We Don’t Play Guitars (Fiver #35.2017)

Rough Trade East Store, ottobre 2017

Ho perso il conto di quante volte nel corso degli anni ho assistito al funerale delle chitarre. Solo avessi collezionato tutte le dichiarazioni che ho letto e registrato i dibattiti che ho ascoltato in questo ultimo quarto di secolo ne verrebbe fuori un interessante spaccato delle dinamiche che muovono e governano l’umore di chi ascolta musica. Che poi all’ascoltatore medio in effetti di queste faccende non interessa nulla, anzi spesso lui manco se ne accorge se una canzone è suonata con una chitarra, un basso e una batteria piuttosto che eseguita con il ricorso a un qualunque aggeggio elettronico.

Siamo noi –  quelli che dalla musica si fanno coinvolgere più che da qualunque altra cosa – che ci poniamo il problema, dividendoci in tribù e sostenendo tesi che in realtà non avrebbero bisogno di alcun paladino, né lo richiedono. Del resto dalle nostre parti siamo stati abituati a considerare il campanilismo come faccenda buona e giusta, irrimediabilmente radicata nella nostra natura di abitanti del Paese dei mille rioni, piuttosto che una pericolosa fondamenta su cui si costruiscono faziosità di opinione e iniquità di giudizio.
Personalmente non ho alcuna difficoltà ad ammettere di essere assolutamente di parte: mi piacciono da sempre le canzoni costruite con chitarra, basso, batteria e con una voce che possibilmente ci canti qualcosa sopra. Uno dei miei molti limiti di cui mi rendo perfettamente conto, anche se in qualche occasione ho provato a mescolare il mazzo di carte che mi è stato dato in mano tanti anni fa.
Ricordo ad esempio un tentativo di auto coinvolgimento nell’hip hop nel periodo in cui uscivano i dischi di De La Soul, A Tribe Called Quest e Dream Warriors e una infatuazione per la musica da club britannica che durante un breve soggiorno londinese di inizio 90’s mi convinse a trascurare un locale dove si sarebbe tenuto un doppio live di Lemonheads e Gumball per fiondarmi in una discoteca di quelle al momento imprescindibili a ballare gli ultimi hit electro di 808 State e Shamen come un twentyfour hour party people qualunque.
Del resto quelli erano gli anni di Paul Oakenfold, Terry Farley e Andrew Weatherall e proprio non si poteva restarne fuori.

Pur essendo fazioso, come ho appena dichiarato, odio con tutto me stesso il campanilismo (contraddizione in termini? Può darsi) e non mi sognerei mai di sostenere la superiorità di genere dei miei ascolti rispetto a quelli di chiunque altro. Eppure certi dischi che vanno per la maggiore oggi io proprio non li capisco. O meglio mi sfugge il processo che dovrebbe consentire a quei dischi di attirare l’entusiasmo di coloro i quali sono forniti – almeno in apparenza – di un bagaglio “culturale” che in un modo o nell’altro possa definirsi “alternativo” (lo so, sono una persona d’altri tempi e in quanto tale faccio fatica ad abbandonare aggettivi d’altri tempi, per questo li virgoletto).
Mettiamola così: non ho evidentemente i mezzi per avviare le sinapsi e stabilire i collegamenti causa effetto. Non è solo una questione di chitarre, anzi a ben vedere le chitarre c’entrano poco o nulla. E’ solo che è tutto troppo pop, ma proprio troppo. E non è che a me il pop faccia schifo, anzi.
I Cure di Close to Me e Friday I’m in Love lo sono senz’altro così come gli MGMT di Time to Pretend e Kids  per dire, e dio solo sa quante volte ho ascoltato  quelle canzoni, come tante altre cose del genere.

Comunque, pur faticando a comprendere certe infatuazioni,  ribadisco che non ho proprio nulla da  eccepire a chi ha gusti diversi dai miei. Solo mi piacerebbe che l’addetto ai lavori medio (vale a dire qualunque mio conoscente che scrive di musica pubblicando un post al giorno su un social) prima di esprimersi pubblicamente riuscisse a scindere il proprio gusto personale, l’altrettanto personale attitudine a farsi coinvolgere nelle mode del momento e il giudizio tranchant e definitivo riguardo quali siano le musiche “vive” e quali quelle “morte” al giorno d’oggi.
Capisco che sia difficile e in ogni caso del tutto utopico pensarlo, anche se non posso fare a meno di sperarlo.
Ma in fondo tutto questo affannarsi dietro al nulla fa sorridere e teorizzarci sopra mi pare eccessivo quindi spengo il computer e vado ad ascoltarmi un disco privo di chitarre che mi sta piacendo un bel po’, tanto alla fine le canzoni è sempre meglio ascoltarle che non parlarci sopra.

Anche perché poi quello che volevi dire tu puoi star sicuro che qualcuno lo ha già detto prima di te, esprimendo tra l’altro il pensiero in modo più chiaro e senz’altro autoritario. In questo caso lo ha fatto qualche tempo fa James Murphy, uno che oltre ad aver mischiato bene le carte pur non inventando nulla di nuovo è anche riuscito a fare entrare in una sola e leggendaria canzone praticamente tutti i concetti che ciclicamente mi trovo a ripetere su queste pagine:

I hear you’re buying a synthesizer and an arpeggiator and are throwing your computer out the window because you want to make something real
I hear that you and your band have sold your guitars and bought turntables, I hear that you and your band have sold your turntables and bought guitars

I hear everybody that you know is more relevant than everybody that I know
You don’t know what you really want.

Arturo Compagnoni

Eisenbahnstrasse 3, Berlin (Fiver #34.2017)


Gorlitzer Park si colora d’autunno mentre l’attraverso in uno sprazzo di sole. Cammino a zigzag tra le pozzanghere e gli spacciatori, qualche perditempo che, come me, se ne va a zonzo senza meta.
Una pausa di luce tra due acquazzoni e camminare respirando l’odore dell’erba bagnata placa i nervi, la tensione di ore a cercare di scrivere quel pezzo che non viene mai. Camminare muove anche l’anima, farlo per strade che non sono tue, ma che senti tue, ancora di più. Incontri occhi che non conosci, senti una lingua che non sai.
Quasi vent’anni fa, qui, uno di quei momenti che ti cambiano la vita. Se a Capodanno non fossi entrato in quel locale. Se fossi tornato in quello squat a Prenzlauerberg. La città dei “se”.
Ma i binari poi partono e corrono in una direzione sola. Chissà cosa c’era dall’altra parte.

Ricomincia a piovere e non ne ho voglia di inzupparmi. Ovviamente l’ombrello è bello asciutto sul divano di casa. Casa per qualche giorno, dall’altra parte del parco. M’infilo in un caffè e mi faccio riempire una tazzona di liquido scuro e fumante. Guardo la strada colpita dalle gocce sempre più aggressive, ora da folate d’acqua che cambia il colore del cielo, delle foglie sugli alberi. Non capisco tutti quelli che dicono che la vita è un impegno, che bisogna fare fatica per arrivare.
Certo, se per te conta un cazzo di lavoro, una carriera, certo che devi faticare, che devi studiare, sudare, imparare, provare e cadere. E ripartire e poi arrivare dove volevi arrivare. Forse. Se ce la fai.
Se te lo lasciano fare. Se la vita non decide di correre da un’altra parte. Ma questa, cazzo, è una gara. Non è una vita. Non è la vita.
Ok, fai il tuo master, godi della tua promozione. Brinda all’aumento. Va tutto bene.
Ma non pretendere che io sia impazzisca di gioia per tutto questo.
Una manciata di anni. Se tutto va bene. Questo abbiamo. E davvero vuoi farmi credere che conti il tuo lavoro? Quello che fai davanti al computer per otto ore al giorno? Davvero vuoi che io sia emozionato perché non sei stato su youporn per lo stesso tempo? Davvero vuoi che ti dica che sì, certo, tu sei unico. Io anche. Noi, poi… cazzo, e chi c’è come noi?

E se la vita fosse un’altra cosa? Se l’importante fosse qualcosa d’altro?
La porta si apre, entra una ragazza. Occhi blu enormi, sotto una chioma rossa bagnata. Si siede vicino alla stufa e si stringe per un momento nel maglione zuppo, prima di toglierlo e appoggiarlo
sul divano più vecchio di me. Gli sguardi s’incrociano per un momento. Un cenno istintivo di saluto, lei risponde con un sorriso e
va a ordinare. E se sbattersi tanto per raggiungere gli obiettivi non fosse la cosa più importante?
Ieri un’amica mi ha detto che qui, a Berlino, le persone parlano per ore nei club. Poi si salutano. Ognuno per la sua strada. E basta, fine.
Io le dicevo ok, ma se io non ti conosco ed è una bella serata e siamo presi bene, dopo due ore che chiacchieriamo e balliamo assieme ti dico di andare a bere qualcosa da un’altra parte. Magari di
venire da me. Non è normale? Lei mi detto qui no.
Ok. Quindi: due ore di blabla blabla. Poi, ciao. Ognuno per la sua strada. E nessuno scopa in questa città?
Certo. Torni a casa e vai su Tinder. Non ti fideresti mai ad andare a casa di uno sconosciuto.

Berlin I love you, but you’re bringing me down.
Come fai a parlare per ore con qualcuno, occhi negli occhi, e non volere mai andare oltre.
Certo, una volta hai voglia di fare due chiacchiere e basta, va bene. Ma non hai mai voglia di sentire altro? Che odore ha chi hai davanti? Che sapore? Mai?
La mia amica, berlinese doc, mi ha risposto: è solo un’altra persona, tanto non la rivedresti mai per caso e ne incontrerai comunque un’altra. Certo. Solo un’altra persona. Solo un’altra persona? Perché esiste qualcosa di più bello e importante di un’altra persona? Puoi anteporre “solo” a “un’altra persona”?
Tutto per non rischiare. Mai.
E se, invece, la chiave fosse buttarsi? Andare, conoscere, scavare. Amare, anche per un momento solamente.
Amare fino ad impazzire. Consumare, un corpo sull’altro, ogni secondo possibile, fino a che le gambe non tengono più in piedi. Fino a che fa male anche l’anima. Amare così, perché è l’unico modo vero di amare. Qualcuno dirà che poi si cresce.
Che l’amore sarà un impegno, che sarà un percorso, che sarà un lavoro. Un lavoro? Quanta stupidità, quanta paura.
Amarsi è tremare, è sentire la sua pelle, è pensare che nessuno abbia mai sentito quell’odore così forte, che nessun cuore abbia battuto così in fondo, che sembra stia scoppiando.
Ed è vero. È così: nessun cuore ha mai battuto così forte come il tuo. Nessuno ha mai respirato la sua pelle come tu, quella notte. Nessuno ha mai guardato un viso così bello che dormiva mentre fumavi quella sigaretta davanti alla finestra senza niente addosso e l’aria fresca entrava, ed era quasi l’alba. È vero.
È che poi si dimentica. Si dimentica per poter andare avanti, per continuare a vivere. Forse non eravamo fatti per vivere cent’anni ma trenta e allora a venti quell’amore pazzo era, non poteva che essere, l’unico, il più grande. Forse abbiamo dovuto imparare a smettere di amare. Ad accontentarci, a cercare un compagno perché quando torni a casa la sera da solo, a volte, è proprio dura. Perché la domenica senza calcio o droga non passa. Forse.

