Fiver #02.10

Ex Hex

Ex Hex


Non ce lo chiede nessuno. Ma talvolta ci si crea un’immagine pubblica nonostante non si abbia un pubblico a cui fare riferimento. Si lavora d’immaginazione, o quantomeno lo faccio io. Si crea un territorio a metà strada tra realtà ed immaginazione, dove i fatti realmente accaduti si confondono con quelli che avremmo desiderato accadessero davvero. Musicalmente sono nato dopo il 1977. L’ho sempre pensato. E in effetti la maggioranza dei miei ascolti di una vita si sono concentrati in quel periodo. Il punk, la new-wave e tutto quello che è venuto dopo. Quella è la mia musica, quello è il mio mondo di riferimento. Per me sono arrivati prima i Joy Division e gli Smiths che non Dylan e Neil Young, per dire.
In realtà i confini non sono così definiti. A pensarci bene il primissimo concerto a cui ho assistito è stato Frank Zappa, trascinato da una fidanzata che aveva quattro anni più di me e il mito della California (non che centri qualcosa con Zappa, ma insomma ci siamo capiti). Ancor prima di Pino Daniele, che è stato il secondo.
Come tutti gli adolescenti della terra ho frequentato alcune discoteche, una in particolare.
Per arrivarci dovevi abbandonare la gardesana, appena fuori da Lazise. Arrivando da nord giravi a sinistra, una piccola stradina che a un certo punto diventava sterrata, immersa tra i vigneti e gli olivi del garda. L’insegna del Cosmic, modesta e circondata da piccole stelle, faceva bella vista, sopra il tunnel d’ingresso. Era un posto leggendario e vederlo per la prima volta dal vivo ti lasciava con la sorpresa delle sue dimensioni, relativamente ridotte, senza posti a sedere. Me lo immaginavo come il posto più grande e figo dell’universo, a sentire i racconti. Per ritrovarmi infine in aperta campagna e chiedermi se qualcuno non avesse esagerato con gli aggettivi. Invece bastavano poche ore per comprendere che, no, il Cosmic non era un posto come un altro.
Per la musica, intanto. Un insieme di sonorità differenti, dal funk, all’afro, la musica etnica, in particolare africana. A cui si aggiungeva un pizzico di avanguardia elettronica, new wave ed un utilizzo creativo dei livelli di equalizzazione. Era musica che passava di mano in mano su cassette che i DJ vendevano alle serate e che da qualche tempo sono state oggetto di riscoperta, sopratutto all’estero.
Con il solito provincialismo che ci contraddistingue non abbiamo saputo valutare immediatamente un fenomeno che musicalmente invece fosse capitato a Londra o New York sarebbe stato salutato in un altro modo. La galanteria dell’orologio che scorre mette le cose a posto, come al solito. Oppure rimedia un articolo del Guardian, più prosaicamente.
La stagione del Cosmic è stata inevitabilmente breve. Il successo del locale andava di pari passo con l’insofferenza delle amministrazioni e della comunitá locale. L’esperienza Cosmic era un pacchetto di musica alternativa (per davvero), droghe di tutti i tipi e probabilmente l’ultimo rimasticamento della cultura hippy degli anni sessanta.
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Aver vissuto in prima persona quel luogo ha lasciato tracce nel mio DNA musicale, alla faccia del punk, della new wave e di quello che mi piace credere. Me ne sono accorto ascoltando i Tinariwen o, più recentemente, l’album dei Goat. Musica che al Cosmic ci sarebbe stata benissimo in un modo o nell’altro e che in quei luoghi mi ha riportato.
Tutto questo per dire che ad un certo punto sarebbe bene venire a patti con il nostro passato, con il presente e, perchè no, anche con quello che si presume possa essere il futuro.
D’ora in avanti è probabile che i miei amici di Sniffin’Glucose capiranno meglio certi slanci e certe mie uscite per gruppi e dischi lontani dalle nostre orbite usuali: è quello stralcio di vita vissuta con l’innocenza che compete alla giovinezza che torna saltuariamente a galla. Giornate passate senza nessuna preoccupazione di cosa mangiare, dove dormire, come tornare a casa. Con il ritmo della musica del Cosmic nelle orecchie e anche nel cuore. Hai voglia a dire il punk, la new wave e il sapore amaro della vita vera.

