Sunday morning (Fiver # 40.2017)


Dovessi decidere un orario giusto in cui accomodarti a colazione nel tinello di casa tua la domenica, con ogni probabilità non sceglieresti le dieci e mezza del mattino. Non importa se in quel momento attorno hai solo te stesso e tutti gli altri sono altrove. Non conta se nessuno si accorge che sei lì. Potresti startene ancora nella stanza nera del locale dove hai trascorso la notte appena conclusa e non cambierebbe niente per chiunque se non per te. Saresti solo un po’ più stanco e un po’ più vecchio.
Alzarsi ad un orario piuttosto che a un altro del resto è solo una questione di ordine e di organizzazione del tempo, qualcosa che ha a che fare con la qualità della vita in definitiva. Della tua vita.

Xiu Xiu & Deerhoof “Disorder” (Joy Division cover)

Le dieci e mezza di mattina è troppo presto o troppo tardi, dipende.
E’ troppo presto se delle ultime ventiquattro ore ne hai dormite solo quattro.
Troppo presto per sconfiggere il sonno e troppo presto per cancellare il ricordo della notte precedente, stirata fino alla luce dell’alba, giusto un attimo prima che il bagliore del sole frantumasse il buio attorno a te.
Le dieci e mezza della mattina è troppo tardi per fare ciò che la data scritta sotto al nome sulla tua carta d’identità suggerirebbe di fare. Qualcosa tipo una passeggiata lungo via Indipendenza, che alla domenica è l’alveo di un fiume svuotato da bus e scooter con i portici che fanno da argine incanalandone il corso tra la stazione dei treni e la statua del Nettuno. E risalire in cima fino al Canton de’ Fiori per tracciare una linea che divida in due la mattina: un caffè, un bicchiere di naturale a temperatura ambiente e la cronaca locale del Carlino, poi lo sport. Bologna, Virtus e Fortitudo, non necessariamente in quest’ordine.

Courtney Barnett & Billy Bragg “Sunday Morning” (The Velvet Underground cover)

Invece la tua domenica mattina fuori orario comincia a casa, sulle scale che trasformano la notte in giorno garantendo una divisione d’ambienti che ha il sapore di una borghesia tardi anni ottanta. Incerto se scendere o fare dietro front per ritornare nel buio sigillato dagli scuri ancora chiusi in camera evitando di affrontare quel sole che in una giornata ghiacciata di metà gennaio neanche è giusto che stia lì in mezzo al cielo, dietro l’enorme vetrata che rimpiazza da sempre la parete est del tuo soggiorno.
E’ tutto fuori posto. Preferiresti sentire la pioggia rimbalzare sulle tegole sopra la tua testa e poi scoprire che la nebbia è salita dai campi narcotizzando la luce del giorno, come in quel film che da piccolo ti aveva così spaventato.

John Carpenter “The Fog Main Theme”

Invece la stanza di sotto è allagata da un riverbero di luce gialla e arancione, il barbaglio impietoso di un sole che è una lama infilata dritta nel cervello a separare l’ultimo gin tonic della notte appena terminata dalla prima aspirina della mattina. Quella che tra un attimo metterai a friggere dentro a un bicchiere pieno d’acqua di là in cucina nella speranza, invero assai ottimistica, che il suo effetto rimetta a posto i tasselli del puzzle che qualcuno ha mescolato a caso nella tua testa.
E’ tutto sbagliato: l’orario, il sole, il sapore di caffè bollito troppo che tra poco avrai in bocca, l’odore di fumo che sale dal mucchio di abiti gettati in un angolo. Tutto nero: camicia, braghe, giacca, calzini, mutande. Sbagliato anche il colore di quei vestiti, l’unico che ti piace indossare, del tutto inappropriato per affrontare una giornata del genere.

The Sisters of Mercy “Lucretia My Reflection”

Consideri il fatto che forse le notti non dovrebbero finire mai e se proprio non si può fare a meno che finiscano allora sarebbe meglio se non cominciassero per niente.
Decidi di scendere le scale e andare di sotto. D’altra parte non è quello che hai sempre pensato? Andare avanti, sempre: la perseveranza ti renderà invincibile.
Ti avvicini alla libreria, sfili un disco a colpo sicuro perché sai che in quel momento c’è una sola canzone in grado di far scivolare lentamente a terra il peso che hai sulle spalle.
Metti sul piatto il pezzo di plastica nero e ti auguri che la puntina centri il solco giusto, quello vuoto tra la prima e la seconda canzone del lato b.
La musica invade la stanza e in quel momento hai la netta sensazione di trovarti dentro un film dove tutto quello che è successo prima era solo un pretesto per arrivare al punto in cui far partire quella musica.

The Durutti Column “For Belgian Friends”

Mentre ti concentri sul suono della chitarra di Vini Reilly pensi che c’è sempre una canzone adatta a sistemarti l’umore e assestare il tuo stato d’animo.
Qualunque cosa succeda, da qualche parte c’è una canzone capace di rimettere ogni cosa al suo posto.
Fin quando saprai dove trovarla il tuo mondo continuerà a rimanere a galla.
E tu con lui.
Forse.

Arturo Compagnoni