Pongo (Fiver #26.2017)

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Kevin Morby

Ci guardavamo un po’ intorno l’altra sera al Festival Arti Vive a Soliera, prima e dopo gli eccellenti concerti di Kevin Morby e His Clancyness. Si ragionava sul fatto che la logica che regolamenta l’ affluenza ai concerti che ci interessano si può riassumere in una regola. Una regola rigorosa. Una regola non scritta ma che ci accompagna da sempre.
La regola della pallina di pongo.
Giá, come le palline gommose che aveva mia figlia, che potevi tirare fino a farle diventare una specie di frittata o comprimerle fino a ridursi a poco di più di una noce.
E non c’è niente da fare, puoi fare il concerto più bello nel posto più affascinante, di venerdì sera, in una sera di estate con ottimi artisti, farlo gratis, ma alla fine, al netto di quelli che passano con i passeggini, dei curiosi col gelato in mano o la piadina, di quelli che sí, sono venuti, ma parlano col loro vicino rumorosamente (magari di Vasco), quelli che restano sono sempre gli stessi. Li potremmo numerare, tipo squadra di calcio con i nomi stampati ad arco sul dorso delle magliette.

Kevin Morby – City Music

Siamo sempre gli stessi, ci conosciamo bene, siamo quelli che si fanno 1200 km per venire a suonare in un festival davanti a facce amiche, siamo quelli che lasciano la famiglia al mare, nonostante 40°, e si fanno centinaia di chilometri raccogliendo amici per strada per esserci e poi rifare la stessa strada al contrario. Siamo quelli che alla fine di un concerto si riuniscono in piccoli gruppetti che, visti dall’alto, probabilmente figurerebbero anche come perfettamente geometrici. Scompattandosi e ricompattandosi come quelle palline di mercurio che le dividi ma poi si rincorrono si cercano e si riuniscono.

His Clancyness- Isolation Culture

Quelli che tra una birra e l’altra si informano ansiosamente, come se fosse un’informazione da cui dipenda la loro stessa esistenza, su quale fosse la cover suonata da Morby a fine concerto.

Velvet Underground – Rock And Roll

Quelli accalcati al banchetto dei vinili e delle magliette, quelli che “hai sentito i Rips, che cazzo di disco…” o che parlano di quel cretino di Morrissey che si fa in contromano via del Corso al grido di “non sa chi sono io” argomentando sull’ eterna diferenza tra grande artista e piccolo uomo.

Rips – Malibu Entropy

Quelli che vanno affamati a novembre a Milano di lunedi sera per vedere i Parquet Courts e ancora, con una lucidità da sballati, si stupiscono di trovare un pubblico delle dimensioni della pallina di cui sopra.

Parquet Courts – Stoned And Starving

Non mancano le eccezioni, le mode, le fortunate congiunzioni astrali.
La pallina che diventa frittata.
“Ma come, a vedere gli Sleaford Mods poche settimane fa eravamo centinaia.. ” “e ai Black Mountain?”
Tutto vero ma, provando a fare un passo indietro per poter comprendere meglio il quadro generale, ed i suoi contorni, emerge un insieme facilmente decifrabile.
Quelli come noi, che hanno partecipato a concerti da una quantitá di tempo troppo imbarazzante per essere riferita guidati da un’esigenza vitale, sono solo una pallina.
E a molti che abbiamo conosciuto o incontrato lungo il percorso di quello che per noi è vitale non frega niente.
A molti piace, per un momento fuggevole, sentirsi parte di qualcosa per poi prendere altre strade.
Lasciando tutto indietro. E molto probabilmente la ragione è dalla loro parte.
Resta poco. Giusto una pallina difficile da distruggere di resistente, sbiadito, ostinato, pongo.

