Pop kills your soul

agnelli

Per quelli che come noi hanno cominciato ad appassionarsi alla musica tra la fine degli anni ’70 e il decennio successivo le etichette discografiche hanno sempre rivestito una loro specifica importanza.
Il fatto di uscire per una label piuttosto che un’altra stabiliva di solito l’appartenenza a una tribù e spesso certificava la qualità della proposta offerta.
Rough Trade, Factory, 4AD, Alternative Tentacles, Creation giusto a dire le prime che ci vengono in mente, hanno tutte pubblicato almeno per un certo periodo di tempo, dischi che a comperarli a scatola chiusa non ti sbagliavi mai.

Anche in Italia di etichette discografiche importanti ne abbiamo avute.
Tra queste la Vox Pop per i nostri interessi e gusti personali è senz’altro stata una di quelle che negli anni in cui è stata in vita (tra il 1989 e il 1997) ha spostato cose e lasciato segni.
Per quel che ricordiamo da osservatori esterni (la Vox Pop aveva sede a Milano), giovani e magari anche un po’ ingenui, ci pareva che da quelle parti si fosse aperto un laboratorio importante. Un luogo dove si cercava, almeno agli inizi, di sommare un sano entusiasmo per musica e musicisti, un certo senso estetico e l’idea di dare in ogni caso un ordine alle cose rendendole appetibili al mercato e non semplicemente esercizi di stile fine a se stessi.
Riuscirono ad arrivare a un passo, forse anche meno, dal perseguire l’intento.
Poi il meccanismo si inceppò a causa del totale consumo delle forze disponibili e probabilmente pure per l’esaurimento di quel desiderio di divertimento che sempre ne caratterizzò scelte e gesta.

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Nelle scorse settimane ci è capitato per le mani un cortometraggio di cui non conoscevamo l’esistenza e che per quanto ne sappiamo è sempre rimasto inedito.
Un breve documentario che testimonia gli inizi di quell’avventura.
Oltre ai due personaggi che animarono la Vox Pop (Carlo Albertoli e Giacomo Spazio) ci sono dentro tre musicisti che in seguito sarebbero diventati, ognuno a modo suo, importanti: Mauro Ermanno Giovanardi, all’epoca noto come Joe, cantante dei Carnival of Fools e futuro La Crus; Stefano Rampoldi allora nei Ritmo Tribale, oggi a pubblicare dischi col solo pseudonimo di Edda; Manuel Agnelli, giovanissimo Afterhours che chiude il filmato con una cover acustica dei Joy Division.

E’ una testimonianza di un’altra epoca che ci limitiamo a condividere senza addentrarci in analisi o giudizi.
Un possibile spunto per qualche considerazione o semplicemente l’ennesimo esercizio voyeuristico per misurare come (e cosa) eravamo.
Fate voi.
Ci pare in qualche modo significativo e chiusura dell’ennesimo cerchio, scorrerne immagini e parole proprio nei giorni in cui gli Afterhours, indubbiamente a posteriori il più popolare tra i gruppi nati in casa Vox Pop, stanno mettendo in moto i festeggiamenti per il ventennale dall’uscita di Hai paura del Buio?, disco pubblicato dalla Mescal proprio nei giorni in cui Vox Pop chiudeva i battenti.

Sotto al documentario recuperiamo l’intervista a, Carlo Albertoli, con cui entrai in contatto via mail nella primavera del 2005, nel contesto di stesura della “Guida Pratica” di Rumore dedicata al rock italiano degli anni ’90.

Quando, come e perché è nata Vox Pop:
Anche se i primi dischi con il marchio Vox Pop sono del 1988, l’etichetta nasce ufficialmente nel novembre dell’anno successivo, come diretta conseguenza dell’avventura di Vinile, come gioco irresponsabile, come esigenza che prende corpo grazie ad un idea di Giacomo Spazio e alla voglia di cinque persone, presto ridotte a tre, di cui una in grado di investire sei milioni sei, di vecchie lire.
Vox Pop è nata perché ce n’era bisogno.

Quando, come e perché è morta Vox Pop:
Una mattina mi sono alzato, mi sono guardato allo specchio e non mi è piaciuto quello che ho visto. Ho detto basta anche perché l’avventura Vox Pop era già finita da tempo: per mancanza di soldi, per stanchezza, per l’indifferenza del mondo, per le pugnalate alle spalle di cui ancora porto i segni nel cuore.
Nel febbraio del 1998 il marchio Vox Pop è stato ceduto alla Flying Records. Tre mesi dopo me lo sono ripreso perché non mi hanno pagato, ma non ne ho più fatto niente.
Già che ci sono ci tengo a precisare che Vox Pop non è fallita, non si è lasciata alle spalle scie di creditori incazzati o di band sbandate. Vox Pop ha chiuso. Venduto il vendibile, pagati i debiti, chiuso bottega: tutti a casa.