Majakovskij diceva che amore e lotta sono la stessa cosa. Come i pesci che sembra si stiano baciando e invece combattono. Come il graffito su quel muro qui vicino, con quei due che si baciano. Quello che hai fotografato anche tu.
Fare l’amore fino a quando manca il fiato è fare la rivoluzione. La libertà di un corpo felice è la libertà di un’anima che non ha paura.
Siamo bipedi col pollice opponibile e qualche pelo in meno dei nostri parenti a sangue caldo che stanno nella foresta o, poveri loro, negli zoo, ma siamo qui esattamente come loro: buttati quasi a caso – probabilmente solo a caso – a cercare qualcuno che ci scaldi nelle ore più difficili.

Io sono folle, folle, folle d’amore per te .
Io gemo di tenerezza perché sono folle, folle, folle
perché ti ho perduto .
Stamane il mattino era cosi caldo
che a me dettava quasi confusione
ma io ero malata di tormento
ero malata di tua perdizione.
(Alda Merini, Folle, folle, folle di Amore per te)

La città dei “se”, di quei momenti capitali in cui un caso, un passo fatto o meno, una porta aperta o no, una strada attraversata o una panchina su cui stare seduto cambia la vita; la città che poteva essere mia e non lo è stata. O forse sì. Lo è diventata comunque, che lo volessi o no.
Guardo i sampietrini calpestati da persone che corrono cercando riparo sotto le tende dei bar. I fari di poche auto illuminano, per un momento, l’orizzonte. Mi viene voglia di sorridere. Penso che qui non ci vivrei più, ma che non smetterò di tornarci. Che non invecchierò nemmeno dove vivo ora, sono solo di passaggio, ma ci rimarrò ancora per un po’.
Le cose vanno sempre come devono andare. L’importante è non rimpiangere mai una strada che non hai voluto imboccare: mentre stai a frignare potresti non vedere quella, perfetta, che ti è appena
stata messa davanti dal caso, o caos, o destino. Tutte parole che dicono la stessa cosa.

Solo un’altra persona. Berlino, Berlino, dai, lo sai: non puoi credere a chi ti dice che “tornerà” che “chissà quante troverai come lei”. Non è vero. Lo sai. Lo so. Lo sappiamo: non la troverai mai più.
La cercherai in mille occhi, su mille letti, ma non la troverai mai più. Quello che lasci andare via se ne va. E basta. Lo sappiamo, dai.

Come un serial killer
faccio pagare alle altre donne
la colpa
di non essere te
(Miche Mari, Cento poesie d’amore a Ladyhawke)

Io non lo so se ero sempre da solo o se mi sentivo così solo che nei ricordi sono sempre solo io.
Berlin I love you, e non ci credo a questa storia che qui non si sa amare, non è possibile. Con quest’aria che ti riempie, con i colori che hai, con le giornate di pioggia e le case coi pavimenti di legno e le stufe a carbone, cos’altro c’è da fare nei lunghi pomeriggi d’inverno se non consumarsi uno sull’altro?
Quell’odore di carbone nell’ingresso dei palazzi che per me sarai sempre tu, Berlin.
Non ci credo che non sai amare.
Lotta, ama, godi. Senza queste tre cose, niente verrà mai bene.
Un sacco di pensieri, come sempre, quando cammino per le tue strade. Stasera un bel concerto in un locale che non conosco, domani un’aereo e si torna. Solo per un po’, solo per ripartire.
Il mio caffè è finito.
Lei è veramente bellissima e chissà dove vive e cosa fa, magari se è sposata: forse si ripara qui prima di andare a prendere sua figlia a scuola di danza, proprio qui dietro. Chissà. O forse stava
passeggiando nel parco perché non trovava le parole per finire il suo romanzo, come me. E si sta domandando le stesse cose che mi domando io, guardandola ancora.
Fuori non accenna a smettere. Mi alzo, chiedo un’altra tazzona di brodaglia. Mi giro. Lei sfoglia
una rivista. Incrociamo gli occhi di nuovo.
Ciao, mi chiamo

Fabio Rodda

For real (Fiver #33.2017)


Considerando le mie limitate ambizioni e i miei pochi interessi – musica, gioco del calcio, qualche buon film e ogni tanto una lettura appropriata – il fatto di essere nato e vissuto in una città come Bologna è stato, a conti fatti, un evidente vantaggio. Lo riconosco da sempre, derubricando a semplice perseveranza quelli che qualche amico di manica larga considera meriti acquisiti sul campo. Obiettivamente faccio fatica a considerare virtù il fatto di poter segnare a curriculum la presenza a concerti storici e aver visto all’opera certi calciatori, perché di questo alla fine sostanzialmente si parla. Medaglie di latta se non di cartone.
Abitare in una città che all’altezza dei tuoi quindici anni ti accorda il privilegio di assistere a un concerto gratuito dei Clash in piazza (tour London Calling, mica cazzi) può effettivamente indirizzare la vita in un senso piuttosto che in un altro. Ancor più se nel paio di anni che seguono quel concerto fatale – l’epoca in cui anagraficamente ti iscrivi al club dei maggiorenni – quella stessa città apre le porte del suo palasport per mostrarti cosa è successo ai Joy Division subito dopo la morte del loro cantante (New Order, tour di Movement) e ti fornisce i mezzi per decifrare uno dei più interessanti momenti musicali degli ultimi 40 anni concedendoti la possibilità di vedere all’opera dal vivo nel momento giusto gente tipo Gang of 4, Devo, Killing Joke, Bauhaus, Chrome, DNA.
Il merito principale non va dunque a me quanto ai miei genitori che decisero di traslocare sotto le due torri giusto qualche mese prima della mia nascita. Di mio ho messo la costanza e la fedeltà nel tempo, a me stesso e alla causa del rock and roll. Sono solo stato presente e questa probabilmente è una qualità che posso esibire. Perché in fondo essere presenti è una scelta, una scelta che oggi probabilmente pochi deciderebbero di fare in un mondo in cui il digitale ha sostituito il reale e la partecipazione diventa inevitabilmente fittizia. Niente di male, non c’è un giusto e uno sbagliato e anzi forse è meglio così. Ci si stanca di meno, si dura di più e se è vero che le emozioni smarriscono il loro impeto nel setaccio del virtuale è anche vero che lo sconforto della delusione può essere smorzato con un clic della tastiera.


Hallelujah! “We don’t Play in a U.S.A. Band” dal 10” split con gli Inutili (Aagoo & Welcome In The Shit Records, 2017)

A Bologna c’è una squadra di calcio che negli anni della mia formazione come appassionato di football giocava solamente in serie A. Anzi di più: assieme a Milan, Inter e Juventus era allora una delle quattro compagini che potevano vantare il fatto di non essere mai retrocesse in serie B. Una squadra le cui partite mi hanno consentito di ammirare in campo nel tempo gente come Helmut Haller, Giacomo Bulgarelli, Eraldo Pecci, Beppe Dossena, Roberto Mancini e più avanti Roberto Baggio e Beppe Signori.
La prima volta che entrai in uno stadio fu per vedere quella squadra giocare contro un Cagliari che solo un paio di anni prima scendeva in campo con lo scudetto cucito sulla maglietta e il cui centravanti di nome faceva Gigi Riva. Il Bologna era allenato da Edmondo Fabbri e quell’anno in coppa Uefa era uscito ai sedicesimi con lo Željezničar di Sarajevo dopo aver eliminato l’Anderlecht al primo turno. Col Cagliari finì due a uno. Se ricordo ben uno dei due gol per i rossoblu di casa fu un’autorete del leggendario Comunardo Niccolai. Io dovevo ancora compiere sette anni e frequentavo la prima elementare.


Beaches “Arrow” da Second of Spring LP (Chapter Music, 2017)

Non ho mai tifato per la squadra della mia città perché la tradizione di famiglia mi ha mandato da un’altra parte, ma mi è sempre piaciuto andare alle partite di calcio e pur non tenendo per il Bologna Football Club sono stato abbonato allo stadio per tanti anni. Quel giorno, il giorno della mia prima partita di calcio sulle gradinate del Comunale, ho imparato una cosa che per quanto possa apparire assolutamente retorica è anche totalmente vera: il verde di un campo di calcio ha una luce diversa quando ti si para davanti nel momento in cui sbuchi fuori dalla penombra di uno degli ingressi piazzati sotto le scalinate rispetto al colore che ti propone la pur altissima definizione dell’ultimo modello di televisore piazzato nel salotto di casa tua.


Escape-ism “Almost No One (Can Have My Love)” da Introduction to Escape-ism LP (Merge, 2017)

Ieri guardavo con Giulio una partita, in televisione appunto. A un certo punto lui mi ha fatto una domanda apparentemente stramba: Perché quando andiamo allo stadio una partita sembra durare molto meno rispetto a quando la guardiamo in televisione? Ci ho pensato giusto l’attimo di rendermi conto che aveva ragione, anche per me era così. E allora gli ho risposto con sicurezza: Perché quando andiamo allo stadio siamo più coinvolti, viviamo la partita con un tipo di emozione diversa e questa emozione accelera i battiti del cuore. Quindi ci sembra tutto più veloce e di conseguenza più breve.


