PS16 day 3 – perfetti (Fiver # 25.2016)

ma è ancora pomeriggio e sono con i miei amici al main stage per Wild Nothing. Ieri abbiamo tirato mattina in giro per Barcellona, città da favola: c’era più gente all’alba che mentre venivamo qui oggi, alle cinque di pomeriggio. Ci muoviamo verso il palco Heineken: non possiamo perderci il prossimo concerto.
Un messaggio: Giulio che sta arrivando, ci vediamo al bar 1 qui di fianco fra un’ora e ci guardiamo assieme Brian Wilson. Perfetto.
Stanotte voglio stare con lui: l’ultima notte di festival, di Barcellona. Chissà se ci vedremo più. È così bello e mi piace come mi guarda, come mi parla. Come studiava i miei tatuaggi l’altra mattina, a letto, mentre gli raccontavo il perché di quelle fenici, mentre gli dicevo cose di cui non parlo mai, che non racconto quasi a nessuno. Ma con lui era tutto così naturale, semplice.

Così normale, come fossimo sempre stati intimi, una questione di pelle e pancia.
Uddi mi tira la maglia oversize di Florence and the Machine: Jack è appena salito sul palco con la sua chitarra e sta già partendo To Know You e Arna, che è venuta da Holar apposta per vedere suonare lui, salta in preda a un crisi isterica.
Domani torno a casa, a Kopavogur e al suo mare giusto un pelo più freddo di questo.
Ma oggi ho voglia di non pensarci e godermi l’ultimo giorno di musica e birre e caldo coi miei amici e ho voglia di Giulio, di stringerlo tutta la sera. Tutta la notte.

Oggi tour dei bar con Carlo e i suoi amici: ce lo siamo promessi ieri mentre ci facevamo quell’hamburger prima di separarci, io per i miei Dinosaur Jr., lui verso Radiohead.
Giulia a zonzo con le ragazze e poi mi sa presto sotto l’Heineken per sentire Wild Nothing.
Niente Bob Mould. Mi perdonerà. Per fortuna sono abbastanza vecchio da averlo già visto almeno un paio di volte.
Arriviamo alla salita del Forum che ci siamo già bevuti una vasca di birra. Mi sono perso Brian Wilson, ma di vedere il suo cadavere dietro al pianoforte me ne fregava il giusto.
Sono le nove, dobbiamo muoverci per arrivare all’H&M che fra mezzora attaccano i Deerhunter che sono la vera figata di questo festival e non me li voglio perdere.


Scrivo a Giulia. “Arrivati. Deerhunter”. Mi risponde: “ci guardiamo assieme Sigur Ros?”

Certo che ce lo guardiamo assieme, ma prima c’è PJ e qui sarà una bolgia tutta la sera: da un palco all’altro in sequenza fino a notte a fare ping pong fra i due main stage. Stasera chi si muove da qui?

Raggiunta Fenice che Wild Nothing ha finito di suonare da una mezzora. Sul palco H&M una band spagnola che non si poteva sentire. I suoi amici se n’erano andati a vedere Richard Hawley al Ray-Ban. Noi ci mischiavamo alla folla un po’ hippy del live di Brian Wilson perché io volevo aspettare PJ Harvey sulle transenne.
Pet Sound, gran disco e abbiamo superato il primo quarto d’ora in cui volevo andarmene per il disagio di vedere Brian issato sul palco e parcheggiato dietro al suo pianoforte, braccia molli lungo i fianchi e occhio assente. Passati i primi pezzi, in realtà è stato bello vedere sorridere e cantare uno che ha consumato la vita come lui. La follia ed essere ancora qui. Alla fine sono contento di averlo visto e di aver canticchiato con lui Wouldn’t It Be Nice ballando con Fenice che non sapeva chi fosse finché non si è illuminata al sentire “Beach Boys”.
Troppo giovane per memorizzare un nome così lontano. E così maledettamente bella con i capelli raccolti in due trecce che sembrano fatte apposta per ballare tra le hipster finto freakkettone che con gli occhiali da sole tondi cantano a squarciagola tutti i pezzi.
Ma adesso è buio da un po’ e tutti qui aspettano la regina del Primavera.

