SG ON THE RADIO – MANCUNIAN EDUCATION EDITION

Manchester.

Lunedi Blu. Il disordine. Colpire il Nord. L’amore che ci divide. Le luci che non vanno mai via. Le cerimonie. Lei che suona il tamburo. Io che vivrò in eterno. Il popolo dei party che durano 24 ore.

Il cuore e l’anima.

Manchester l’abbiamo omaggiata nella trasmissione di SG On The Radio del 20/05/2022, sempre sulle frequenze di Radio Città Fujiko.

Trasmissione che potete trovare qui.

Un viaggio recente che ha, inoltre, ispirato queste righe.

Il mio cane è nero. Completamente. Anche se, imprevedibilmente, proprio in prossimità del cuore, si apre una piccola area di colore bianco. Tanto è amichevole intelligente e creativo con il suo branco familiare tanto ha un caratteraccio con gli altri cani.. non li lascia avvicinare, abbaia per primo e fa, con poca credibilità, il duro.

Un amore di creatura, in definitiva.

Manchester a pensarci bene mi ha fatto un po’ la stessa impressione.

A cold unattractive city nelle parole di Kevin Cummins

ll fotografo che più di chiunque altro ha saputo restituire l’umore del luogo. Il suo bianco e nero.

Una città dall’architettura abbastanza illogica. Impossibile da mandare a memoria. Nei giorni passati lì non si riusciva mai ad orientarsi.

Una toppa sopra l’altra, commentavamo.

Come facciate di un dado non comunicanti fra di loro

Dadi lanciati da un croupier ubriaco.

Strade nuove infestate di grattacieli lasciano spazio a edifici di mattoni rossi di altra epoca palazzoni moderni e brutti edifici governativi, chiese e nuovi poli culturali maestosi ed affascinanti.

Coronation st che incrocia il Salford lad’s Club, la Manchester School Of Arts e il Deaf Institute, l’opulenza dell’Etihad Stadium sullo sfondo, dove viene suonata Love Will Tear Us Apart durante il riscaldamento della squadra.

La Free Trade Hall nel centro cittadino e in un arco di poche centinaia di metri sale da concerti inclusa la Manchester Cathedral.

Memorie di concerti che hanno cambiato il mondo.

Storia, cultura e commercio annodati e slegati senza nessuna soluzione di logica continuità.

Impossibili restare immuni a tanta inquieta irregolarità. Soprattutto se ci vivi.

Insulti da una finestra mentre si cercano tracce della copertina che celebrava la morte della regina, intercettati per strada perché “non voglio essere nel tuo fottuto selfie, man”.

Guardati con incredula strafottenza per la nostra emozione sul ponte di Hulme street.

Le strade semideserte del mercoledì sera, l’ improvviso switch on del venerdì pomeriggio con la chiamata alle armi per la celebrazione del fine settimana.

A legioni, da tutti i villaggi, bicchieri muniti, seminudi epigoni dei barbari anglosassoni di ere lontane.

Nel parcheggio sotto l’hotel ambulanze, risse, gente che balla e un ragazzo con un libro, sdraiato per terra.

Alle 5 del mattino.

La domanda che ci ponevamo prima di partire era: perché Manchester?

Perché sospirare d’amore, vivere sulla propria pelle l’incapacità di venire a patti col modo esterno, perfino ballare ha trovato qui la sua sublimazione artistica?

Perché qui si sono trovate le parole e i suoni per rappresentare tutto questo?

Non lo sappiamo in realtà.

Non crediamo di averlo capito.

Ma l’impressione che resta è quella di una creatura nera con un cuore dai bagliori bianchi

imprevedibili.

Ed irresistibili.

Da segnare vite come le nostre.

Massimiliano Bucchieri

REDAZIONE DI SNIFFIN’GLUCOSE

SG ON THE RADIO – FIVER 13/5/2022

It’ll be just like starting over…citiamo indegnamente le liriche del nostro baronetto preferito ma ritrovarsi sotto un palco con cadenze sempre più ravvicinate è una sensazione che sa di felicità e di riappropriazione delle nostre vite.

In realtà, probabilmente, ci vorrà un bel po’ di tempo prima di “ricominciare veramente” sotto tanti punti di vista ma ritrovarsi un Evan Dando meno stonato del solito (dove per stonato non ci si riferisce alle doti canore), la carica devastante e sexy dei Bodega, e la doppietta urticante Qlowski/Italia 90 non può che riportarci alla mente periodi di ere geologiche che appaiono oggi meno lontane.

We’ll be together all alone again.

Di questo e non solo si è parlato nell’ultima puntata di Sniffin’Glucose On The Radio

Sempre sulle frequenze di Radio Città Fujiko o su Mixcloud

ITALIA 90 – Borderline

Non sono stati fortunatissimi gli Italia 90. Un album praticamente pronto rimandato in continuazione (oltre alle date sul suolo italico) a causa della pandemia.

Poche sere fa Les Miserable, J Dangerous, Bobby Portrait and Captain ACAB hanno preso il palco del Covo, accompagnati da una nutrita tifoseria in trasferta, e hanno dimostrato di avere canzoni e attitudine.

Una gang di 4 che si nutre di post punk obliquo ma sempre a fuoco.

Inutile sottolineare che la maglietta anni 70 del Bologna ha contribuito a vincere nuovi cuori ed orecchie in misura ragguardevole.

