We Are All Bourgeois Now (Fiver # 16.2017)

Il matrimonio è stato messo a repentaglio dall’amore. Dopo il romanticismo è diventato inevitabile unirsi in matrimonio per amore e scioglierlo se l’amore non c’era più. Quando l’amore non c’era affatto, il matrimonio non perdeva nulla per strada, semmai acquisiva qualcosa attraverso la consuetudine e la dimestichezza. Il matrimonio è la tomba dell’amore solo nel caso vi sia qualcosa da uccidere, altrimenti prevale in esso un aspetto funzionale, pratico, sociale, protettivo, procreativo. Ecco perché è esemplare del modello di vita borghese: in esso agisce fortissima l’aspirazione al riconoscimento. Dunque si potrebbe invertire il detto: l’amore è la tomba del matrimonio”.
La scuola cattolica (Edoardo Albinati)

Il pensiero qui sopra l’ho trovato in mezzo alle 1.294 pagine del tomo che ho deciso di affrontare dopo aver letto da qualche parte una recensione in cui si diceva che il libro contiene la migliore lingua italiana narrativa in circolazione ed è un epitaffio toccante ma non malinconico alla borghesia romana: registra i tempi e il cuore della vita borghese prima che si estingua. Bella definizione; anche abbastanza fedele a quello che effettivamente sono la forma e il contenuto del romanzo.
Sono sostanzialmente d’accordo con l’analisi del rapporto tra matrimonio e amore formulata dall’autore, anche se non vorrei esserlo. Mi piacerebbe non esserlo.
In ogni caso non è di questo libro che volevo scrivere. Intendevo piuttosto buttar giù due cose riguardo la notizia che sta per uscire il primo album solista di Peter Perrett, un tempo chitarra e voce degli Only Ones.
Ma alla fine anche il matrimonio ha a che fare con la storia che viene fuori qui sotto, quindi va bene così.

Another Girl Another Planet degli Only Ones è una delle mie canzoni preferite. Non intendo uno dei miei ascolti favoriti di questi giorni, della settimana o della stagione, ma una delle canzoni che in assoluto mi piacciono di più tra tutte quelle che conosco. Tipo Teenage Kicks degli Undertones o Making Plans for Nigel degli XTC per dirne due. Per questo mi sorprende pensare quanto poco tempo della mia vita io abbia trascorso ad ascoltare le canzoni degli Only Ones, Another Girl Another Planet a parte si intende. Perché gli Only Ones sono stati comunque un’ottima band, Another Girl Another Planet a parte.
Non ricordo nemmeno più quando è stata l’ultima volta che ho tirato fuori uno dei loro tre album con l’intenzione di metterlo sul piatto e ascoltarlo per intero. Direi che sono passati almeno 10 anni, probabilmente di più. Ma anche prima, quando la loro presenza era più vicina all’attualità, li ho ascoltati poco e i loro dischi non li conosco bene quanto dovrei. Anche quando l’altro giorno ho infilato nel lettore della macchina la vecchia copia in cd di The Immortal Story, la raccolta che comperai ad una bancarella di Camden tanti anni fa, l’ho fatto per un motivo preciso piuttosto che per il semplice piacere di ascoltarla: avevo appunto appena letto la notizia che il loro cantante, Peter Perrett, avrebbe pubblicato a breve il suo primo disco solista e per l’occasione volevo dare una rinfrescata alla mia claudicante memoria.
Non appena è partita la musica mi sono reso conto di quanto poco ricordassi quelle canzoni e mentre le ascoltavo ho anche capito, senza la necessità di ricorrere a ragionamenti particolarmente profondi, il perché mi fossi così poco interessato a loro nei miei 30 anni abbondanti di ascolto compulsivo di ogni genere di band e di ogni tipo di disco. Alle mie orecchie gli Only Ones all’epoca dovevano suonare in maniera dannatamente classica, per come io intendo la classicità, assorbendo elementi del passato (Velvet Underground, Modern Lovers, il Lou Reed solista cui la voce di Perrett somiglia assai) e al tempo stesso anticipando pezzi del futuro (R.E.M. e Replacements su tutti). Gruppi americani, gruppi che a me piacciono molto. Solo che allora, all’epoca degli Only Ones, la classicità a me annoiava terribilmente e i gruppi americani interessavano molto meno di quelli inglesi. Dunque li misi da parte e in seguito non mi preoccupai di trovare il tempo per imparare a conoscerli meglio.