Jim Sullivan – Highways

Ho scoperto Jim Sullivan ascoltando la radio. Il programma di Jonathan Clancy, per la precisione. Una scaletta di piccole gemme, di dischi minori, di culti che resistono allo scorrere del tempo. (questo il link della pagina fb della trasmissione, per chi fosse interessato).
Jim Sullivan, dicevamo. Storia incredibile, la sua. Scomparso nel deserto del New Mexico senza lasciare traccia. Caso ancora irrisolto anche per la polizia locale. Si parla di un fatto di cronaca del 1975. Appena qualche hanno prima pubblicava U.F.O. album di debutto semplicemente fantastico. Rock americano con elementi di country e folk arrangiato in maniera sublime. Quello che in seguito si sarebbe evoluto fino a trasformarsi in un genere vero e proprio, “americana”, per l’appunto. Un gioiello di disco che mi ha stregato in maniera definitiva.

Ex Hex – Don’t Wanna Lose

Rock ignorante, suonato come se non ci fosse un domani, con lo spirito di chi ha intenzione solo di divertirsi. A metà strada tra le Runaways e il miglior rock stradaiolo della fine anni settanta. Non una novellina Mary Timony ma una vera e propria veterana della scena: un passato negli Helium e più recentemente nelle Wild Flag di Carrie Brownstein. Qui, come si diceva, viene fuori un attitudine di puro spirito rock’n roll, revivalistico fin che si vuole ma capace comunque di trovare un suo perchè. Musica da suonare a tutto volume in macchina, d’estate possibilmente, con il finestrino abbassato. Senza preoccuparsi del grado di tamarragine che inevitabilmente tenderà a raggiungere i livelli massimi.

Sun Kil Moon – War On Drugs Can Suck My Cock

Eravamo sul palco e ho sentito un classico giro di batteria
Era più di 100 decibel, arrivava dall’altra parte della collina
Si stava facendo piuttosto alto, ho chiesto chi fossero
E un tizio con un k-way mi ha risposto, “Sono i War On Drugs”.
Sembrava rock basilare, alla John Fogerty,
E ho detto “La prossima canzone si chiama ‘I War On Drugs possono succhiarmi il cazzo.’”
Succhiatemi il cazzo, War On Drugs.
Stavamo suonando a Chapel Hill
Per un branco di paesanotti ubriachi e c’era puzza di cibo per maiali.
I microfoni non funzionavano, allo staff non fregava un cazzo,
Il pubblico si stava facendo fuori controllo e gli ho detto di stare zitti, cazzo.
Tutti voi redneck, state zitti, cazzo.
Qualcuno si è offeso e ha scritto una stronzata,
Una sorta di blogger teppistella, puttana, ricca e viziata
E ha postato dei graffiti lasciati da un qualche ritardato
Pensava che il mio vero nome fosse Sun Kil Moon, che testa di cazzo
Ho incontrato i War On Drugs stasera e sono piuttosto gentili
Ma i loro capelli sono lunghi e unti, spero non abbiano i pidocchi.
Li ho ascoltati fare il soundcheck e, assieme ai Byrds,
sono decisamente la band più bianca che abbia mai ascoltato.
La band più bianca che abbia mai ascoltato sono i War On Drugs.
C’è qualcos’altro!
Stasera suoneranno al Fillmore e hanno fatto soldout,
Anche i tamarri sono persone, e questa è la loro grande serata.
Hanno fumato una canna coi loro amici mentre arrivavano in macchina,
Stasera faranno rock ascoltando un po’ di chitarra solista da pubblicità.
Ai tamarri piace ascoltare i War On Drugs
War On Drugs, succhiatemi il cazzo / War On Drugs, rock da pubblicità di birra
Ai War On Drugs piacciono i Fleetwood Mac
Ai War On Drugs piace John Mellencamp
Facciamo un urlo per i War On Drugs
Ai War On Drugs ci sono voluti nove cazzo di anni per fare tre album.
Mark Kozelek è da prendere così, poche storie. La tizia dei Perfect Pussy gli ha scritto una letterina che con qualche buona ragione mette in risalto tutta la sua stronzaggine, dopo aver sentito questo pezzo. Ma non cambia di una virgola l’opinione che abbiamo della sua musica, sinceramente.
Limitiamoci a pochi semplici fatti: i War on Drugs fanno cagare. Benji, il disco di Kozalek firmato Sun Kil Moon è un capolavoro. Kozalek ODIA il cerimoniale dell’indie rock e appena può tira bastonate. Spesso a casaccio mettendo nel mezzo anche chi non lo meriterebbe.
Io ascolto questa canzone, me la rido sotto i baffi e mi viene voglia di aprirmi una birra.
Bella la vita, talvolta.
(Ah, grazie ai ragazzi di Rumore. Qualcuno da quelle parti si è preso la briga di tradurre il brano. Io ho solo copiato.)