Il momento in cui hai pensato di avercela fatta, e quello in cui hai pensato: la storia è finita?
Avercela fatta? Quando mai, ahimè. Ci sono stati momenti chiave, belli e brutti. In ordine sparso: il momento in cui siamo stati invitati a New York perché i nostri dischi in inglese piacevano; il momento in cui ho abbandonato il mio bel posto di commesso part-time in un negozio di dischi perché Vox Pop richiedeva oramai il tempo pieno; il momento in cui ho infilato il demo dei Prozac + nello stereo della macchina e dopo la prima canzone mi sono messo a suonare il clacson dalla contentezza; il momento in cui ho aperto Rumore e ho visto che la recensione di Germi di Afterhours era dodici righe in terza colonna; il momento in cui ho dovuto dire a Micro che non potevo più permettermi di pagarle uno stipendio; il momento in cui Mau Mau hanno firmato il contratto; il momento in cui Radio DJ ha cominciato a suonare i Sottotono; il momento in cui ho dovuto vendere il demo dei La Crus per pagare le bollette del telefono.
La storia è finita quando nessuna major si è dimostrata interessata a collaborare con Vox Pop a condizioni né strangolanti, né umilianti, che consentissero dignitosa sopravvivenza e ragionevole sviluppo a me e ai gruppi: le ho girate tutte. Volevo 400 milioni all’anno per mandare avanti un’etichetta con Afterhours, Africa Unite, Mau Mau, Prozac +, Sottotono, Technogod, Voci Atroci.
La EMI mi ha riso in faccia.

Il disco di cui sei più orgoglioso, quello che a conti fatti non avresti mai voluto uscisse per Vox Pop, quello che avresti voluto far uscire tu ma ci ha pensato qualcun altro:
Sono orgoglioso degli Afterhours, degli Africa Unite, dei Mau Mau, di Mr. Puma, dei Prozac +, degli OhmegaTribe, di Kriminale, dei Sottotono, degli Strike, delle Voci Atroci. Saluto i Persiana Jones e colgo l’occasione per dire che non mi sono mai piaciuti, ma che Silvio e Beppe pur con la zucca dura che si ritrovano sono degli ottimi guaglioni. Ma soprattutto sono orgoglioso e onorato di aver lavorato con Mr. Puma, personaggio fulminante, illuminante, commovente.
Sui dischi imbarazzanti, che cali il meritato oblio. Mentre dei contemporanei non invidio niente, ma se fossi in giro adesso mi intrigherebbe lavorare con Verdena e Caparezza. E Vinicio Capossela, naturalmente.

Come venivano gestiti i rapporti con musicisti, stampa e altre etichette discografiche?
Con sincerità – schietta e un po’ violenta, stile Vinile – con giusto quel minimo di distorsione creativa della verità che aiuta a campare ma non fa male al prossimo. Questo non ha aiutato, ma quando i rapporti tengono, capisci che ne vale la pena. Particolarmente refrattari a sentirsi dire come la pensavo, ovviamente erano i giornalisti: ho anche rischiato la denuncia da una che si era un pochino inviperita. Per fortuna c’era Micro che si occupava di lisciare penne e massaggiare palloni gonfiati. I rapporti con la stampa erano difficili: ho sempre digerito male indifferenza, paternalismo, supponenza, distrazione e palese ignoranza. Pochi quelli buoni.
A parte Micro e uno che se aveva tempo e voglia si occupava della grafica, dal 1991 in avanti ho fatto tutto io da solo. Se ci ripenso non riesco ancora a capire come.
Con Flying, che ci distribuiva, ho avuto rapporti ottimi, c’erano persone eccezionali che mi hanno veramente aiutato. Con BMG è stato un disastro. L’EMI una tristezza da barzelletta.

L’idea musicale di partenza era decisamente anglofona, poi la svolta:
L’idea di passare al cantato in italiano è stata dei gruppi. Noi nel frattempo avevamo compreso che certe velleità di esportazione erano per l’appunto soltanto velleità e che se avevi qualcosa da dire in Italia, ad un pubblico italiano, tanto valeva farlo in italiano.

I tuoi anni ’90 e gli anni ’90 della tua città, Milano:
I miei anni ’90 li ho trascorsi incatenati alla Vox Pop, mentre intorno Milano si sgretolava sotto i colpi dei vari Pillitteri e Formentoni. Persone tante, amici pochi. Gli squat alternativ-chic mi davano l’orticaria. Per dirla con l’autorevole poeta meneghino Manuel Agnelli: l’alternativo è il tuo papà. Mi piace ricordare la breve stagione del Tunnel, locale disposto a rischiare ed un posto dove la musica veniva trattata con rispetto.

