I did my best (Fiver # 17.2017)


Tra pochi giorni si terrà la terza edizione del No Glucose Festival.
Un evento che parte dal basso, possibile solo per l’entusiasmo di un pugno di ragazzi accomunati da entusiasmo e cose da dire. Da dire forte, da dire ora.
Suoneranno tanti gruppi, i formidabili danesi Yung, per fare un nome, ma anche molti altri. Tutti imperdibili. Una piccola/grande cosa che racchiude al suo interno un mondo. L’unico possibile oggi. Una bussola per il sottoscritto che con i festival ha avuto trascorsi connotati dai tipici stati d’animo di una lunga storia: amore, entusiasmo, indifferenza, incomprensione.
In un periodo della mia vita, ora abbastanza lontano, ho amato molto andare ai Festival. Ricordo in modo abbastanza preciso un momento. Il primo giorno del Reading Festival 1991. Ero in attesa di assistere a concerti di Nirvana, Teenage Fanclub, Sonic Youth, Dinosaur Jr, Fall. Erba verde scintillante, cielo grigio plumbeo e odore di pesce fritto d’ordinanza. L’eccitazione e la felicità erano difficilmente contenibili.
La percezione di essere nel centro del mondo. Il tuo mondo, ok. Ma la sensazione comunque inebriante di essere nel posto a cui ti sentivi di appartenere. Come a smorzare questo entusiasmo un ragazzo additò la mia maglietta di Shift-Work e mi chiese, corrugando la fronte dopo aver intuito la mia condizione di forestiero: “How can you possibly understand The Fall?” La mia risposta fu un disarmante e disarmato “I do my best, mate”.
Con il passare degli anni andare ai grandi festival è diventato sempre meno entusiasmante e più faticoso e ho cominciato a scegliere situazioni più comode e consone, monitorando la situazione da lontano, ma capendone sempre di meno i mutamenti come mi succede con molti altri aspetti della vita in generale.
Il Coachella Festival, per esempio, è diventato con gli anni un evento con il quale, giusto o sbagliato, bisogna fare i conti. Quest’ anno se ne è parlato molto, troppo. Polemiche che hanno coinvolto Kate Bush, Radiohead, Ezra Furman, Downtown Boys. Questi ultimi, senza mezzi termini, hanno accusato Philip Anschutz, l’organizzatore del festival, di essere un sessista che ha effettuato grosse donazioni a favore di organizzazioni che combattono le associazioni lesbo/omossessuali negli States.
Ovviamente il recinto dei social ha ridotto tutto al solito, stomachevole minimo comun denominatore…“Si vabbè comunque ci hanno suonato a quegli eventi”… “però i soldi li hanno presi” …
Premesso che i Downtown Boys hanno dichiarato di voler donare gran parte del loro ingaggio alle stesse associazioni osteggiate da Anschutz, è dai tempi del passaggio alla Cbs dei Clash che si dibatte se sia più efficace combattere il mercato dall’interno o dall’esterno. Anche se il mercato come lo conoscevamo non esiste più.
Domande senza risposta ovviamente ma, soprattutto, se vuoi combattere (chi, noi?.. risata fragorosa) dall’interno, o dall’esterno, il nemico devi prima cercare di conoscerlo. Così ho provato, grazie allo streaming dei tre palchi e seguendo i commenti in tempo reale, di organizzarmi e vivere una mia personalissima e scalcinata Coachella Experience.
La prima sensazione netta è che il pubblico sembra formato quasi interamente da comparse fuoriuscite dal set di Zoolander.
You tube è letteralmente intasato di video di ragazzi che si preparano per andare al Coachella. Giovani, carini e.. molto attenti al numero dei followers. La seconda è che un terzo dei gruppi in cartellone non li ho mai sentiti nominare. I gruppi che più conosco ed apprezzo (gente come Preoccupations, Pond, Mitski, Car Seat Headrest) sono confinati tutti in orari antimeridiani sotto tende, immagino afose, davanti a poche decine (letteralmente) di spettatori.
In qualche momento dobbiamo aver combattuto una guerra ed evidentemente l’abbiamo persa rovinosamente…
Con il calare della sera arrivano i nomi grossi. Lasciando perdere la grande componente dance/elettronica ormai digerita e le star pop, come in un test psichiatrico vengo messo di fronte alle mie paure più profonde. Kendrick Lamarr prende la scena. Da solo. Davanti ad una platea oceanica. Declamando versi su basi che mandano in visibilio i presenti. Ed il giorno dopo molti critici.
Il mio caso, psichiatricamente parlando, credo si possa etichettare semplicisticamente come il “paradosso Ikea”. Dove il mobile Ikea sono gli artisti Urban/Hip Hop o come diavolo vogliamo chiamarli, e io sono lì intento a montarli. A decifrarli.
Le istruzioni le avrei anche. Ma sono in svedese.
Mi trovo di fronte a qualcosa di incomprensibile. Osservo da un angolo folle di appassionati andare in visibilio. Evidentemente munite di istruzioni nella loro lingua.
La sensazione che mi resta è quella che il mio mondo non esiste più. Rimpiazzato da attori, linguaggi e spettatori completamente diversi.
How can you possibly understand it?
Non mi sento più al centro. Non mi sento neanche in periferia. Mi sento come dietro ad un vetro e dentro tutti gli altri si divertono dandosi grandi pacche sulle spalle. E, onestamente, non credo neanche di avere tutta questa voglia di entrare.
Sprofondo nella poltrona, stacco lo streaming e ricontrollo le date del No Glucose.

