Sniffinglucose #16 parte con Bill Callahan, che torna con “The Man I’m Supposed To Be”, anticipazione da “My Days of 58”, in uscita a fine febbraio. Lo sguardo è diretto, quasi spoglio: l’idea di ciò che si è diventati contro ciò che, teoricamente, si sarebbe dovuti essere.
Poi una deviazione che ci piace sempre fare, quando ci sono cover stimolanti come questa: Elias Rønnenfelt rilegge “The Orchids” di Psychic TV in maniera ben poco calligrafica e porta quel brano dentro questo presente fragile.
Con Winged Wheel e Boyhood esploriamo il sottobosco di chi prova ancora, seppur in maniera diversa, a mettere le chitarre al centro della scena.
Nel blocco centrale allarghiamo il campo e torniamo alle origini di certe idee di groove. Happy Mondays, ESG e Sly & The Family Stone raccontano tre modi diversi di intendere il ritmo come struttura. E a proposito degli Happy Mondays: chi ci ascolta da tempo lo sa, ma vale la pena ribadirlo. Quando entrano in gioco la Factory Records e quella Manchester di metà anni Ottanta, da queste parti scatta sempre qualcosa. Non solo per nostalgia, ma perché molte delle cose che ancora ci interessano passano inevitabilmente da quel punto lì.
Ci siamo sempre chiesti quanto abbiano davvero contato gli 𝗛𝗮𝗽𝗽𝘆 𝗠𝗼𝗻𝗱𝗮𝘆𝘀 nella scelta dei produttori dei loro dischi. Decisioni in proprio o suggerimenti di chi stava loro intorno? Fatto sta che la lista di nomi seduti dietro la consolle durante la realizzazione dei loro album resta, ancora oggi, unica per qualità ed eclettismo. 𝗝𝗼𝗵𝗻 𝗖𝗮𝗹𝗲, il primo, a imprimere a 𝘚𝘲𝘶𝘪𝘳𝘳𝘦𝘭 𝘢𝘯𝘥 𝘎-𝘔𝘢𝘯 un approccio asciutto e nervoso. Un album teso, quasi claustrofobico, che riflette più l’estetica sperimentale dell’ex Velvet Underground che l’edonismo caotico della band. Poi arriva 𝗠𝗮𝗿𝘁𝗶𝗻 𝗛𝗮𝗻𝗻𝗲𝘁𝘁, che in 𝘉𝘶𝘮𝘮𝘦𝘥 lavora per sottrazione: spazi vuoti, riverberi, ritmi dilatati. Ne nasce un funk ipnotico, allucinato, completamente fuori dagli schemi. Con il terzo disco, il salto è netto: 𝘗𝘪𝘭𝘭𝘴 ’𝘯’ 𝘛𝘩𝘳𝘪𝘭𝘭𝘴 𝘢𝘯𝘥 𝘉𝘦𝘭𝘭𝘺𝘢𝘤𝘩𝘦𝘴 porta la firma di 𝗣𝗮𝘂𝗹 𝗢𝗮𝗸𝗲𝗻𝗳𝗼𝗮𝗹𝗱 e 𝗦𝘁𝗲𝘃𝗲 𝗢𝘀𝗯𝗼𝗿𝗻𝗲. La produzione stravolge il materiale di partenza, fondendo rock, house e funk in un suono da club che finisce per definire un’intera stagione musicale. Infine — perché a 𝘜𝘯𝘤𝘭𝘦 𝘋𝘺𝘴𝘧𝘶𝘯𝘬𝘵𝘪𝘰𝘯𝘢𝘭 preferisco non pensare — arriva 𝘠𝘦𝘴 𝘗𝘭𝘦𝘢𝘴𝘦! L’idea di affidarne la produzione a 𝗧𝗶𝗻𝗮 𝗪𝗲𝘆𝗺𝗼𝘂𝘁𝗵 e 𝗖𝗵𝗿𝗶𝘀 𝗙𝗿𝗮𝗻𝘁𝘇 poteva sembrare perfetta. Un disco registrato tra le palme delle Barbados, con due ex Talking Heads (e Tom Tom Club) a guidare la nave. Peccato che, ormai, il clima di totale disfacimento personale e creativo all’interno della band abbia reso inutile persino la loro competenza. Nessuno, nemmeno loro, riuscì a tenere insieme quel fragile equilibrio tra controllo esterno e caos interno.
Nel dinale, si torna al presente con Water From Your Eyes e la loro rilettura mutante di un brano già instabile di suo. Dieci minuti irresistibili. Qui la forma è fluida, il movimento continuo, come se la canzone stesse ancora cercando di capire cosa vuole essere.
Chiudiamo con This Is Lorelei, disco della settimana e doppietta secca: canzoni che sembrano leggere, quasi distratte, ma che sotto portano una tensione emotiva che ci piace condividere.