MASSIMILIANO BUCCHIERI

Fiver #01.11 (Life in Exile)

Fugazi

Fugazi

Ognuno ha i miti che si merita. I Velvet Underground sono una di quelle poche storie che in un modo o nell’altro hanno finito per cambiarmi letteralmente la vita.
Non voglio parlare di loro, però. O quantomeno non direttamente.
Dei Velvet il personaggio che ho sempre amato di più è stata la batterista, Maureen Tucker. Nonostante nel processo creativo della band fosse probabilmente l’ultima ruota del carro, messa in ombra non solo dalla coppia Reed / Cale ma anche dalla tossica teutonica dai capelli color oro.
Nonostante non fosse oggettivamente una bellezza, il suo viso spigoloso, nascosto dagli immancabili occhiali scuri, ha rappresentato per me l’essenza della “coolness” nella sua forma più pura.
E il suo incedere minimale dietro i tamburi ha influenzato una marea di gruppi “nostri” che sono arrivati in seguito. Chiedere a Bobbie Gillespie, versione batterista nella primissima versione dei Jesus and Mary Chain, da chi avesse preso ispirazione, per dire.
Ricordo bene l’inutile tour dei Velvet del 1993. Di quella serata bolognese apprezzai unicamente il composto incedere della Tucker, che mi parve una luce nella tempesta di ego troppo grandi per stare rinchiusi in un unico palcoscenico.
Appena sbarcato in facebook, qualche hanno fa, le ho chiesto l’amicizia. Maureen accettò quasi immediatamente e mi pare di ricordare che me ne vantai pure con i soliti amici (quelli veri, in questo caso). Maureen è discreta anche nella sua vita sociale. Interviene di rado. Per lo più linkando articoli. Prevalentemente di politica e cronaca. Come se l’arte fosse scomparsa dai suoi radar. Simile ad una casalinga di Casalpusterlengo che vota lega nord: i suoi obiettivi preferiti sono gli immigrati clandestini messicani, l’islam e Obama. L’altro giorno a quell’amicizia virtuale ho definitivamente rinunciato. I pochi miti che uno ha non deve per forza farseli rovinare dal tragico scorrere del quotidiano.

Thurston Moore – Speak to the Wild

Thurston Moore, al contrario, nonostante si avvicini alla sessantina è il solito vulcano di progetti. Seguire lui, anche solo su facebook, è una continua ispirazione. Letteratura, fotografia e poi sopratutto musica, la sua, non solo la sua ma anche quella degli altri. Il giorno che è uscito il nuovo album sul mercato si è inventato una playlist fantastica. Non di pezzi suoi, sia chiaro. Ma roba a 360 gradi, tipo bignamino di quello che lo ha ispirato nel corso degli anni. Dischi e gruppi che qualsiasi appassionato di musica dovrebbe mandare a memoria. Quello è stato il suo modo di fare promozione al disco nuovo, per dire. Hai voglia a spiegare il significato di “indie” quando in alcuni casi c’è tutto un mondo da esplorare.
Il disco nuovo è a suo modo un classico, tanto è vicino per tematiche e sonorità ad un qualsiasi album dei Sonic Youth. E questo è il migliore complimento che mi possa venire in mente. Si potrebbe scegliere una canzone a caso ma questa Speak to the Wild, che il disco nuovo lo apre, con il suo incedere privo di insicurezze, quei soliti pochi accordi di chitarra così riconoscibili e una linea vocale appena più accennata del solito mi sembra che riassuma perfettamente la statura di un disco eccellente. Quello che stupisce semmai è la qualità della parte lirica, dell’album in generale e di questa canzone in particolare. A forza di nominare Burroghs e compagnia, di citazioni letterarie neppure tanto velate ci si ritrova tra le mani uno di quei rari dischi che vanno valutati da più prospettive. La forza creativa di Thurston Moore mi ha fatto tornare in mente una citazione di Jack Kerouac: “I just won’t sleep,” I decided. There were so many other interesting things to do.”  Sembra averlo preso in parola, per nostra fortuna.