CLEVER SQUARE – Loose Lips

Amiamo questa canzone.

Siamo persone semplici da queste parti, dopotutto.

Uno dei privilegi di seguire la musica e chi dedica buona parte delle proprie vite a suonarla e diffonderla è potere emozionarsi e viaggiare con la fantasia grazie a una manciata di note.

Note sparse e malinconia. Chiudi gli occhi e nomi come Pavement e Deus accarezzano la memoria.

Influenze, sicuramente, ma i ravennati possiedono una cifra personale che travalica ogni influenza e scolpisce un carattere proprio, dolce e tenace.

Fatevi un regalo e recuperate Secret Alliance.

ANIKA – Godstar

Una cover dei Psychic Tv. Quelli di Genesis P Orridge.

Già solo per questo nutriamo per la nostra electro girl preferita grande stima. Poi la ascolti e la trovi rispettosissima dell’originale con solo una patina di modernità a riallinearla ai nostri giorni.

Ma il pezzo era già avanti di qualche decennio.

Un’ottima scusa per recuperare entrambi gli artisti.

Il pezzo lo potrete trovare, insieme a molte altre chicche, sulla raccolta della Sacred Bones Todo Muere SBXV dal 27/5.

BIG PINK – No Angels

E dopo Dominos i Big Pink tornano con No Angels proseguendo un discorso inziato…13 anni fa (?)

Ma che diav…

Li avevamo già dati per persi tra defezioni e progetti paralleli ma Robbie Furze rimette insieme la sigla e assecondando una malcelata “voglia di Mgmt” confeziona questo pezzo prodotto da Tony Hoffer (Beck-Air-Phoenix).

Pop plasticoso e appiccicoso.

Una perfetta guilty pleasure.

MARY VEILS – Esoteric Hex

Acida, sporca, circolare. Una collocazione a metà di una retta che collega Osees e Ty Segall.

La musica dei Mary Veils è, a loro dire, come la loro città di provenienza, Philadelphia.

La cugina dimenticata e problematica di New York, una metropoli pregna di misticismo e storie occulte.

Un album ipnotico e rumoroso appena uscito e a cui questa canzone dà il titolo.

Welcome to Psychadelphia.

Dalla playlist di Sniffin’Glucose On The Radio del 13 maggio 2022.

Come sempre la cosa migliore, dopo aver letto, è aprire Mixcloud.com, cercare Sniffinglucose e trovare tutte le puntate caricate diligentemente ogni sabato mattina.

Arturo Compagnoni/Massimiliano Bucchieri e Cesare Lorenzi li ritrovate, con gradi differenti di lucidità a seconda dell’occasione, venerdì prossimo dalle ore 20 sempre sulle frequenze di Radio Città Fujiko.

REDAZIONE DI SNIFFIN’GLUCOSE

Aprile In Ritardo

I più grandi dolori sono quelli di cui noi stessi siamo la causa.
Sofocle, Edipo Re.
8 maggio 2022
La felpa cachi di Zelensky venduta all’asta a Londra per 105 mila euro. BoJo
battitore d’eccezione; RaiNews.
Nuove sanzioni contro Mosca, l’Ue prende tempo sullo stop al petrolio russo:
accordo possibile dopo la parata del 9 maggio; Open.online.

Lazy Eyes- Fuzz Jam


Alla fine dell’anno scorso è uscito un film che non mi ha fatto impazzire, ma
che mi son preso la briga di guardare per tutte le sue due ore e mezza: Don’t
look up. Cast stellare, un’idea iniziale a dir poco già vista: viene scoperto un
corpo celeste, in questo caso una cometa, se non ricordo male, che sta per
colpire la terra e ne causerà la completa distruzione.
Da qui, le reazioni e i tentativi per evitare la catastrofe. Dai buzzurri
Armageddon – salvato sempre e comunque dal mio idolo Bruce – e Deep
Impact, all’intellettuale – intelligente quando non noioso – Melancholia, l’idea
si ripete di decenni in decenni senza perdere smalto: la fine del mondo sta
arrivando, la distruzione di tutto quello che conosciamo è prossima. La fine
della storia, quanto ne abbiamo sentito parlare? Apocalisse, catastrofe,
estinzione. Che sia una metafora della depressione o la scusa per usare
effetti speciali, son cose già viste, non proprio un’idea originale.


Cola – Degree

Originale in questo film non è il soggetto, per così dire, ma lo svolgimento. Al
centro della pellicola, infatti, non sarà il disastro imminente, ma le reazioni
delle masse e dell’élite alla notizia: i social con le loro risposte isteriche,
sempre immediate – non mediate – e quindi istintive, fulminee ma caotiche,
mai ragionate e, soprattutto, influenzate dalla viralità, dalla visibilità, dalla
quantità di altri che le gridano e quanto forte le gridano. La politica che, come
nulla stesse accadendo, pensa sempre e solo al potere e al suo
mantenimento. Ma, più di tutto, l’informazione, ormai ridotta a show di bassa
lega, che non può che rimanere ancorata all’audience al di là di qualsiasi

fatto o pensiero. Anche di fronte all’idea di un’imminente fine di tutto, il mondo
non è in grado di smettere di ripetere le proprie stupide dinamiche. Grottesco.