Useless Eaters – Out In The Night

Per la serie: l’immancabile angolino di “damaged rock” del lunedì è il turno di Useless Eaters. La band di Seth Sutton sembra aver trovato temporanea dimora a San Francisco. Niente di meglio che cogliere l’occasione e registrare un album per la Castle Face Records. Disco di urgenze primordiali, di garage scassato ed attitudine punk. Una piccola bomba, insomma.

Tomorrows Tulips – Glued To You

Questa è gente che ha il mito dei Television Personalities, nonostante viva in California e pubblichi dischi per la Burger Records. Gente che ha ascoltato troppi dischi dei Velvet Underground. Per dire che questo è un album di fragilità ed insicurezze, in bilico tra melodie pop esagerate, feedback gentile, brevi dissonanze e malinconie assortite. Il genere di disco che sinceramente adoro. Questa Glued To You in particolare sembra una versione edulcorata dei primi Jesus and Mary Chain al confine con una psichedelia appena accennata.

Cesare Lorenzi

Fiver#02.06

Cloud-Nothings-01-Dani-Canto

Per la quarta volta raggiungo il Primavera Sound.
Alla fine di ogni edizione dico che sarà l’ultima, poi ci ricasco.

Tra le cose più originali c’e sempre il volo di andata.
Per ogni edizione prendo il volo Ryan Air da Bologna del giovedì mattina. E’ sempre piuttosto divertente realizzare che si tratta di una sorta di volo charter per il Festival, tanti sono i passeggeri facilmente riconoscibili dalle t-shirt. Quest’anno si va dai veterani con maglietta Husker Du ai più giovani con maglietta Chromeo. Sei così certo che la maggior parte di passeggeri stia andando al Primavera che si è chiamati a pensare che anche il pilota stia guidando con la maglietta dei Pixies e che il volo Ryan possa atterrare direttamente al Parc del Forum.