The World “Hot Shopper” da First World Record LP (Upset! The Rhythm, 2017)

Musica e calcio sono forse le due faccende che più frequentemente mi capita di affrontare con la gente che conosco. Spesso ascolto giudizi da conoscenti che sia pur molto appassionati ai due argomenti di cui sopra – peraltro classici ritardanti entrambi l’età adulta – non frequenta i luoghi dove si svolgono questi due eventi. Il che, per quanto la modalità sia figlia dei tempi dunque del tutto giustificabile, continua a stupirmi. Un po’ come se un fervente cattolico osservante e credente non andasse poi in chiesa la domenica.
Ogni tanto capita che mi chieda se nascendo in questi tempi avrei fatto le stesse scelte. Non so darmi una risposta, mi dico che sono stato fortunato a vivere anche un’epoca diversa da questa ma subito dopo cancello il pensiero rendendomi conto che quel concetto è probabilmente identico a quello che si trova a formulare qualunque persona quando inizia a diventare vecchia, in ogni epoca, in qualunque paese: ai miei tempi era tutto meglio.


Flesh World “Into the Shroud” da Into the Shroud LP (Dark Entries, 2017)

Non ho imparato molto dalle esperienze fatte sinora, però al di là di tutto quello che ho appena scritto qui sopra una delle poche cose che ho capito è che per apprezzare veramente una situazione bisogna viverla. Andare a vedere un concerto, così come andare allo stadio consente di farsi coinvolgere in quell’avvenimento in una maniera diversa. Di starci in mezzo e farsi trascinare. Permette letteralmente di respirarlo. Farselo raccontare da chi c’è stato, da una televisione o dallo schermo di un computer non è la stessa cosa. Per niente. Chi non lo capisce si sta perdendo qualcosa e forse dovrebbe fare uno sforzo per provare. Sconfiggere i tempi e sovvertire il nuovo ordine.
Ma francamente sono affari suoi, a me tutto sommato importa una sega.

Arturo Compagnoni

Ansiogeno. Autocelebrativo. Inutile. Un po’ come compiere 40 anni. (Fiver #32.2017)


Ebbene sì: è successo. Ieri era l’anniversario di un fatto di nessun conto nella storia dell’uomo, inevitabilmente fondamentale o, meglio, fondante, nella mia.
Il pomeriggio di un sabato di quaranta lunghi, lunghissimi, infiniti anni fa, in un ospedale di Feltre, appena sotto le Dolomiti bellunesi, una giovanissima e bellissima donna dava alla luce, dopo una dozzina di ore di travaglio, un cucciolo d’uomo privo di naso e con delle strane macchioline sulla faccia. Lo chiamò Fabio. In lizza solo Alessandro, nonno paterno (non mi sarebbe andata poi male anche con la seconda scelta, ma ho sempre amato molto il mio nome).
Lei voleva che il suo primo figlio nascesse in settembre. Io ho tenuto duro fino al pomeriggio del primo ottobre. Primadonna da subito, rompipalle pure, gettato nel mondo (direbbe Martin) all’ora giusta del giorno giusto: quattro e dieci del sabato. Il tempo di mettersi qualcosa addosso ed uscire per un paio di drink prima di far serata.
Chissà se mia madre se l’è presa di più per la mezza giornata di travaglio o perché sono saltato fuori in ottobre e non nel suo mese preferito, ma, comunque sia, da lì in poi il nostro rapporto si è sempre basato su una sottile e masochista per entrambi forma di scontro, avvicinamento/battaglia, lite furente/amore a distanza, come in un balletto post moderno che incarni l’impossibilità di un agognatissimo amore.

Forse disco dell’anno e quasi certamente live dell’anno – potrebbero scalzarlo nei prossimi mesi solo BRMC e Horrors. Un po’ di attesa per Dirty Fences al Covo – ma non credo che nel 2017 qualcosa potrà scavalcare la potenza e, non a caso, brutalità del concerto visto a LRDR dei giovani Idles che presentavano il loro Brutalism.
(Appena dietro, ma su queste pagine l’ho già scritto più volte, il live pazzesco di Albini & Co. all’Hana Bi quest’estate.)

Ma qui siamo a parlar di me, che l’argomento interessi il mondo intero non vi è dubbio alcuno.
Pomeriggio d’autunno, dicevamo, e così sono sempre stato: un pomeriggio d’autunno. L’amore per i colori e le luci soffuse, taglienti come lame a illuminare d’improvviso il rosso di una foglia di castagno bagnata dalle infinite piogge ottobrine. Il silenzio e l’odore della legna e dell’aria carica d’acqua. Il caos di un locale affollato e la notte. Il buio. Quello sempre. Sempre amato più l’oscurità della luce, i colori tenui e pallidi più del calore estivo di un ocra e di un vermiglio leonini nella loro forza. Invadenti, nella loro bellezza.
A sedici anni, certo di essere l’erede di Rimbaud: gli stessi turbamenti (e la convinzione di aver compreso Le Batteux Ivre) che mi facevano scriver poesie. A diciotto, come il Poeta, avevo smesso e la poesia la leggevo soltanto. Quante ore su Montale, Baudelaire e poi Ferlinghetti, l’adorato Allen Ginsberg. Tutte le lezioni di matematica e scienze seduto in cesso a fumare canne e leggere i grandi.
La filosofia, quel bisogno di capire che cazzo ci stavo a fare al mondo che mi obbligava a studiare ogni possibile risposta il mondo avesse mai dato. E quindi, dove vai a studiare filosofia nel 1996? Ma a Bologna. Dove nelle aule del TPO in via Irnerio, nei corridoi del L.I.N.K. di via Fioravanti, alle lectio magistrali del Livello 57 sotto il ponte di Stalingrado e nella sala studio del 25 occupato (questa non è una gag, esisteva e io studiavo lì i miei esami da 30 e lode, si sappia perdio) il giovane Fabio maturava la propria visione del mondo tra le letture dei classici del pensiero occidentale, la passione per il cyberpunk, le unghie smaltate di nero e il boa blu elettrico e l’unica fede negli scritti di tale Federico Nietzsche.

Ho sempre amato le voci femminili. Le ultime mie passioni a tal riguardo Sharon Van Etten, Savages, Florence and The Machine, Daughter (mammamia lei quanto è bella, pure…), Angel Olsen, Regina Spektor, l’adorata Anika e qui, da noi, Joan Thiele, Birthh, Ofeliadorme, Beatrice Antolini ma anche Claudia aka Levante (sì, lo so, sento già i buuuuuuuuuuu di voi mezze pippe indie, intanto paghereste tutti per un uscita con la bella siculotorinese) ma poi andiamo indietro e allora c’è la Bertè, Mia Martini, la Rettore e Patty. Anna Oxa: forse il primo concerto visto neanche a dieci anni e sicuramente la prima e unica cantante di cui mi sia innamorato. E allora torniamo ai primi amori. Lei si chiamava Chiara e aveva un paio d’anni più di me. Lei invece si chiama Mina Anna Mazzini e si faceva chiamare Mina e ogni volta che la sento per caso devo ascoltarla per ore e torno bambino mentre mia mamma guarda su televideo a che ora fanno “Telefono Giallo”.

E l’università e il movimento, finivano i ’90, molto più di un decennio. Un ribaltone. La tecnologia che faceva un salto avanti di cent’anni ogni due, i muri che erano caduti e tutta la storia studiata sui banchi che si spegneva in barconi che puntavano l’Italia perché la tv di Berlusconi raccontava in giro che eravamo tutti ricchi e felici.
Io scrivevo i primi romanzi – il primissimo, cassato con una splendida lettera che conservo di Castelvecchi, proprio lui, Alberto, e se dovevo prendermi un “no” ben venga che sia stato suo e con quelle parole piene di sincera energia e inviti a continuare. L’ho fatto. Prima o poi lo incontrerò e lo ringrazierò – e già mi stufavo dell’università, mi innamoravo di Cioran, ci scrivevo sopra un saggio che a quindici anni di distanza mi porterà a novembre ad un convegno internazionale proprio su colui di cui porto tatuato un aforisma sulla pelle. L’università, amore e rammarico. Tutto quello che sognavo e la caduta delle illusioni. La caduta dei ’90. La caduta di una giovinezza che non troverà più vera fine, né pace, né un posto, una casa in cui crescere e invecchiare.
Io lo so, ragazzi, che oggi vi gasate un sacco quando esce un disco di Ty Segall ed è giusto. Che aspettate la nuova uscita di Car Seat Headrest ed è giusto. Sono bravi. Ai loro concerti si canta e si poga. Ma io, non me ne vogliate, andavo, ragazzino, al sabato al negozio di dischi ed era appena uscita una roba così:

Poi i 29, compleannus horribilis: tutto era finito e in realtà stavo solo prevedendo quel brusco cambio di rotta che la mia vita avrebbe preso di lì a poco. Adulto. Ero adulto. Forse più di adesso. Adulto come responsabile, adulto come “so su che binari sono e dove andranno”, adulto come “posso fare previsioni sulla mia vita”. Sì, ho avuto il picco di maturità una dozzina di anni fa.
Un romanzo, l’università abbandonata dopo un paio d’anni di collaborazione con un docente, l’osteria rimasta al suo posto perché una cantina in cui sono nati i Nabat e il punk del ’78-’79 non poteva che diventare la mia casa bolognese.
Un sacco di casini fatti qua e là, un bel po’ di ammaccature e qualche segno sulla pelle, tutto a ricordare, come cicatrici, quello che è successo, che ho fatto, che mi hanno fatto.
Ricordare per imparare, per capire da dove vieni e dove puoi andare.
Ci ho provato: sono stato integerrimo. Non sono uscito per anni. Ho provato ad osservare il mondo raccontandolo con inutili fiumi di parole scritte su carta. Nascosto ben in vista.
Poi tutto è tornato irrimediabilmente alla sua essenza.
Bilancia ascendente acquario: aria su aria. It was not my fault I swear to god!

Altra bomba di quest’anno, visti sempre a LRDR (sempre sarò grato a Dario “Straccetto” Falcone che anni fa mi disse di andare a quel festival sulla costa nord della Francia, mentre finivo di scrivere i miei racconti), con un live se possibile più malato di quello della bianca e grassa famiglia d’origine: signore e signori, The Moonlandingz!

