Tardi (Fiver #25.2017)


Le cose che nascono belle se hanno occasione di protrarsi nel tempo presto o tardi arrivano a un punto in cui non sono più tanto belle. Quasi tutte. Mi sovvengono poche situazioni che nel dilatare la propria durata mantengono inalterati fascino e  attrattiva.
Può darsi che sia  un concetto ovvio ma la mia attenzione, per una serie di motivi, lo mette a fuoco in maniera chiara e netta solo in questi giorni. Perciò ne scrivo, per fare mente locale ma soprattutto per provare a convincermi di essere in errore. Perché la faccenda è una beffa non di poco conto, come tante altre circostanze della vita del resto. Tipo il fatto che i cibi più gustosi siano quelli che in genere nuocciono maggiormente alla salute o che la quantità di alcol necessaria per affrontare con l’adeguata euforia o l’altrettanto appropriato stordimento gioie e dolori di giornata sia quella che sarebbe capace di non farci arrivare nemmeno in fondo a quella stessa giornata.

Widowspeak “Dog” da Expect the Best in uscita per Captured Tracks il 25 di agosto.

Tornando al deterioramento della bellezza esercitato dall’avanzare del tempo, mi viene in mente qualche caso pratico che coinvolge situazioni quotidiane di impatto piuttosto rilevante.
I rapporti di coppia, ad esempio.
Quando mi capitano di fronte due persone che dopo anni affermano di essere ancora affiatate e in sintonia come all’epoca dei primi baci appassionati provo un’ irritazione proporzionale alla certezza che l’armonia dichiarata sia la conseguenza di menzogne e inganni, ancorché spesso spacciati in buona fede in quanto perpetrati con se stessi prima che con gli altri e dunque frutto di un – più o meno volontario – auto convincimento. In rarissime circostanze, autenticate da un rapporto pluriennale di confidenza e fiducia con i protagonisti che ne certifichi l’effettiva sincerità, l’impulso suscitato è quello di pura e sana, per quanto stupefatta, invidia. In ogni caso queste singolari situazioni le vado a rubricare, con una certa dose di sufficienza, nella casistica delle classiche eccezioni che confermano l’altrettanto classica regola.

Wet Lips “Here If You Need” da Wet Lips, disco d’esordio uscito per Hysterical Records il 9 giugno.

Omettendo la disamina delle situazioni lavorative, altra realtà che gioco forza si perpetra negli anni condizionandoci la vita ma a cui è fin troppo facile applicare la regola che vede corrispondenza inversa tra soddisfazione e durata, la situazione per quanto mi riguarda non cambia ruotando l’angolo di osservazione sull’atavico core business delle mie giornate: la musica. Per quanto sia difficile compilare graduatorie e mettere in fila i miei gruppi prediletti non credo di far torto a nessuno di loro se affermo che i miei favoriti siano quelli che sono durati poco, coloro i quali non hanno permesso all’entusiasmo di tramutarsi in delusione attraverso la pratica della consuetudine. I Clash sono esistiti il tempo di registrare sei dischi, i Pavement cinque, uno in più di Velvet Underground e Smiths. Aggiungiamo i tre album degli Stooges e chiudiamo il conto. Certo, tra qualche basso e molti alti ci stanno anche i quasi 30 di Bowie e Stones, regole ed eccezioni appunto.

Pega Monstro “O Miguel da Casa de Cima in uscita per Upset! the Rhythm.

Ancora : non sono mai stato d’accordo, con quelli che in ogni epoca e a ogni latitudine sono soliti lagnarsi per il minutaggio dei live. Sessanta minuti di concerto per me sono sempre stati abbastanza. Mi inorridisce la frase hanno suonato solo un’ora e mezza pronunciata alla fine di un qualunque concerto. C’è chi addirittura arriva a lamentarsi di uno stop alla soglia delle due ore, gente che in tutta evidenza  sta sempre a rota di Bruce Springsteen e disprezza il dono della sintesi quanto io sdegno il vizio della prolissità.
Stesso discorso potrei applicarlo a struttura e durata delle canzoni. Con l’aforisma loureediano “one chord is fine, two chords are pushing it, three chords and you’re into jazz” fodererei le tombe di quelli che per esprimersi con una canzone ritengono saggio impiegare oltre tre minuti e mezzo, mentre catalogherei alla voce noia mortale qualunque disco che per essere recensito costringa chi lo fa ad utilizzare una frase contenente elogi ai suoi arrangiamenti.

Young Guv “Traumatic 7″ in uscita per Slumberland.