E lei arriva ed è lei. Unica. Abito lungo, elegantissimo. Sassofono e capelli acconciati. Lei non suona la chitarra (maledizione, ti ho pregato di prendere quelle sei corde in mano ogni volta che ti vedevo chinare ai piedi della batteria) ma canta e balla ed è magnetica e la folla è rapita, si muove appena come fosse coinvolta in un rito, qualcosa di più grande di un concerto.
La sacerdotessa officia il suo sabba di musica e vibrazioni e comincio a sentirmi lontano dal mondo, da qualunque preoccupazione: pieno di energia che si muove fin nella pancia e lascio che siano le note dal palco a guidare la sera nel buio di Barcellona.

E lo sapevo. Li aspettavo. Ho lasciato PJ a metà per correre sotto al palco H&M perché non mi volevo perdere nemmeno una nota. Niente. Jon, Georg, Orri e gli altri sono sul palco da una ventina di minuti e su tutta l’area mainstage è caduto un silenzio surreale. Eterei come sempre, ma qui è qualcosa di più, con quel retropalco enorme e le proiezioni che sembrano voler uscire dagli schermi, le luci magiche. Indescrivibile. Tanta gente piange. Io, a tratti, non so più dove sono e stringo la mano di Maria che ha il volto rigato dalle lacrime ma sorride.


Marco arriva, improvviso, e mi prende la mano mentre un piccolo boato e singhiozzi accompagnano le prime note di Untitled1: « visto che ti ho trovata anche sta volta? » e mi abbraccia e sembra di essere su un altro pianeta. I Sigur Ros dal vivo ti fanno sentire che esiste qualcosa oltre la materia, qualcosa che sta attorno e che loro sono riusciti ad imprigionare e rendere, ogni volta, da un palco che diventa un posto lontanissimo. Da un’altra parte. Non su questo mondo e mi lascio andare all’abbraccio di Marco che fa il duro ma sento il respiro che cambia e quando gli carezzo il viso è umido sotto gli occhi e non potrebbe non essere così.

Giusto il tempo di riprenderci dagli schiaffi al cuore dei Sigur Ros con un paio di birre e sul palco di fronte inizia a suonare Moderat. Ultimo big di questo festival. Sento già la malinconia di domani, quando tornerò dalle ragazze a prendere la borsa. Quella malinconia che sentivo da bambina l’ultimo giorno di vacanza al mare, quando si salutavano le amiche diventate sorelle in tre settimane, depositarie dei segreti più intimi. I ragazzi con cui si era riso per giorni e giorni e lui, che già faceva il duro e si accendeva di nascosto della paglie in pineta. Lui che era stato il primo bacio vero. E ci si scambiava indirizzi su foglietti che a settembre sarebbero andati perduti ma quel giorno, erano la cosa più preziosa da tenere con sé.
Marco mi guarda coi suoi occhi da cucciolo preoccupato: « tesoro, tutto bene? », « certo » sorrido stiracchiando le braccia: « sono un po’ stanca. Vai a prendere due birre che non ho voglia di fare la fila? ».
Mi giro verso il palco mentre Marco va al bar, col suo passo sghembo che mi piace tanto. Forse sono davvero innamorata di lui e devo solo dirmelo. E dirglielo.
Ci pensiamo domani.
E tu guarda chi c’è lì davanti a me a ballare come un deficiente… Pochi metri e lo prendo per la felpa. Ci mette qualche secondo a capire che qualcuno lo sta tirando. Si gira. Allarga un sorriso bastardo da passerella. Ma è contagioso. Mi guarda e si mette a ridere: « ciao ».
Faccia da schiaffi. Ma viene da ridere anche a me: « ciao ».