Yung – Nostalgia

Lcd Soundsystem – Call The Police

Pochi giorni fa c’è stato un terribile incidente davanti casa mia. Le autorità hanno coperto i poveri resti della vittima. Sono stati fermati i mezzi pubblici. La gente si è riversata per strada. Un ragazzo poco distante da me si è fatto un selfie. Con la scena dell’incidente. Siamo talmente abituati a non vivere più la nostra realtà ma a farcela raccontare da uno schermo che quando un evento reale ci accade “addosso” non sappiamo più come affrontarlo. Chi ti ha ridotto cosi miserabileimbecillechetiscattiunselfiedavantiauncadavere? Chi ci ha ridotto cosi? L’unica soluzione possibile è chiudersi la porta di casa dietro le spalle e buttarsi in mezzo ad un gruppo di amici per guardarsi in faccia. Riprendere contatto con la realtà. James Murphy non è un mio amico ma quando ci regala questi pezzi epici che ti fanno illudere di essere destinato a vivere grandi momenti, con una chitarra rubata a Heroes e il solito testo da chiamata alle armi generazionale è come se lo fosse.

Palm – Walkie Talkie

Arturo una volta sentenziò una cosa che mi fece molto ridere. “La musica che ascoltiamo noi è impossibile da canticchiare mentre ti fai la barba. A meno che non ti voglia ridurre la faccia ad una maschera di sangue.” Mi è tornata in mente mentre ascoltavo gli incastri impossibili di Walkie Talkie. Palm, freaky art rockers da Philadelphia. Strutture escheriane che rimbalzano impazzite contro pareti melodiche. Non vuol dire un cazzo? Poco importa. Questo è un pezzo pazzesco, da farci girare con la faccia insanguinata per un bel po’.

Ulrika Spacek – Full Of Men

È lecito aspettarsi belle cose da Modern English Decoration, l’imminente  nuovo album della band inglese intitolata ad Ulrika Meinhof e Sissy Spacek. Non so se è un’impressione strettamente personale ma l’atmosfera di malinconia sospesa di Full Of Men con tanto di magnetica coda melodica mi rimanda ogni volta istintivamente a quelle di Isolation Culture, eccellente album dei “nostri” His Clancyness. Un grosso complimento, cari US.