Ma, insomma, tutto ‘sto pezzo perché?
Beh, un po’ perché quei fannulloni dei miei soci non hanno voglia di scrivere e serviva un #fiver per lunedì 2 ottobre, un po’ per farci due risate e un po’ per condividere con tutti voi questo momento tosto: è il primo lunedì della mia vita da “anta”.
È il primo mattino lucido dei miei “anta”.
Cazzo, ho fatto quarant’anni. E adesso? Adesso, come dice mia madre, basta tatuaggi.
E poi, dico io, basta sbronze mortali come quella di sabato al Covo e domenica al Pub, il Celtic, vent’anni di Guinnes lì dentro… basta concerti in transenna, basta pogare, basta rendersi ridicoli barcollando in un locale, basta scrivere di continuo, basta uscire e chissà, magari si torna a casa all’alba.
Basta. Dai, su. È ora. Ora di dire basta. Basta prendere più di quattro aerei in un mese. Di decidere a caso di volare in una città per vedere un concerto. Basta viaggiare tantissimo, basta stare sempre a cercare qualche cosa. Basta.
Quello che è fatto è fatto. Giusto?
Poi, dai, pure il Papa Francis è passato a Bologna a farmi gli auguri, sarà pur un segno, no? C’è speranza. Perché se io posso cambiare, e voi potete cambiare… tutto il mondo può cambiare! (cit.) E giù lacrime.

E, niente, di stronzate ne ho scritte un po’ nelle righe precedenti, le famose due risate ce le siamo fatte ed è ora di chiudere. E verso il fade out ci vado seguendo quest’escalation di maraglianza che ci ha portato a passare dai Blues Bros a RockyIV, con un saluto che fu pane quotidiano al liceo per qualche settimana, il tempo di blaterare all’infinito di quella bomba che era stato Terminator2 Il giorno del giudizio al cinema.
E allora, ricordando le mattine del 1991 e la mia camiciona a scacchi grigioverde e i capelli lunghi fino alle spalle, vi dico: “hasta la vista, baby”.
Ci sentiamo alla prossima.
Più seri, posati e blablablablablablablablablablablablablablaaaaaaaaaa

PS: sono pure invecchiato meglio di Axl. Fuck!

Fabio Rodda

Ti ricordi. (Fiver #31.2017)

Hüsker Dü


Scrivo. Da quando sono alle superiori, come minimo. A scuola io e le mie compagne di banco anziché chiacchierare durante la lezione ci scambiavamo messaggi su carta, per ore, già allora sulla musica che ci piaceva, ma non solo. Ho ancora qualcuno di quei quaderni.
Anni più tardi, annoto cose sulla superficie della mia scrivania a casa e su blocchi di carta grigina riciclata. Concerti e incontri principalmente.
Già allora per sorreggere la memoria, come oggi constato con dispiacere. Tutto ciò purtroppo non c’è più: in uno (o più) di quei fantomatici repulisti che hanno fatto piazza pulita del mio passato sono sparite magliette, fotografie, libri, riviste. Non si trova quasi più nulla. Salvo l’inindispensabile: libri dimenticati (forse perché brutti), diari di scuola, cose così. Le mie ‘teste bianche’ negli anni sono state implacabili.
Ma vengo al dunque, per non perdermi ulteriormente (sono rabbiosa per questo e la rabbia va incanalata in qualcosa di creativo, altrimenti non se ne esce, giusto?).
Il mio rapporto con gli Hüsker Dü.
Come li abbia conosciuti non me lo ricordo con precisione: molto probabilmente tramite Stereodrome di Radio 2, anni ’80 dunque. A seguire Planet Rock: Paolo Gironi credo tu ne sappia qualcosa!
Ricordo senz’altro, qualche anno più in là, di aver visto i Nova Mob. Stefano Lipanje mi dice (e lo ringrazio infinitamente per questo) che era il 16 gennaio del 93, ed eravamo a Meolo (VE). Lì ci sono andata con la macchina del babbo, in compagnia di Roberta e forse qualche altra della mia cricca di allora (Stefania la sarda?). Venezia, dove studiavamo, non era lontana; però la macchina andava riportata ogni volta a casa in provincia di Padova: non potevo permettermi di lasciare in parcheggio il catorcio più dello stretto necessario. Ricordo l’atmosfera e l’energia di quel concerto. Stefano era anche lui lì, ma ancora non ci conoscevamo.
Fatto sta che in quel periodo stazionavamo parecchio dalle parti del ‘Paradiso Perduto’ la sera. Una di quelle, siamo all’esterno, io e Roberta, un po’ fuse, e cantiamo. The main, the main, remember your name. Remember the things you and I became, il resto non lo capivamo così bene e non ci spingevamo molto più in là nell’interpretazione. Attacchiamo quando passa Stefano: lui si ferma e dice qualcosa tipo Hey, questa la conosco. E’ fatta, siamo amici. Ci siamo persi di vista per anni, poi ritrovati nell’era di facebook.

Più avanti ancora. Abito in UK, per caso mi trovo a vivere con delle ragazze norvegesi: indovinate la prima cosa che chiedo ad una di loro, Aud Ase Reitan? Come si pronuncia correttamente Hüsker Dü, nella loro lingua, ‘ti ricordi‘. Come minimo avrà pensato che era bizzarro; e lo era, in effetti.
Arriviamo all’oggi, leggo un libricino sulla storia del gruppo. Grant della coppia è quello sfortunato: ha perso la casa in un incendio, con tutto quel che conteneva, il suo mondo in fumo, perduto. Per questo mi sta decisamente più simpatico dell’altro.
Anche se poi vado a vedere Bob all’Estragon poco più tardi. E lo trovo in splendida forma. Mi metto a saltare, ovviamente. Conosco finalmente Eliseno e anche Marco. Ci sono Massimiliano e Arturo. Bob regala la sua torta di compleanno a fine concerto; c’è ancora, allora. Gran bella serata.
Qualche sera fa riascoltiamo Good News for Modern Man e mi resta incollata addosso ancora una volta questa canzone, tipico esempio di arte hartiana. Ve la offro.
E buon passaggio verso altri pianeti, Grant, ci mancherai.

Paola Bianco

La ventunesima edizione (Fiver #30.2017)


Venerdì.
Fa caldo, maledettamente caldo in Sicilia da una settimana. L’idea di un festival con quaranta gradi all’ombra mi mette un po’ di ansia ma le previsioni sono dalla mia: pioggia in giro per il nord e venti che rinfrescano fin qua.
Parto da sotto Ragusa e attraverso in autobus terre che sembrano uscite dai film di Sergio Leone, poi improvvise colline così aspre da ricordar le mie montagne. Ci vuole lo stesso tempo che ci mette un aereo da Londra a NY per fare Vittoria-Castelbuono fra bus, treno e di nuovo bus, ma ho tempo di ascoltare almeno tre volte il disco di Salmo (intermezzato da Horrors, Moonlandingz e Idles a me molto più congeniali) e posso dire che per la prima volta dai tempi di Sangue Misto un rapper mi piace. Mah, sarà questo caldo…
La punta con Lorenzo è al palco Ypsi&Love, dove, in una cornice molto bella e con una buona acustica, suonano le band da qualche centinaia di persone, quelle ancora troppo giovani per il palco principale e le proposte più fresche.
Devo vedere Massi, ma i ritmi siculi – questo è l’unico festival d’Europa credo, in cui non vedi nessuno che corre: solo gente che passeggia con calma e che al tuo “dai che se no ci perdiamo l’inizio del concerto” ti guarda e abbozza quel sorriso da saggezza millenaria divertita dalla mia ansia da polentone – e un paio di appuntamenti in luoghi diversi ci tengono lontani fino a fine serata.
Piazza Castello è bellissima e affollata, un colpo d’occhio che illumina il buio. Al palco del Chiostro di San Francesco ho ascoltato per la prima volta la voce clamorosa di Sergio Beercock: non quello che ascolto tutte le mattine, ma una grandissima performance ad aprire YpsigRock2017. A seguire Bry. Sono di buon umore e quindi sorvolo sul bimbo irlandese che si atteggia a rockstar potendo ampiamente farne a meno. Saltato il palco nell’ex Chiesa del Crocefisso causa birrette con amici vari e poi passaggio a casa, poi birrette, poi cena (ritmi siculi, pure un polentone come me…) e arrivo al Castello che stanno cominciando i Cabbage. Energia, un tentativo di carica punk. Mi stride qualcosa nell’orecchio e quel qualcosa sono tre parole. Fat. White. Family.
Devastanti, due anni fa: sullo stesso palco, l’apocalisse. Oggi un temporale di chitarre e batteria.
Il paragone è impietoso, ma forse sono le mie orecchie ad essere troppo stagionate e smaliziate.
Comunque, cominciamo bene.

Second act: Preoccupations. Terza volta quest’anno fra Primavera e Hana-Bi. Li ascolto da lontano,
ci sanno fare, niente da dire: i suoni ci sono tutti, le mani al posto giusto (e, oggi, non è poco) e quella voce che non mi convince mai. Un po’ FBYC (ma quanto sono fighi, loro?) rallentati, un po’ Shellac senza pugni da tirare (scusate, ma non posso fare a meno di citarlo: concerto dell’anno fino a qui, quei devastanti tre quarti d’ora al BeachesBrew sotto la tempesta di sabbia con Steve Albini che improvvisa un line check con foulard a coprirgli la bocca per non farsi una scorpacciata di spiaggia volante). Non lo so. Solito effetto da cubo di Rubik. Tanti lati, singolarmente attraenti che non si mettono insieme manco per sbaglio. Tanta roba che sulla carta mi piace, tanti suoni che dal palco mi piacciono. Ma dopo mezz’ora, sono, come le altre due volte nel corso di un paio di mesi, perplesso e ho voglia di sentire qualcosa di diverso.
I Ride sono felici. Adorano il panettone locale e l’asinello per la raccolta differenziata. Ci ripagano con un set potente. Senza sbavature. Chitarre e intrecci vocali ineffabili. Dreams Burn Down. Ricordi si materializzano e rotolano per le scale del castello. E il tempo si ferma. Sospeso alle pendici delle Madonie.