Gli Only Ones sono stati un gruppo fuori tempo, venuti al mondo troppo presto o troppo tardi fate voi, in ogni caso nati in un contesto di cambiamento – il punk inglese del ’77 – che relativamente poco aveva a che fare con loro, con quegli assoli di chitarra più vicini ad un qualunque disco di Neil Young che all’impulsivo minimalismo sghembo e violento dei loro coetanei e concittadini Clash e Sex Pistols.
Erano ragazzi calati in un ruolo – quello del perdente che trova la propria ragione di vita nel continuo rimbalzo tra la cruna dell’ago di una siringa imbottita di eroina e le braccia di una donna sbagliata – che quando ti capita in sorte è meglio ti rassegni perché l’unico sbocco possibile è quello di perdersi alla deriva, artisticamente e personalmente.
Che poi in realtà anche questi due aspetti – donne e droghe – che hanno segnato la vita dei singoli membri della band come della band nel suo indistinto insieme, sono in parte frutto di equivoci e contraddizioni. Proprio a partire da quella canzone, Another Girl Another Planet, il loro secondo singolo, interpretato dal pubblico dell’epoca come un insano tributo alla dipendenza dagli stupefacenti, mentre invece pare si trattasse più banalmente di una canzone dedicata a una ragazza.

I always flirt with Death / I look ill but I don’t care about it
I can face your threats / And stand up straight and tall and shout about it
I think I’m on another world with you / With you
I’m on another planet with you / With you

Equivoci e contraddizioni quelle in capo agli Only Ones, che convergono anche nel privato, considerato il fatto che Peter Albert Neil Perrett, cantante e immagine pubblica della band, uno che le femmine le aveva tatuate nel cervello prima ancora che nel cuore, nella sua vita si è in definitiva accompagnato con una sola donna, quella che ha sposato un paio di anni fa dopo esserne stato fidanzato per tutta la vita.
E se trovo piuttosto incredibile che gli Only Ones siano oggi ancora tutti al mondo, considerando lo stile di vita da cui hanno deciso di farsi accompagnare in tutti questi anni, trovo ancora più bizzarra la circostanza che la famiglia Perrett – probabilmente proprio in quanto modello di cui si può dir tutto fuorché definirlo borghese, per tornare al pensiero del libro che ha aperto questo Fiver – potrebbe, anzi dovrebbe, essere presa ad esempio come modello su cui disegnare la sagoma di un ipotetico family day di noialtri, esempio di stralunata eppure solida stabilità.
Peter e Zena entrambi affetti da broncopneumopatia cronica ostruttiva, che non so cosa sia ma non suona per niente bene, risultato di decenni passati ad inalare eroina e crack e i loro figli Jamie e Peter jr. piazzati a suonare chitarra e basso nel disco del padre, How the West Won in uscita per Domino il prossimo 30 giugno.
Una famiglia anche questa, una famiglia migliore di tante altre, dopotutto.

Real Estate “Diamond Eyes

Non sono mai stato un grande fan dei Real Estate eppure ho tutti i loro dischi. Sono uno di quei gruppi che hai l’impressione possano sempre piazzare la zampata vincente ma poi non lo fanno mai, mi pare girino attorno alle canzoni senza mai arrivare al punto. Eppure i loro dischi alla fine mi scaldano sempre qualche punto che non so bene individuare da qualche parte che non so bene dov’è.
Soprattutto quando suonano così.

B Boys “Energy

L’ep che fecero uscire lo scorso anno non è che mi convinse granchè. Questa canzone invece si. Mi ricorda gli Holograms: frenetici, ritmati e diretti. Finalmente un nuovo gruppo Captured Tracks che potrebbe tornare a interessarmi.

Waxahatchee “Silver

Loro per ora non hanno sbagliato un disco, le premesse per un altro centro ci sono tutte.
Il nuovo album si intitolerà Out in the Storm e uscirà il 14 luglio per Merge. Poi a settembre arriveranno in Italia per farci vedere anche cosa sono capaci di fare sopra a un palco.

Arturo Compagnoni

Waxahatchee “Ivy Tripp”