Fugazi – Merchandise

 Era meglio il demo. Già, era meglio. E non è una gag in questo caso.
Questa versione di Merchandise, dei Fugazi, è tratta dal nuovo album che raccoglie appunto il primo demo della band, registrato quando avevano appena 10 concerti alle spalle.
Inutile girarci intorno, ci sono gruppi, dischi, canzoni di cui non potremmo mai parlare con obiettività. Fugazi è una storia di pugni stretti per la rabbia, di canzoni urlate in faccia, di sudore e di commozione. Quella che sale come un brivido quando ascolti per l’ennesima volta quelle parole e quella combinazione di chitarra e basso che ci rimandano all’Inghilterra del post-punk in maniera ancor più evidente che nella versione originale. In maniera ancor più cruda. Ancor più vera. Se possibile.

Menace Beach – Come On Give Up

 Bella canzone, questa Come On Give Up. La troverete nel debutto sulla lunga distanza di Menace Beach, band di Leeds, che uscirà ad inizio 2015. Un gruppo di chitarre, ritornelli accattivanti, melodie e una piccolissima dose di trasgressione. Roba tipicamente anni ‘90 off course, a metà strada tra Breeders, Elastica e Sleeper. Che detto così sembra un modo neppure tanto elegante di metterli fin da subito nell’angolino di quelle band che sì, vabbè, però, dai……e invece no, per una volta mi lascio conquistare fino in fondo da una canzone che si fa fischiettare dopo 3 ascolti. Nient’altro da chiedere ad una canzone pop, personalmente.

Hookworms – Off Screen

 Sempre da Leeds, Inghilterra arrivano anche Hookworms. Pure per loro album in uscita, il secondo in questo caso, in questi primi giorni di novembre. Questo brano che lo preannuncia è una bella sinfonia di synth e chitarre di quasi otto minuti. Chitarre, feedback, pedali e alla parete i santini di Loop, Slowdive, Spacemen 3, etc, etc; Si fa un gran parlare di neo-psichedelia, spesso a sproposito, ma in questo caso sembrano parole ben spese e il livello sembra davvero una spanna sopra tutto quello che ci è capitato di ascoltare nel genere ultimamente.

The Felines – Pity for your Eyes

 Irresistibili, direi. Tre ragazze di Copenaghen che arrivano fin dall’altra parte dell’oceano e grazie alla californiana, ottima, Burger Records, trovano distribuzione ed un minimo di esposizione. Questa canzone che preannuncia un nuovo album è puro stile Lee Hazlewood / Nancy Sinatra, seppur in una semplicità di arrangiamento che sfiora la banalità. Ma a certe cose, inutile, non riesco proprio ad opporre resistenza.

Cesare Lorenzi

People from Ibiza

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NICO

La mattina in cui é uscito il nuovo album degli Swans mi sono affrettato a scaricarlo sul cellulare prima di partire per l’aeroporto. Immaginavo di ascoltarlo con calma nei giorni seguenti, una settimana scarsa di nullafacenza che mi aspettava ad Ibiza.

Ecco, uno va via qualche giorno, in vacanza, a Ibiza e lo fa con la ferma intenzione di ascoltare la musica degli Swans, che insomma non é propriamente una roba da intrattenimento leggero. Già qui ci sarebbe da ragionarci su e porsi delle domande su se stessi, su ciò che si vuole e su come si sia plasmato il concetto di intrattenimento personale.

Se non altro ho la fortuna di non dover condividere quello che ascolto. Nemmeno con chi mi accompagna in vacanza.

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SWANS “To Be Kind”

Così quel disco, che poi in realtà sono 2 o 3 a seconda se si consideri la versione in cd o quella in vinile, l’ho ascoltato in volo per la prima volta e mi ha occupato quasi per intero il viaggio d’andata. Disco al solito devastante. Che poi ho continuato ad ascoltare nei giorni seguenti, sfidando il sole, le spiagge, il clima. Sotto ogni aspetto Pharrell Williams sarebbe stata scelta più adatta. Ma niente, dovevo assimilare il disco nuovo degli Swans. Subito.