Hai nostalgia di quegli anni?
Assolutamente no. Vox Pop è stato il mio lavoro e la mia fidanzata, i gruppi i miei bambini. Adesso ho una moglie bella e vera e una pupa fantastica. Sono stati anni eccitanti ma terribilmente pesanti: quando fai cento milioni di debiti per pubblicare dei dischi che non sai se venderanno, può capitare ed è capitato di svegliarti la notte per il panico, e non è bello. Non so chi me l’abbia fatto fare, ma l’ho fatto. Però ora sono contento che sia tutto finito.

Col senno di poi: cosa cambieresti oggi delle decisioni prese allora?
Non darei il controllo della società parallela di edizioni musicali ad un criminale, nonché grandissima testa di cazzo. Per il resto ho fatto tutti gli sbagli più volte. Ma non ne sono pentito.

Ha un senso, secondo la tua esperienza, mettere in piedi un etichetta discografica in Italia? Tu lo ritenevi un passatempo in attesa di diventare grande o pensavi potesse trasformarsi nel lavoro della vita?
Diventare grande? Ho iniziato Vox Pop all’età di 28 anni e quindi già piuttosto cresciutello, magari non ancora per gli standard della gerontocrazia italiana (quanti ultratrentenni e quarantenni nei gruppi ancora considerati giovani?) ma comunque ancora in grado di intendere, volere e sognare. Non ho mai pensato, voluto, progettato di fare il discografico fino al momento in cui mi sono trovato a farlo. Ho fatto dischi con passione ed entusiasmo – certo non come hobby – e avrei anche continuato, ma non è stato possibile, perlomeno non nel modo in cui volevo farlo io.
Per mettere in piedi un etichetta discografica in Italia bisogna secondo me essere matti, oppure avere tanti soldi. Ma soprattutto NON considerarlo un passatempo.

Arturo Compagnoni

La sconfitta dello stile

Una volta le cose erano diverse, molto diverse.

Da tempo ci siamo stancati di condividere opinioni con chi afferma che prima si stava infinitamente meglio e contrastare le affermazioni di coloro i quali sostengono quanto oggi le cose siano migliori.
O viceversa.
Ci limitiamo ad osservare, una volta per tutte, che l’attualità ha indubbiamente semplificato molte situazioni, consegnandoci come contropartita un corposo appiattimento delle emozioni.
La considerazione se vogliamo è ovvia: faticare per ottenere “cose” rende le stesse decisamente più desiderabili nella fase di ricerca e più gustose in quella successiva alla loro conquista.

Nei famigerati anni ’80 ad esempio non esisteva internet e le notizie viaggiavano a scartamento decisamente ridotto.
Per quanto riguarda la musica, perlomeno la musica che ci interessava, le fonti erano esclusivamente due: Rockerilla, unico mensile seriamente impegnato nella diffusione di musica nuova e i settimanali inglesi (Melody Maker, New Musical Express e Sounds) la cui reperibilità non era semplicissima e comunque diffusa solo in qualche edicola delle principali città italiane.
Da quei giornali tiravamo giù interminabili sequenze di titoli fantasticando su quali straordinarie canzoni avremmo potuto ascoltare.105
Perché ovviamente di ascoltarle sul serio quelle canzoni proprio non se ne parlava.

Fu in questo contesto che proprio sul finire di quel decennio, tra fine ’87 ed inizio ’89 arrivò in edicola una pubblicazione bizzarra ed in qualche modo rivoluzionaria.
Si chiamava Vinile: aveva lo spessore di un piccolo libro e le dimensioni di un 45 giri, proprio come quel pezzo di vinile a 7″ che ad ogni numero, infilato in una copertina di carta bianca, veniva allegato alla rivista.
Aveva un taglio diverso da qualunque cosa fossimo abituati a leggere, sia nella forma che nei contenuti.
Parlava la stessa lingua che parlavamo noi, ragazzini nati con il punk, cresciuti a botte di new wave e sbocciati grazie alle chitarre inglesi che stavano dentro la cassetta C86.
Lo faceva con un certo stile e con l’utilizzo di tonnellate di ironia.