E poi suoneranno ancora Ty Segall, Julia Holter e forse riusciremo a vederli e poi chiuderemo tutto ballando ubriachi le maragliate di Dj Richard e Dj Coco, storici sbaraccatori del Primavera Sound, ma adesso siamo in migliaia con le braccia al cielo perché Moderat ha fatto partire la sua A New Error e vedo Fenice che salta a ritmo mentre va a prendere altre due birre – ti vedrò mai più? Ci sarai sempre? domande che adesso non hanno peso – e io non posso stare fermo e questi quattro giorni mi pulsano dentro a ritmo di questo che d’ora in poi per me sarà il pezzo di chiusura del Primavera Sound 2016. Quattro giorni pazzeschi e meravigliosi, ricaricare le pile e svuotare la mente, riempire il cuore e liberare il corpo.
Perfetti. Quattro giorni perfetti. Perfetti io e Fenice, i sorrisi che ho incontrato, le albe che ho visto.
Sento tirare la felpa. Mi giro: Giulia. La milanese. Scoppio a ridere: « non ci credo! ».
«Te l’avevo detto che ci saremmo bevuti quella birra…».
Incontro lo sguardo di uno che ho già visto. Certo: ieri, palco dei Dinosaur Jr., ci siamo salutati. Forse uno che ho conosciuto al Covo. O al Freakout. O all’Hana-Bi. O chissenefrega.
Sorrido. Fenice sta tornando che ancora saltella spandendo birra da tutte le parti. Potrei guardarla per ore.
Perfetti.
Giulia fa spallucce, il suo muso da furbetta con gli occhi grandi, alza il bicchiere che il tipo, un po’ perplesso mentre cerca di capire dove mi ha visto, le ha appena dato. Non riesco a smettere di sorridere e

Fabio Rodda

Gruesome flowers (a Captured Tracks history)

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Non abbiamo mai creduto davvero alla retorica “indie”. Ad ascoltare Calvin Johnson o Ian MacKaye abbiamo però compreso che talvolta stare dall’altra parte é una necessitá. Non per moda o per atteggiarsi ma semplicemente per sopravvivere. Trent’anni fa (la Dischord nasce nel 1980) parlare di etichette indipendenti rivestiva questa importanza. Chi ha avuto il buon gusto di guardare “The Punk Singer” (ne abbiamo parlato diffusamente qui) il film-documentario su Kathleen Hanna saprá a che cosa ci riferiamo.

Ma “indie” intese come etichette discografiche nel corso del tempo e nell’accezione comune sono diventate tutte quelle che semplicemente non facevano capo a nessuna multinazionale dell’industria discografica. Storie straordinarie in alcuni casi ma diventa difficile e per ovvii motivi paragonare Ian MacKaye ad Alan McGee, per esempio. (Sulla Creation di Alan McGee magari recuperatevi il documentario Upside Down: The Creation Record Story)

Tutto questo per dire che se abbiamo deciso di spendere due parole sulla Captured Tracks, un’etichetta indipendente di Brooklyn, é solo perché nel suo catalogo abbiamo trovato negli ultimi 6 anni il meglio delle nuove proposte “indie”, ma di etica, di alternativa, di filosofia morale nessuna traccia. Poco male.

Questa premessa era necessaria perché nel caso della CT va apprezzato innanzi tutto il lavoro, come dire, di scouting. La ricerca di nuovi talenti é proprio alla base del manifesto d’intenti che la label stessa si é premurata di pubblicare sul sito, e che potete leggere qui, casomai vi venisse voglia di mandargli un demo.

Impresa familiare, in sostanza, dove le decisioni vengono prese non in base a piani industriali ma grazie alla passione che ispira Mike Sniper (oltre che discografico anche musicista con la sigla Blank Dogs), il factotum che ha messo in piedi un piccolo fenomeno nel giro di poche stagioni. Le edizioni curate in maniera quasi artigianale (del vinile, in particolare) sono solo un altro esempio in questo senso. Amore per la musica, insomma, coniugato ad un eccellente gusto in fatto di nuove e vecchie band.

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Piú che di etica “indie” é piú corretto parlare di artigiani della piccola industria, insomma. Perché se l’ideologia é morta in politica figuriamoci in queste mere faccende legate all’intrattenimento o, ad essere buoni, all’arte.

Messo in chiaro il contesto bisognerebbe mettere in luce la figura di Mike Sniper. Un nerd di prima categoria. Come definire altrimenti qualcuno che se ne sta a Brooklyn e sogna di ristampare vecchie band di shoegazers anni ´90, preferibilmente inglesi?
La CT ha combinato i due aspetti: le ristampe e le novitá discografiche. Ha addirittura aperto una “filiale” destinata solo alle ristampe della Flying Nun, per dire. Ed intanto ha continuato a sfornare uscite di band clamorose, roba che ha segnato in maniera definitiva le ultime annate, a forza di dischi che abbiamo ritrovato nelle playlist di fine anno della stampa specializzata.

