Mosche, muli, asine e cuori – parte seconda (Fiver #37.2015)

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Un racconto in tre Fiver di Fabio (prima parte)
soggetto: Rebecca
colonna sonora: Dario

Sono proprio in una situazione dimmerda perché non posso rifiutare e non posso ricambiare. Posso solo buttar giù un altro stronzissimo verme che mi comincia a mangiare lo stomaco da dentro e sorridere a Steb: «al grande Steb!» alzo il bicchiere giallo al cielo e ingoio ad occhi chiusi aspettando di cadere per terra svenuto. Steb risponde al mio brindisi con uno sguardo di odio mentre Goldie adesso indossa una camicia bianca e un gonnellino a pieghe nere, parigine chiare con due righe grigie appena sotto il ginocchio e scarpe basse, una divisa da College si direbbe che quando cazzo mai se la sarà messa? Goldie è in mezzo alla sala che balla da sola quel pezzo lento di cui si intuisce solo il basso e la batteria pettinata e fra me e Steb non c’è che uno sgabello vuoto e il suo sguardo di morte.

Cazzo, mi ammezzerebbe adesso se potesse e in realtà può perché chi mi verrebbe in soccorso? Il polipo gigante, che parla con lui una lingua che non sembra neanche terrestre?

Goldie balla al centro del pavimento a scacchi, la gonna nera che oscilla lenta e mi guarda e scivola con le mani su quelle gambe che vorrei solo mordere fino a staccarne la pelle.

Steb è sempre più rosso di rabbia, sembra un crostaceo. È un cristo di granchio gigante, un astice, un gamberone, un coso orrendo che cambia facendo sbattere chele enormi sopra la testa e io non riesco ad alzarmi dallo sgabello non mi posso più muovere e credo che sia veramente la fine. Adesso mi staccherà la testa con la merdosa chela e poi mi succhierà il cervello con quel becco di aragosta.

Sto per morire.

Chiudo gli occhi.

Poi la porta con un botto si spalanca e dalla tempesta fuori entra una bionda, un metro e mezzo di gambe nude, occhi da gatta e il grembiulino da cameriera, unico pezzo di stoffa a coprirle le cosce. Attraversa il corridoio come su una passerella di Victoria’s Secrets fra tuoni che la porta ancora aperta non riesce a tener fuori e fuochi d’artificio ad ogni passo.

S’infila agile sotto al pass del bar e corre incontro al gigante che adesso ha un sacco di spazio attorno lì dietro – ma com’è possibile che sto posto cambia, i vestiti cambiano, le persone cambiano? Mi guardo allo specchio e controllo il riflesso: sono sempre io. Che non so chi è, ma almeno è la stessa faccia di quando sono entrato – e gli stampa un bacio sulla fronte. Lui risponde con un grugnito all’indirizzo di Steb che ride sbattendo rumorosamente chele e baffi che sembrano di ferro.

La bionda lo vede, Steb ride eccitato, lei si siede sul bancone e sul culo di marmo fa fare il giro a quel chilometro di gambe in All Star basse rosa che quasi mi colpiscono dritto in faccia. Mi scanso e lei non sembra curarsi minimamente di avermi quasi preso a calci il naso e butta le braccia al collo di Steb che risponde stringendole il culo, quel culo che neanche se lo disegni viene fuori così perfetto. Lo stringe con una mano, una chela, cazzo è  quella roba e le morde il collo mentre lei ride divina bellezza in questo cazzo di delirio.

Non ci posso credere, eppure tutto questo mi sta succedendo davanti alla faccia e allora mi volto e Goldie è seduta con le sue calze bianche con la riga sotto al ginocchio sullo sgabello alla mia destra e fissa Steb. E butta giù un’altra vodka liscia e si riempie subito il bicchiere.

Il centone è ancora sul banco e Steb mi fissa da dietro i capelli della bionda che nel frattempo è diventata una coniglietta di Playboy con tanto di orecchione di paillettes. Guarda me e poi il bicchiere vuoto e fa un cenno al polipo che intanto sta asciugando i boccali lavati. Il gigante risponde con un sorriso e mi versa l’ennesimo shot. Questa volta niente verme. Lo ringrazio e sollevo il bicchierino verso Steb. Lui continua a massaggiare la chiappa della cameriera che si struscia come una gattina sul suo completo nero – è di nuovo il maledetto pinguino di batman – e si fa le unghie sulla cravatta.