The Vacant Lots – Pleasure & Pain

Alla fine è sempre la solita fottuta canzone. Dalle dissonanze dei Jesus And Mary Chain ai vortici degli Spiritualized, alla chitarra strappata dei Wedding Present. Jared Artaud è un intrattabile bastardo con tutte le amicizie giuste, Anton Newcombe, Alan Vega… Endless Night è il nuovo album e contiene l’ultima collaborazione di Vega oltre ad altri ipnotismi irresistibili. Drowned in sound gli ha dato 1. Ottimo. Sì, è sempre la solita fottuta canzone. È che proprio non possiamo farne a meno.

Massimiliano Bucchieri

Three Imaginary Boys (Fiver # 10.2016)

yung

YUNG

Mi piace il nuovo disco dei Cani. Nonostante suoni come un album di b-sides dei Death Cab For Cutie, scritto da uno che passa troppe ore sul divano, stonato, a guardare i programmi di Piero Angela alternati ad un po’ d’informazione finanziaria. Mi sembra sia il loro terzo disco. Mi hanno fatto compagnia (in maniera discreta, a dire il vero) fino ad oggi ma da qui in avanti le nostre strade si divideranno. È la dura legge del terzo album, del resto. Le mie regole parlano chiaro: o mi prendi (sul serio) entro il terzo disco o addio. In musica vale tutto e spesso anche il suo contrario: da vero nerd mi sono creato un piccolo ordinamento da seguire, una di quelle cose che possono comprendere davvero solo quelli che si sono ritrovati in un romanzo come Alta Fedeltà e che pensano davvero che conti qualcosa. Una sorta di costituzione discografica, da seguire con il giusto distacco, mille eccezioni e con la consapevolezza che mai nessuno potrà contestare nulla.
Del resto pensateci bene, i primi tre album solitamente di un gruppo dicono tutto quello che c’è da dire. Non sempre, è chiaro. Revolver è il mio disco preferito dei Beatles e arrivò come sesto o settimo della serie. A Revolver seguì Sgt. Peppers, quindi buona notte. Però la regola dice anche: se di un gruppo divento fan non mi fermo più. Compro (se posso) ed ascolto tutto, ben al di là del terzo album, insomma. A costo di incappare in mezze fregature. Il disco nuovo dei Primal Scream l’ho ordinato a scatola chiusa, per dire. Dopo aver ascoltato il singolo mi sono mandato a quel paese da solo. Capita.
Sono convinto che nei primi tre dischi, nella stragrande maggioranza dei casi, si trovi il meglio della produzione di un’artista. Adoro i dischi di debutto, inoltre. è una questione di tiro, di freschezza, di entusiasmo. Quando sento una canzone o, meglio ancora, un disco intero di un nuovo gruppo che mi piace sono felice come a Natale. La prima cosa che faccio è mandare un messaggio ai ragazzi di Sniffin’ Glucose: sentito che roba? Se non mi danno corda insisto, divento pedante, martello. Ogni tanto, per togliermi dai piedi immagino, mi rispondono con 3 parole. Roba tipo: sì, è ok. Altre volte, però ci si ritrova davvero in un terreno comune. Sono i miei messaggi preferiti. Noi tre, i soliti tre. Con una canzone che ci fa da colonna sonora contemporaneamente. Le mie canzoni preferite, che nella stragrande maggioranza dei casi sono poi le nostre canzoni preferite.