Island Of Love – Songs Of Love

Grottesco. Secondo la Treccani: “stranamente e bizzarramente deforme,
riferito in origine alle pitture parietali dette grottesche, e poi in genere a tutto
ciò che, per essere goffo, paradossale, innaturale, muove il riso pur senza
rallegrare”.
Muove al riso senza rallegrare. Come i talk la sera in tv dove si parte urlando
e si finisce a mani addosso fra anziani che hanno potuto sprecare la vita
davanti a una telecamera per il riso e l’eccitazione di un popolino mai così
tetro, così cupo e triste.
Come il pensiero unico, indiscutibile, senza se e senza ma, in cui c’è sempre
un vincitore che decide ciò che è giusto e gli altri muti. Nessun
contraddittorio, nessuna discussione: solo urla di sottofondo o sceneggiate
che crollano, sempre, nel grottesco. In questa forma teatrale che oggi è
uscita dall’ambito della rappresentazione per saturare ogni spazio, ogni
millimetro quadrato di vita reale. Come la pantomima di una guerra in cui c’è
sempre tempo per lo show, le dirette con sguardo fermo e le divise militari. I
bianco e nero artistici. Zelensky ha subito applicato la lezione dell’immagine
che crea il contenuto e non il contrario, ma anche Macron s’è fatto fotografare
prima della rielezione con barba lunga e felpa dell’aeronautica. Avessimo
avuto Salvini al governo, come minimo avrebbe fatto una diretta facebook
dalla base di Aviano, lui che è stato, come i premier ucraino e francese, un
noto comandante militare. Grottesco.

Ghost Woman – Do You


Come la NATO, alleanza internazionale di cui né Ucraina né Russia fanno
parte, che per voce del suo imbarazzante Stoltenberg – arrestate l’esperto di
comunicazione che gli ha insegnato a gesticolare a quel modo – dice che non
permetterà mai la cessione alla Russia della Crimea.
Come il premier di quello che ancora si crede un Impero, il fautore della
Brexit, la più grande sconfitta dell’idea di unità del blocco europeo da un
secolo a questa parte, che ha fatto da battitore d’asta per vendere,
ovviamente a scopo benefico, la felpa militare delle tante dirette tv del
premier ucraino.

Come il premier ucraino stesso che, con una Nazione devastata da
un’aggressione militare, forse stuzzicata da otto anni di manovre militari in
zona Donbass, ha il tempo e la voglia di metter su un’asta col suo amicone
BoJo, felicissimo dal suo che la guerra gli abbia tolto dal fuoco le castagne di
un comportamento non proprio esemplare durante la pandemia, che qualche
settimana prima del conflitto gli stava costando il premierato.
Me li vedo Churchill, Hitler, Stalin e Roosevelt a twittare le scoperte dei loro
servizi segreti, postare su Instagram video dai rispettivi bunker. Mettere
all’asta in Svizzera un sigaro, una mostrina SS, un bel paio di baffoni e un
bastone. Il tutto riportato dalle agenzie del globo. Grottesco.

!!! – Man On The Moon (R.e.m. Cover)


Però siamo nel giusto, siamo democratici e occidentali e il bene trionferà.
Quindi attueremo le sanzioni sul petrolio russo, quelle che affosseranno Put
– e speriamo non solo una parte delle economie europee – e la sua voglia di
Grande Russia. Però, lo faremo dal 10 maggio, che il 9, porino, ha la sua
parata nazionale: vorrai mica rompergli gli zebedei proprio nel giorno di festa;
un po’ di rispetto! È pur sempre uno di quelli che contano, che decidono le
sorti del mondo, metti che magari un domani torniamo a farci affari e allora,
ehi, ti ricordi? Noi ti abbiamo silurato, ma ti abbiamo lasciato fare la tua
festicciola. Grottesco.
Grottesco, grottesco, grottesco. L’unica cosa vera, in tutto questo orrendo
avanspettacolo che è la trasposizione in evento mediatico della guerra, è il
dolore di chi sta perdendo tutto davvero. La morte, di chi si è preso un colpo
in testa sul serio, non su TikTok.
Grottesco, come il tempo in cui viviamo senza riflettere, senza alzare la testa,
senza cercare un orizzonte un minimo più elevato. In cui tutto deve essere o
bianco o nero, o con me o contro di me. Paradigma della fine di un sistema di
valori oramai soltanto sistema economico agonizzante, che annaspa
disperatamente con le ultime forze.
Grottesco: muove al riso senza consolare.
Ma non è qualcosa caduto dal cielo, una cometa che ci è venuta addosso
trasformando la terra in un ammasso di roccia incandescente. È il mondo
costruito da uomini e donne in carne e ossa, che hanno scelto una strada
anziché un’altra.
È il mondo che facciamo ogni giorno coi nostri “sì signore”, con le bandiere,
la risposta svelta arguta e sempre stupida e sempre banale. Perfetta per un

tweet, un post. Sempre di qua o di là. Sempre dalla parte giusta, quella che ci
ha portato dove siamo, quella raccontata e plasmata dal potere in cui
confidiamo, a cui abdichiamo.
Fuori ci sono i barbari, ma anche se entrassero, avrebbero ben poco da
distruggere.
Parafrasando Sofocle, chi è causa del suo mal, pianga se stesso.