Sabato.
Non è la nostra serata, lo sappiamo. E ci sta. Non ci può essere solo punk, rock, indie sul palco di un festival ricercato e internazionale.
Io e Massi ci guardiamo perplessi mentre beviamo un caffè al Cycas, bar casa Ypsig: una lista di nomi che non conosciamo e coprono da r’n’b a hiphop passando per un tocco dance. Mah… mettono
pure brutto tempo, sarà la punizione divina del dio dei nerd che aspettano Will Toledo come una manna.
Massi molla e va a fare un giro con moglie e amici. Io seguo Lorenzo allo stage nel Chiostro. E, come sempre, capisco di non capire un cazzo. Sul palco Estel Luz e va bene: quel sound tra soul che strizza l’occhio alla dance che proprio è quello che non ascolterei nemmeno se mi pagassero, ma, alla fine, ha stile e fa passare la sua oretta di live con la voglia di sorridere.
Poi, la conferma che non capisco un cazzo: Adam Naas. Ok. Lo guardo e mi metto le mani nei capelli: un altro hipster, pure francese. Neanche la bionda che suona con lui – jeans a vita alta,
maglia oversize con maniche arrotolate e cintura floscia – mi tira su di morale. Oddio un’altra band da copertina di Pitchfork digitale. Mi prende lo sconforto. Poi i tre ragazzini salgono sul palco e succede qualcosa.

I due che accompagnano Adam fanno due coretti e tre colpi di tastiera ma li fanno bene. E lui sfodera una voce da brividi con un groove e uno stile da chi è nato sul palco.
Il chiostro si riempie – e si vede che c’è chi ne capisce più di me e con meno pregiudizi – e il live è uno spettacolo che mette in pace alle orecchie. Rimango ad applaudire finché non scendono dal palco e vado a fargli i complimenti – e a salutare Eric di Comcerto che lo ha portato qui, sempre sul pezzo il ragazzone… – e lui ringrazia timido e felice, primadonna forse non ancora del tutto consapevole dei propri mezzi. Evviva.
Devo saltare Amnesia Scanner marinando di nuovo l’ex chiesa e arrivo direttamente in piazza per vedere l’unica cosa che mi stuzzica della serata: Beak. Mr Portishead non riscuote le mie simpatie ma insieme ai suoi sodali srotola paesaggi sonori con nonchalance e tanto li trovo leziosi su disco tanto stasera li trovo “necessari”.
Non mi scompongo per Rejjie Snow – sarà, ma se devo sentire hiphop americano datemi gli emuli di Snoop Dog e Pharrel e, per l’amordidio, la trap no, la trap non esiste – e seguo Digitalism incuriosito dalla passione che sale dalla piazza. Forse è vero: è sabato, è agosto e la gente vuole ballare. Bravi gli organizzatori che l’hanno capito e mi hanno stupito di nuovo facendomi godere una serata a cui, di mio, non avrei partecipato.

La piazza è piena, si sta bene, la gente ride e si diverte.
Noi finiamo a fare mattina in giro per il paese.

Domenica.
La festa: con Massi ci troviamo dal primo live. Oggi, da bravi, ritmi nordici: ci facciamo tutti i palchi, tutti i live. Chiostro: i Klangstof mi annoiano ma il conteggio dei sorrisi circostanti mi dimostra che ho ampiamente torto (come spesso accade) e chiudono dopo Bobbypin i live di Ypsi&love stage.
Ci trasferiamo all’ex chiesa, dove non so cosa si è presa Aldous Harding ma non credo di volerne anche io. Combatte i suoi fantasmi aggrappata alla sua chitarra acustica, evidentemente. Pieni e vuoti. Più i secondi, indubbiamente. Alla quarta volta che, dopo aver roteato gli occhi, mi fissa con una smorfia da clown di It guadagno velocemente l’uscita un po’ turbato.
Trascino Massi di corsa a fare la fila per Edda. Il mio live più atteso del festival e lui non ci delude: ha un sorriso e un abbraccio per tutti e, soprattutto, delle canzoni belle. Molto belle. Che nel castello volano e non si posano mai commuovendo noi, stipati sulle scale medievali dopo una fila che temevamo ci lasciasse fuori.

La location è incredibile. Il set potente come sempre: infradito e maglietta sdrucita ma animato dalla potenza del reale. Edda è la storia più bella della musica italiana degli ultimi anni, e vederlo così in forma ancora dopo la data di marzo al Locomotiv a Bologna è una vera gioia.
Si va in Piazza Castello giusto in tempo per sgomitare quel poco che serve e arrivare in prima fila.
Will Toledo non è figo e credo non sia neanche ‘sto fenomeno di simpatia. Ha un unico grosso difetto per quel che mi riguarda, averci regalato il concerto dell’anno dodici mesi fa nello stanzone
del Mattatoio. Abbracciati, sudati, commossi. Due gradi di separazione al massimo. Le canzoni sono sempre belle ma un po’ si perdono nell’indifferenza dei molti che aspettano ansiosamente i
Cigarettes After Sex.

Saltiamo e cantiamo a squarciagola felici come bambini. Massi è il fan numero uno, credo, in questa piazza e lo vedo volare dieci centimetri sopra gli altri quando grida “it doesn’t have to be like this” e siamo immersi in quel clima di festa che ti fa voglia di prendere un’altra birra e andare a chiedere a quel tipo dove ha trovato la tshirt di quella band che credevi di conoscere solo tu e invece lui l’ha vista in un festival imbucato in un bosco in Inghilterra l’anno scorso. É una festa e nella festa può scivolare via anche un set inutile. Il tempo si sospende per un’ora. Un’ora insulsa, irritante.
Un’ora della mia vita che rivorrei indietro, grazie.
Non c’è niente da fare. Visti al Covo l’inverno scorso, di nuovo qui mi confermano il giudizio di una stagione fa. Un disco da ascoltare a casa mentre fai le pulizie, per poi annoiarti e mettere su gli XX e annoiarti di nuovo e ascoltare musica vera, fatta con gli strumenti, quelli che si sanno suonare davvero.
Ma, malgrado loro (e grazie a loro visto l’incomprensibile hype che riempie la piazza), la serata fila via sempre in quel mood festaiolo che ci porterà avanti fino all’alba.
I Beach House in confronto ai Cigarettes sembrano i Velvet Underground. Srotolano il loro tappeto di stelle e ci adagiano sopra deliziosi ricami. Si meritano questa piazza magica e noi tutti ci
meritiamo loro.

Finito l’ultimo live, sono abbracci e saluti. Con Massi ci vedremo al più tardi a Bologna all’apertura del Covo. Si torna al Cycas, dove Victoria Legrand, che probabilmente ha passato il pomeriggio con
Aldous Harding ma prendendo solo quella buona, è a caccia di qualunque cosa alcolica si possa bere.
Recupero Lorenzo e andiamo a chiudere un baretto di un amico ed è quasi giorno. Ma siamo irriducibili: su il chiodo e via in Vespa per le curve di Castelbuono fino al Camping dove si chiude la festa. Fabio Nirta si diverte a mashuppare qualunque cosa abbia ascoltato in vita sua. Io prendo l’ultima birra che sono le otto del mattino. La gente balla e salta ed è pieno giorno ed è quasi freddo e quasi sa di fine estate anche se non è ferragosto questo festival che spazia molto, non aveva super nomi in lineup ma perle sì, che mi ha fatto rincontrare un paese bello e bella gente (quel paese lo conoscevo già e quella bella, bellissima gente anche, ma ogni volta è meglio di quella prima), ridere dei ritmi siculi, innamorare delle spiagge di sassi sopra Cefalù.
Domani Palermo e poi un aereo e si torna a nord. Tre giorni in fila a lavorare e poi una notte in bianco, un aereo e La Route du Rock a Saint Malo.
Poi, l’estate sarà finita davvero.

Fabio Rodda

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Il Teatro Tivoli a Bologna non è altro che un cinema parrocchiale di periferia.

Quando annunciarono il concerto di Grant Hart mi ricordo che, come prima cosa, preso dall’eccitazione dell’evento, tempestai Arturo di domande: ma che posto è? Ma Grant Hart in un cinema parrocchiale? Sei sicuro? Non che salta all’ultimo…..Mi rassicurò sul fatto che ogni tanto organizzassero concerti in quel luogo e che, insomma, era meglio che la facessi finita e che non ci sarebbero stati problemi. Era la primavera del 1990.

Gli Hüsker Dü si erano sciolti da poco e io tenevo in casa una cassetta registrata di una trasmissione radiofonica della Rai come una piccola reliquia. Guido Chiesa, inviato da New York, raccontava il concerto del tour di Warehouse: Songs and Stories, facendone sentire naturalmente degli estratti. Mi ricordo esattamente cosa diceva: hanno suonato tutto l’album dall’inizio alla fine conservando la stessa scaletta del disco. Nel bis hanno ripreso qualche canzone più vecchia ed hanno suonato una cover dei Beatles. Bob Mould non ha detto una parola tutto il tempo, mentre Grant Hart, dietro la batteria, cantava le canzoni che aveva scritto di suo pugno intervallando qualche battuta a stemperare la tensione che ormai aveva minato la band al suo interno. Tutto il resto è storia.

Del concerto bolognese di Grant Hart mi ricordo poco: fece alzare il pubblico dalle poltroncine e ci ritrovammo tutti in quello stretto spazio tra il palco e le prime file. Non suonò pezzi degli Hüsker Dü, mi pare, ma non potrei giurarci. Suonò sicuramente i brani del suo primo disco solista, compresa 2541 che è una delle più belle canzoni degli ultimi 30 anni e che nessuno si ricorda di mettere mai in una di quelle cazzo di classifiche/playlist che vanno tanto di moda.

A distanza di anni, ogni volta che passo in via Massarenti 418, all’altezza del cinema Tivoli penso a quella notte. Passo in macchina, volgo lo sguardo verso quel cinema dimesso e penso: lì dentro ci ha suonato Grant Hart, scuoto ogni volta la testa e mi ritrovo un sorriso da ebete stampato in faccia.

CESARE LORENZI

Genova – Amburgo solo andata (Fiver #29.2017)

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Eccoci qua. Ultimo lunedì di luglio. Si sente già l’odore del mare.
Non ce la facciamo più: un anno di fatica sulle spalle e non vediamo l’ora di mollare tutto, caricare la macchina o saltare su un aereo e andare via. Parlare solo di figa e calcio, sperare in qualche rimorchio da spiaggia e non pensare a nulla per un paio di settimane.
Ce lo meritiamo, è giusto.
Abbiamo faticato tanto per arrivare in piedi fino a oggi senza spaccare la faccia al capo, menare quello che ci ha rubato ieri il parcheggio, urlare al lavavetri di andare a farsi ammazare. Ecco, questo magari l’abbiamo fatto. Ma, insomma. È ora di vacanze e ce le siamo maledettamente sudate. L’altro giorno hanno licenziato una mia amica. Lei sa fare il suo lavoro. Bene. L’azienda per cui lavorava è sana, guadagna. Ma lei è stata licenziata.
Da un giorno all’altro.
Con un sorriso e un “se vuoi puoi finire la settimana e prendere lo stipendio del mese pieno”. Perché? Perché la sua figura “non rientra nei piani aziendali”. Tradotto? Le scadeva un contratto fiscalmente vantaggioso per i suoi capi, quindi l’hanno fatta fuori e hanno preso, il giorno prima, un nuovo sbarbo a fare quello che stava facendo lei. Il suo capo era “molto dispiaciuto”. Molto. Ma non le pagherà l’affitto il mese prossimo. E, d’altra parte, “non posso farci niente” e, in ultima istanza “non è una mia decisione, devo rispondere anche io a qualcuno”. Eseguivo solo gli ordini. Un altro per i prossimi due mesi, poi ci sarà qualcuno che lo farà per meno.
Carne da macello.