Se vi dovesse capitare l’occasione, a Brooklyn, in 10 minuti a piedi vi fate il negozio di Rough Trade e quello per l’appunto di CT, quest’ultimo con una selezioni di vinili usati che se non fate attenzione rischia di azzerarvi il conto corrente. Il negozio di vinile (e cassette) non é che l’ultima delle molteplici attivitá dell’universo che gravita attorno alla figura di Mike Sniper.CT-3-500x331

CT si é rapidamente trasformata in un’etichetta che ormai identifica un mondo. È una delle poche realtá che ha colmato quel vuoto lasciato nel corso degli anni dalle varie Matador, Sub Pop o Creation.

Indie-labels che negli anni ´90 hanno dettato i ritmi di quello che andava o non andava ascoltato, che hanno rappresentato lo stile che andava seguito, che ci hanno semplicemente fatto credere di avere il mondo ai propri piedi. Il sogno si é poi disintegrato ed é per questo motivo che seguiamo le vicende Captured Tracks con interesse, giusto per capire se é ancora possibile seguire una strada differente dalle solite. L’esperienza ci consiglia cautela ma intanto ci stiamo dentro con entrambi i piedi e siamo contenti di poterlo fare.
La Captured Tracks è una di quelle “cose” capaci prima di pigiare il tasto di arresto al fluire delle epoche e successivamente spingere quello di riavvolgimento del nastro senza per questo sembrare una faccenda per nostalgici rincoglioniti. Con i suoi dischi noi forty (e molto) something siamo precipitati in un buco spazio temporale, risucchiati verso la nostra adolescenza che pensavamo nostra e solo nostra ma che invece proprio al centro di quel vortice, un quarto di secolo dopo, ci siamo trovati a condividere con la gioventù di oggi.
Come se un black out totale avesse oscurato una bella fetta del recente passato riportando l’approccio alla musica verso un salutare (almeno per noi) back to basics.

Mike Sniper in una recente intervista ha messo in chiaro da dove viene. Quali sono le band che hanno messo in moto tutto questo processo che ha portato alla nascita della CT, perché ci sono sempre dei colpevoli alle spalle, ce lo ha insegnato la storia, anche la nostra personale.
Ha fatto tre nomi, tra gli altri: Lush, Pale Saints e Medicine (dei quali ha in effetti ristampato il catalogo).

Dei primi ricordiamo un’intervista che facemmo in coppia nel backstage di un locale modenese, nel settembre del 1992 (Sniffin’Glucose esiste da 22 anni, in pratica). Dei secondi un concerto a Francoforte, affrontato dopo 10 ore di macchina, con la stanchezza che piegava le ginocchia. Dei Medicine una data londinese in un pub, con il volume degli amplificatori talmente fuori dai limiti che in seguito i My Bloody Valentine ci sarebbero sembrati delle educande.

Francamente tre episodi che vissuti in prima persona mai ci avrebbero fatto pensare di poterne parlare a distanza di cosí tanto tempo. Ma questi sono i vantaggi dell’esserci stati. Non potevamo naturalmente sapere che dall’altra parte del mondo, gli stessi avvenimenti, avrebbero modellato l’“educazione sentimentale” di una persona che, a sua volta, si ritrova a condizionare i nostri ascolti attuali.

Una sorta di circuito di associazioni musicali, di indole e di attitudine che potrebbero sembrare casuali. Invece, se ci ritroviamo settimanalmente con quei dischi marchiati CT tra le mani significa solamente che un cerchio in qualche modo é andato a chiudersi.

Di seguito un elenco di personalissime scelte dal catalogo, per fare il punto dei questi primi sei magnifici anni di vita.

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Dum Dum Girls: s/t EP (CT 001, 2009)
Dietro la sigla pare si nasconda una ragazza che di nome fa Dee Dee (dice nulla?) e di mestiere cataloga libri in una biblioteca della città in cui vive, Los Angeles. Esaurita la manciata di copie del primo quarantacinque giri (Longhair, Hozac Rec.), elementare e dissonante esercizio sul canovaccio Velvet Underground/Jesus and Mary Chain, la ragazza ha pubblicato un 12” che pare la riedizione di un vecchio singolo dei Pastels riversato su vinile da un nastro ancor più vecchio e mal in arnese.
La musica esce rumorosa eppure avvolta nell’ovatta di una registrazione al cloroformio che narcotizza ganci surf, nasconde la voce e anestetizza chitarre fuzz. Il tempo sancirà se trattasi di meraviglia o ennesimo pacco, per ora registriamo con un sorriso il caos con cui dal suo sito la ragazza, o chi per lei, gestisce gli ordini delle prime uscite e posta video che paiono vecchi nastri di famiglia residuati dagli anni’70.