Fabio Rodda

Libro del mese: La più amata, Teresa Ciabatti
Disco del mese: Broadcast Maida Vale Sessions

SG ON THE RADIO – Fiver 26/04/2022

Appunti, mixer, microfoni, bicchieri, bottiglie e chiacchiere (a volte un po sconnesse).

Compagnoni e Bucchieri pescano, a loro sindacabile giudizio, le cose più interessanti dell’ultimo periodo prima che Lorenzi intervenga col suo segmento diffondendo nell’etere ben visibili, lampeggianti e fiammeggianti, le parole BIG e STAR.

E’ solo un altra puntata di SG on the Radio su Radio Città Fujiko.

Facciamo un po’ d’ordine con qualche parola scritta.

Come sempre la cosa migliore dopo aver letto è aprire Mixcloud.com, cercare sniffinglucose e trovare tutte le puntate caricate diligentemente ogni sabato mattina.

Dalla playlist di Sniffin’Glucose On The Radio del 22 aprile 2022.



CROWS – Meanwhile (min. 32:11)

Il quartetto londinese capitanato da James Cox diffonde elettricità con un post-punk oscuro e viscerale che è stato indurito da anni di spettacoli dal vivo notoriamente turbolenti.

Una sicurezza ed  un’arroganza invidiabili.

Il suono imploso di Meanwhile trova sfogo sul finale approdando in un club di motociclisti di nero vestiti.

In parti uguali feroce ed edonistico “Beware Believers” merita ascolti approfonditi.


RED PINKS AND PURPLES – Life In The Void (min. 1:13)

Due mesi dopo l’uscita dell’ottimo Summer at Land’s End Glenn Donaldson, in evidente stato di grazia, irrobustisce le traiettorie twee su cui si muove l’album e scaglia questo dardo infuocato. Rumoroso e delicato al tempo stesso. Irresistibile.


BILLY NOMATES – Blue Bones (min. 20:47)

Una fiera in gabbia, un pugile in attesa di sferrare la sua serie micidiale.

Siamo tifosi di Tor Maries da queste parti.

La ragazza in prima fila, da sola, al concerto degli Sleaford Mods di Southampton.

Lasciata dal fidanzato, senza una sterlina in tasca, additata con un beffardo “Hey, it’s Billy No-mates!”

Un album e un Ep all’attivo. Eccellenti entrambi.

Dischi che li senti muovere nello scaffale da quanta energia compressa racchiudono.

Una grinta rara e una manciata di grandi canzoni.

Come questa che anticipa il nuovo album.


BODY-TYPE – Buoyancy (min. 37:37)

Sniffin’Glucose ultimamente è andata un po in fissa con l’Australia.

Non fanno eccezione Body-Type

“Buoyancy” è iniziato come un giocoso scambio di messaggi di testo tra  la bassista/cantante Georgia Wilkinson Derums e la sua compagna di band, la chitarrista/cantante Annabel Blackman.

La canzone parla di incoerenze interne e ambiguità morali in uno stile incoerente.

Un’andatura lenta da Big Star viene resa più spigolosa da una chitarra che inietta distorsione in dosi non modiche.

Album in uscita il 20/5.


FANCLUBWALLET – Trying To Be Nice (min. 14:29)

Il prossimo mese la canadese Hannah Judge, aka fanclubwallet, realizzerà il suo album di debutto You Have Got To Be Kidding Me.

Il synth e la melodia appiccicosa, ma non banale, riportano alla mente i primi anni 90 e i 7 pollici di cui si faceva incetta con 2 pounds al Notting Hill Music Echange e che, a dire il vero spesso sono andato a rispolverare raramente.

Ma un paio di sterline su di loro ce le metto volentieri.


Prima che finisca la scorta di alcolici l’appuntamento è per venerdì prossimo dalle ore 20 sempre sulle frequenze di Radio Città Fujiko.

REDAZIONE DI SNIFFIN’GLUCOSE

REDS, PINKS AND PURPLES – LIFE IN THE VOID
BUILT TO SPILL – GONNA LOSE
CHRONOPHAGE – BLACK CLOUDS
FANCLUBWALLET – TRYING TO BE NICE
BILLY NOMATES – BLUE BONES
BRUCE LEE BAND – I HATE THIS!
INTERRUPTERS – IN THE MIRROR
CROWS – MEANWHILE
BODY TYPE – BUOYANCY / BMX BANDITS – TUGBOAT (WITH ANGEL CORPUS CHRISTI) (Galaxie 500 cover)
THE REPLACEMENTS – ALEX CHILTON
GUIDED BY VOICES – ALEX BELL
CHRIS BELL – SPEED OF SOUND


Il 30 marzo del 2015 pubblicammo un pezzo intitolato Your Eyes Couldn’t Hide Anything. Lo riproponiamo qui sotto. Il nostro amore per i Big Star viene da lontano, insomma.