Detto questo sono cosciente di essere nel torto e di avere una concezione settaria e manichea riguardo molte, moltissime questioni. Della compatibilità tra coppie, della musica, del lavoro, probabilmente della vita tutta. Mi rendo conto di attuare semplificazioni e forzature per giustificare la stesura di un pugno di inutili righe la cui redazione è in fin dei conti solo un esercizio di scrittura senza alcun valore teorico né tanto meno velleità probatorie.
Non di meno resta il fatto che stante questa visione, posso affermare che io la mia occasione l’ho persa.
Ho fatto durare tutto troppo e ora è tardi per smettere.
Ora che le cose hanno perduto gran parte del loro sapore e anziché schiantarsi con una picchiata secca e fragorosa sul cemento si sono lentamente avvitate su se stesse planando con studiata indolenza sullo sconfinato e comodo prato della routine.
Ora che le mie cose sono  tutte in modalità too late too die young e, in generale, non sono più tanto belle.
O forse no, magari loro sono ancora belle.
Solo che non mi diverte più farle.
E probabilmente è anche peggio.

Pale Lips “(You Make Me) Wanna Be Bad da Wanna Be Bad uscito per Waterslide Records.

Arturo Compagnoni

No More Heroes (Fiver #10.2015)

Ian Svenonius

Ian Svenonius

Whatever happened to the heroes?
The Stranglers, 1977

Supponiamo che tra i miei amici ne avessi 10 di età sotto i 30, anzi no facciamo anche 35 anni, con una  asserita passione per la musica indie (lo so, il termine non descrive più nulla ma ancora non mi viene in mente nessun altro aggettivo per sostituirlo, se avete suggerimenti sono ben accetti). Immaginiamo anche che un giorno, spinto da motivi chiari soltanto a me stesso, decidessi di chiedere loro un’opinione circa uno come  Ian Svenonius. A bruciapelo senza un tablet, un pc, uno smartphone a portata di mano: niente wikipedia, allmusic.com, pitchfork, neppure uno Scaruffi qualunque in grado di bonificare con un clic il collettivo vuoto di conoscenza (e di coscienza). Se lo facessi credo – anzi sono certo – che non più di 2 su 10 saprebbero articolare una risposta in grado di dimostrare una cognizione di causa sia pur minima al riguardo. Temo succederebbe la stessa cosa se al posto di Ian Svenonius nominassi Calvin Johnson.
Detto che:
a) tra i pochi personaggi che in qualche modo hanno indirizzato in questi molti anni la mia idea di come la musica dovrebbe essere intesa, Ian Svenonius e Calvin Johnson occupano un ruolo di chiara rilevanza;
b) i due personaggi di cui sopra sono da almeno un quarto di secolo tra i principali punti di riferimento della scena indie rock americana, sia per i tanti dischi pubblicati con le band da loro guidate che per le idee professate con ogni mezzo necessario. In caso di obiezioni al riguardo, quale certificazione di qualità scorrete l’elenco di etichette discografiche che si sono impegnate a pubblicare i dischi di Svenonius nell’inventario posto in calce a queste poche righe (i libri scritti dall’uomo valgono giusto un pelo meno della sua musica, ma siamo lì, su questo quale attestazione di qualità vi deve necessariamente bastare il mio giudizio);
il fatto che nella mia congettura siano entrambi ignorati dalla grande maggioranza di persone titolari delle caratteristiche in premessa, significa sostanzialmente due cose, diverse ma probabilmente complementari tra loro:
1) non è più tempo per gli eroi
2) oggigiorno la musica è solamente musica, fine a se stessa. A pochi interessa il fatto che sia un veicolo adatto a trasportare ANCHE altre cose (cultura? arte? politica? in altre parole che possa essere uno strumento in grado di fornire una chiave di lettura della vita di tutti i giorni diversa da quella standard che viene assegnata in dotazione ad ogni essere vivente).
Il che non è necessariamente un male, solo un dato di fatto di cui tenere conto.
In ogni caso è un indizio di come oggi ci si avvicina alla musica con una visione molto, molto diversa da quella con cui sono cresciuto e con cui io sono stato abituato a convivere.
Oppure è solo che mi sono fatto un quadro sbagliato e pessimistico e la maggior parte dei miei amici ha tra i suoi dischi una stampa di Sound Verite e tiene una copia di Psychic Soviet sul comodino. In questo caso il prossimo giro a banco lo offro io.

