Girls in a band (Fiver # 27.2016)

The Julie Ruin

The Julie Ruin

Come dice lo spot che pubblicizza in tv quella bevanda di colore rosso scuro dalla media gradazione alcolica: l’attesa del piacere è essa stessa piacere. A questo pensavo l’altro giorno forzando un po’ la mano alle mie abituali sinapsi mentali, mentre scorrevo la cartella di mp3 dentro cui erano allineate le canzoni del nuovo disco dei Julie Ruin. Leggevo i titoli ordinati uno dietro l’altro prima di dedicarmi all’ascolto, divertendomi oziosamente ad immaginare dietro quali di essi si sarebbero potuti nascondere ritmi e melodie destinati ad accompagnarmi per i mesi futuri.

Da molti anni sono ormai abituato ad avvicinarmi ai nuovi dischi approcciandoli da due diverse prospettive: quella dell’ascoltatore, attento alla qualità tout court, e quella del dj concentrato principalmente a testarne le potenzialità da dancefloor. Decisamente più difficile trovare dischi e canzoni che si adattino alla seconda specie perché – per come la vedo io – le canzoni buone per quella categoria devono essere necessariamente buone anche per la prima altrimenti non mi vien voglia di selezionarle in luoghi pubblici. Una canzone per essere passata in console deve essere anche bella. Il fatto che una canzone abbia ritmo e risulti ballabile non è di per se sufficiente. Viceversa capita che, anche dopo tanti anni, scambi canzoni semplicemente belle per canzoni ballabili. Scarsamente professionale, per questo non sono mai stato e mai sarò un buon dj. Di solito sbroglio la faccenda affermando di non essere appunto un dj, bensì uno che si limita a selezionare canzoni mettendole in fila con una logica che asseconda percorsi mentali spesso e volentieri chiari solo a me.
Al giro di Run Fast ci aveva pensato Ha Ha Ha a far saltare il mio banco personale unendo le due qualità di cui sopra. Dopo quasi tre anni dalla prima apparizione quella canzone resta ancora oggi il momento chiave di ogni mio dj set e il suo passo incalzante e serrato non è ancora arrivato a saturare il livello di guardia.

Tutto quello che Kathleen Hanna negli anni ha artisticamente prodotto mi è piaciuto. Sarà il suo cognome, che ogni volta che lo leggo mi vengono in mente i cartoni animati che da piccolo preferivo. Le Hanna & Barbera Productions: Tom e Jerry, gli Antenati, Scooby Doo, tanto per dire. Sarà il fatto che per le donne che suonano in una band ho sempre avuto un debole. E qui per non arrogarmi a sproposito pretese femministe cito una dichiarazione fresca fresca della Hanna che immagino sia rivolta a quelli come me: “in Mr So and So (canzone del nuovo album) canto dal punto di vista di un tipo cui piacciono le band formate da ragazze e che solo per questo si ritiene essere femminista ma in realtà nella vita di tutti i giorni mette in atto comportamenti tutt’altro che femministi. Mi è capitato molte volte di incontrare questo tipo di persone, così a volte mi diverto a prenderle in giro”.

A memoria potrei affermare di essermi trovato a scrivere qualcosa su ogni singola uscita che Kathleen Hanna ha prodotto nel suo abbondante ventennio di attività. Partendo dai dischi delle Bikini Kill, passando a quelli – anzi quello – della prima versione solista marcata Julie Ruin (senza il The davanti), attraversando i bagliori elettro dance de Le Tigre e chiudendo il giro con The Julie Ruin, attuale versione da band del primo spin off post Bikini Kill.
Mi piace la Hanna. Mi piacciono le sue idee, mi piace il suo spirito, mi piace la musica che scrive, quello che canta e ciò che suona (più che altro quello che suonano le persone che le stanno attorno, perché in linea di massima lei si è sempre e solo occupata di cantare). A dire il vero se considero i dischi in cui è stata coinvolta non ce n’è uno che potrei ascrivere tra i miei preferiti di sempre, eccezion fatta – forse – per Revolution Girl Style Now! la prima cassetta autoprodotta dalle Bikini Kill nel ’91 successivamente riproposta quasi per intero nel mini lp uscito per Kill Rock Stars l’anno dopo. Lo scrivo giusto per cogliere il gancio e citare la frase “era meglio il demo” celeberrima gag del mio amico Marco Pecorari autore di un gran bell’articolo sulla Hanna pubblicato un po’ di tempo fa su questo blog.

