in vinile, b-movie, droghe, strumentazione d’annata e studio di registrazione casalingo. Tutti i cliché al posto giusto, insomma. Ma non si tratta solo di apparenza o di immagine, si tratta di grandi, grandi canzoni. Talmente belle che rimarranno senza discussione tra le migliori dell’anno.

EXPLODED VIEW – ORLANDO

Che Anika avesse qualcosa d’interessante si era capito già all’epoca del debutto discografico e successivamente grazie alle cose fatte uscire con Geoff Barrow (Portishead) dietro la consolle.
Niente a che vedere con quello che è riuscita a fare in compagnia della nuova band con base a Mexico City, però. In questo caso i tizi di Sacred Bones (che la pubblicano) si premurano di farci sapere che di vera e propria alchimia si tratta e cercano di venderci le session di registrazione dell’album (tutto all’insegna del buona la prima) come di una faccenda dai contorni leggendari.
Non sappiamo dove stia la verità e in fondo neppure ci interessa. Certo che il disco (tutto) è senza ombra di dubbio uno dei migliori album uscito quest’anno. Feroce, ricco di sfumature differenti. Suonato con rabbia e attitudine ma anche capace di sorprendenti aperture melodiche. Neanche fosse una versione delle Savages appena più raffinata, più strutturata e ricca di citazioni. Un gran bel sentire, ecco.

Cesare Lorenzi

Mathematic (Fiver # 26.2015)

Foals

Foals

Estate da cyborg. Sembra strano ma d’estate inizio ad avere un rapporto molto più stretto con il computer.
Il caldo a mille gradi mi impedisce di dormire la mattina (i ventilatori, si sa, non funzionano mai come si deve), gli alcolici della sera prima richiedono un consistente tributo in acqua per sedare i bruciori del palato, la testa pulsa e il bisogno di trascinarsi in cucina per ingoiare qualche compressa prende il sopravvento. Insomma mi sveglio molto presto, e con il mare a distanza considerevole (almeno fino a quando sono relegato nella bella città dai tanti portici, ma dalle poche piscine) non posso far altro che avviare il computer.
Il ronzio riempie la stanza, la luce azzurrata illumina la penombra, e ora che si fa? La comunità virtuale langue di notizie degne di nota, di guardare le foto di x o y al mare non ho voglia, dovrei chiudere il computer e farmi un giro a piedi? con questo caldo? No. Meglio spulciare le nuove uscite, qualche band che ha l’ardire di buttare fuori un album in estate si trova sempre. La notizia che più mi colpisce è l’annuncio del nuovo album dei Foals. La brigata di Yannis Philippakis (solo ora rifletto sulle sue origini greche, su come se la deve passare, seguendo questo periodo non troppo florido per gli abitatori dell’Egeo) è ormai arrivata al quarto album ed è incredibile come il loro suono, pur mantenendo una cifra stilistica coesa, si sia evoluto in maniera esponenziale, andando a toccare territori sempre nuovi, insomma i ragazzi hanno sempre dimostrato di avere la voglia e il talento per sperimentare.
Ma non è solo questo che mi colpisce. Non è neanche il fatto che una volta vidi un  loro concerto allucinante in cui proprio Philippakis si arrampico su un traliccio per buttarsi fra la folla. Certo questi sono fattori importanti. Ma no non è questo.  Ogni loro album, con relativo suono, sembra avere il prodigioso potere di sottolineare una fase specifica della mia vita. Anno Domini 2008, Antidotes, piena invasione barbarica delle band indie d’oltremanica, in tv passano un teen movie in cui i protagonisti sono ragazzetti di Brighton, nella mia generazione il sogno del rock n’ troll si rinverdisce sotto le spoglie della coolness inglese. La colonna sonora di  Skins, questo il nome  del telefilm, sono sicuro lo ricorderete, è composta per la maggiore da brani di band come Klaxons e per l’appunto i Foals. Il primo album sfodera un math rock travolgente, pezzi trascinanti ma allo stesso tempo complicati, tempi dispari e voci in falsetto, chitarre suonate con perizia e imbracciate all’altezza del petto, roba da nerd. Forse quel primo album, con la miscela perfetta di indie e math, rappresenta il lavoro più riuscito dei Foals,  o almeno è quello che mi è rimasto più nel cuore. Non che il prosieguo della loro carriera sia in discesa, anzi tutt’altro. 2010, Total Life Forever, i nostri ci riprovano, stavolta alzando il tiro. Abbiamo doppiato la boa del decennio e la sbornia indie sta per smorzarsi, i ragazzi ne sembrano coscienti. Stavolta sfoderano un post-rock confezionato al solito con l’amore per il pop e la commistione con il math, che li contraddistingue. Sono più simili ai Battles che a qualsiasi altra band, lunghe cavalcate che raggiungono momenti apicali di puro sentimento, anche stavolta prova passata a pieni voti.
2013, Holy Fire, forse l’abum che mi è piaciuto di meno, i soliti riferimenti al loro sound passato, ma stavolta c’è una dose massiccia di pop. Non siamo dalle parti di Arthur Russell, ma di sicuro la raffinatezza verso cui tendono lì fa imparentare con diverse band new wave. Tuttavia per me c’è qualcosa che non torna, forse non riescono a essere buoni interpreti del presente come in passato, chi lo sa, il terzo lavoro non è un album brutto ma per me risulta un passaggio a vuoto. E siamo al 2015, nuovo album in uscita ad Agosto e una canzone giù online. Cosa ci riserveranno stavolta i Foals? Da parte mia ho un motivo per aspettare Ferragosto, per buttarmi nelle sonorità geometriche anche sotto l’ombrellone.