Thirteen è il titolo di una canzone dei Big Star. Ogni volta che l’ascolto mi fermo. Non importa cosa stia facendo in quel momento. Mi fermo e penso: aspetta…ma quello sono io.
Nel senso che quella canzone parla di me. Non letteralmente, è chiaro. Ma arriva a muovere le corde più profonde, come se toccasse un nervo scoperto. Mi parla, appunto. Mi ci riconosco nonostante o forse grazie alla sua elementare semplicità. Una tempesta emozionale che non riesco a tenere sotto controllo.
Ci sono 5-6 canzoni in tutto che mi fanno quest’ effetto. Non di più.
Thirteen è una canzone semplice semplice, alla fin fine. Pochi accordi di chitarra che rincorrono una melodia che si fa memorabile e la voce di Alex Chilton che si staglia cristallina, il tono inquieto che la rende indimenticabile e quelle melodie vocali che ad un certo punto irrompono e rendono omaggio ai Beach Boys.
Di Thirteen si è scritto che è la canzone definitiva sull’adolescenza e sui primi turbamenti legati all’amore. Ma non è un romanzo rosa, tutt’altro. Quel tono malinconico sottolinea la difficoltà dei rapporti e l’accettazione che langue.
Più che una canzone l’ archetipo dell’idea romantica dell’amore come rifugio coniugato in note musicali. Parole che possono uscire solamente dalla penna di uno che sbatte la faccia contro il muro, in maniera quasi consapevole. Roba per gente che sogna ad occhi aperti.

Alla fine, in questi casi, vince la vita. Nessuno lo sapeva meglio di Alex Chilton.

Won’t you let me walk you home from school
Won’t you let me meet you at the pool
Maybe Friday I can
Get tickets for the dance
And I’ll take you

L’entusiasmo di un appuntamento. Uscire insieme per la prima volta. Quella roba che prende lo stomaco e ti fa camminare a 20 centimetri da terra.

Won’t you tell your dad, get off my back
Tell him what we said ‘bout ‘Paint It Black’
Rock ‘n Roll is here to stay
Come inside where it’s okay
And I’ll shake you

Il distacco e il rifiuto dell’autorità, fosse anche quella domestica. Voler camminare sulle proprie gambe. La ricerca d’identità. Il rock’n roll come salvezza e come rifugio (ancora una volta). L’orgoglio dell’appartenenza. Te lo ripeto di nuovo: tra le mie braccia va tutto bene. Non importa cosa ci attende lì fuori. Nubi scure all’orizzonte. Colonna sonora i Rolling Stones più cupi di sempre.

Won’t you tell me what you’re thinking of
Would you be an outlaw for my love
If it’s so, well, let me know
If it’s no, well, I can go
I won’t make you

Insieme, oltre i limiti. Sei pronta? Fammi sapere….ma ormai il dubbio ha minato quello che potevamo essere insieme. Non si capisce se potrà funzionare ma il finale lascia poche speranze. Si può sempre scappare via ma la realtà è che non esiste un posto dove davvero poter andare.

Thirteen con i suoi pochi accordi, la breve durata e una struttura davvero basilare è una canzone perfetta da riprendere. Decine sono le versioni che nel corso degli anni ci sono finite tra le mani, difatti.
Una delle mie preferite è quella che ne diede Elliott Smith. Solo lui poteva spostare la barra in direzione di una malinconia cupa. Quella che è sostanzialmente una canzone pop nelle sue mani si trasforma in una ballata tenebrosa. Fantastica, va da sé. Elliott Smith ribadì più volte l’influenza di Alex Chilton e compagni. Thirteen non è stata l’unica canzone dei Big Star che ha ripreso, si ricorda in particolare una versione da brividi di Nighttime.

Dovrei odiarla, Courtney Love. Già solo per leggere il testo, all’inizio del video. Thirteen si sa a memoria, per la miseria. Finita la prima strofa, butta via i fogli, per fortuna. Canta, stona, annaspa ma quando arriva al verso….Rock’n Roll is here to stay…..beh, sembra essere l’unica persona sulla faccia della terra a cui quelle parole escono dalla bocca e non sembrano una forzatura.

Scolastica la versione del cantante dei Lemonheads. Come la maggior parte delle cover di Evan Dando, che ha un repertorio sconfinato in tal senso e che proprio ad una cover (Mrs. Robinson) deve la maggior parte delle sue fortune. Chitarra`acustica e voce funzionano però alla grande in questo caso e mettono in risalto una melodia che una volta entrata in testa è praticamente impossibile da dimenticare. Vedere Evan Dando uscire dalle scale del Covo, poche settimane fa, chitarra in spalla, stretto in una giacca consunta mi ha proprio fatto pensare a quanto si rincorrano nel corso degli anni queste figure tragiche, malinconiche ma allo stesso tempo dignitose, che non tracciano distinguo tra la loro vita e l’essere artisti tout court.
La sera dopo il concerto Ferruccio Quercetti, uno dei pochi con cui passerei le nottate a parlare di musica, scriveva sul suo profilo facebook a proposito del concerto di Evan Dando: La cosa che mi piace di più è che con lui non hai la sensazione di piattume e di poco spessore che spesso percepisci con tanto “indie folk/country/americana”. Cioè l’esperienza e il vissuto personale per interpretare queste cose lui ce l’ha sul serio, a differenza di tanti “damerini” indie che si improvvisano country troubadours. Del resto lui interpretava Gram Parsons all’inizio dei ’90 prima di quasi tutti in ambito alt rock. Anche la sua storia sembra quellla di un film di Kris Kristofferson: ex star, heart throb, passato attraverso la decadenza più totale e ora è praticamente un hobo che gira con la chitarra e vive solo per la musica. Classic stuff. Potrebbe diventare un Waylon Jennings della nostra generazione, se non si perde di nuovo ovviamente.
La stessa risma di Alex Chilton, evidentemente.