Vinile-4Copertina e pagine erano stampate su carta riciclata, mentre la grafica presentava immagini e disegni sporcati come fotocopie xerox.
Praticamente un libro con la foggia e lo stile di una fanzine.
Gli scritti erano soprattutto una miriade di recensioni brevi, pungenti e centrate.
Ne citiamo un paio piuttosto esplicativi circa lo spirito di quella pubblicazione.
Why Can’t I Be You, 7″ The Cure: la differenza principale tra i miti (Ian Curtis) e le leggende viventi (Robert Smith) è che le ultime non essendo morte (per definizione) hanno tutto il tempo che vogliono per ingrassare, sputtanarsi e arricchire.
17 Re, lp Litfiba: speriamo che facciano i soldi e si tolgano presto dai coglioni.
Capivi al volo se per un disco valeva le pena spenderci dei soldi e se davi retta non ti sbagliavi quasi mai.
Per noi che spesso e volentieri i dischi li compravamo a scatola chiusa ordinandoli per posta, non era una cosa da poco.
Ma ancora di più: avevamo qualcuno che facesse da megafono alla nostra idea di musica.
Qualcuno che desse forma e volto a un concetto, quello di musica indie, che già allora era arduo inquadrare nei fatti e difficilmente spiegabile a parole.
Un questione di attitudine piuttosto che di genere musicale.
Uno stile e un determinato approccio all’arte (perché si, la musica è arte).
Ne uscirono 5 numeri, e su quelle pagine – soprattutto dalle parole di Carlo Albertoli e Giacomo Spazio – imparammo cose che nessun’altro ci stava insegnando.
Fu lì che per la prima volta leggemmo dell’esistenza della Sarah Records, per dirne una.
Fu soprattutto leggendo quegli scritti che ci convincemmo che esisteva una barricata e che bisognava salirci sopra a quella barricata.
Combattere per quello in cui credevamo: esisteva un noi ed esisteva un loro.
E a noi importava.
Nel tempo il concetto, come detto già sfocato all’epoca, si è via via nebulizzato e integrato nell’allora odiato mainstream.
Fino a divenire negli ultimi anni un format adatto a tutto e a niente, aggettivando quasi sempre a sproposito situazioni diversissime tra loro e quasi mai in linea con quello che noi intendevamo.
Detto che a noi le polemiche in rete schifano, ma schifano sul serio, quando qualche settimana fa ci è capitato di leggere le poche righe che Giacomo Spazio ha scritto in occasione dell’uscita di una canzone di Brunori Sas e i pareri e le opinioni espresse un pò da tutti al riguardo, ci è venuta voglia di scambiare qualche chiacchiera con lui.
Non per soffiare sul falò della polemica e nemmeno per parlare della canzone incriminata.
Perché a noi di quella canzone non ce ne può fregar di meno e proprio perché non ce ne può fregar di meno ci ha meravigliato il fiorire di opinioni sorto attorno alla vicenda da parte di persone che, per come la vediamo noi, sarebbe lecito vedere affaccendate attorno ad altre storie.
Che poi era proprio il tema di ciò che aveva scritto Spazio.
La cui opinione ci interessa assai
perché lui è uno che c’era e c’è sempre stato,
perché lui è uno che ci crede,
perché lui è uno che stimiamo,
perché lui è uno che ha opinioni e ha pure chiaro il modo in cui esprimerle.
Sniffin’ Glucose