Poi sulla testa di manidipolipo appare una campana grande come quelle dei campanili delle chiese medievali e lui si attacca con tutto il suo peso alla corda che pende dall’alto. Tre tiri e rilascia e il gong è così potente che i vetri dietro di me esplodono, io mi sento spostare e cadere dallo sgabello, Steb mi prende al volo e sento il suo alito fetido da sigaro e gintonic e acciughe: «ultimo giro, straniero. Poi, con me!». Mi rimette seduto con una spinta e riprende il massaggio alle natiche perfette della gattina bionda.

Raccolgo la giacca di pelle dallo sgabello e faccio per salutare. Steb mi prende la mano sinistra: «tu accompagni la mia signora e me nel prossimo locale» dice un secondo prima di infilare mezzo metro di lingua in gola alla bionda che risponde: «ehi, appena stacco vi raggiungo, non divertitevi troppo senza di me» e ondeggia con quel culo che potresti impazzirci solo a guardarlo.

Si va al Kadlie’s Bar. Mentre Steb si alza, Goldie mi precede. Va verso l’uscita, mi fa cenno di passare. Poi muove lei il primo passo: ci troviamo di colpo incastrati nello spazio della porta aperta. Lei si avvicina, si avvicina così tanto con le labbra alle mie che sento il suo cuore vibrare sotto la pelle liscia e bianca come la neve. Con gli occhi mi lancia una promessa che brucia già nel fondo dello stomaco, che fa vibrare la pancia e tutto il resto.

I battenti del Kadlie’s si spalancano su noi tre e la musica ci investe come un camion di cassa in quattro e luci stroboscopiche. Ma dove cazzo sono finito?

La sala è piena di fumo di sigarette e nebbia che un dj impazzito, Borsalino e occhiali da sole, fa sputare alla fog machine di fianco alla consolle. Vedo muoversi corpi che non riesco a capire se sono uomini, donne o cosa.

Le cameriere si mettono ad urlare neanche fosse entrato Mick Jagger e ovviamente tutte quelle grida non sono rivolte a me: dieci secondi e Steb è ricoperto dalle ragazze che sembrano non aspettare altro. Dieci secondi e al posto di Steb c’è un groviglio di tette e culi che vogliono solo togliersi quei pochi centimetri di stoffa e farsi mordere dalla bocca di quel vecchio bavoso. Steb risponde infilando nel cordoncino dei tanga banconote da cento come se questa fosse l’ultima notte della storia del mondo.

Cerco Goldie nella nebbia e riconosco il suo profilo – ora è fasciata in una tuta di vinile nero, stivali col risvolto sotto al ginocchio, di nuovo tacco a stiletto – già al bancone, già un bicchiere in mano, già quella che scommetterei la vita sia vodka nella bocca.

Faccio un passo verso di lei, ma Steb mi ha già letteralmente lanciato addosso una mora con gli occhi blu che mentre balla su di me diventa una coniglietta, poi mi abbraccia e mi usa  come un palo da lap dance e diventa una gattina nera che si struscia fra le gambe.

Se al bancone non ci fossero le labbra di fuoco di Goldie resterei qui, attaccato al culo in tanga nero che adesso scivola appoggiato al mio bacino. Lei sente che io mi sto spostando, si volta, mi guarda e capisce che sto andando via. E’ di nuovo una gatta nera e mi graffia un braccio che non comincia a grondare sangue solo grazie al chiodo di pelle spessa. Tagliato, quattro graffi in diagonale, la gattina che adesso è tornata sculettando da Steb e lecca l’orecchio di una bionda.

Ma io voglio le labbra di Goldie, voglio prendermi quello che mi ha promesso scopandomi  con gli occhi mentre uscivamo dal bar del cazzo di polipo.

Sono al banco. Bevo vodka che non ho ordinato nel fumo con lei. Ci fissiamo senza mai abbassare lo sguardo. Posso leggere nei suoi attorno alle sue pupille il sangue di mille notti di fuoco.