Così ho proseguito con quelle musiche nelle orecchie, senza farmi condizionare dall’umore e dall’ambiente. Anzi questo apparente contrasto mi ha permesso di entrare ancor più nel clima del disco.

Non so bene il motivo ma Ibiza ha conservato un alone di luogo di frontiera, di ultimo rifugio che contrasta con il divertimentificio acclarato del posto ma di cui in giro per l’isola si trovano ancora tracce.

Questa cosa mi ha fatto tornare in mente gli ultimi giorni di Nico, anche lei in fuga dal mondo, incapace di venire a patti con i propri fantasmi e le troppe droghe. Ho provato a cercare in rete informazioni sul luogo esatto dove avvenne l’incidente in cui perse la vita e mi sono ritrovato ad immaginare un pellegrinaggio. Ma nulla, non sono riuscito a trovare qualcosa di specifico. Gli articoli che ho consultato non sono andati più in là di un generico attacco cardiaco che provocò una caduta in bicicletta, senza mai specificare il luogo. Testa sul marciapiede ed emorragia cerebrale che se la portò via per sempre a 46 anni in un ospedale dell’isola. Immaginarsi Nico ancora in vita e in attività come musicista é esercizio inutile, va da sé, ma la cosa mi ha fatto riflettere su come e quanto le nostre vite personali e artistiche per chi artista è, siano condizionate da cicli.

Nico se ne é andata nel momento piú basso di una parabola che l’aveva vista protagonista (non amata dagli altri interpreti) del primo album dei Velvet Underground, ma anche attrice per Fellini e modella per Dior, roba da niente insomma. Ma se si fa riferimento all’eredità artistica allora non si può prescindere dai suoi due più importanti album solisti (“The Marble Index” e “Desertshore”) rispettivamente del 1969 e 1970.

Dischi che hanno condizionato scene intere (molte delle vicende del “dark” inglese degli anni settanta hanno preso spunto da quei due dischi) e che ciclicamente, guarda un pó, qualcuno si premura di farci sapere essere le proprie fonte di ispirazione principali.

Due album talmente “oltre” che naturalmente all’epoca dell’uscita ebbero riscontri decisamente deludenti.

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SWANS

Ecco, se parliamo di cicli e di vite artistiche, notiamo come per gli Swans invece in questo momento tutto indichi che siamo giunti al punto massimo della parabola. Fosse un titolo da tradare in borsa sarebbe roba da shortare ad occhi chiusi. Recensioni iperboliche che si limitano al massimo a valutare le differenti sfumature dell’eccellenza. Certo che chi ha la sfortuna (per una questione di carta d’identità) di ricordarsi quanto poco venissero considerati gli Swans nel periodo iniziale della loro carriera tutto ciò risulta quantomeno curioso.

Ancor più sorprendente se si tiene in considerazione il valore di quella discografia, in particolare quella del periodo di mezzo, dove alla voce fece la sua comparsa Jarboe, una che i dischi di Nico probabilmente li conosceva a memoria.

Il culmine di un ciclo però porta in dote i primi lamenti soffusi, le piccole dimostrazioni d’insofferenza, la voce del nemico che comincia piano piano a levarsi. Perché se “To Be Kind” è giustamente considerato un disco importante è anche altrettanto corretto segnalare che si nota un po’ di autoindulgenza e che se qualcuno si aspettava un “nuovo” album degli Swans e non il semplice proseguimento di “The Seer” rischia di rimanerci male.

Va anche detto che se quel qualcuno gli Swans li conosce veramente di questo fatto potrebbe pure non stupirsi tanto. Inutile aspettarsi cambiamenti epocali, del resto. Sopratutto in considerazione di come è nato il nuovo album.