YUNG – Pills

Ne parlano come se fossero un gruppo punk. A me non pare proprio. Una band che suona rock, tirato, senza pause, questo sì. Una band che si capisce ha ascoltato i dischi giusti. Molto post-punk inglese, in particolare. Quest’estate ci siamo incrociati in spiaggia. Fuori dal palcoscenico mi sono parsi talmente brutti da risultarmi immediatamente simpatici. Cotti dal sole, bruciati come si conviene a degli svedesi in vacanza sull’adriatico, con tanto di calzino bianco, bermuda e scarpe da autunno inoltrato. Non particolarmente simpatici o forse solo estremamente timidi. Hanno attaccato la strumentazione all’amplificazione e hanno pestato come dannati per 35 minuti, senza mai alzare lo sguardo da terra. Era l’inizio di una lunga serata ma ho avuto la tentazione di andarmene a casa subito. Sapevo che non avrei visto di meglio, quella notte. Gruppo promettentissimo e questa canzone non fa che confermarlo.

ANGRY ANGLES – Things are moving

Se proprio dobbiamo parlare di punk non rimane altro che farlo a proposito di colui che con tutta probabilità è stato l’ultimo vero punk in circolazione. Jay Reatard ci ha lasciato troppo presto e non rimane che accontentarsi di quanto esce dagli archivi. Angry Tales è la sigla che utilizzava in compagnia della sua fidanzata dell’epoca. Una storia, anche sentimentale, bruciatasi in fretta, prima ancora di arrivare alla pubblicazione di un album vero e proprio. Ora la Goner ha raccolto tutto il materiale registrato dalla band, comprese una manciata di canzoni rimaste fino ad oggi ancora inedite. Questo pezzo è la perfetta trasposizione di quando il punk si vena di pop. Ma lo fa senza concessioni, conservando il tiro che deve avere, senza alzare nemmeno per un attimo il pedale dall’acceleratore. Brividi.

NAP EYES – Lion in chains

Indie-rock classico, sublime, a metà strada tra la misura dei Wilco e certe moderate dissonanze che ricordano il Malkmus meno rumoroso. Ma i riferimenti potrebbero essere differenti e numerosi. Suonano talmente classici che potrebbe capitare che ogni frazione di brano alla fin fine possa ricordare qualcos’altro. Ma mai il disco sbagliato.
Questa Lion in Chains è una ballatona di oltre sei minuti che lascia il segno, come l’album nel suo complesso.

CAR SET HEADREST – Vincent

Will Toledo è diventato grande nello spazio di una breve stagione. Da quando lo hanno trascinato fuori dalla cameretta si è messo a fare le cose seriamente. Lo scorso anno un album di “presentazione” che andava a raccogliere il meglio del materiale pubblicato on-line nel corso dell’ultimo lustro. Da quel momento in poi è rimasto ininterrottamente in tour o in studio di registrazione ed ora è pronto il primo disco della sua nuova vita: personaggio pubblico e prossima star indie suo malgrado. La canzone che lo anticipa, questa Vincent, è ambiziosa al punto giusto: con un giro di chitarra degno dei migliori Television, ad un certo punto. E un sax che fa capolino e spinge in un finale elettrico, senza pause, dove il rumore sommerge tutti i dubbi e tutte le insicurezze. Come è giusto che sia.

SIOUX FALLS – Dom

Vi avevo avvertito a tempo debito: divento pedante. Quando una cosa mi piace o meglio ancora, come in questo caso, proprio mi entusiasma non riesco a trattenermi. E allora, nonostante ne avessi parlato poche settimane fa, è nuovamente il tempo di ritornare a bomba sui Sioux Falls. Un trio del Montana che ha deciso di trasferirsi a Portland in quanto mecca riconosciuta di un certo modo di intendere la musica e perchè no, anche la vita in genere. Quanto mi piacciono queste stronzate romanzate: la ricerca della redenzione nella città dei sogni, manco fosse una Hollywood qualsiasi, con i santini di Modest Mouse e Pavement in bella vista nel portafoglio.
La ricetta è la solita: pestare il più possibile, urlare nel microfono fintanto che la voce non diventa un rantolo, alzare il volume e sfondare l’amplificatore. Ma appena sotto la superficie si intravede un’anima gentile, capace di sussurri semplicemente inattesi. Personalmente non ascolto altro, in questi giorni.