Wilco e compagni non potevano davvero esimersi dal pagare il tributo. Non tanto a questa canzone in particolare ma a quello che una band come i Big Star ha rappresentato. Da un certo punto di vista ne hanno raccolto l’eredità. Wilco come i Big Star sono un gruppo pop ma non così pop. Stanno a metà strada tra la tradizione dura e pura del primo rock’n roll ma allo stesso tempo sanno come muoversi in avanti. Sarei stato curioso se avessero preso in mano un pezzo come “Kangaroo”, per esempio

“Thirteen” è anche il titolo di un album dei Teenage Fanclub. Un omaggio neppure tanto velato al genio di Alex Chilton. Ho provato a cercare “Thirteen”, la canzone dei Big Star, in una versione degli scozzesi ma non ho avuto successo. Mi sono imbattuto in qualche spezzone dei Teenage Fanclub sul palco con64f231d2a39eea0be07709b7c78831e0b255cf4a_l ospite Alex Chilton, però. Una di quelle serate, ne sono certo, che avranno concluso dicendosi tra loro che adesso potrebbero pure smettere, tanto meglio di quello non potrà capitargli. Dei Big Star ho sentito parlare la prima volta proprio grazie a loro, il quartetto di Glasgow. Gli omaggi, i riferimenti, il pagare dazio crea un’enorme circuito di idee ed ispirazione che ciclicamente riporta a galla, con un nuovo vestitino per l’occasione, i fantasmi del passato.
Nel 1991 “Thirteen” era diventata maggiorenne da poco. Uscì nel 1972, difatti.
I Nirvana erano il mio gruppo preferito.
I Teenage Fanclub venivano subito dopo.
Non sono in grado di spiegarvi compiutamente per quale motivo ma mi sembra che tutto questo sia collegato in qualche modo.
Come se un cerchio si fosse chiuso. e tutto abbia un senso.

CESARE LORENZI

SG ON THE RADIO – Fiver 19/4/2022

Mick Trouble

Una calda serata pre-pasquale nella quale abbiamo tracciato una linea che ha congiunto la Liverpool dei Seatbelts con la New York dei Suicide passando per l’ Australia dei Pinch Points e la Bologna di Ferro Solo. Rotte felicemente e apparentemente illogiche, da peggiori tour operator del mondo, with a little help from our friends Manuel Graziani, Diego Ballani e Ferruccio Quercetti.

Come sempre la cosa migliore dopo aver letto è aprire Mixcloud.com, cercare sniffinglucose e trovare tutte le puntate caricate diligentemente ogni sabato mattina.


MICK TROUBLE – DO NOTHING ‘TILL YOU HEAR FROM ME (min. 19:28)

Mick Trouble e la sua capacità di confezionare irresistibili quadretti di Vintage British Underground Pop scompagina il nostro calendario inchiodandone le pagine ai primi anni 80 e nonostante ciò suona incredibilmente attuale. Una passione insana per i Television Personalities ed il catalogo della Flying Nun che gira incessantemente sul suo stereo. Un’identità accompagnata da un pizzico di mistero (Jed Smith dei My Teenage Stride e dei Jeanines le generalità su cui alcuni punterebbero una sterlina).

Apro la nostra chat e le parole “disco dell’anno” campeggiano imperiose.

It’s Mick Trouble’s Second LP è probabilmente l’album che stavamo aspettando e che potrebbe cambiare le nostre chart di fine anno.

E siamo solo ad aprile.


SEATBELTS – ANOTHER PASSING DAY (min. 1:17)

C’è un aroma da primi Arcade Fire che sorseggiano una pinta sulla riva del Mersey in alcune delle composizioni della formazione di Liverpool. Registrato con l’aiuto di Edwyn Collins, e membri dei Coral, A World Inbetween risente di periodi diversi di composizione e registrazione ma quando i tasselli si incastrano nel modo giusto come in questa traccia il posto nelle nostre playlist è garantito.


TV PRIEST – BURY ME IN MY SHOES (min. 42:21)

Charlie Drinkwater, nome da mediano dell’Aston Villa, aggiusta le coordinate dei suoi Tv Priest e dopo un primo album più che interessante anticipa il nuovo My other people in uscita a giugno con questa scheggia post punk che a un primo ascolto porta alla mente un nome come Protomartyr ma se si gratta un po’ l’immagine appare chiaro e inconfondibile il ghigno di Mark E Smith.


PINCH POINTS –  AM I OKAY? (min. 11:17)

Da Melbourne stortissimi e irresistibili i Pinch Points. Una curva stretta dietro l’altra tra la parola Post e la parola Punk. La domanda da porsi ogni mattina di isolamento o per chi affronta le giornate come un incontro di wrestling. Hanno suonato in Australia con praticamente tutti dai Viagra Boys ad Amyl a Tropical Fuck Storm.

Un video di domande sulla sanità mentale di un’intera nazione

It’s good to ask yourself, ‘Am I okay?’
Look after yourself, look after yourself –
Look after yourself for a change!

I know the world is fucking crap
But you didn’t cause that –
So give yourself a hug.

Il nuovo Process merita un ascolto approfondito.


NEUTRALS – GARY BORTHWICK SAYS (min. 6:49)

La formazione della Bay Area imbocca percorsi imprevedibili. Dall’Ep Bus Stop Nights una canzone che più britannica, come precipitato umorale ed emozionale, non si potrebbe immaginare.