Detto questo, poi l’altro giorno ho fatto partire la musica e la ricerca ha dato subito frutti.
La prima canzone, quella che da il titolo all’album, mi è già bastata. Più avanti ce ne sono almeno un altro paio che potrebbero assolvere il compito di spartirsi equamente ritmi da riempi pista e melodie da ottime canzoni. Più in generale tutto il disco mi piace molto.
Sono entrato nel sito della Hardly Art e ne ho ordinato immediatamente una copia: prima stampa, vinile trasparente. Poi ho cercato le date del suo tour europeo, per ora niente Italia. Toccherà salire su un aereo per volare a vederla da qualche parte.

The Julie Ruin “I Decide

Non ho trovato in rete un link a Hit Reset da piazzare qui. Nel video di I Decide però c’è Katie Crutchfield
dei Waxahatchee che passeggia per Austin e la canzone potrebbe anche essere una delle altre 2/3 che secondo il mio bizzarro concetto di ballo potrebbero essere passate in pista. Tanto poi oggi la musica nei rock club non la balla più nessuno, quindi una canzone vale l’altra.

Yak “Victorious (National Anthem)

Sono inglesi ma sembrano molto americani. In autunno arriveranno a suonare dal vivo dalle nostre parti, sono molto curioso di vederli sopra un palco.

Male Gaze “Ranessa

Il nuovo disco dei Male Gaze non mi dispiace ma non mi fa nemmeno impazzire. Questa canzone però si, eccome

Sleeping Beauties “Meth

Nelle prime tre righe di presentazione degli Sleeping Beauties la In the Red elenca nell’ordine: Hunches, Eat Skull e Hospitals. Poco sotto tocca ad Alex Chilton e Electric Eels. Di mio non aggiungo nulla, qualunque altra citazione sarebbe superflua.

Wimps “Vampire

Non mi ero accorto di loro quando pubblicarono il primo disco un paio di anni fa e non mi sono accorto nemmeno dell’uscita del secondo lo scorso novembre. Quando l’altra sera ho tirato fuori il nome Wimps nel corso di una conversazione con due vecchi amici pensavo di giocarmi l’asso di briscola. Loro invece ne sapevano molto più di me. Sto invecchiando, evidentemente.

Arturo Compagnoni

BURN BABY BURN / DEATH OF A MAGAZINES READER (Fiver #40.2015)

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Ultimamente mi sento un po’ come Guy Montag. Il protagonista di Farenheit 451 di Ray Bradbury. Il pompiere che rintracciava chi si macchiava del “reato di lettura” e distruggeva col fuoco libri e volumi. «Era una gioia appiccare il fuoco. Era una gioia speciale vedere le cose divorate, vederle annerite, diverse. Con la punta di rame del tubo fra le mani, con quel grosso pitone che sputava il suo cherosene venefico sul mondo, il sangue gli martellava contro le tempie, e le sue mani diventavano le mani di non si sa quale direttore d’orchestra che suonasse tutte le sinfonie fiammeggianti, incendiarie, per far cadere tutti i cenci e le rovine carbonizzate della storia».
Solo che lui alla fine della storia si riabilitava.
Per certi versi mi sembra di aver seguito un percorso inverso. Ho amato la carta stampata. Ho ancora pile di giornali in cantina. Rockerilla, Rumore, Select, Fare Musica, Uncut, Melody Maker, Sounds, New Musical Express…
C’è stata un’epoca, che ora sembra lontanissima, nella quale il mercoledì, uscito dal lavoro, mi precipitavo alla stazione per recuperare il nuovo numero di Melody Maker (il mio preferito perchè ci scriveva Everett True) o del New Musical Express (troppo legato alla musica britannica ma andava più che bene). “Nuovo” per modo di dire, c’era uno scollamento di 10 giorni buoni tra l’uscita britannica e l’approdo nelle nostre edicole ma per la fame di notizie ed anteprime che mi divorava era un appuntamento imprescindibile.
Ci pensavo ieri sera mentre assistevo alla devastante esibizione degli irlandesi Girl Band. Un gruppo del quale ho sentito parlare per la prima volta sfogliando velocissimamente una versione digitale dell’ NME tanto da segnalarli in un Fiver di qualche mese fa.
Versione digitale, brrr. Carta stampata e versione digitale. Olio e acqua. Zucchero e sale. Due cose incompatibili, che non stanno bene insieme, per quanto mi riguarda. Dopo più di due decenni di acquisti cartacei quest’anno ho provato a sottoscrivere un abbonamento digitale al mio amato Rumore. Avrò letto un paio di pagine a numero. Sorpassato ineluttabilmente dall’attualità di un post su Facebook di pochi minuti prima. Si ma vuoi mettere l’approfondimento, l’autorevolezza di una firma?… Si tutto vero ma molto semplicemente non ho tempo e se ne ho preferisco destinarlo ad altro, di immediata fruizione.
Colpa mia perciò. Impreparato, seppur un po’ di esperienza o vogliamo chiamarla gratitudine, dovrei averla per non affondare miseramente di fronte al tremendo impatto della “rivoluzione digitale”.
I Girl Band, dicevamo. Un muro di suono, un performer assolutamente degno di nota. Io, in un angolo a fotografare e a ripostare per incassare il gradimento di amici che in buona parte sono nella stessa sala (!) o su Instagram dove la mia modesta foto, giustamente, probabilmente non se la cagherà nessuno.
Colpa anche mia perciò se Nme chiude e riappare in una versione free soffocata dalla pubblicità e praticamente illeggibile. Semplicemente muore. Da tramite politico/generazionale con la “nostra” musica a vuoto contenitore da consumo frettoloso su una metropolitana o su un treno (sperando che non ci sia una connessione funzionante, come argomenta argutamente Noisey, altrimenti neanche quello).
Non c’è molto da fare. Come interpretare l’acquisto di Pitchfork da parte di Condè Nast, il colosso editoriale che pubblica Vanity Fair, per dirne una? Una positiva inversione di tendenza? Il principio della fine della testata digitale di Chicago? Propendo più per la seconda ipotesi.
Confesso le mie colpe. Sono ormai macchiato del “reato di non lettura”.
Forse un giorno, come Montag, mi riabiliterò.
Magari bruciando una pila di Ipad.