Ian Svenonius con i Nation of Ulysses:
13 Point Program to Destroy America (Dischord, 1991)
Plays Pretty for Baby (Dischord, 1992)
The Embassy Tapes (Dischord, 2000)

Ian Svenonius con i Cupid Car Club
Join Our Club (Kill Rock Stars, 1993)

Ian Svenonius con i Make-Up:
Destination: Love – Live! At Cold Rice (Dischord, 1996)
After Dark (Dischord, 1997)
Sound Verite (K, 1997)
In Mass Mind (Dischord, 1998)
Save Yourself (K, 1999)
I Want Some (K, 1999)
Untouchable Sound (Drag City, 2006)

Ian Svenonius con i Weird War:
Weird War (Drag City, 2002)
If You Can’t Beat ‘em, Bite’em (Drag City, 2004)
Illuiminated by the Light (Drag City, 2005)

Ian Svenonius con gli Scene Creamers:
I Suck on that Emotion (Drag City, 2003)

Ian Svenonius con i Chain and the Gang:
Down with Liberty…Up with Chains! (K, 2009)
Music’s not for Everyone (K, 2011)
In Cold Blood (K, 2012)
Minimum Rock’n’Roll (Dischord, 2014)

Ian Svenonius con gli XYZ:
XYZ (Mono-tone, 2014)

Ian Svenonius e i libri:
The Psychic Soviet (Drag City, 2006)
Supernatural Strategies for Making a Rock’n’Roll Group (Akashic, 2013)
Censorship Now! (Akashic, in uscita ad ottobre 2015)

XYZ “Bubblegum

Con me Svenonius non si accontenta del risultato già abbondantemente acquisito ma vuole stravincere. Come quelle squadre che sul cinque a zero in loro favore continuano ad attaccare e non sono mai sazie. Lo fa decidendo di citare Alan Vega accoppiandosi con un amico francese: synth che sostengono una struttura scheletrica e la sua voce che al solito recita omelie. Per come la vedo io, irresistibile.

Young Guv “Crushing Sensation

Ho sempre avuto un rapporto strano con i Fucked Up. La voce del cantante ciccione è di quelle che non vorrei mai sentire e mi urta i nervi ma lui mi sta simpaticissimo. La loro musica mediamente mi piace, a tratti anzi mi piace molto. Ho sempre trovato che nella sua struttura quasi hc punk avesse comunque qualche sua radice infilata nell’indie inglese di metà 80’s, radici peraltro non disconosciute dal gruppo con la scelta di alcune cover di cui in passato qui abbiamo già scritto (Shop Assistants e Another Sunny Day in particolare). Il progetto solista del loro chitarrista Ben Cook (in uscita non a caso per Slumberland) va anche oltre, con il falsetto disco anni ’70 utilizzato da lui (o chiunque altro sia a cantare) in totale antitesi alla voce da cavernicolo del suo capo nei Fucked Up. Disimpegno divertente.

Playlounge “Skulls

Farsi trasportare dai collegamenti passando da un gruppo all’altro nella ragnatela di rimandi in rete. Vorrei incollare qui certe periodiche conversazioni telematiche con un paio di amici che sembrano partite a tennis con continue ribattute l’uno ai nomi proposti dall’altro. A questi Playlounge da Londra sud poi traslocati come tutti a nord, direzione Shoreditch, ci sono arrivato perché di recente hanno suonato assieme ai Best Friends, gruppo di cui già abbiamo parlato da queste parti. Qualcosa dei Los Campesinos, qualcosa dei Joanna Gruesome, qualcosa dei Therapy. Metronomici, violenti e melodici quanto basta.

Westkust “Swirl

Ogni tanto la Svezia la perdo di vista e mi pare non accada più nulla da quelle parti. Del resto tutto quello che deve succedere ora sta succedendo in Danimarca. Poi mi capita tra capo e collo una canzone così e mi si risveglia la voglia di Shout Out Louds, Love Is All e Radio Dept. Voci che si scambiano, chitarre che corrono, piedi che schiacciano distorsori e batteria che pianta chiodi. Il 22 aprile uscirà il loro disco, sarà aperto da questa canzone che lo anticiperà anche come singolo. Ci conto.

Novella “Land Gone

Novella-Psyche dream pop in full overdrive – sounds like The Passions in a head on collision with Neu! on an East London Autobahn (if such a place exists!) – we love it” – Bobby
Il like sulla pagina facebook dei Primal Scream mi serve soprattutto per tener dietro alle segnalazioni di Bobby Gillespie. Che prima ancora che musicista è sempre stato un grande appassionato di musica: di ogni genere e di ogni epoca (a chi altri sarebbe venuto in mente di citare i Passions?!). E raramente ha sbagliato. In questo caso sinceramente non sento nulla che già non abbia ascoltato dentro un qualunque singolo delle Lush o più recentemente delle Dum Dum Girls. Però, altrettanto sinceramente, io un gruppo segnalato da Gillespie con quattro ragazze carine in formazione non lo lascio in un angolo.

Arturo Compagnoni