Ancora primi anni 80 e Television Personalities a manetta. Per certi versi un’accoppiata perfetta con il pezzo di Mick Trouble di cui sopra e la sensazione di aver imboccato un labirinto che porta sempre al punto di partenza è più viva che mai.

Un labirinto dal quale cercheremo di uscire venerdì prossimo dalle ore 20 sempre sulle frequenze di Radio Città Fujiko.

REDAZIONE DI SNIFFIN’GLUCOSE


SEATBELTS – ANOTHER PASSING DAY
NEUTRALS – GARY BORTHWICK SAYS
PINCH POINTS – AM I OKAY?
MICK TROUBLE – DO NOTHING ‘TILL YOU HEAR FROM ME
HORSEGIRL – IT’S OBVIOUS (AU PAIRS COVER)
ASTREL K – IS IT IT OR IS IT I?
FERRO SOLO – GOT ME A JOB
TV PRIEST – BURY ME IN MY SHOES
SUICIDE – CHEREE
SUICIDE – HARLEM
SUICIDE – GHOST RIDER

So much style that it’s wasted

Pavement

Nei giorni in cui esce la ristampa di Terror Twilight, atto finale dell’avventura della band di Stockton,
Sniffin’ Glucose dedica alla formazione di Stephen Malkmus e compagni una trasmissione monografica e
va a ripescare nei propri archivi, e non solo, pagine a loro dedicate come un articolo del 2015 di Cesare
uscito su questo blog e un pezzo di Arturo uscito sul numero celebrativo dei 30 anni di Rumore.
Perchè i Pavement sono stati una questione di cuore per noi tre.
Una faccenda maledettamente personale.
Li abbiamo seguiti dai primi passi e in alcuni momenti, specchiandoci nelle loro canzoni e
nell’immaginario evocato, l’immagine che ci veniva restituita di giovani scazzati in bilico tra
impareggiabile unicità e fallimentare inadeguatezza al mondo circostante era dannatamente aderente al
nostro sentire.

Massimiliano Bucchieri

No, i Pavement non sono stati un gruppo come un altro, per quanto mi riguarda. Una delle primissime cose che concordai con Rumore fu un’intervista all’epoca del loro album di debutto. Vide la luce sul numero 9 della rivista, nel settembre del 1992.
A gennaio del 2001 firmai l’ultimo articolo, otto anni e pochi mesi dopo quella prima intervista. Si trattava di un resoconto delle varie attività di Malkmus e soci, per la prima volta in libera uscita, tutti più o meno impegnati nelle nuove attività musicali dopo la separazione della band.
No, non è stato un caso. Con la fine del gruppo di Malkmus e soci è come se si fosse anche esaurita la mia personale spinta allo scrivere di musica. Non ne avevo consapevolezza, allora. Mi sembrava solo di aver perduto gli stimoli giusti e non pensavo ci fosse una correlazione con la contemporanea fine del gruppo. O forse avevo troppo in testa le parole di qualche canzone della band….whenever I feel fine, I’m gonna walk away from all this. I wanted to stay there, but you know I needed more than that.
Era la fine di un’epoca, invece.
Mi fa sorridere il fatto che gli anni novanta abbiano assunto nel frattempo un’aura di mito da celebrare nonostante non abbia personalmente nessuna intenzione di partecipare a qualsivoglia resurrezione. Barra fissa verso il domani. Quasi una regola fissa per me e per quelli che mi fanno compagnia qui, tra le pagine virtuali di questo blog. Ma i Pavement insomma meritano anche uno strappo ai propri principi, avrete inteso.
In questi giorni si celebra il ventennale del terzo album del gruppo, Wowee Zowee.
Qualcuno, all’estero, ci ha scritto sopra un paio di concetti interessanti.
Primo: si può considerare l’equivalente di quello che ha rappresentato In Utero per i Nirvana. Disco trattato con poca indulgenza appena pubblicato ed invece destinato ad essere rivalutato in seguito.
Secondo: è stato l’album dei grandi rifiuti. In particolare nei confronti dell’industria discografica che ne avrebbe fatto volentieri i nuovi REM. Risposero con una canzone eloquente fin dal titolo: Fuck This Generation (poi trasformata in Fight This Generation).
Certamente all’epoca il disco venne accolto con scetticismo, come se si fosse sprecata una grande occasione. Ho recuperato una lunga intervista che feci a Mark Ibold in una mattinata di una fantastica primavera romana, nei giorni in cui l’album vide la luce. Ve la metto qui, alla fine di questo Fiver. Viene fuori la consapevolezza estrema con cui affrontarono le registrazioni. La voglia di piantare recinti invalicabili. Si intuì insomma che i Pavement non avrebbero mai potuto trasformarsi in qualcosa d’altro. Anche da scelte controverse come quella nacque un piccolo mito che ancora oggi, a vent’anni di distanza, continua a fare proseliti.
Ottimo disco di transizione o capolavoro da rivalutare è faccenda oziosa, alla fine. È una certezza invece quello che Wowee Zowee rappresenta: la capacità di mettere al centro delle priorità la propria integrità. Roba che non ha tempo né data di scadenza.
Sinceramente, quel disco, non l’ avevo mai più ascoltato. L’ho fatto ora, stimolato dalle belle chiacchiere che sono state fatte in proposito. Insomma, lo sappiamo, c’è modo e modo d’invecchiare. Questa canzoni lo fanno nella maniera migliore possibile. In qualche modo mi rendono orgoglioso di appartenere a quella generazione (io e Malkmus siamo praticamente coetani). Ecco, mi piace credere di aver affrontato la vita allo stesso modo con cui i Pavement affrontarono lo scoglio di quel terzo album: con sfrontatezza, consapevoli di effettuare la scelta più scomoda. Con l’illusione di guardarsi allo specchio la mattina e non dover abbassare lo sguardo. Senza nessun rimpianto, senza nessun rimorso nonostante qualche inevitabile cicatrice.