Ma è proprio nella riconoscibilità conclamata una volta saliti in aereo che possono scaturire osservazioni di antropologia pura.
Se il veterano del Primavera è seduto di fianco ad un neofita alla sua prima edizione, il neofita rischia un pippone di almeno 40 minuti. Verranno affrontati tutti i temi, dai consigli sui migliori falafel del festival, ai passaggi segreti tra un palco e l’altro per evitare le code, dai ferrei regolamenti dell’Auditorium ai consigli legati ai vari spazi Off del Festival.
Il veterano e il neofita sono molto diversi. Li si puo’ riconoscere già dal bagaglio.
Il neofita pensa di andare ai Caraibi a bere un mojito mentre ascolta in costume da bagno il live degli Arcade Fire. Il veterano ha invece in valigia un costoso abbigliamento tecnico da montagna e racconta al neofita aneddoti climatici simili a quelli narrati dalle popolazioni irochesi. Il neofita ascolta e sorride, pensando che il veterano stia esagerando, riderà meno 3 giorni dopo con 39 di febbre.
L’altro grande elemento di riconoscibilità tra le 2 categorie di festivalgoers è lo Schedule.
Tutti in aereo tiriamo fuori i già stropicciati foglietti dove sono stati diligentemente segnati i personali interessi delle 3 giornate. Le differenze le vedi dalle liste. Il neofita si è segnato 70 nomi, non li riuscirebbe a vedere nemmeno se stesse un mese a Barcellona, ma non può accettare e riconoscere con se stesso che se Sharon Van Etten suona alla stessa ora ad un kilometro di distanza dagli Slowdive , non esiste nessun Dio che potrà farglieli vedere entrambi.
Il veterano invece tira fuori uno schedule dove si è segnato pochi nomi a caratteri cubitali. Non perché è interessato a poche band, ma perché è da 4 mesi che si prepara per l’evento con selezioni dolorose. Ha già elaborato il lutto per tutto ciò che non potrà vedere e solitamente si autoconvince del suo operato con frasi del tipo “…Tanto John Grant l’ho già visto 3 volte”, ma intanto dentro sta piangendo.
L’ultima differenza è la programmazione dell’intero viaggio.
Il veterano dormirà fino a 15 minuti prima l’inizio del primo live e programmerà con serietà scientifica ogni spostamento da un palco all’altro, le sue energie sono centellinate per arrivare in forma anche per i concerti notturni. Ma a volte anche lui fallisce, non accettando che se il suo fisico ha superato i 40 non arriverà mai a vedere i Wolf Eyes alle 04 del mattino oppure può arrivarci ma probabilmente sarà l’ultimo live della vita.
Il neofita invece è da tanto che voleva visitare Barcellona e quindi oltre al Primavera si è segnato per ogni mattina gustose visite alla Sagrada Familia , al Museo Picasso e deve inoltre assolutamente trovare la maglietta originale di Puyol e Iniesta che aveva promesso agli amici.
Sovracaricandosi di così tanti impegni, il neofita si troverà già nel pomeriggio del secondo giorno a sperimentare nelle gambe quello che un ciclista prova scalando il Col du Galibier, solo che lui non è un ciclista e per di più ha pagato 180 euro il biglietto. Anche il neofita, tradito dal fisico, arriverà con il pianto nel cuore a rivedere i suoi 70 nomi che si era segnato nello schedule.
Vero elemento di originalità in questa edizione 2014 è lo “Schedule Emiliano-Romagnolo”. Tra Bologna e Ravenna nei giorni subito successivi al Primavera si sono esibite infatti ben 8 band presenti a Barcellona (tra cui 4 headliner). Il neofita ed il veterano si troveranno quindi uniti nell’ incrociare i propri schedules in base ai loro progetti dei giorni successivi.
Anche in questo caso il neofita – se molto giovane – rischia però di uscirne sconfitto. Dopo calcoli interminabili ammette a se stesso e agli altri che non ha la macchina e non saprà come caspita farà a raggiungere Marina di Ravenna.

Ma bando alle chiacchiere veniamo alla musica, il motivo per cui siamo qui e uno dei motivi per cui siamo al mondo.
Ecco il mio personalissimo “fiver” del PS 2014
Le 5 canzoni che più mi hanno emozionato nella 3 giorni barcellonese.
In ordine di apparizione on stage:

1) Midlake – Roscoe
I Midlake si esibiscono il primo giorno, all’ora del tramonto in uno dei rari momenti di sole e splendida temperatura. Ho amato in maniera smisurata i loro primi 3 album, poi a mio avviso la vena creativa si è di molto affievolita. Il live però me li fa tornare ad amare e i brani prendono tutti una certa epicità. Il tutto sarebbe ancora più bello se la voce di Eric Pulido fosse più limpida e meno effettata, ma forse il desiderio è quella di renderla più simile all’ex leader Tim Smith. Roscoe in ogni modo arriva a commuovere e rientrerebbe forse in un mio ideale best 100 degli anni 2000