Cesare Lorenzi

An old passion. For Tomorrow. (Fiver #08.2015)

BLUR

BLUR

Credo sia innegabile che per tutti esistano Passioni e passioni. Storie fondamentali che poi finiscono. Fiammate insane che bruciano nello spazio di poco tempo. Relazioni che durano tutta una vita anche se poi, dopo tutto, in nessun momento sono mai stati la “tua storia più importante”.

Ci sono due nomi che mi vengono in mente, ovviamente a livello personale, quando cerco di applicare all’ambito musicale questa teoria (esercizio tipico per chi alla musica ha assegnato una centralità nella propria vita per molti altri incomprensibile), i REM e i Blur.

Gruppi che mi hanno accompagnato nel tempo senza mai tradirmi e che hanno punteggiato fasi e momenti della mia vita ma senza essere mai, se non per brevissimi momenti, veramente imprescindibili.

Quando, nei giorni scorsi, è uscita la notizia del nuovo album dei Blur, atteso da anni, in questa overdose quotidiana di notizie, l’effetto è stato un po’ quello della lettera che estrai subito dalla pila, o la mail o il messaggio di whatsapp che vai a leggere per primo, una questione di sentimento sempre ben presente, o semplicemente di rispetto. E a un tratto mi sono tornati alla mente i particolari della nostra “relazione”.

Reading Festival 1991Reading 1991

Setlist: Explain, Bang, High Cool, Bad Day, Oily Water, She’s So High, Turn It Up, There’s No Other Way, Wear Me Down, Mr. Briggs, Slow Down, Come Together, Commercial Break

Damon con un caschetto biondo improbabile. Blur piazzati a metà pomeriggio, molto lontani dagli headliner Carter USM e James, con la stampa inglese che li da già per finiti.Io nel pratone con una compagnia improbabile a chiedermi perchè mi sono perso i Nirvana il giorno prima.

Reading Festival 1993

Setlist: Intermission, Popscene, Come Together, Colin Zeal, She’s So High, Sunday Sunday, Bank Holiday, Pressure On Julian, Commercial Break, There’s No Other Way, Chemical World, Coping, Parklife, For Tomorrow, Advert.

Una tenda imballata, il palco come un salotto. Modern Life is Rubbish. For Tomorrow che  sembra Bowie. Euforia contagiosa. Un impressione di decollo imminente.

Factory, Milano 12/11/1994

Setlist: Lot 105, Coping, Jubilee, Popscene, Tracy Jacks, End Of A Century, Chemical World, Badhead, There’s No Other Way, To The End, Advert, Supa Shoppa, Parklife, Girls & Boys, The Debt Collector, Bank Holiday, This Is A Low

Parklife, l’apoteosi. Per una sera Milano mi sembra Londra. La Londra che non c’è più. Comprare Ep e magazines la sera tardi da Tower Records a Piccadilly, il Melody Maker, il Notting Hill Records Exchange…

Vox Club Nonantola (Mo), 14/3/1996

Setlist: Intermission, Popscene, It Could Be You, Charmless Man,Tracy Jacks, End Of A Century, Coping, To The End, Entertain Me, Jubilee, Mr. Robinson’s Quango, Globe Alone,Advert, Bank Holiday, Supa Shoppa, Country House – 1st Encore – Girls & Boys, He Thought Of Cars, Stereotypes, This Is A Low- 2nd Encore -Parklife – The Universal

Country House, la gazzarra con gli Oasis. Il Britpop degenera. The great escape. L’edonismo. Una sensazione di vuoto.