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Come possiamo spiegare a chi ha meno di, diciamo 40 anni, il significato originario della parola “indie”?
Permettetemi di fare un piccolo passo indietro.
Prima del 1977, “indie” era un vocabolo inesistente. Allora esisteva solo la parola ‘indipendente’, la quale indicava un processo creativo che viveva “al di fuori” sia dalla sfera culturale del ‘sistema’, sia dal mercato delle multinazionali della musica (major). La Sun Records, la mitica casa discografica che scoprì e lanciò Elvis Presley ne è un esempio. E sempre in quel periodo, la parola indipendente indicava anche una “musica di varia natura che assolutamente non impediva a priori a un musicista di raggiungere il successo commerciale”.
Indie invece è un neologismo derivato da indipendente (una contrazione dall’inglese > independent). Fu coniato e/o adottato, tra il 1977 e il 1978 per indicare uno stile di rottura e aiutava a definire una cultura allora difficile da interpretare, come ad esempio quella punk e le sue derive.
In musica invece descriveva “un suono che deliberatamente va contro tutti gli altri suoni ormai canonizzati ed esausti”. [[1]]
A questo punto per fare chiarezza su cosa significhi o meglio che cosa si indichi con il termine “indie”, bisogna tornare indietro quasi a 40 anni fa e raccontare un pò di storia. Cercherò di essere il più breve possibile. Come se fossi un bigino.
Nel 1975 la musica indipendente, sia in Inghilterra che in America, aveva esaurito la sua carica eversiva. Il mercato aveva riassorbito la rivoluzione hippie degli anni sessanta [http://en.wikipedia.org/wiki/Hippie] e la musica sonnecchiava o meglio ristagnava, crogiolandosi nelle produzioni “finto” indipendenti ma altamente colte della musica ‘progressive’, oppure in quelle nazional-popolari di matrice rock (principalmente Glam/Hard). [[2]]
Ed è proprio in questo periodo che un nutrito gruppo di persone (e questo accade in Inghilterra), che verranno definite con il termine “punk”, rianima una scena ormai morta. Da questo momento, niente sarà più uguale al passato. Esprimersi in prima persona è la parola d’ordine. Nasce in questo modo quello che per alcuni diverrà anche una filosofia: il DIY, acronimo che sta semplicemente a significare – Do It Yourself – che io personalmente ho sempre interpretato anche come fallo per te stesso e non solamente come fallo da solo. [[3]]
Di colpo, non è più solo la musica ad essere al centro della rivoluzione culturale, ma è la vita stessa che viene messa in discussione e viene re-inventata. Nasce quindi uno stile di vita ‘alternativo’ al sistema dominante che coinvolge migliaia di giovani e che ingloba anche il fare musica.
Da questo momento la parola indipendente che veniva usata per indicare un segmento musicale perde valore, decade e scivola momentaneamente nell’ombra.
In poco tempo tutto diventa alternativo. La musica che ormai non è più solo (il) punk, di conseguenza viene battezzata “alternative music” (a volte alternative rock). Dato il numero elevato delle persone coinvolte, la musica alternativa diventa un enorme mercato che il ‘sitema’ attraverso le Corporations cerca di normalizzare. Le Majors si danno un gran da fare per recuperare la situazione  creando finte case discografiche indipendenti. Molte bands alternative accettano ingaggi da queste piccole-mega industrie della musica, altre più intraprendenti, formano delle strutture parallele di distribuzione, informazione e vendita (valga come es. il negozio di dischi Rough Trade). Ed ecco che nel giro di pochi anni, la parola alternativa scompare e si riafferma la parola ‘indipendente’ che indica un sistema della musica (ma più in generale dell’arte) che si muove a se stante.
I principali organi di diffusione musicale (i settimanali di musica Sounds, New Musical Express conosciuto anche come NME, Melody Maker), riattivano anche loro il termine indipendente formando dapprima una categoria a se stante di vendita (la classifica dei dischi indipendenti più venduti), poi dato che le vendite di musica indipendente supera di molto le vendite della musica mainstream (il pop commerciale), inglobano il tutto in una sola classifica, ma la parola indipendente rimane per esprimere meglio il concetto di “altri suoni”.
Siamo circa tra 1979 e il 1981 ed è a questo punto che la parola ‘indipendente’ assorbe – ma non totalmente – la pratica e la carica eversiva contenuta nella parola ‘alternativa’, inglobando in sè con quella dicitura nello stesso tempo, lo stile di vita (pratico e politico) del DIY.
Ma nei primi anni ’80 anche in Inghilterra si respira “aria” di rivoluzione e non tutti i soggetti coinvolti nel panorama musicale e/o politico-musicale inglese, si riconoscono nella parola indipendente. Quindi la stampa (per descrivere, contestualizzare e circoscrivere un processo creativo musicale complesso che comprende bands dallo stile unico come Crass, Magazine, Ludus, P.I.L., Scritti Politti, Cabaret Voltaire, ABC, Throbbing Gristle che possiedono anche una vita “al di fuori“, sia dalla sfera culturale del ‘sistema’, sia dal mercato delle multinazionali), opterà per il neologismo INDIE. [[4]]. Questo neologismo, viene da tutti accettato e indie per una decina di anni indicherà per estensione, un sistema musicale complesso guidato da un’attitudine irriverente e talvolta anche culturalmente aggressivo.

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Oggi il termine indie, ha perso totalmente il suo potere esplicativo, diventando di fatto un termine evocativo. Un termine che possiede ancora molteplici sfumature, totalmente diverse dal significato originario, ma che tuttavia mantiene intatto tutto il suo potere seduttivo in grado di affascinare migliaia di ragazzi ignari della sua storia.[[5]]

Quando e perchè è diventato “figo” definirsi indie? E cosa centra Brunori s.a.s. con questa storia?
Per capire quando si è verificato questo passaggio che ha trasformato il significato della parola “indie” da indicatore di uno stile [[6]] a un termine indicatore di genere e di conseguenza in una moda [[7]] e quindi “figo”, bisogna risalire ai Nirvana. Fu infatti Kurt Cobain che, involontariamente, diede origine a questo slittamento culturale del neologismo indie che di fatto, trasformò una cultura in una moda. Rovinando tutto inevitabilmente.
Siamo nel 1991. I Nirvana accettano di andare in tour in Europa come spalla per i Sonic Youth [[8]]. A settembre esce nei negozi Nevermind (il loro tumblr_mbp7ddSkj61rccpkso1_1280secondo disco) e diventa immediatamente N.1 in classifica. E’ in questo momento che in America (e poi nel resto del mondo), le multinazionali del disco si accorgono che esiste “realmente” un pubblico per quella musica rock, zozza, rumorosa e drogata e che fino ad allora avevano sempre evitato come la peste. Un pubblico disposto a spendere quattrini per i propri beniamini e per sostenere i propri ideali. Così, grazie alle majors, dall’oggi al domani più un milione di persone scopre la musica “indie” e il suo potenziale ribelle. I giornali profumatamente “sponsorizzati”, lanciano il fenomeno e in pochissimo tempo ciò che era nato come come segno distintivo di altri valori, diventa una moda. Una moda fatta di jeans bucati sulle ginocchia (per chi non lo sapesse era perchè la gente cadeva dallo skate), T-shirt consumate ma con stampati sul davanti nomi di band assolutamente strani come; Germs, Sonic Youth, Dead Kennedys, Dinosaur Jr., Black Flag, Ramones, ecc. e sneakers Vans e/o Converse All Stars.
Non è stata realmente colpa sua (prima o poi sarebbe successo), ma è stato Kurt Cobain con il suo mal di vivere, con la sua ammirazione per i Sonic Youth, la sua propensione ad una musica più ‘orecchiabile’, il primo ad avere successo, e questo, da emotivo quale era, non se lo perdonò mai, almeno così sembra suggerirci la leggenda.
Da allora, anche qui da noi, il significato originario del neologismo indie si è perso sotto gli effetti del marketing che ne ha stemperato il piglio aggressivo e politico, sfuocandone la sua storia e rendendola difficile da identificare. Indie ora è solo un termine [[9]]. Una parola di uso comune che tende ad indicare una specifica categoria di mercato. Un termine facile da applicare a qualsiasi soggetto che odori di diverso.
Ed è per tutto questo che ritengo Brunori s.a.s, autore del brano intitolato ‘Kurt Cobain‘ [[10]], la massima espressione di questa confusione culturale e sociale che pervade il nostro panorama musicale.