The Beets: Spit in the face of People Who Don’t Want to Be Cool LP (CT 010, 2009)
Sono in quattro e arrivano dal Queens (NY). Si inventano melodie a presa rapida, praticamente istantanea, ma fanno di tutto per nasconderle dietro ad un suono minimale e molto, molto casalingo. Sarà l’attitudine da buona la prima guai a riprovarci o anche solo il quartiere di provenienza, ma finiscono per ricordare i Ramones in salsa folk. O quei Moldy Peaches dei quali ci innamorammo qualche anno fa e dei quali ancor oggi stiamo cercando degni epigoni. Sgangherati nel sentire la musica, puliti e precisi nell’esprimere quel sentimento.

The German Measles: Wild EP (CT 030, 2009)
Gente che non ha la minima idea di ciò che sta facendo, i German Measles da Brooklyn. Quartetto il cui 50% milita nelle fila dei Cause Co-Motion! (non sapete chi sono? Affari vostri), piazzano su un vinile a 12” sei canzoni che friggono sopra un fuoco garage pop punk incredibilmente contagioso. Eternity, traccia d’apertura del secondo lato, è un vero e proprio inno. Di fronte a tale meraviglioso sfacelo non possiamo far altro che alzarci in piedi ed applaudire.
Dei German Measles si sono perse le tracce dopo A German Joke Is No Laughing Matter, album uscito per What’s Your Rupture nel 2011. Un paio di loro di recente hanno pubblicato in balotta totale (Crystal Stilts, Juan Waters, Gary Olson) un album a nome Beachniks. Se lo trovate in giro comperatene una copia anche per me, ve la pago bene.

Blank Dogs: Under and Under 2xLP (CT 059, 2010)
Synth e battiti elementari di drum machine, chitarra in riverbero perenne, il basso che ingrana giri wave. Il poker di inizio carriera dei Cure è la bibbia, tutto il resto si trova nella serie di ristampe infilata dall’etichetta del capo (Servants, Cleaner from Venus, Chills, Medicine, Wake, Servants, Clean). Pop in equilibrio, a tratti rumoroso e scuro a tratti semplicemente – appunto – pop con aperture melodiche capaci di suscitare emozioni.

Beach Fossils: s/t LP (CT 067, 2010)
A volte cercare di descrivere un suono semplice e diretto è più arduo che azzardare spiegazioni circa musiche costruite su strutture complesse.
Beach Boys e Byrds passati attraverso un setaccio che alla fine trattiene quasi tutto, tranne le melodie, perfette nel loro scheletrico splendore, giri di chitarra essenziali, voce lontana, simulazione di cori da spiaggia californiana e le improvvise virate in accelerazione brit wave di Twelve Roses e di Daydream, capolavoro assoluto per chi ha amato i suoni eighties di Sound e Chameleons.

Wild Nothing: Gemini LP (CT 068, 2010)
Cocteau Twins, Smiths, Belle and Sebastian e Pains of Being Pure at Heart. Scegliendo quattro punti cardinali distanti tra loro nel tempo ma ugualmente adatti ad inquadrarne il suono e ancora più lo spirito, il disco con cui Jack Tatum iscrive il suo nome a referto rimbalza nel perimetro limitato da questi quattro nomi. Un dream pop che quando trova la strada giusta nel mettere in fila ritmo, strofa e ritornello (Summer Holiday) sbriciola il gelo costruito altrove sulla rarefazione dei suoni (Pessimist e The Witching Hour) e sull’uso romantico e molto smithsiano delle parole: Boys don’t cry/They just want to die (ancora Pessimist) e più oltre Our lips won’t last forever and that’s exactly why/I’d rather live in dreams and I’d rather die (Live in Dreams). Ingenuo e minimale, Wild Nothing pare citare i New Order (Chinatown), ma in realtà come molti dei suoi coetanei punta verosimilmente altrove: ai mai dimenticati Field Mice, ai Wake e alla Svezia di scuola Labrador.