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Sono una ragazza punk. Non credo al successo. Dichiara Katie Crutchfield risoluta.
Difficile non crederle, basta osservare il tatuaggio che porta sul braccio: la copertina di The Executions of all Things, di Rilo Kiley, disco di vero culto emo.
Punk in senso lato, si capisce. Non si tratta di musica, in questo caso. Ma di aver appreso la solita vecchia lezione. Hai qualcosa da dire? Bene, fallo. Esci là fuori, sali sul palcoscenico, chitarra acustica e microfono. Nessun filtro ma anche nessuna protezione.
Canzoni che devono funzionare immediatamente. Chiudi gli occhi ed attacchi. Racconti la tua storia che è quella di una qualsiasi adolescente non allineata. Ma lo fai con una convinzione, una grinta e un cuore fuori dal comune. La gente lo capisce immediatamente. Applausi.
Seguono dischi registrati in casa da amici.
Tatuaggi con il tuo nome su braccia non ancora maggiorenni di gente che ti guarda estasiata e ti dice: ma tu canti la mia vita. La stessa cosa che pensavi tu di quell’album di Rilo Kiley.
Canzoni come un salvagente in un mare in tempesta. Roba che talvolta salva la vita.
Due dischi (American Weekend e Cerulean Salt) di cui ci si innamora perdutamente. Che spaziano dall’acustico fino a qualche concessione al rumore e alla distorsione. Li registri con il nome Waxahatchee e nessuno capisce bene perchè. È roba tua, solo tua. Non esiste una band. Solo qualche amico, qualche ex fidanzato che si ferma qualche giorno e suona. Giri il mondo, in tour. Talvolta da sola. Spesso accompagnata. Ma senza soluzione di continuità. Gente che va e viene. Ma non importa: contano le canzoni, in casi come questo.
Ivy Tripp è il terzo album di Waxahatchee.
Non sono più le canzoni che erano un tempo. È il primo album dell’età adulta, evidentemente.
I could stop praying for everybody, I’m just wasting my time, canta Katie ad un certo punto. Come se quella responsabilità e il relativo peso dello scrivere canzoni che ti trasformano in un’amica immaginaria fosse diventato improvvisamente un fardello del quale liberarsi.
Come se avesse capito che non sempre conviene mettere tutto di se stessi in una canzone. Bisogna imparare ad utilizzare la terza persona, talvolta.
Perchè il tempo che passa non rende le cose intellegibili. Anzi, I confini si fanno sfumati. E la cameretta da adolescente problematica è ormai un lontano ricordo.
Canzoni di una persona che ha deciso di muoversi in avanti e non poteva essere altrimenti.
Ma quello che notoriamente rischia di trasformarsi “nel difficile terzo album” si trasforma invece in una nuova versione, più matura e consapevole, di una minuta cantante punk che suona e canta piccole meraviglie pop.

Cesare Lorenzi

Questo pezzo, come tutti quelli che leggerete in questi giorni, sarà pubblicato su carta nel numero speciale della fanzine No Hope, distribuito in occasione del No Glucose Festival il 21 e 22 maggio al Mikasa.

Qlowski live @ No Glucose – 22.05.15 

 

Happy when it rains (Fiver #03.2015)

Jessica Pratt

Jessica Pratt

Tra i pochissimi buoni propositi che cercherò di mettere in pratica in questo nuovo anno, uno in particolare riguarda la musica.
Ci pensavo ascoltando il nuovo album di Panda Bear che, lo saprete a questo punto, è il disco del momento quantomeno in termini di esposizione.
Rimuginavo sul fatto che il mio tempo lo utilizzo male.
Un problema che riguarda anche le attività che amo di più, tra le quali certamente ascoltare musica. La voglia di tenermi aggiornato mi porta ad ascoltare quintali di musica superflua.
E non parlo solo dei dischi oggettivamente brutti, quelli durano lo spazio di un ascolto e poi vengono archiviati e comunque se ci fosse una maniera di risparmiarseli sarebbe manna dal cielo. Ma di quei dischi e di quei gruppi che invece dovrebbero piacermi o che quantomeno hanno tutto per potermi piacere, però non lo fanno.
Panda Bear è uno di quelli.
Curioso che alla fine a forza di sentire pareri illuminati, amici che piangono lacrime di commozione, uno ci provi insistentemente.
È stato così con i loro dischi precedenti, già capolavori conclamati per buona parte della critica che conta. Mi sono ritrovato ad ascoltarli con insistenza e allo stesso tempo farmeli passare in superficie con la stessa facilità del bere un bicchiere di acqua fresca in una giornata da 40 gradi. Per poi riprovarci ancora. E ancora.
In attesa di quel benedetto click che mi facesse capire. In attesa di una rivelazione che invece non è mai avvenuta. Niente, buio completo o quasi.
Quando è stato il momento ho preso la macchina e fatto chilometri per vederlo dal vivo (Noah Lennox si esibisce da solo, infatti). Ma niente, anche in quel caso, nulla da fare.
Ecco, quest’anno, il nuovo disco di Panda Bear l’ho ascoltato poco. Un paio di tentativi, insomma.
Bisogna avere rispetto dei propri buoni propositi che sono frutto di ragionevolezza e lucidità estrema. Vivrò senza Panda Bear.
Se ne farà una ragione sicuramente anche lui e tutti voi, ne sono certo.
Quello che voglio dire, alla fine, è che tutta questa montagna di musica che ogni giorno mi si riversa addosso e tutte queste affannose ricerche sono dettate solo da quel momento, quell’istante che quando ritorna mi ripaga di tutte le ore spese inutilmente con l’amplificatore dell’impianto acceso.
Perché c’è musica e musica. Ma è solo quella che ci parla direttamente che funziona. Quel piccolo luogo di conforto che non tradisce mai le aspettative. Quel momento che quando accade ci si rende immediatamente conto che ne vale ancora la pena. Succede di rado. Ed è sempre più difficile fare in modo che accada.
Ecco, vorrei passare maggiormente tempo in compagnia della musica. Della mia musica. Non mi sembra di chiedere l’impossibile.