Come possiamo oggi tracciare una linea di demarcazione che indichi cosa possa essere ritenuto indie e cosa no?
Mi è molto difficile rispondere. Penso che fondamentale sia l’attitudine. Ma stringendo il campo a chi canta in lingua Italiana, di certo indie non sono: Colapesce, Brunori, Raina -ultimo disco-, Dente, Non voglio che Clara, Casa del Vento, ManiPuma, I Cani, i Baustelle, l’Orso, Paolo Benvegnù, Morgan, Giuliano Palma, Neffa… sono davvero in troppi. Non me ne vogliano quelli che ho nominato, sono i primi che mi sono venuti in mente. Non ho nulla da dire sulla loro autenticità, tranne che quando li ascolto quello che esprimono (e quello che sento), non è nulla di diverso dalla musica di Tricarico, Elisa, Nina Zilli, Malika Ayane, Ligabue, Venditti, Niccolò Fabi, Samuele Bersani, Masini, Battiato. Negroamaro, Negrita… ovvero semplicemente MUSICA LEGGERA! La scrittura di tutti quelli nominati, tende alla canzone(tta) da classifica. Non è un male. Anzi a tutti loro auguro un immenso successo, ma li vorrei fuori dai media di settore e/o dal circuito cosidetto indipendente. Per essere preciso, che costoro si esibiscano (io abito a Milano) all’Alcatraz, ai Magazzini e non al Magnolia o al Lo-Fi! Che vengano recensiti su XL, Rolling Stone ma non su Rockerilla, Blow Up, Rumore, eccetera. Rock It è perfetto se è una piattaforma di musica italiana sui generis, ma perchè devono trovare spazio su riviste on line come Sentire e Ascoltare oppure Onda Rock. Come cazzo fanno a parlare bene sia di Brunori (sempre lui, mi spiace) e di King Krule [[11]] sulla stessa testata???. Se tutto questo non è avere smarrito l’obiettivo primario che è fare informazione culturale, ditemi allora che cosa è la bruttura che circonda le mie orecchie!??!. E per favore prima di rispondermi, rispondete a questa altra domanda. Perchè dopo Frigidaire non è più esistita una rivista che possiamo definire generazionale?
Per concludere con questa domanda, quello che sto cercando di dire è che molte cose che ascolto di produzione italiana che sono incensate, sono (per me) inconsistenti. Mancano di scrittura. Molti replicano un modello. Non dico che copiano, ma semplicemente le canzoni non ci sono. Cercano di suonare come nuove ma nascono vecchie (come nel caso di Niccolò Contessa e i suoi amici aka I Cani) e tendono come sonorità al commerciale. Quello da sottofondo. Quello che trovi nei film Aldo, Giovanni e Giacomo. Se ti metti le cuffie e ascolti I Cani con attenzione, senti che le musiche sono fatte in questo modo: “un pizzico di suoni strani (chiamiamoli rock vs.indie per comodità) + un fettina di rumore + un poco di melodia + un testo emozionale che non dice nulla di preciso, ma che sembra raccontare tutto = canzone”. I Cani applicano più o meno, questo modello alla loro musica. Un perfetto clichè dell’alternativo. “Have a fun”[[12]], direbbe Alfred Hitchcock. Ovvero: Che noia! In ogni caso per il momento I Cani, sono il meglio nel peggio. Al liceo direbbero; sono bravi ma non si applicano… Chissà, forse averli stroncati sul nascere, passami il termine, avrebbero tirato fuori le palle. O forse hanno solo bisogno di maturare.