Mi chiede di nuovo d’accendere e tiro fuori dalla tasca l’accendino che è diventato una scatola di fiammiferi. Ne accendo uno e l’avvicino alla sigaretta. Goldie mi prende il polso e lo stringe e rimaniamo fermi fissandoci negli occhi mentre il cerino mi incendia indice e pollice ma io non batto ciglio, non chiudo gli occhi, non soffio sulle dita, non cerco nemmeno di divincolarmi dalla sua stretta.

Restiamo così ed è sesso ed è il sesso più feroce che abbia mai fatto. Siamo un unica palla di fuoco sul bancone di pietra.

Due mani mi coprono gli occhi. Una voce che non ricordo mi sussurra nell’orecchio con il timbro più sexy che abbia mai sentito: «Ehi cowboy, ti ricordi di me?» e sono le labbra rosa di Betty, la cameriera del bar di polipo-cazzo-di-mostro-gigante. E, di fianco a lei, la sua fotocopia: stesso sguardo e stesse mani che però s’infilano direttamente una sotto la camicia, l’altra a slacciare la cintura dei jeans.

Sono stanco e ubriaco, la testa pesante e quelle due paia di mani mi trascinano verso la pista. Non riesco ad opporre resistenza, non riesco a rimanere al banco anche se voglio la bocca rosso sangue di Goldie, ma Betti e Betti2 ballano una davanti ed una dietro di me e infilano a turno la loro lingua nella mia bocca e le loro mani sotto i miei pantaloni e io non riesco più a controllarmi ed in ogni angolo di questo cazzo di posto pare ci sia un’orgia e non vedo più Steb né Goldie e adesso ballo o forse scopo Betty o Betty2 contro il muro mentre l’altra mi morde il collo e mi graffia la pancia da dietro. E poi si cambiano e sono urla da felino che lotta.

Ma vedo Goldie. Di nuovo al bancone e mi fissa. In mezzo al fumo, al caos di corpi che si avvinghiano, si staccano, si voltano e ricominciano, diventano animali, scompaiono nei muri. Vedo lei e lei vede me.

Mi stacco dalle unghie delle due Betti e barcollo verso il bancone. Un drink rosa in mano. Non l’avevo un secondo fa. Il bar si muove slow motion. La pista è vuota. Steb sembra sparito e con lui buona parte delle cameriere e Goldie si sta accendendo un’ennesima sigaretta da un braccio teso dal bancone e vedo il fumo che esce da quelle labbra. Cazzo, quelle labbra. Devo avere quelle maledette labbra e ormai sono ad un passo da lei e questa volta non la guarderò, non le dirò niente: la prenderò semplicemente buttandola sul bancone e me la scoperò mentre lecco la sua bocca d’inferno.

«Mi chiamo Ginkgo»

«Cosa?»

«Ho detto: mi chiamo Ginkgo»

«Cosa?»

il locale è vuoto. Le luci alte. Il barista è un jack russel isterico che lava i bicchieri con la lingua e scodinzola.

«Ma che è successo? Dov’è Goldie?»

«Chi?»

«Goldie, Steb, dove cazzo sono tutti?»

«Amico sei fatto duro» e ride e si mette a rincorrere impazzito una pallina che rimbalza in mezzo alla pista al centro della pista sulla stessa verticale e Ginkgo salta e salta sempre più folle cercando di prendere la pallina che lenta continua a cadere con un rumore che mi spacca i timpani come un martello che frantuma vasi di porcellana.

«Che cazzo ci faccio qui, cane del cazzo?!»

Tutto si ferma. La palla a mezz’aria, il cane che salta. Poi lui è sul banco. Stesso muso ma corpo di uomo. Lecca i bicchieri ed è carta vetrata nelle mie orecchie: «Sei fattooooo durooooo!» e ride e lecca e mi tocco l’orecchio e c’è sangue e non vedo Goldie non vedo quello schifo di Steb e la gattina bionda e sono su questo sgabello che sale sale e il cane adesso è un cane che salta e cerca di mordermi i piedi e vorrei alzare le gambe ma non ci riesco non ci riesco e riparte la musica nelle orecchie un basso che entra nella pancia e lo sgabello sale e adesso sono a venti metri da terra e il cane, piccolissimo laggiù, salta e abbaia e grida e diventa Goldie e Steb e la bionda e poi me e salta e cade e guaisce poi torna a saltare e io comincio a ricordare ma forse è un sogno un acido e sono Giulia. Chi è Giulia? E perché sono qui? Qui dove?