Waxahatchee – Air

Katie Crutchfield sa come scrivere una canzone, questo è certo. Il problema casomai è che ci aveva abituato fin troppo bene nel recente passato. “Cerulean Salt”, l’album del 2013, l’ho letteralmente consumato, nonostante fossero canzoni che si reggevano in equilibrio precario: un po’ folk, ma con la giusta dose di rumore che faceva comunque capolino (tanto da farne comunque una band “indie”) e una capacità di scrittura sicuramente oltre la media. Perfetto, insomma. Ma anche fragile. Talmente delicato che in un attimo si rischia di ritrovarsi dalla parte del confine sbagliato: tra le braccia dei lettori di Mojo. Questa canzone che fa da apripista al nuovo album non ci toglie i timori, nonostante, alla fin fine, sia un gran pezzo. Produzione di lusso e deciso passo in avanti in termini di professionalità. Appunto, quello che potrebbe poi rivelarsi come un problema. Ma mettiamoci nei suoi panni, povera ragazza. Non può mica ascoltare noi che vorremmo tarparle le ali e tenercela stretta stretta con la sua acustica scassata e rumorosa a confortare il nostro vecchio cuore infranto. Magari va di lusso, comunque. Vai a sapere.

Wish – Slacker

Disco da riscoprire, il primo di Wish, canadesi di Toronto. Un gruppo che sembra trovarsi alla perfezione nei territori dell’indie-rock venato di chitarre e una psichedelia appena accennata.
Slacker (oh, anni novanta, do you remember?) piazza subito un giro di chitarra contagioso che ha il merito di trasformarsi in un lungo finale di rumore elettrico e distorsione. Roba che a qualcuno ricorderà i primi Yo La Tengo. Roba che da queste parti piace parecchio.

Best Friends – Shred til you’re dead

Non mi chiedete l’impossibile. Di resistere ad una canzone di 120 secondi che indovina un riffetto memorabile e lo fa con l’ostentata indifferenza dell’adolescenza, per esempio. Non me lo chiedete perchè mi risulterebbe impossibile. Questa è una canzone da ascoltare 50 volte consecutive, da consumarsi come una cazzo di big babol finchè non rimane nessun sapore e le mandibole girano a vuoto. Prendersi una pausa. E ricominciare di nuovo.

Jessica Pratt – Back, baby

Non mi fanno impazzire i dischi folk, di solito. Sopratutto quando rimangono nei territori di una tradizione al limite del conservatorismo: voce e chitarra acustica, tanto per intendersi. Ho solitamente bisogno di watt, distorsioni, ritmi e volumi. Poi escono dischi invece classicamente folk che adoro. Mi capiterà una volta all’anno, ad essere ottimisti. L’ultimo caso che mi ricordi è stato quello di Joanna Newsom (che volendo essere pignoli di folk inteso nella sua accezione più classica ha ben poco, ma insomma, dai, ci siamo capiti). Bene, con la Newsom, Jessica Pratt ha un paio di cose in comune: l’etichetta per cui incide, la fantastica Drag City, e -particolare ben più rilevante- una voce assolutamente fuori dal comune. Non si capisce se sia l’accento o se sia proprio il tono della voce ma il risultato è ugualmente strabiliante. Non solo quella, poi. Perchè Back, baby è un pezzo magnifico da qualsiasi parte lo si voglia prendere. Il tempo che passa, i rimorsi per quello che è stato e che nonostante gli sforzi non ritornerà mai più. L’illusione di promesse impossibili da mantenere. E infine l’invocazione del conforto della pioggia, tanto per potersi nuovamente rifugiare in un luogo sicuro. L’amore è solo un mito, in fondo. Na na na na na, la la la la la.

Matthew E. White – Rock & Roll is cold

“Rock & Roll is Cold is about how we continue to take, the most vibrant, soulful, deep music and make it a caricature of itself. We look into it, force it to turn in on itself, force it to turn back on itself, and we lose the source, we lose the mystery, the magic, and we seem to be unaware that any of that is even happening.“ – Matthew E. White
Rispetto per Matthew E. White. Rispetto per il tentativo di riscrivere un linguaggio che qualcuno considera ormai defunto. Lo fa nell’unico modo che conosce: omaggiando le radici. Pescando a piene mani dal repertorio dei classici del soul e del R&B. Ma con un’attitudine lontana anni luce dallo spirito del revival più villano. Un singolo che pone domande e allo stesso tempo porge le risposte. Ed intanto anticipa un album attesissimo.

Cesare Lorenzi