Musica alternativa? Ma a chi e a cosa?
Al nulla che ci circonda![[13]].  Ecco ripartiamo da qui, da queste parole contenute in La storia infinita, di Michael Ende. Quando raccolsi il suggerimento di Carlo ‘Charlie’ Albertoli di creare legalmente una casa discografica era il 1988. L’intento era quello di sovvertire il mercato musicale italiano. Io fortemente volevo sfondare il mercato e non sfondare nel mercato. Volevo ridurlo in polvere, lottare duro e fare anche molti soldi. Ma non per diventare ricco ma per potere continuare a finanziare e sostenere altre situazioni “creative” che combattessero i canoni culturali che ci circondavano. Esiste un filmato, un documentario girato agli albori della Vox Pop. Io parlo di strategia, prodotto, merce, mercato e pubblico. Io volevo realmente “assaltare la cultura”[[14]]  e credo che questo obbiettivo lo abbiamo raggiunto. Abbiamo creato il precedente (e i modelli) per una via al rock italiano. Con questo non intendo dire che non ci siano state altre situazioni, ma compatte per intento e obbiettivo come la Vox Pop Records, nessuna. Poi anche noi siamo crollati. Ma a fare crollare la Vox Pop, non è stata, la presenza o la mancanza del denaro. A schiacciarci è stata proprio la direzione da prendere quando sembrava che il successo fosse a portata di mano. È stato il classico “Che Fare?” a ucciderci, ad annientarci. Quindi ognuno per la sua strada. Ma avere dimostrato che era possibile raggiungere il cuore del sistema e nello stesso tempo rimanerne fuori, ecco quell’obbiettivo so che lo abbiamo raggiunto ed è innegabile. La Vox Pop ha fornito i ‘nuovi’ modelli dello stile con gli Afterhours, La Crus, Africa United, Mau Mau, Ritmo Tribale, Sottotono, Persiana Jones e Le Tapparelle Maledette, Casino Royale, Prozac+, ecco perchè è importante. Ma è la generazione successiva che ha rotto gli argini. Argini inesistenti perchè costituiti da ideali, sogni, fantasia e attitudine. La generazione dopo ha annegato tutto pur di ottenere un facile successo o semplicemente per stare a galla economicamente.

Quindi di chi è la colpa di questa perdita?
Una delle colpe principali di questo sfacelo, legato alla situazione musicale, lo si deve alla stampa di settore. Perchè la musica e lo sappiamo tutti, dal punk in poi, influenza l’ambiente dove si vive e si cresce. Da noi invece le riviste come (e non voglio offendere nessuno, ma questa è la mia analisi) Rockerilla, Rumore, Il Mucchio, e infine Blow Up, non hanno mai avuto influenza nella vita quotidiana. Non sono mai state capaci di divenire vere e proprie piattaforme di cultura varia, dove la musica proveniente da una sottocultura, genera a cascata anche ‘altro‘ (anche semplicemente moda). In quelle riviste, ma proprio in nessuna di esse, è mai esistita alla base l’idea di produrre e/o generare una controcultura. Nessuna ha mai posseduto e tutt’ora possiede una vera strategia di “costume”. Inevitabile quindi che nel tempo abbiano perso importanza per i lettori e anche influenza, intesa come modello a cui ispirarsi, a cui attenersi e/o riferirsi per orientare il proprio gusto e seguire una via. Perdendo definitivamente un pubblico reale.
Poi indubbiamente il fiume di denaro proveniente dalle multinazionali ha fatto il resto e negli anni il modello da seguire in musica è tornato ad essere il favoloso Festival di San Remo, è inutile nasconderlo. Ora siamo soli e anche smarriti. Ed è difficile oggi farsi capire, perchè il passaggio del testimone come in una gara di staffetta, non è avvenuto. E se mi guardo intorno nella mia mente affiora una musica vecchia con un testo banale: “Il passato è passato. Il presente è un mercato. Fatevi sotto bambini. Occhio alle caramelle, occhio ai cioccolatini”.

Cosa possiamo fare per risalire la china?
Indicatemi quale figura di riferimento culturale possiede questo paese. Indicatemi il pensatore. Colui che quando tuona, la nazione presta realmente ascolto. Nella musica ve lo indico io. L’unico per cui spalanchiamo ancora gli occhi, nel bene o nel male è Lindo Ferretti…

Ci sarà ancora qualcuno che voglia davvero essere ‘indie’?
Di questo ne sono assolutamente certo. Da qualche parte, in questo fottuto ‘territorio’ e in questo preciso momento, ci sono dei baldi giovani, dei temerari cavalieri dello stile, dei ribelli senza causa che prenderanno a calci tutto quanto ci circonda, facendomi sorridere “un altra volta ancora”.

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You_Need_Me

Giacomo Spazio ha vissuto in prima persona o è stato quantomeno testimone di tutte le evoluzioni della scena “alternativa” italiana negli ultimi 30 anni. In ambito musicale con i libri di Stampa Alternativa, la rivista Vinile, l’attività in proprio come musicista e la gestione in prima persona della Vox Pop Records, la prima etichetta discografica “indie” italiana nell’accezione che diamo oggi alla parola. Un vulcano di idee e iniziative.