Un processo spiegato molto bene da David Byrne nel suo libro “How Music Works”: il contesto influenza la creazione artistica. Non esiste una creazione pura, non è possibile distaccarsi dal mondo in cui si vive e rimanerne impermeabili. Gli ultimi mesi di Michael Gira e compagni sono trascorsi in tour, suonando all’infinito l’apocalisse di “The Seer” nei 5 continenti. Finito il tour il gruppo si è ritrovato immediatamente in studio di registrazione. Cos’altro poteva uscirne se non la diretta prosecuzione di quello che si è portato in scena per tanti mesi consecutivi? Ne viene di conseguenza che “To Be Kind” è il disco meno necessario della discografia recente degli Swans. Un album che sembra voler comprensibilmente consolidare il piccolo ma stabile successo che ha travolto il gruppo negli ultimi anni ma che in tutta onestà ha di converso perso quella urgenza espressiva che in passato era stata così pregnante nella discografia della band. David-Byrne-1-thumb-620x413-46759

Rimane il dubbio che il contesto in questo caso abbia suggestionato anche il sottoscritto. Quanto viene condizionato quello che percepiamo e che poi magari tramutiamo in parole dal momento che stiamo vivendo? Da un recensore (e non è il mio caso) ci si aspetterebbe sempre e comunque un minimo di “obiettività”, che tornando ai presupposti del libro di David Byrne è impossibile da ottenere. La lezione che ne traggo è semplice in effetti e scontata sin dal presupposto iniziale: Ibiza non è posto per Michael Gira, quantomeno non per ascoltarlo con attenzione. La prossima volta che capiterò da queste parti mi infilerò nel beach-club dell’Ushuaia e al quarto mojito avrò senz’altro scordato gli Swans concentrandomi sul Pharrell Williams di turno che senz’altro il locale si premurerà di tenere in sottofondo. Con i postumi di una nottata da smaltire, al mesto ritorno alla vita di tutti i giorni, sono certo che anche il mio giudizio sugli Swans sarà differente da quello parziale che ho appena esposto.

E cosa ancor più importante sarà decisamente migliore il ricordo della mia vacanza.

CESARE LORENZI

Last Great American Whale

Fatemi il nome di qualcuno che riuscirebbe a togliersi da quel ginepraio che era Berlin per fare Sally Can’t Dance – un disco di facili costumi, che ha svicolato dai gusti dei fan di vecchia data per fare tutte le concessioni possibili al genere commerciale, scendendo al livello più basso di porcheria tollerabile – e saprebbe far arrivare quel disco di merda tra i primi dieci in classifica.
Lester Bangs

I Velvet Underground sono uno dei miei gruppi preferiti di sempre.
Mi piace tutta la loro discografia.
E apprezzo praticamente ogni cosa che i componenti di quel gruppo hanno messo fuori dopo lo scioglimento della band.
L’unico che ho perso di vista è stato Sterling Morrison, per il resto mi piacciono da morire Chelsea Girl e Desertshore di Nico; ho consumato Vintage Violence e Fear di John Cale; I Spent a Week There the Other Night di Maureen Tucker mi fa uscire di testa.
E naturalmente amo qualunque cosa abbia pubblicato Lou Reed.
Persino Growin’ Up in Public.
Ecco, lascio da parte giusto Metal Machine Music che per i miei gusti indie snob è un pelo indigesto e Lulu perché i Metallica proprio non li sfango.

Detto questo, ricordo la prima volta che parlai con Frabbo.
Era la sera in cui gli Oh Sees suonarono al Covo qualche anno fa.
Stavo intrattenendo qualcuno con la mia passione – già allora evidente – per John Dwyer (argomento che mi è capitato di rinfrescare anche su questo blog qualche settimana fa), raccontando con enfasi di quanto mi piacessero i Coachwhips quando Frabbo, che ancora non conoscevo personalmente se non per il suo ruolo “pubblico” di cantante dei The Tunas, sibilò li di fianco a me un secco: a me i Coachwhips fanno cagare.
Non gliel’ho mai detto ma ho apprezzato la sua franchezza quella sera.
Mi interessano opinioni diverse dalla mia quando ad esprimerle sono persone che reputo interessanti.
Per il resto ho una tale età per cui posso permettermi di ignorare le opinioni di tutti gli altri.
Mi possono infastidire certo, a volte anche fare arrabbiare, ma sono tranquillamente in grado di ignorarle.
Per questo – colgo l’occasione di scriverlo qui a futura memoria – non sono solito rispondere a chi cerca di attacar briga.
Non so se questa introduzione può servire a spiegare in qualche modo il motivo per cui ho chiesto a Frabbo di intervenire in questa sede o aggiunge qualcosa a quello che lo stesso Frabbo ha scritto qui di seguito.
In ogni caso mi pareva il caso di scriverla.
Arturo Compagnoni