Foals “Mountain at My Gates”

Dicevamo il primo pezzo del nuovo album dei Foals. Al principio mi dà una sensazione di freschezza, nonostante si senta anche molta retromania anni ’80 (ampiamente abusata in questi anni). I giudizi ferrei li accantono per un po’, per ora scuoto la testa a tempo.

LA Priest “Oino”

Nella colonna sonora del telefilm sopracitato andava forte anche un altro gruppo ormai dimenticato: i Late of The Pier.  Melodie liquefatte, voci schizoidi, tastierine giocattolo, l’elettroclash fusa con l’indie, la chiamavano indietronica. Purtroppo dopo il primo album tale gruppo, che sembrava promettere davvero bene si sciolse, sparì dai radar. E’ di pochi mesi fa la notizia della morte di un componente della band. Tristezza. Di pochi mesi fa è anche la notizia  di un nuovo progetto di un componente della band. Questo è il risultato, un suono che sembra riaprire il vecchio discorso. Gioia.

Alice Glass “Stillbirth”

Si questa settimana sono in trip con i sintetizzatori. I Crystal Castles si sono sciolti (almeno nella formazione originale), scazzi fra Ethan Kath e Alice Glass. Lei ci riprova da solista, arrivando a vette di cattiveria raggiunte solo nel primo album del duo. Ritorno dell’elettroclash? Staremo a vedere.

Ultimate Painting “Break the Chain”

“Si ok va bene ti fa schifo l’estate però calmati un attimo goditi la vita” direte voi. In effetti avete ragione. Meglio mettere sul piatto il secondo lavoro degli Ultimate Painting, lasciarsi cullare da cotanta semplicità tranquillità, serendipità. Questo è il primo estratto.

Chicos de Nazca “Hey Lord, Hey Babe”

Un paio di Fiver fa ho affermato che conoscevo il Cile solo per Bolano e per i Follakzoid, mi devo ricrede, dietro i secondi si cela un fitto sottobosco di band che sanno cosa significa fare psichedelia. Negli ultimi tempi ho recuperato.

Giovanni Bitetto

Fiver #04.10 (In my own strange way I’ve always been true to you)

Ought

Ought


In una settimana in cui del tour italiano di Morrissey hanno parlato più o meno tutti ho veramente poco da aggiungere se non impressioni strettamente personali. Ho amato molto gli Smiths e ho cercato di stare dietro alla carriera solista di Morrissey che non ha sempre vissuto momenti indimenticabili ma l’imprinting subito la prima volta che ho ascoltato Reel Around The Fountain è una di quelle cose che ti porti dietro tutta la vita.
In particolare mi hanno fatto ridere le lamentele di chi voleva più canzoni degli Smiths. Pubblico evidentemente plagiato dal virus della reunion dove l’artista suona esattamente quello che voglio io, anzi si ricostituisce proprio per quello.. Un perfetto spirito dei tempi che viviamo dove il verbo desiderare ha perso ogni significato. Dove possiamo ascoltare la canzone che vogliamo, vedere il film che vogliamo o il leggere il libro che vogliamo nell’esatto momento in cui insorge il desiderio. E se non succede ci innervosiamo. Come si permette Morrissey di non suonare quello che voglio io?
Con Morrissey in realtà è un po’ diverso. A parte il fatto che la sua carriera solista ormai ammonta a ben 26 anni contro i soli 5 di militanza negli Smiths il diritto di suonare le canzoni che vuole se lo è guadagnato, a mio parere, mantenendo una onestà e coerenza che seppur non sempre visibile, o riconosciuta dai più, è in realtà, a guardare bene, sempre presente. Nei suoi testi, certamente, ma anche le polemiche sterili, le uscite esagerate sono sempre state in linea assoluta con il personaggio.
Ho sempre stimato le persone che, non importa il contesto o chi hanno davanti, hanno sempre saputo mantenere un proprio comportamento dettato da un’onestà di fondo.
Nel mio piccolo ho sempre cercato di non restare disgustato dall’immagine di chi mi si presenta la mattina quando mi specchio.
Possono essere comportamenti indecifrabili o non condivisibili ma coerenti ed onesti.
Forse è per questo che l’altra sera, durante il concerto bolognese, risentire la frase che apre questo Fiver mi ha fatto ricordare, in questi tempi difficili, chi sono e l’impressione che vorrei lasciare in chi incontro.