Allargo le braccia. Sarò al decimo piano di un palazzo vuoto. Tutto intorno bianco lattiginoso. Sorrido. Mi lascio cadere indietro. Cado e continuo a cadere e credo che cadrò per sempre.

Fabio Rodda

(appuntamento a mercoledì 07 ottobre per la terza e ultima parte)

No More Heroes (Fiver #10.2015)

Ian Svenonius

Ian Svenonius

Whatever happened to the heroes?
The Stranglers, 1977

Supponiamo che tra i miei amici ne avessi 10 di età sotto i 30, anzi no facciamo anche 35 anni, con una  asserita passione per la musica indie (lo so, il termine non descrive più nulla ma ancora non mi viene in mente nessun altro aggettivo per sostituirlo, se avete suggerimenti sono ben accetti). Immaginiamo anche che un giorno, spinto da motivi chiari soltanto a me stesso, decidessi di chiedere loro un’opinione circa uno come  Ian Svenonius. A bruciapelo senza un tablet, un pc, uno smartphone a portata di mano: niente wikipedia, allmusic.com, pitchfork, neppure uno Scaruffi qualunque in grado di bonificare con un clic il collettivo vuoto di conoscenza (e di coscienza). Se lo facessi credo – anzi sono certo – che non più di 2 su 10 saprebbero articolare una risposta in grado di dimostrare una cognizione di causa sia pur minima al riguardo. Temo succederebbe la stessa cosa se al posto di Ian Svenonius nominassi Calvin Johnson.
Detto che:
a) tra i pochi personaggi che in qualche modo hanno indirizzato in questi molti anni la mia idea di come la musica dovrebbe essere intesa, Ian Svenonius e Calvin Johnson occupano un ruolo di chiara rilevanza;
b) i due personaggi di cui sopra sono da almeno un quarto di secolo tra i principali punti di riferimento della scena indie rock americana, sia per i tanti dischi pubblicati con le band da loro guidate che per le idee professate con ogni mezzo necessario. In caso di obiezioni al riguardo, quale certificazione di qualità scorrete l’elenco di etichette discografiche che si sono impegnate a pubblicare i dischi di Svenonius nell’inventario posto in calce a queste poche righe (i libri scritti dall’uomo valgono giusto un pelo meno della sua musica, ma siamo lì, su questo quale attestazione di qualità vi deve necessariamente bastare il mio giudizio);
il fatto che nella mia congettura siano entrambi ignorati dalla grande maggioranza di persone titolari delle caratteristiche in premessa, significa sostanzialmente due cose, diverse ma probabilmente complementari tra loro:
1) non è più tempo per gli eroi
2) oggigiorno la musica è solamente musica, fine a se stessa. A pochi interessa il fatto che sia un veicolo adatto a trasportare ANCHE altre cose (cultura? arte? politica? in altre parole che possa essere uno strumento in grado di fornire una chiave di lettura della vita di tutti i giorni diversa da quella standard che viene assegnata in dotazione ad ogni essere vivente).
Il che non è necessariamente un male, solo un dato di fatto di cui tenere conto.
In ogni caso è un indizio di come oggi ci si avvicina alla musica con una visione molto, molto diversa da quella con cui sono cresciuto e con cui io sono stato abituato a convivere.
Oppure è solo che mi sono fatto un quadro sbagliato e pessimistico e la maggior parte dei miei amici ha tra i suoi dischi una stampa di Sound Verite e tiene una copia di Psychic Soviet sul comodino. In questo caso il prossimo giro a banco lo offro io.

Ian Svenonius con i Nation of Ulysses:
13 Point Program to Destroy America (Dischord, 1991)
Plays Pretty for Baby (Dischord, 1992)
The Embassy Tapes (Dischord, 2000)

Ian Svenonius con i Cupid Car Club
Join Our Club (Kill Rock Stars, 1993)

Ian Svenonius con i Make-Up:
Destination: Love – Live! At Cold Rice (Dischord, 1996)
After Dark (Dischord, 1997)
Sound Verite (K, 1997)
In Mass Mind (Dischord, 1998)
Save Yourself (K, 1999)
I Want Some (K, 1999)
Untouchable Sound (Drag City, 2006)