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Ascolto i Velvet Underground da una vita.
Li ho scoperti 17 anni fa, quando trovai tra le cose di mio padre una cassettina su cui erano stati registrati i loro primi due lp. Avevo 14 anni, frequentavo il primo anno all’Istituto D’Arte ed ero molto più sfigato di adesso.
Ricordo che c’era l’occupazione.
E la neve.
Chi mi conosce e sa del mio profondo amore per quei due album prima o poi arriva a pormi una domanda: ma te che piacciono tanto i Velvet Underground non sei anche quello cui fa cagare Lou Reed? .Lou-Reed-2
Eccomi qui, presente!

Alcune settimane fa Arturo mi ha incontrato mentre suonavo qualche disco ad una mostra fotografica dedicata alla NY di Lou Reed.
Lui è un fan dichiarato dell’uomo e chiacchierando della cosa si è incuriosito: non è che se a uno piacciono i Velvet necessariamente debba apprezzare anche colui il quale ne fu il cantante, ma il fatto di disprezzare Lou Reed e contemporaneamente amare profondamente i VU è una faccenda che un minimo di corto circuito può crearlo.
E capisco possa incuriosire.
Ergo mi ha detto – non in questi termini ma mi piace pensare che il significato intrinseco fosse questo – spiegami perchè i Velvet si e Reed no, magari scrivilo e dillo ai quattro venti, se hai le palle!
Ho accettato.
E ora provo ad andare con ordine, partendo dal principio.
La mia diffidenza nei confronti di Lou Reed comincia praticamente nel momento in cui mio padre cercò di introdurmi alla musica che ascoltava da giovane.
Superati senza problemi gli ascolti di Led Zeppelin, Cat Stevens, Deep Purple (periodo Machine Head, una vera tortura) – ostacoli davanti ai quali oggi peraltro scapperei a gambe levate – mi arenai una volta arrivato a Bowie che, per la cronaca, in seguito ho imparato ad apprezzare molto.