Taratata, Paladozza Bologna 1/3/1999taratata1marzo

Può esistere qualcosa di più assurdo dell’accoppiata Blur/Grignani impegnati in mini show introdotti dal desaparecido Enrico Silvestrin a favore delle telecamere televisive? Non credo. Dalle gradinate amore per i Blur adulti di Beetlebum e Song 2 ma la classicità farlocca di Tender mi sconforta. Per una coincidenza a posteriori veramente bizzarra gli altri megaospiti stranieri di quella sgangherata trasmissione furono proprio i Rem…

Primavera Sound, Barcelona 2013

Setlist: (Theme From Retro), Girls & Boys, Popscene, There’s No Other Way, Beetlebum, Out Of Time, Trimm Trabb, Caramel, Coffee & TV, Tender, Country House, Parklife, End Of A Century, This Is A Low -Encore – Under The Westway, For Tomorrow (Visit To Primrose Hill Extended), The Universal, Song 2

Quattordici anni dopo ci ritroviamo. Invecchiati. (Io peggio indubbiamente) Ma dopo un iniziale imbarazzo l’abbraccio è di quelli caldi e sinceri.

E arriviamo ad oggi. Go Out è fuori. Niente di incredibile ma è un pezzo non banale da preferire a molte altre cose in circolazione che giocano “sicuro”. Una certezza a cui (ri)aggrapparsi.

Il nuovo album esce il 27/4 e saremo lì in tanti, innamorati o semplici compagni di percorso.

Una passione con la p minuscola ma che fa parte in maniera indiscutibile della mia Vita.

Blur – Go Out

Yung- Nobody Cares

Semplicemente una bomba. Da Aarhus, Danimarca.

Parte arpeggiato, si trasforma in un invito a pogare, si arresta, cambia strada e si conclude come un inno generazionale con quel “Nobody Cares” urlato parossisticamente.

In mezzo tante di quelle idee da riempirci un album e una giostra impazzita di riferimenti inglesi, americani e australiani.

Impensabile perderseli al prossimo Beaches Brew.

Cheatahs – Sunne

Lo so, lo so. Loveless. My Bloody Valentine. Lazarus. Boo Radleys, blah, blah. Chissenefrega. Tipiche sonorità che su di me hanno lo stesso effetto della presa del dito Wuxi…Kung Fu Panda anyone? Insomma, Skatoosh! Tornano i Cheathas con 4 tracce che compongono il Sunne Ep e mi spaccano il cuore in due un’altra volta.

Il tutto incomprensibile per chi guarda da fuori, come il vero amore d’altronde.

Krill – Tiger

Chissà se ne hanno venduta almeno una delle mozzarelle nelle quali avevano posizionato una chiavetta usb con la loro musica..

Dall’eccellente Exploding In Sound Records di Brooklyn, dalla quale sono in arrivo anche i potentissimi Pile, i Krill si ripresentano dopo l’interessante ma incompiuto Lucky Leaves del 2012.

Chitarre storte, melodie accennate, potenza trattenuta. Tiger si ferma un attimo prima di diventare un pezzo dei fratelli Kinsella, un attimo prima di diventare un pezzo dei Pavement, un attimo dopo avermi fatto (quasi) innamorare.

Boxed In – All Your Love Is Gone

Ricordo un’assurda trasferta di mezza estate, diversi anni fa, ad Arezzo per vedere gli Lcd Soundsystem che avevano pubblicato da poco tempo il primo album e una manciata di singoli. Partenza a metà pomeriggio, autostrada imballata. Caldo africano.

Nell’incantevole (!) cornice dello stadio comunale James Murphy e soci mi acchiapparono letteralmente braccia e gambe scaraventandomi in un’insensata, irrefrenabile danza. Alcune ore dopo, a notte fonda, il ritorno a Bologna sulla multipla del mio amico Marco, ovviamente placidamente addormentato accanto a me,  si trasformò in un’ epica battaglia con il sonno che se l’avessi persa non sarei ora qui a raccontare.

E i Boxed In? Ah, ok. Sono inglesi, nell’album vogliono giocare a fare i Disclosure con poca fortuna ma questo pezzo, ogni volta, mi fa sentire allo stadio comunale di Arezzo e mi dipinge un sorriso malinconico sulle labbra.

Massimiliano Bucchieri