Dalle mie parti, in Veneto, c’è una crisi spaventosa. La gente viene lasciata a casa di continuo. Si sopravvive solo perché i nonni avevano messo da parte, la guerra aveva insegnato loro che non bisognava fidarsi delle vacche grasse e adesso figli e nipoti consumano quello che è rimasto. Quando quella scorta finirà, finirà un intero sistema, un indotto, una regione.
E le aziende che hanno fatto la fortuna della “bassa” trenta-quaranta anni fa? Che fine hanno fatto? Fallimenti? Crisi che ha spazzato via tutto?
Ma dai, veramente ancora ci crediamo alla crisi? Stanno bene, tranquilli, stanno benone. I proprietari vivono ancora nelle ville a Treviso, Bassano e dintorni, solo che le fabbrichette le hanno trasferite a Brasov, Timisoara, Lubiana, Nova Gorica, o direttamente in India, Pakistan dove le manine scure cuciono in fretta e costano pochissimo. E, allora, via la catena mortale: chi portava la merce non ha più nulla da portare, chi cuciva i pezzi non ha più nulla da cucine, chi faceva il caffè a quello che cuciva non ha più nessuno a cui fare il caffè e via così.
Un’intera regione messa in ginocchio da chi ha deliberatamente deciso non di far sopravvivere l’azienda, ma di arricchirsi di più. Di più. Sempre di più. E chissenefrega del prezzo da pagare. Tanto mica pagano loro. E i furbacchioni delle mie terre? Tutti incazzati con quattro negri rifugiati e spediti in paesini di merda del polesine. Eh, però, vuoi non incazzarti? Sono negri! Mica andare tutti i santi giorni a spaccare i vetri della macchina del paron che ha delocalizzato il capannone e adesso ha un monte stipendi dimezzato e un monte di soldi da sputtanare a prosecchi e troie. La legge lo permette, l’etica pure: vado a dar lavoro in terzo mondo e poi, “io pago le tasse”! Novanta minuti di applausi. Delocalizzare. Incrementare. Aumentare.
Carne da macello.

Per fortuna che sono venuto a vivere nella ricca Emilia, dove di questi problemi non ce n’è. Non ci sono barboni che dormono per strada, le aziende vanno a manetta e stanno tutte qui, ben radicate nel territorio. E poi, poi c’è quel senso di responsabilità. Quello per cui se io guadagno non due ma due-trecento volte quello che prende un mio impiegato-operaio, io ne sono responsabile.
Se lo licenzio e lo metto per strada dovrò avere un po’ di mal di pancia. Un po’ di ansia: e questo domani come andrà a fare la spesa? Ah, no. Vero. Non succede nemmeno qui. Mi sono confuso. Avevo sognato fosse così, colpa del baffetto che nei primi novanta mi faceva sognare l’Emilia Rossa.
In realtà era già solo Paranoica. Gli anarchici sono sempre al bar ma hanno sempre ragione. Non è colpa mia. E di chi, allora? Non lo so, ma non è mia.
E allora, perché guadagni ogni anno quello che lui non arriverà a prendere in tutta la vita? Perché ho studiato. Ah. Perché qualcuno ti ha mantenuto mentre facevi l’Erasmus a Barcellona prima di laurearti in economia. Giusto. Te la sei tutta sudata e, soprattutto, meritata questa vita che fai. Tutta farina del tuo sacco. Tutto tuo diritto. Bravo. Mi ricordo quando il buonismo borghese da inizio novecento riempiva di ideali etici i ricchi. E allora i principi del foro insegnavano pro bono a giurisprudenza, perché era una questione di prestigio. E allora gli imprenditori si preoccupavano dei lavoratori delle loro aziende e ne conosco uno che ha mandato in America a spese sue un operaio ad operarsi al cuore, che qui in Italia ancora quelle cose non si sapevano fare bene. E l’operaio è vissuto e il paron non è diventato povero ma un po’ più felice. Un po’ più umano. Buonismo da ricchi. Facile. Eppure siamo riuscita a peggiorare. L’etica è passata di moda. L’aumento di profitto è una necessità. Il mondo piccolo e sovraffollato da squaletti che sgomitano per morsicare una briciola di torta. La mia amica non andrà in vacanza. Non può. Il suo capo sì.
Non è colpa mia. Non sono stato io.
Ma, soprattutto, è così che va il mondo.
Carne da macello.

Ma, insomma, è estate. Pensiamo positivo. Sentiamoci un momento sereni. Sicuri. Protetti. Deleghiamo per un po’ a qualcun altro i nervosi, lo stress.
Lasciamoci proteggere. E servire. Proteggere e servire. Mi ricorda qualcosa.
Ah sì, i telefilm americani: le macchine della polizia di L.A. con le fiancate dipinte e quel motto stampato. Da bambino pensavo che fosse il motto di tutte le polizie del mondo. Lo trovavo appropriato: tu sei pagato da me, dalle mie tasse, per servire e proteggere me. Poi sono cresciuto e ho cominciato a dubitare di quel motto. O meglio, ho capito che chi indossa una divisa serve e protegge qualcuno, qualcosa. Ma non me. Lo Stato. Che sono io. Eppure se io vado jeans e maglietta e tatuaggi a dire a uno sbirro “mi servi per favore, visto che è il tuo scopo, quello a cui sei addetto per tua scelta?”, secondo me ne esco con la faccia che somiglia ad un quadro di Picasso dalle sberle.
Se però glielo urla il suo capo, di difendere le vetrine di quel ciccione che è proprietario di quella banca di merda salvata coi miei soldi per decisione di qualcuno che, beffa delle beffe, nessuno ha veramente votato e di certo non io; se glielo ordina lui di mettersi lì davanti a quella macchina lavasoldi minacciata dal mio diritto a manifestare le mie idee nelle mie strade (sì, perché le strade sono della gente, quindi anche mie), lui si mette casco e scudo e lo va a fare. Serve e protegge. Ma non me. Lo Stato. Ma non me. Quindi io non faccio parte dello stato, giusto? Se non fosse così, mi proteggerebbe, mi servirebbe. E se non faccio parte dello Stato, perché devo rispettarne le decisioni? Le leggi, ad esempio? C’è qualcosa che non va se quando cammini per strada, invece che sentirti tranquillo se all’improvviso ti trovi circondato da divise scure, ti prende quella strana ansia.
Quella che ti dice che sai che senza ragione potrebbe succedere qualcosa di brutto. Che loro, invece che essere dei servitori, hanno il potere di farti delle cose che ti spaventano. Forse mi vengono in mente troppe immagini del passato. Troppi nomi. Carlo. Federico. Stefano. Forse sono solo veramente troppo stanco. Forse devo solo andare in vacanza. Non ne posso più. Sono umano. Aldo. Gabriele Katiuscia.
Carne da macello.

Le vacanze, le vacanze. E fa caldo.
E non ne posso più.
E sono veramente alla frutta. Giusto, tutto giusto e non sarò io a rovinarvi le vacanze. Sto per partire anch’io. Finalmente. Col mio carico di odio da far sciogliere con le gambe nell’acqua, lo stress da buttare in birre fresche sulla spiaggia, instagrammando un tramonto o un sorriso biondo e sconosciuto. Ieri però ho scritto una lettera. Non lo facevo da molto tempo. L’ho spedita in Germania. Non lo facevo da molto tempo. L’ho inviata ad un carcere ad Amburgo. Non l’avevo mai fatto.
Ho scritto a Maria. Feltrina, ventitrè anni o giù di lì. Ci siamo conosciuti per caso, qualche tempo fa. Conosco suo fratello, la sua famiglia, gli amici. È stata arrestata ad Amburgo, durante gli scontri per il G20. C’era gente che lanciava molotov dalle finestre e lasciamo perdere che se qualcuno ogni volta che i “grandi del mondo” si riuniscono fa di tutto, rischiando la pelle, per gridare, distruggere, per colpire un nemico come fosse in guerra, lasciamo perdere, dicevo, che forse in guerra ci siamo davvero e noi non ce ne accorgiamo. Lasciamo perdere che senza forse oggi abbiamo meno diritti di sedici anni fa. Sedici anni. Cosa succedeva nel luglio di sedici anni fa? Ah già, ammazzavano un ragazzo con un estintore in mano. In Italia.
Si chiamava Carlo Giuliani. Era il 20 luglio del 2001. Il tempo è corso via in un lampo scuro. Sedici anni ad abituare la gente che essere picchiato, violentato, ucciso da chi deve servire e proteggere è una cosa che può succedere. Chiedetelo a Ilaria Cucchi. Alla mamma di Federico Aldrovandi.
O scegliete a caso fra le decine di vittime anche solo qui da noi, nella pacifica e paciosa Italia. Chiedetelo a chi è passato dalla caserma di Bolzaneto, quel maledetto luglio 2001. E poi c’è Maria. Maria non è una violenta. È una ragazzina. Si era fermata a soccorrere un’altra persona, caduta mentre scappava da una carica (che è normale essere caricati da armadi a quattro ante vestiti come soldati quando si manifesta, come da diritto, il proprio dissenso nelle proprie strade). Qualcuno era caduto e si era rotto la gamba. Maria e Fabio, anche lui bellunese, ancora più giovane di lei, si sono fermati. Non sono stati furbi. Sono stati umani. Non sono scappati, non si sono delocalizzati. Non hanno imparato la lezione degli imprenditori conigli nostrani. Hanno detto “fermi tutti che qui c’è una persona da aiutare”.
Maria è in carcere da settimane. Come Fabio e altri. Maria in quella cella ci rimarrà altre settimane. Aveva in borsa la kefiah che ti metti alle medie e un paio di occhiali da sole con cui, secondo i giudici tedeschi, poteva mascherarsi per compiere chissà quali crimini. Eccerto. Cinquanta chili coi vestiti contro i robocop della Merkel, chissà che cazzo gli poteva combinare agli amburghesi. Maria non andrà in vacanza. No, neanche lei. Ma non perché non può pagarsi le ferie, perché la tengono dentro. Preventivamente. Settimane.
Perché? Perché i giudici sì che ci vanno in vacanza.
Magari proprio qui, in Italia. Magari proprio sulla stessa spiaggia in cui starò io a friggere i pensieri cattivi che ho stamattina. A saperlo. Quante brutte idee mi vengono in mente. Per fortuna vado in vacanza. Anche tu, vero? Maria no. La mia amica neanche. Ah già, l’ho già detto, scusa. Ma, insomma, i giudici se ne vanno. E Maria resta dentro. In una cella. A cui spedisco i libri che ho scritto perché spero che glieli diano e che lei per qualche ora possa distrarsi. Possa sapere che c’è chi pensa che sia mostruoso quello che le sta succedendo. Che c’è qualcuno che non vede l’ora di abbracciarla. E che non dimentica. Non perdona. Non resetta, non delocalizza il cervello. Lei è rimasta umana. L’hanno sbattuta in una cella.
Carne da macello.