Nella situazione di stallo post Bowie, confidando nel sangue rollingstoniano che scorre nelle vene di famiglia, mio padre provò ad indirizzare la mia attenzione su Lou Reed, partendo da Transformer.
Quel disco riscosse immediatamente il mio interesse, non fosse altro per il fatto che il titolo pareva un richiamo agli amati (e profondamente desiderati) Transformers.
Fui effettivamente rapito dall’attacco di Vicious: che figata!
Poi però arrivò il resto e il dramma si sviluppò rapidamente.
Non che capissi chissà cosa al tempo, d’altra parte avrò avuto più o meno 9 anni, ma l’atmosfera decadente che permeava quei solchi mi parve qualcosa di estremamente artificioso.
Mi viene in mente quando qualche tempo dopo mi regalarono una copia di Loaded.
Avevo 15 anni.
Mamma mia che noia, che beatlesata da strapazzo.
Quel disco l’ho venduto dopo un anno per comprarmi Superfuzz Bigmuff dei Mudhoney.
Ora la mia morosa lo mette sempre su, ed io sopporto in (quasi) silenzio.
E ricordo anche quando ascoltai per la prima volta il terzo album dei VU, che a 19 anni mi feci prestare con la speranza di trovare tra i suoi solchi una risposta. Il tassello mancante in grado di svelarmi il mistero e farmi finalmente sentire parte del genere umano e non della solita imprecisata razza aliena.
Non arrivai a metà del disco: una rottura di palle così non l’avevo mai sentita.
E dire che ero uno che ascoltava Nick Drake, perciò ero avvezzo alla smaronata.
No, neanche stavolta ce la feci.
Ma sto divagando, torniamo al punto: perché allora, alla luce di tutto ciò, ho abboccato come uno stronzo ai primi due lp dei Velvet?
Bè, qui si apre un discorso che sarà difficile sintetizzare, ma ci proverò. Schematizzando, andando per punti ma soprattutto cercando di non essere troppo analitico, giacché questo articolo nasce come chiacchierata da bar, e come conversazione da bar deve morire:
1) Apprezzo l’essenzialità, la semplicità e tutte quelle belle cose che fanno “punk”. Ma la sperimentazione è sacra. I Velvet non sperimentavano: facevano il macello.
Chitarre quasi free jazz, rumore, beat monotoni, voci femminili solenni, r&b, influenze dylaniane ma, soprattutto, il disastro.
Annotate la cosa e ricordatela quando tra poche righe arriverete al punto 3).
2) L’orrendo clima artistoide attorno al quale gravitavano. Sarà un caso eh, ma la carica creativa più deflagrante di Lou Reed e dei VU si è consumata tutta nel periodo in cui bivaccavano alla corte di Warhol.
Mi verrebbe quasi da dire che Lou Reed sia una delle migliori creazioni di Warhol.
131027155626-11-lou-reed-restricted-horizontal-gallery Purtroppo, una volta scappatogli di mano (esattamente come la pop art), si è trasformato in quello che si è trasformato.
Ed infatti, come vediamo i quadri di Schifano fatti coi maccheroni venduti al Telemarket, ascoltiamo partire Perfect Day nei programmi della fascia oraria tardo pomeridiana che trattano di storie d’amore tra perfetti sconosciuti, quasi sempre al limite del subumano.
3) John Cale: lui era il vero supereroe dei VU.
Ok, Lou Reed scriveva la maggior parte delle canzoni, belle finché vuoi, ma senza John Cale dove vuoi andare?!?
Cosa ti salta in mente di mandar via uno così?!?
Sono convinto che la canzone bella sia tutto, ma a volte il vestitino che le metti fa la differenza.
20012660 Ad esempio, io sono sicuro al 100% che John Cale non avrebbe mai piazzato quel sax da pornazzo su Billy (da Sally Can’t Dance).
Infatti i dischi di John Cale da solo, in genere, non mi dispiacciono.
4) Nico. In White light/White heat non c’è ok, e quello è effettivamente il mio disco preferito dei VU.
Ma non importa.
Mi interessa quando canta, quasi declamando, la tragedia di All Tomorrow’s Parties o quando sussurra I’ll Be Your Mirror, con il suo accento teutonico e la violenta freddezza di un ghiacciolo infilato dove non batte il sole.
Sì insomma, non è male ascoltare ogni tanto qualcuno che non biascica dietro al microfono.
E infatti, come sopra, i dischi solisti di Nico, in genere, non mi dispiacciono.