2) Slowdive – Catch the Breeze
In questo caso non sono un fan, ma vado con molta curiosità. All’inizio tutto sembra un po’ incerto. Nei primi 2 brani Rachel Goswell e tutti i componenti della band sembrano quasi intimoriti (a parte Neil Halstead che ha occhi solo per la sua chitarra). Poi il concerto esplode con Catch the breeze, il calore del pubblico – tanto – arriva sul palco, la Goswell si scioglie ed elargirà sorrisi e dolcezze per tutta la durata del concerto. Le armonie di Catch the breeze e la voce di Rachel Goswell con il mare di fianco e le nuvole cariche di rosso tramonto è stato uno dei momenti emotivamente più forti del mio Primavera

3) War on Drugs – Under the Pressure
In questo caso non solo non sono (o meglio non ero) un fan, ma vado addirittura con un po’ di pregiudizi. Non avevo colto l’hype per il loro ultimo lavoro. Ma i Festival servono anche per questo, a volte incroci miti che ti deludono, altre volte gruppi nuovi con cui è amore a prima vista, altre volte ti trovi a rivedere completamente un giudizio su una band. E’ il mio caso con i War on Drugs , il live di gran lunga migliore – di quelli da me visti – di tutto il PS 2014.
Dal vivo si coglie molto di più il loro contatto con la tradizione “americana” e il mio gusto è ampiamente appagato. Finalmente colgo anche l’accomunanza con Bob Dylan, che fin qui non avevo assolutamente capito, il sound e soprattutto la voce di Adam Granduciel sono effettivamente equiparabili al Dylan dei migliori anni.

4) Volcano Choir – ComradeVolcano Choir 04 Dani Canto feat 600
Su Justin Vernon non sono obiettivo, lo confesso. Non mi ha ancora stancato come Bon Iver e lo apprezzo ulteriormente per le sue collaborazioni e per i suoi progetti collaterali tra cui il più importante è appunto Volcano Choir.
Contrariamente a quanto ci si può aspettare, il gruppo anche dal vivo risulta essere quello del chitarrista e compositore Chris Rosenau che ha il compito di presentare tutti i brani e relazionarsi con il pubblico. Mr. Vernon si limita ad essere la splendida voce della band e solo alla fine saluta e ringrazia tutti introducendo Still dal primo album dei V.C.
65 minuti a mio avviso splendidi.

5) Cloud Nothings – Stay Useless
Altro concerto che attendevo e altra conferma, questa volta in forma decisamente più oggettiva.
I Cloud Nothings sono devastanti e hanno dei brani meravigliosi che propongono senza tregua come se non ci fosse un domani. Iniziano con Quieter Today, poi Now Hear in ..e poi la splendida Stay Useless. Sono le 00,10 dell’ultima sera …e ho l’impressione che dopo questa non posso più chiedere nulla a Barcellona.

Per il resto torno a casa con lo zaino pieno di tanti altri momenti.
Come tanti, uso il Primavera anche come contenitori di generi, come occasione per conoscere band nuove e infine per concedermi “main event” che frequento sempre meno ma in cui mi accorgo di divertirmi ancora . Nel primo gruppo inserisco gli ottimi live dei Kronos Quartet , Caetano Veloso e Dr. John nel secondo gruppo (quello a cui tengo di più) La Sera, Majical Cloudz, Courtney Barnett e nell’ultimo decisamente i National – una spanna sopra tutti a mio avviso – e gli Arcade Fire.
E poi c’era Mr. Julian Cope in apertura della 3 giorni, a tessere un ideale filo conduttore tra quello che ero a 20 anni e quello che sono adesso.

MASSIMO STERPI