Ma siamo in vacanza, no?
Pure SniffinGlucose chiude i battenti e va al mare e va bene così.
Maria in vacanza non ci va. La mia amica nemmeno. Io sì. Voi anche.
Andiamoci in vacanza, è giusto. Ce lo meritiamo. Siamo stanchi. Non possiamo essere sempre a lottare, sempre dei supereroi. Siamo umani. Ma, appunto, restiamo umani. Restate umani. Tu, rimani umano. Domani, in spiaggia, quando al tg, mentre mangi una piadina, vedrai il solito negro che sbarca a Lampedusa, per favore, veramente te lo chiedo per favore, prima di cominciare a sproloquiare su “stare a casa loro”, “i rifugiati negli alberghi e gli italiani nelle tende”, “i trenta euro al giorno a loro e io pago l’inps” e tutte queste puttanate; prima, dicevo, pensa a questa chicca: lo sai chi va in vacanza?
Più di me e di te messi assieme. Più di tutti quelli che leggono questo pezzo e i loro parenti anche per le generazioni future? Va in vacanza il maritino di una nota (non credo per immensi meriti artistici) attrice italiana. Il maritino dopo un anno e mezzo di lavoro (essì, e fattela una risata, avrà ben lavorato Cattaneo per quasi un anno e mezzo, no? Lacrimoni…) se ne va da Tim, quella a cui voi stronzi pagate l’abbonamento (voi perché io lo pago a Vodafone, e fatevela sta risata, no?) e Tim cosa gli da? Una ventina e rotti di milioni di euro. Di. Milioni. Di. Euro. E parliamo di Tim. Italia. Non le multinazionali vere. Quelle che pesano sul serio nel mondo. Che fanno firmare trattati alimentari in cui perdiamo pure la sovranità nazionale. Quelle che decidono delle nostre vite e che ci costringono alla guerra, quella in cui non sappiamo di essere. Chiaro? Ventitré milioni di euro. Io non sono scandalizzato. Rido. Tanto domani prendo un aereo alle nove di sera e alle undici sarò già sbronzo. Sono stanco. È mio diritto. Sono umano. Ma ti chiedo una cortesia. Domani, mentre ti verrà voglia di fare quel commento da capra ritardata, pensa a Flavio e Sabrinona nostri, che non credo saranno ad Ostia col panino e il telo della Camel comprato negli anni ottanta in autogrill.
Pensa a loro due, fatti mezza risata e poi fatti venire un po’ di incazzo.
Che non siamo carne da macello.

FABIO RODDA

Hard Drive (Fiver #28.2017)

Goat Girl the band rebuilding London_s indie scene Music The Guardian

Goat Girl

Non ho idea quante vite differenti ognuno di noi abbia in sorte. Evan Dando ne ha comunque vissuta una in più di me e probabilmente anche di voi. Leggere la sua biografia (se ne esistesse una) farebbe perdere l’orientamento anche al più smaliziato dei bastardi in circolazione. Dividere in capitoli differenti un’esistenza è compito dei biografi e nessuno pensa alla propria vita come ad una serie di capitoli isolati e divisi uno dall’altro. Probabilmente è più facile ritrovarsi a contare cinquanta primavere e non essersene neppure accorti. Evan Dando è un classe ‘67, proprio come me. L’ultima canzone che porta la sua firma l’ha pubblicata nel 2006 e da quel giorno fino ad oggi ha sempre trovato il modo di sfangarla. Tra un disco di cover, un concerto acustico, una reunion dei Lemonheads, sono passati più di dieci anni ed è stato come battere le ciglia un paio di volte.
Evan Dando è il mio cantante preferito. Non ho mai chiesto di meglio di una canzone di Alex Chilton oppure Townes Van Zandt da alternare a Candy Apple Grey, del resto.
Ne parlo oggi perché è appena uscita la ristampa di Baby, I’m Bored, l’unico suo disco solista, del 2003. Come tutti i dischi di Dando, compresi quelli dei Lemonheads, è un lavoro riuscito a metà, con quel senso di indeterminatezza, quel tono casuale, quel filo del discorso lasciato a metà che ne costituisce allo stesso tempo il limite ma anche il punto di forza.
Uno di quei dischi impossibili da difendere se affrontati analiticamente: sono canzoni accennate, dettagli di mondi buttati a casaccio di qua e di là, tributi pagati senza soluzione di continuità. Una meraviglia, insomma.
EVAN DANDO – In The Grass All Wine Colored

Me lo ricordo circondato da una ventina di giornalisti, in un locale fighetto di Milano. Catapultato lì, nel bel mezzo di un tour promozionale che probabilmente odiava con tutte le sue forze. Il periodo della rock star, bella, maledetta, da copertina di rivista patinata. Rimasi al suo fianco per tutto il tempo di quella che fu una piccola tortura, come se lo dovessi difendere. Ho avuto in un paio di occasioni la voglia di alzarmi, prenderlo per un braccio e portarlo via. Una sigaretta dopo l’altra. Come se tenere le mani occupate potesse nascondere l’imbarazzo di rispondere a banalità assortite. Dategli una chitarra, pensavo. Certe cose non possono essere spiegate. Si scrivono canzoni apposta, del resto. Esiste un brano che risponde a qualsiasi vostra domanda, potete scommetterci. Possibile non accorgersene? Non era il mio mondo quello. Nemmeno il suo, si è visto in seguito.
EVAN DANDO – Why Do You Do This To Yourself?

Qualcuno potrebbe pensare che si sia buttato via. Penso invece che abbia seguito semplicemente quello che era scritto, senza nessuna forzatura. Ci si prova talvolta, anche se si sa fin dal principio che non funzionerà. Si vive il momento. Ci si convince che non è poi così male, in fondo. Si buttano via un paio di quelle vite là in piccole storie sprecate e sostanze sbagliate, certamente. Senza nessuna ragione, senza riuscire a darsi una risposta. Perché lo stai facendo? Al massimo ne esce l’ennesimo abbozzo di grande canzone.
Ci siamo incrociati sulle scale del Covo, poco tempo fa, in occasione di uno dei suoi ultimi tour acustici. Il concerto è stato meraviglioso. Sarei potuto stare tutta la notte ad ascoltarlo e so che avrebbe avuto sempre la canzone giusta da tirare fuori. Era un po’ che non lo vedevo dal vivo e certe cose sono cambiate. Sembra sofferente, gira gli occhi, le pupille spariscono e fa quasi impressione nelle smorfie a cui si costringe per tirare fuori le parole giuste. E’ invecchiato bene, comunque. O almeno mi piace crederlo. Ogni tanto stecca, sbaglia, rompe una corda, dimentica le parole ma è come se sapesse già che non occorre preoccuparsi di queste piccolezze. Canta una delle tante vite, un cielo intero di canzoni come stelle. Non importa che sia una delle sue o di John Prine, MC5, Teenage Fanclub, Gram Parsons, Velvet Underground. Alla fine ha infilato la chitarra nella custodia, si è buttato il giaccone sulle spalle e ha imboccato la scala di sicurezza che porta fuori, nel parchetto davanti a Viale Zagabria, da solo. Per un attimo abbiamo incrociato lo sguardo. Ci siamo salutati ed è sparito nella notte bolognese.
If I could talk I’d tell you
If I could smile I’d let you know
You are far and away my most imaginary friend

WOLF PARADE – Valley Boy

Quale può essere la priorità di un brano che certifichi al mondo che la tua band è tornata in pista? Una canzone così non può esser altro che una specie di promemoria, un modo per riconnettersi con tutti quelli che ti avevano amato in principio. Sono passati sette anni dall’ultimo album targato Wolf Parade, ma è come se fossero il doppio. Nel mondo del pop vale lo stesso conteggio dell’universo felino, del resto e quindi il compito è delicato. Valley Boy fa il suo dovere fino in fondo, va detto: ce li restituisce così come vagamente li ricordavamo, figli non sempre minori dei Modest Mouse. I suoni, le chitarre, le voci che si sovrappongono, tutto è rimasto nello stesso identico posto che avevamo lasciato. Sorprende però il testo: un vero tributo a Leonard Cohen, bellissimo quanto inaspettato, con un coro che rimane fisso in testa già dopo due ascolti. Ci eravate mancati, ragazzi!
And are you still a lover boy?
Are you still on the cover or
Did you become a valley boy out there?

GOAT GIRL – Country Slaze

Suona come Courtney Barnett alle prese con una canzone delle Breeders. Riuscite ad immaginare di meglio? Quattro ragazze giovanissime, londinesi di Brixton, anima e cuore tra Slits e Raincoats. Scena emergente in completa autogestione. Escono su Rough Trade. Due singoli. Spaccano entrambi. Entusiasmo a mille. Sniffin Glucose Fever!!!!!

MODERATE REBELS – Liberate

Leggere “collettivo”, “Guy Debord”, “manifesto” a proposito dei Moderate Rebels, mi ha fatto tornare in mente il glorioso primo periodo degli Stereolab. In Inghilterra si muove qualcosa, questo è certo. Rimuovere le scorie del brit-pop è stata dura ma i segnali sono incoraggianti. Liberate è esattamente la canzone di cui avevamo bisogno in questo momento: poche parole ma chiare, pochi accordi che smuovono il cuore, altrettanto decisi. Canzone del momento, senza dubbio, tutto in un singolo accordo.