Con Lou ce l’ho messa tutta ma non ha proprio funzionato.
Ho provato con Berlin, ho provato con Sally Can’t Dance, con Rock’n’Roll Animal, persino con New York e col blasonatissimo Street Hassle, e la mia personale conclusione è questa: il disco con i Metallica è la cosa più interessante e coraggiosa che abbia mai fatto dai tempi di Metal Machine Music.
Poi, che faccia oggettivamente vomitare, è un altro discorso.
Inoltre, non vorrei scadere nel radical-chic ad ogni costo, ma se dico che Metal Machine Music è l’unico suo disco che non mi tortura la borsa è, ahimè, tragicamente vero: non tanto per l’inutile rumorazzo che serpeggia fra i suoi solchi, ma per il concetto che sta dietro.
Sì, lo so anche io che col concetto e basta – per fortuna – non si fa musica, ma (e questo non lo dico io ma le sue interviste ed i suoi biografi) quando uno, la cui discografia è basata sull’inerzia e sulla poca convinzione nei confronti di quasi ogni suo disco, decide di andare totalmente a culo col mondo pubblicando un album del genere, bè per quanto mi riguarda è lì che vince.
Certo, qualche canzone che riesco ad ascoltare senza sbroccare l’ha certamente azzeccata, ma il solo fatto che non ne ricordi una (a parte la succitata Vicious) direi che è abbastanza sintomatico.
Poco tempo fa è capitato che le mie orecchie si imbattessero casualmente in Walk On The Wild Side, e sono stato colto da un’irritazione atroce, pari a quella che provo quando ascolto Battiato per radio o nel momento in cui qualcuno mi fissa.
Ero con un amico che in quell’istante ha condiviso il mio malumore mettendomi così una pulce nell’orecchio, e una domanda ha iniziato a rimbalzarmi in testa: ma davvero tutti pensano che sia questa colossale figata??
Seriamente, se dischi del genere li avesse fatti che so, Amedeo Minghi, e quando dico dischi del genere intendo proprio Street Hassle e roba così, davvero sareste tutti così convinti?
Boh, non so.
Il dubbio mi rimane.
In ogni caso, perdonatemi.
Davvero ci ho provato, ma non lo affronto.
Riccardo Frabetti

Right Here, Right Now

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Li odio. Cazzo se li odio. Hanno già iniziato. E siamo appena a Novembre.
E così anche la nuova edizione del più importante festival americano avrà la consueta reunion. Gli Outkast a Coachella 2014. Ma non se ne può fare a meno? No, dico, davvero.

E’ possibile che il business della musica debba stare in piedi grazie a questo meccanismo perverso per cui ogni festival sul pianeta, da Coachella al Primavera, se non ha un cartellone all’80% composto da reduci non sembra potercela fare.
Non li voglio gli Outkast (di cui non mi è mai importato), non voglio gli Smiths (di cui mi è sempre importato, oh se mi è importato).

Non voglio vedere gente che ha 30 anni di carriera alle spalle. Gli Smiths dovevate vederli nell’ 84. O nell ’86. Non ci siete riusciti? Cazzi vostri.

Le lancette del tempo scorrono solo in una direzione. Dategli un palco a parte, una roba tipo “Survivors Stage”, chiudeteli in un recinto. Vabbè, dai, dovessero suonare i Pavement darei una sbirciatina pure io. Ma non voglio vivere nel passato, guardarmi indietro, voglio continuare ad andare dritto. Non mi piace girare la testa.

Mi ricordo ancora con angoscia un terribile concerto dei Velvet Underground nel 1993, a Bologna. Mi lasciarono in bocca un gusto amaro. La magia delle loro canzoni scomparsa, in quelle interpretazioni scialbe, vuote. L’unica cosa che si salvò ai miei occhi fu il drumming composto di Maureen Tucker.
Lo ha già scritto qualcun’altro, in maniera più autorevole di me: “il solo fascino del passato è che è passato” (Oscar Wilde).
Amo la musica, però. Amo gli Unknown Mortal Orchestra, che se ne sono usciti con un disco bello, pieno di riferimenti psichedelici. Un disco che sembra suonato da una indie-band alle prese con il repertorio del soul anni ’60. Un disco che ha basi solide, anche di scrittura. Un disco del 2013, per fortuna. Suoneranno tra pochi giorni qui dalle nostre parti. Noi ci saremo. Non ci vogliamo arrivare con 20 anni di ritardo. E’ qui, ora. Ed è giusto esserci. Se poi sarà un’occasione sprecata, beh, chi se ne importa? Ci avremmo provato. Come sempre, del resto.

Unknown Mortal Orchestra suoneranno in Italia il 22 Novembre a Carpi. Il giorno dopo a Roma.

Cesare Lorenzi