Ma Giacomo è anche curatore di gallerie d’arte: dal 2007 al 2011 è stato responsabile dei lavori esposti alla Limited Art Gallery di Milano. Il suo lavoro lo porta a girovagare tra New York, Berlino e Milano. Lavora però sempre in maniera autonoma, anche qui slegato dal mondo dell’arte istituzionale. Spirito libero, artista polivalente, occhi aperti a 360 gradi. I suoi lavori come pittore hanno trovato dimora in gallerie d’arte e in situazioni anche prestigiose. Potete eventualmente approfondire segendo questi link:

http://www.flickr.com/photos/giacomospazio/

http://www.lobodilattice.com/giacomo-spazio

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[1] Giacomo Spazio, A New Loop, Edizioni City Living , Milano 2003 – libro + cd audio.

[2] In Germania nello stesso momento esplodeva una musica introspettiva che mischiava rock, elettroacustica e musica classica. Il tutto condito con abbondante cibo lisergico. Questi sparuti musicisti, stavano cercando uno stile di musica che fosse realmente ‘tedesco’ e lo trovarono. In seguito venne battezzato krautorock!

[3] Il DIY è la pratica quotidiana e soggettiva di rivolta contro l’ordine e le regole stabilite dalla società in cui l’individuo vive.
Il DIY è la capacità del singolo individuo di operare le proprie scelte per dare libero sfogo ai propri desideri.
Il DIY è la capacità di inventarsi come soggetto ogni giorno, rifiutando costantemente di divenire un oggetto della catena di produzione di consenso economico/sociale,
Il DIY è unicità. Riguarda l’unico e ovviamente racchiude in se i tre aspetti che costituiscono l’essere umano, ovvero Io, Me e Me stesso.
Il DIY è crescita culturale costante.
Il DIY non ha nulla a che fare con la produzione di beni materiali commerciabili!
Il DIY è pura pratica autonoma di apprendimento ovvero se non sai fare una cosa impara a farla.
tratto da: Che cosa è il DIY, Milano  2013, Claudia Galal intervista a Giacomo Spazio.

[4] Per saperne di più consiglio la lettura del libro di Simon Reynolds, Post-Punk. Ed. ISBN, Milano.

[5] Un esempio che ci può aiutare a capire quanto sia difficile spiegare oggi a chi non ha vissuto direttamente il fenomeno cosa si intenda con la parola indie, lo si può trovare qui (http://it.wikipedia.org/wiki/Musica_indie). Dove, a mio parere, nel tentativo di rendere chiaro un concetto semplice e puro, succede l’esatto contrario, contribuendo solo a confondere il lettore.

[6] Lo stile è unicamente sfogo concreto di desiderio. Lo stile non persegue nessun obbiettivo è di per sé un fine. Lo stile è perennemente contradditorio. Quindi incompiuto, profetico e poetico. Lo stile si basa sull’elaborazione di immagini e simboli (es. il Punk) ed è unicamente sfogo concreto di desiderio. Lo stile vive nel suo manifestarsi, è possessivo, è assunzione cosciente da parte di chi vi si identifica. Lo stile produce una propria cultura e una cultura vive per capovolgere i limiti di un mondo precedentemente definito.

[7] La moda si limita a circoscrivere uno spazio di sensibilità. Una costellazione di idee, di attegiamenti. Se il sogno, l’apparenza e l’idea, possono dare origine allo stile. La moda cerca di adeguarlo a se.

[8] 1991: The Year That Punk Broke., regia David Markey (DVD) – Universal Music.

[9] Termine è l’unità lessicale in grado di contribuire alla descrizione di un dominio.
Con termine si indica a livello colloquiale una qualsiasi parola.
Con termine si indica anche la fine di qualcosa e la morte.

[10] Una mediocre e innocua melodia che fa il verso al peggiore Antonello Venditti e in più accompagnata da un testo pessimo con rime baciate e banali, in grado di piacere all’ascoltatore medio di un programma radiofonico/televisivo qualsiasi come Buongiorno Italia o presentato da Fazio.

[11] Se avete bisogno di un nome italiano per riuscire a capire eccovi serviti: Subsonica o Cosmetic, oppure Fitness Pump, Teatro degli Orrori.

[12] Gioco di parole ottenuto con il suono della parola FUN (divertente ) che suona come FAN (ventaglio). ‘Have a Fun’, in questo caso significa farsi aria coprendo con il ventaglio, lo sbadiglio. Noi italiani questo gesto lo facciamo agitanto la mano davanti alla bocca.

[13]  Giacomo Spazio – Mondochrome – anno 1996 (AA.VV. Living In The Ice Age – Milano 2000).

[14] Stewart Home – Assalto alla cultura – 1996   http://www.pinobertelli.it/uploads/libri/assalto_alla_cultura.pdf

Sniffin’Glucose