The Soft Moon: s/t LP (CT 085, 2010)
Tra i tanti gruppi che negli ultimi anni hanno fatto del revival wave la propria ragione di vita, i Soft Moon sono assieme ai Prinzhorne Dance School quelli che più di ogni altro sono riusciti a coniugare rigore stilistico e perfezione filologica nell’interpretazione di quel preciso immaginario. Suono secco e subito puntato alla gola, profondo. I muri tremano sotto i colpi del basso che pulsa come materia viva. Luci bianche e buio tra mille flash che si trasformano all’istante in flash back capaci di accentuare nei più giovani il rimpianto per un’epoca che per colpa dell’anagrafe non sono stati in grado di vivere.

Minks: By The Edge LP (CT 086, 2011)
I Minks sono l’ennesimo tassello di quella lunghissima sequenza di nomi che collega il primo decennio del nostro secolo alla penultima decade del precedente. Coppia newyorchese girl/boy talmente bella a vedersi da risultare quasi sospetta, i Minks a parole la buttano sul gotico (Funeral Song, Cemetery Rain, Our Ritual) mentre coi fatti pescano a piene mani dall’immaginario sonoro minore di quegli anni ’80 lontani ma sempre presenti: l’arpeggio della strumentale Indian Ocean è in parti uguali miscela di Felt e Durutti Column, mentre Funeral Song è a tutti gli effetti una canzone (riuscitissima) vagante nello spazio tra il secondo e il terzo album dei New Order.
Quelli fighi citeranno Wake, Field Mice e qualche sconosciuto singolo della Sarah, quelli meno sofisticati troveranno relazioni coi Drums (Cemetery Rain) e addirittura legami con i Culture Club (Ophelia).

Widowspeak: s/t LP (CT 118, 2011)
Condividono le visioni cupe dei Mazzy Star, una voce di donna che calca frequenze in zona Hopa Sandoval e una sensazione generale di tristezza, angoscia e malinconia spalmata su canzoni estremamente. La chitarra lambisce il feedback e arrota un suono che passeggia su bordi indie. Non ci sono tracce deboli e nessun riempitivo, la band con l’ aiuto di Jarvis Taveniere di Woods crea un suono unico utilizzando materiali pur familiari a tutti.

DIIV: Oshin LP (CT 158, 2012)
Non glielo auguriamo ma Zachary Cole Smith potrebbe diventare il Cobain della sua generazione. Per ora non si capisce quanto ci faccia e quanto ci sia, comunque sia il debutto dei suoi DIIV è stata una sorpresa: fortemente derivativo, come del resto il 100% del catalogo CT e tutto sommato piuttosto monocorde eppure pervaso di personalità e con una canzone (Doused) che a me personalmente ha risolto parecchie serate nell’ultimo biennio.

Holograms: s/t LP (CT 159, 2012)
Da Stoccolma via New York ancora un centro dalle parti dell’etichetta di Mike Sniper. Basterebbe una traccia per far scivolare l’omonimo debutto degli svedesi nei cuori degli indie kids se la categoria esistesse ancora: Chasing My Mind è frenetica, disordinata e orecchiabile come fosse un singolo punk del ’77 suonato con la consapevolezza della wave successiva, riuscendo ad essere canzone ugualmente monumentale e schizofrenica. Poi c’è tutto il resto, che è come se i Comet Gain avessero deciso di suonare i primi due dischi dei Killing Joke, per citare due realtà care a chi scrive. Tecnologia cheap, un pizzico di cattiveria, una parte di disperazione da noia e quel senso di melodia per cui gli svedesi sono secondi (forse) ai soli inglesi.
Innamoramento istantaneo.

Mac DeMarco: 2 LP (CT 164, 2012)
Come Ariel Pink in canadese Mac DeMarco, classe 1990, si tuffa nel soft rock americano anni ’70 e lo attualizza con gusto innato per la melodia. Sregolato, bizzarro e cazzone tout court il ragazzino quando decide di ingranare la marcia sbaraglia la concorrenza.

Perfect Pussy: Say Yes to Love LP (CT 192, 2014)
Siamo sinceri: dei Perfect Pussy non ci abbiamo ancora capito nulla. Il disco ci piace e non ci piace, ma loro sembra abbiano cose da dire e paiono molto molto interessanti.
Impossibile non prestargli attenzione, del resto con il nome che si sono scelti come si fa a girarsi dall’altra parte?

Arturo Compagnoni & Cesare Lorenzi