CESARE LORENZI

Il giorno perfetto. La notte perfetta (Fiver # 27.2017)


16 luglio 2013.
La mattinata è calda già alle dieci e nel cortile di Vicolo Bolognetti il sole picchia senza pietà sulle assi di legno. Giro a tamponare con gaffa e viti le parti bruciate, scollate o che si sono alzate per la temperatura e le migliaia di persone che anche ieri notte le hanno calpestate.
Sono arrivate le prolunghe per il palco. Questa sera occorre ampliare il normale spazio su cui hanno già suonato band straordinarie, l’anno di grazia di quella meravigliosa follia che è Bolognetti Rocks: Pan del Diavolo, Offlaga Discopax, His Clancyness, Beatrice Antolini, Nada Malanima.
E Johnny Marr, Tom Tom Club. Arriveranno Glen Hansard, Toys, Pere Ubu, Jonathan Wilson.
Ma stasera suonano i più grandi della stagione. Per me i più grandi di tutte le stagioni e tra i più grandi e basta.
Fa caldo, il palco va su liscio, agganciamo i pezzi e montiamo il tnt nero che stasera tutto deve essere perfetto. C’è tensione nell’aria, siamo tutti elettrici. Oggi è il giorno in cui non si può sbagliare.
Le undici e arriva la chiamata: ci siamo, dal cancello posteriore stanno entrando due furgoni. Fonico e roadie sono qui.

Rimango sul palco. Sto legando delle fascette quando il cancello in fondo si spalanca. Vedo entrare i ragazzi del Covo coi tecnici. Poi di fianco a loro due figure che non posso non riconoscere.
Mi giro, guardo Mars: “quei due sono Peter e Leah, cazzo ci fanno qui a quest’ora?”.
Scendo dal palco con le mani che mi sudano per l’emozione: li ho visti suonare ai Magazzini Generali a Milano in inverno e ricordo quel messaggio a Daniele dieci minuti dopo la fine del concerto “quest’anno se vuoi che facciamo il Bolognetti voglio BRMC headliner”. Qualche mese dopo, quel pomeriggio al Covo: “ragazzi, si può fare. Ci stanno. Facciamo soldout e andiamo a breakeven e niente più, ma un nome così in cartellone…”.
Non c’è più niente da dire. Si farà. Bisogna solo resistere alla voglia di spifferarlo a tutti: ma lo sai chi suonerà in ‘sto posto che qualche anno fa d’estate era solo un pisciatoio all’aperto per cani e punkabbestia? Ma ti rendi veramente conto?
Hi, nice to meet you” e sorrido a Peter e Leah che mi dicono i loro nomi stringendomi la mano mentre vedono i miei occhi innamorati. Lo so come vi chiamate, ho il cuore a mille.
Sorrido: “ragazzi, accompagnateli in camerino”.

Peter mezz’ora dopo è sul palco a collegare pedaliere e ampli come un qualsiasi ragazzino di una band sconosciuta. È silenzioso, rapito da quello che fa e dalle ore che non ha dormito nemmeno ‘stanotte. Arrivano da un’altra data in Europa e poi ripartiranno verso est. Sulla faccia, anni di questa vita. “Sono a tua disposizione”, gli dico. “Mi porti una redbull? Please”, mi sorride.
Fa caldo. Leah rimane in camerino. Non sta molto bene in questo periodo e chiede se conosciamo un medico che parli bene inglese. È sabato. A metà luglio. A Bologna. Non ci sono neanche i medici di base che sono tutti in riviera con le famiglie. Dove lo troviamo un doctor anglofono? Giro di telefonate. Pochi minuti dopo: “fra mezz’ora il medico è qui”.
Anche questo miracolo è fatto. Arriva una macchina, entra nel cortile un uomo dall’aria simpatica, la borsa da dottore dei film in mano. Sparisce subito in camerino. Ne esce dopo una ventina di minuti: tutto bene. Leah sta bene, è pronta per il soundcheck.
Il tuo compenso?
Mi date due accrediti per stasera?
Vorremmo abbracciarlo tutti. Sentiamo che c’è l’energia giusta, che tutto si sta incastrando come non mai. È il giorno perfetto.

Arrivano i buttafuori, i baristi. C’è una vibrazione nell’aria che non si è mai sentita. Tutti sentono che sono parte di qualcosa che nessuno credeva possibile.
Leah sale sul palco e comincia a picchiare sulla batteria. Gnappo e gli altri che ci danno con fog machine e luci.
Arriva anche Peter e la sua chitarra fa tremare le finestre del palazzo storico. Questa volta meno ansia sui decibel. Abbiamo i limiti, ma oggi se si sfora di qualcosa va bene lo stesso. Per un’ora e mezza questo posto deve diventare una magia.
Il sole si abbassa. Arrivano i fotografi, gli addetti stampa. Ci prepariamo ad aprire i cancelli, le casse per il ritiro dei biglietti, quella per gli accrediti. Il concerto è soldout da settimane.
Entra una macchina nel cortile della scuola. È Robert. Lo saluto, lo accompagno in camerino.
Pochi minuti e sono tutti e tre sul palco. Soundcheck all’americana: mezz’ora, un mini concerto per la gioia dei presenti che già si avvicinano al palco, ballano, applaudono.
Sta per succedere qualcosa di incredibile.
Mars mi prende da parte, la millesima paglia smangiucchiata in bocca. Mi guarda e mi dice: “tu ti rendi conto che fra dieci anni, quando questo posto sarà di nuovo un cortile del cazzo con la breccia per terra e le paglie spente nelle piante da quelli che lavorano negli uffici, qui passerà qualcuno che dirà a una tipa che è qui a studiare: “ma lo sai che io dieci anni fa qui ci ho visto suonare i BRMC?” E lei, gli dirà: “ma valà, ma che dici?
E noi sapremo che l’abbiamo fatto veramente”.

È buio. Devo entrare in camerino e prendere le ordinazioni per la cena da Peter, Leah e Robert. Sono agitato come un ragazzino. In mano un rotolo di carta. Saluto, chiedo. Poi li guardo: “guys, sorry, can you?” e loro sorridono, firmano e mi ridanno il poster che è ancora appeso sul fianco del mio armadio.
Il cortile si riempie in poche decine di minuti. La gente è caldissima: ma quando mai ricapiterà di vedere i BRMC su un palco a un metro da te? Dove li puoi quasi toccare?
La tensione sale alle stelle, sono quasi le dieci, la sicurezza che gira e controlla entrate e uscite. Prova luci. Prova mixer. Dalla postazione pollice alto. Si apre la porta della mini palestra che noi abbiamo trasformato in camerino. Escono due buttafuori con le transenne che creano un corridoio diretto al palco. Sale un boato dalla folla che si spinge verso di loro.
Peter e Robert imbracciano le chitarre e attaccano. Il suono è potentissimo, quasi violento. Io sono nervoso. Forse troppo volume, ci romperanno le scatole di sicuro. Cinque minuti e il capo della sicurezza mi chiama: alla porta c’è uno che si lamenta del volume e vuole parlare col responsabile. Chiamano sempre me per queste stronzate. Esco, rassicuro una signora: “ha ragione, è un po’ più alto del solito. Solo per stasera, ma fra un’ora finisce tutto. Vuole entrare a fare un giro?” se ne va maledicendomi e ridacchiando. Guardo Giorgio: “stasera non ci sono più per nessuno. Finché non finisce il concerto il responsabile sei tu, se non arriva qui l’esercito io non esisto”.
Questa sera è mia.

E quel palco sarà bello come non mai, né prima né poi. E mille persone che saltano tutte assieme e quando parte Spread Your Love sembra che il pavimento debba crollare e la folla è un unico ruggito e Lei mi trascina in prima fila a saltare e cantare a squarciagola e niente è mai stato così bello e io non mi sono mai sentito così vivo e forte, come se niente potrà mai più andare storto. Come se niente potrà mai più far paura.
Salto e canto. E penso che l’ho fatto io. Che l’abbiamo fatto noi. Che questa serata pazzesca è tutto merito nostro e nessun altro poteva fare una cosa così magica perché ci abbiamo messo tutto l’amore, tutta la forza. Tutto noi. E loro non smettono di suonare quel pezzo e non vogliono più scendere dal palco. Peter si fa passare una sigaretta dal tizio di fianco a me che si allunga sulle transenne per mettergliela in bocca. Cantano e suonano e non smettono, riprendono il giro e la gente è in delirio. Il pezzo durerà più del doppio di quello che è su disco.
I Black Rebel Motorcycle Club suonano sul palco del Bolognetti Rocks come se non ci fosse nient’altro, come se fosse l’ultimo concerto della vita.
È la notte perfetta.

Alla fine, qualche vecchietto che mi sbraita addosso per il casino, di fuori. Giorgio ha tenuto tutti buoni mentre aspettavano il responsabile che venisse a farsi sbranare. Ma io rispondo sorridendo. Negli occhi e nelle orecchie la notte più bella della mia vita.
Torno dentro. C’è da portar fuori la band da dietro, dal cortile dell’Orfeonica, dove il driver aspetta col furgone pronto. Entro in camerino, accompagno i tre. Robert e Leah salgono per primi e mi salutano dal finestrino. Peter è un metro dietro, con me. Gli dico che sono stati pazzeschi. Mi guarda estraniato. Poi vedo i suoi occhi stravolti che si accendono per un attimo: mi riconosce. Mi abbraccia: “thank you, man” e sale in macchina.
Se ne vanno. Io rientro e mi siedo, da solo, per qualche minuto. Respiro. Guardo il cielo limpido. Sorrido.

Post scriptum

Sono passati quattro anni esatti da quella notte pazzesca. La vita va come e dove vuole e tante persone che erano lì sono ancora qui, tutti i giorni, con me. E di questo sono felice e ringrazio.
Altri, che sono stati fondamentali in quelle ore, non fanno più parte, volente o nolente, del mio orizzonte. La vita va come e dove vuole.
Ma dopo una notte come quella, sai che amerai lo stesso per sempre tutti quelli che c’erano. Ci siano o no oggi, per quello che sono stati in quel momento magico e irripetibile.

Spread your love like a fever
And don’t you ever come down

Fabio Rodda