Ian Svenonius con i Weird War:
Weird War (Drag City, 2002)
If You Can’t Beat ‘em, Bite’em (Drag City, 2004)
Illuiminated by the Light (Drag City, 2005)

Ian Svenonius con gli Scene Creamers:
I Suck on that Emotion (Drag City, 2003)

Ian Svenonius con i Chain and the Gang:
Down with Liberty…Up with Chains! (K, 2009)
Music’s not for Everyone (K, 2011)
In Cold Blood (K, 2012)
Minimum Rock’n’Roll (Dischord, 2014)

Ian Svenonius con gli XYZ:
XYZ (Mono-tone, 2014)

Ian Svenonius e i libri:
The Psychic Soviet (Drag City, 2006)
Supernatural Strategies for Making a Rock’n’Roll Group (Akashic, 2013)
Censorship Now! (Akashic, in uscita ad ottobre 2015)

XYZ “Bubblegum

Con me Svenonius non si accontenta del risultato già abbondantemente acquisito ma vuole stravincere. Come quelle squadre che sul cinque a zero in loro favore continuano ad attaccare e non sono mai sazie. Lo fa decidendo di citare Alan Vega accoppiandosi con un amico francese: synth che sostengono una struttura scheletrica e la sua voce che al solito recita omelie. Per come la vedo io, irresistibile.

Young Guv “Crushing Sensation

Ho sempre avuto un rapporto strano con i Fucked Up. La voce del cantante ciccione è di quelle che non vorrei mai sentire e mi urta i nervi ma lui mi sta simpaticissimo. La loro musica mediamente mi piace, a tratti anzi mi piace molto. Ho sempre trovato che nella sua struttura quasi hc punk avesse comunque qualche sua radice infilata nell’indie inglese di metà 80’s, radici peraltro non disconosciute dal gruppo con la scelta di alcune cover di cui in passato qui abbiamo già scritto (Shop Assistants e Another Sunny Day in particolare). Il progetto solista del loro chitarrista Ben Cook (in uscita non a caso per Slumberland) va anche oltre, con il falsetto disco anni ’70 utilizzato da lui (o chiunque altro sia a cantare) in totale antitesi alla voce da cavernicolo del suo capo nei Fucked Up. Disimpegno divertente.

Playlounge “Skulls

Farsi trasportare dai collegamenti passando da un gruppo all’altro nella ragnatela di rimandi in rete. Vorrei incollare qui certe periodiche conversazioni telematiche con un paio di amici che sembrano partite a tennis con continue ribattute l’uno ai nomi proposti dall’altro. A questi Playlounge da Londra sud poi traslocati come tutti a nord, direzione Shoreditch, ci sono arrivato perché di recente hanno suonato assieme ai Best Friends, gruppo di cui già abbiamo parlato da queste parti. Qualcosa dei Los Campesinos, qualcosa dei Joanna Gruesome, qualcosa dei Therapy. Metronomici, violenti e melodici quanto basta.

Westkust “Swirl

Ogni tanto la Svezia la perdo di vista e mi pare non accada più nulla da quelle parti. Del resto tutto quello che deve succedere ora sta succedendo in Danimarca. Poi mi capita tra capo e collo una canzone così e mi si risveglia la voglia di Shout Out Louds, Love Is All e Radio Dept. Voci che si scambiano, chitarre che corrono, piedi che schiacciano distorsori e batteria che pianta chiodi. Il 22 aprile uscirà il loro disco, sarà aperto da questa canzone che lo anticiperà anche come singolo. Ci conto.

Novella “Land Gone

Novella-Psyche dream pop in full overdrive – sounds like The Passions in a head on collision with Neu! on an East London Autobahn (if such a place exists!) – we love it” – Bobby
Il like sulla pagina facebook dei Primal Scream mi serve soprattutto per tener dietro alle segnalazioni di Bobby Gillespie. Che prima ancora che musicista è sempre stato un grande appassionato di musica: di ogni genere e di ogni epoca (a chi altri sarebbe venuto in mente di citare i Passions?!). E raramente ha sbagliato. In questo caso sinceramente non sento nulla che già non abbia ascoltato dentro un qualunque singolo delle Lush o più recentemente delle Dum Dum Girls. Però, altrettanto sinceramente, io un gruppo segnalato da Gillespie con quattro ragazze carine in formazione non lo lascio in un angolo.

Arturo Compagnoni