AMERICAN WRESTLERS – I can do no wrong

GaryMc Lure è un ragazzo scozzese che dopo l’esperienza sotto la sigla Working For a Nuclear Free City si trasferisce a St Louis Missouri e su un minuscolo registratore Tascam butta giù idee e bozzetti di canzoni (storia comune ai nostri apprezzatissimi Alex G e Car Seat Headrest). I Can Do No Wrong. Qulacuno ha detto La’s? Si, non ci andiamo molto lontano. Strati di soluzioni sonore e melodie. Da tenere d’occhio (alla faccia del 6,9 di pitchfork, o di vanity fair? oh stessa cosa ormai…).

YAK – No

Dalla risorgente scena garage punk britannica i londinesi Yak non fanno prigionieri. Potenti, convulsi, ipnotici. Prodotti da Steve Mackey dei Pulp su una base quasi zeppeliana Oliver Burslem impersona un giovane David Byrne invasato e il corto circuito è completo.

DILLY DALLY – Desire

Katie Monks e Liz Ball probabilmente non erano neanche nate all’epoca di Surfer Rosa. E forse non sanno neanche chi sono Kristin Hersh e Tanya Donnelly ma nei loro pezzi i rimandi a quegli anni sono un diluvio. C’è stato un periodo post Nevermind nel quale uscirono un sacco di singoli che avevano un suono molto simile tra loro. Questo delle ragazze di Toronto potrebbe essere uno di quelli. E, nella mia considerazione, non è affatto un insulto.

ELEANOR FRIEDBERGER – False alphabet city

Deliziosa Eleanor. Una scintillante carriera solista una volta lasciati i Fiery Furnaces. Questo è un altro gioiellino di pop angolare e irresistibile scaturito dalla collaborazione con l’artista Sara Magenheimer e dal film girato insieme in cui Eleanor interpreta una dj di New York. Pezzo arioso da ascoltare in macchina a finestrini abbassati ma, vista la stagione, anche con una tazza di te in mano guardando la pioggia fuori dalla finestra. Universale.

MARITIME – Inside out

Guilty pleasures. Quelle passioni che è meglio non sbandierare troppo perchè non ti rendono molto “cool” agli occhi degli altri. Ecco, a parte un bel chissenefrega, i Mariime, nati sulle ceneri dei Promise Ring, hanno sempre avuto un canale privilegiato verso lo stereo di casa mia anche se i loro pezzi non sono mai stati niente di rivoluzionario o illuminante. Semplici belle canzoni di rock “emozionale” che mi svoltano la giornata. Non mi pare poca cosa.

Massimiliano Bucchieri