Morrissey – Speedway Live in Bologna 17/10/2014

Fisico da pensionato, voce della Madonna. Credo di aver scritto così ad un amico. Se c’è un pezzo che da un senso all’intera carriera solista di Morrissey questo è Speedway da Vauxhall And I e vederselo recapitare come secondo pezzo in scaletta dritto in mezzo alla cassa toracica un venerdì sera in un vecchio palasport, con poca concentrazione e la testa ancora obnubilata dalle preoccupazioni per il presente e il futuro, è l’equivalente di uno schiaffone in faccia e mi ricorda improvvisamente tutto quello che abbiamo “passato insieme”. Ok, scusa Stephen, sono qua.

Ultimate Painting – Ultimate Painting

Si conoscono in un tour condiviso. Si annusano. Si piacciono. James Hoare (Mazes) e Jack Cooper (Veronica Falls) decidono di buttare giù un po’ di idee insieme e confezionano questo omaggio alla prima comunità hippy rurale americana. Finiscono abbastanza lontani dalle atmosfere dei rispettivi gruppi di provenienza. Ultimate Painting si srotola e avvolge. Conforta e accarezza nel suo andamento già ascoltato un milione di volte ma stranamente nuovo.

Ought – New Calm Pt 2

Proprio mentre nella loro solitamente pacifica madrepatria canadse succedono cose di una violenza inspiegabile e inaspettata gli Ought approdano dalle nostre parti e si fanno precedere da questa manciata di canzoni che si aggiungono al già apprezzatissimo More Than Any Other Day. In realtá questo non è un pezzo nuovo ma una rilettura sonicamente monocorde, della durata di 7’15, di un pezzo del 2012. “Oh I love this one” proclama in apertura il frontman Tim Beele prima di lanciarsi in una danza insensata sciorinando versi assurdi come “Hear me now that I am dead inside, that’s the refrain!” O, ancora, “Who invited Paul Simon? I didn’t invite him”. Tu ascolti e pensi..cazzo, i Fall. Hit the north accelerata?
Se l’8/11 al Covo durante il concerto vedete un tipo visibilmente provato che si gratta la testa a metà tra il perplesso e il deliziato passate a salutarmi. Mi fa piacere.

Sleater Kinney – Bury Our Friends

Opero un piccolo scippo a Cesare Lorenzi. Questo è un gruppo “suo”, e sono certo che di qui a breve celebrerà doverosamente il loro ritorno. Io l’ho sempre apprezzato, diciamo cosi, un po’ da lontano.. Dischi piaciuti abbastanza, ma mai scattato l’amore. Visti nel 2000, mah. Portlandia, doppio mah. Eppure .. Il loro ritorno non saprei come altro definirlo se non “necessario”. Una canzone bella, che ci rispedisce a quando la musica “alternativa” sembrava veramente parlarci in modo diverso.

Communions – So long sun

Mi immagino John Squire che ascolta questa canzone alla radio e cade dalla sedia. Bum! Poi chiama Ian Brown dicendogli “sto invecchiando Ian, questo pezzo nostro proprio non me lo ricordo. Tra l’altro è proprio buono, sei quasi intonato..”. Premesso che da queste parti il primo album degli Stone Roses sta sul comodino proprio in mezzo tra gli occhiali e il bicchiere d’acqua della notte questi ragazzini danesi si affacciano dallo squarcio creato dai “maggiorenni” Iceage e Lower spedendoci dritti dritti a Spike Island.

Massimiliano Bucchieri