Cesare Lorenzi

(articolo uscito originariamente il 27 aprile 2015 su questo sito)


Le traiettorie che incrociano il mio tragitto personale e quello della band di Stephen Malkmus e Scott Kannberg sono al tempo stesso bislacche e lineari, più o meno quanto lo è stata la parabola artistica degli ex ragazzi di Stockton. Giusto tre decenni or sono finirono a referto, pressoché in contemporanea, la prima uscita a 33 giri della band e l’approdo in edicola di Rumore, rivista per la quale di lì a poco ebbi l’onore di esordire su carta stampata. Da allora dei Pavement, e in particolare di quel loro debutto, mi sono occupato ad ogni festa comandata: recensione del tributo con cui Homesleep ne celebrò i 10 anni, scelta personale di quello stesso album per festeggiare il quindicesimo compleanno di Rumore e infine elegia della sua ristampa deluxe vergata in occasione del ventennale. Non avendone abbastanza dopo trent’anni, mi trovo ancora qui a scriverne, con una passione che somiglia tanto a un’ossessione. Nel mentre i Pavement, seguendo quei percorsi bizzarri e imprevedibili di cui si parlava poc’anzi, non hanno mai conquistato gli onori di una copertina del nostro giornale, pur essendo senza ombra di dubbio una delle band che meglio hanno rappresentato la loro epoca, gli anni 90. Ne delinearono i tratti, definendo una generazione che, pur dotata di mezzi e strumenti vincenti, scelse per sé con consapevolezza e cinismo, il ruolo di perdente. Loser, come stampato su quella vecchia t-shirt della Sub Pop e declinato in musica da Beck, altro maestro di pensiero di quei giorni di inizio decennio in cui i nostri iniziarono a farsi conoscere. Ragazzi della white middle class californiana che affrontavano la vita di taglio con un carico di ironia smodato, avendo in dotazione così tanto stile da concedersi il lusso di buttarne via un po’.[1]

Ciò che piacque subito di loro fu quell’aria distratta di gente capitata lì per caso, quasi infastidita nel trovarsi tra le mani gli strumenti ed avere i riflettori puntati addosso. Come dire: noi siamo qui e possiamo farcela, ma non ci interessa, abbiamo cose più importanti cui pensare, come finire le due dita di vodka sul fondo del bicchiere o riavvolgere il nastro di qualche vecchio videotape. Una successione di piccoli passi la loro, obliqua sia al mondo del pop che a quello del rock, capace di tracciare una diagonale che transitando in mezzo al quadrato risultava lontano da molti e accidentalmente vicino a pochi. C’erano i testi, un flusso di parole a tratti incomprensibili, la cui chiave di lettura ti arrivava poi all’improvviso con lampi geniali. E c’era la musica: accordature di chitarra apparecchiate in modo da conferire ai suoni un tono apparentemente stonato, a tratti insinuante e armonico, subito dopo freddo ed aspro; ritmi serrati a doppia batteria che si trasformavano in ballate squarciacuore; ganci pronti per MTV, annegati tra rumori e grida isteriche; video improponibili e un approccio ai concerti basato a volte su atteggiamenti narcolettici e disastrosamente noncuranti. Quella stessa trascuratezza, chissà quanto reale e quanto posa, che ha accompagnato lo svolgersi del loro percorso discografico: le dissonanze primitive dei singoli iniziali, pronte a tramutarsi in piccole meraviglie pop (Box Elder e l’eterna Summer Babe), un primo album capace di definire un mondo intero, spostando in un altrove imprecisato e incerto la linea di confine tra kraut rock, kiwi pop e new wave; un secondo disco che dispiegò possibilità commerciali tendenti all’infinito e un terzo destinato a smontare ogni ipotesi, mescolando le carte e seminando il dubbio con la sua pressoché totale assenza di potenziali singoli. Salvo poi recuperare certezze col successivo Brighten the Corners il cui memorabile incipit mette in sequenza Stereo e Shady Lane, due tra le loro migliori canzoni di sempre. Poi Terror Twilight, la cui problematica gestazione seguita da un infinito tour promozionale allentò i bulloni che tenevano assieme i pezzi, facendo ripiegare su sé stessa una band che pur avendo ancora la possibilità di raggiungere qualunque destinazione decise invece di fermarsi e non andare più da nessuna parte.

Arturo Compagnoni

[1] cit. Frontwards.

(articolo uscito originariamente sul numero 361 di Rumore di febbraio 2022)


SG ON THE RADIO – Fiver 4/4/2022

Come forse alcuni sapranno questo blog da settembre 2021 ha aperto i microfoni a Radio Città Fujiko, nostra casa naturale, ogni venerdi alle ore 20,

Il blog, ultimamente un po’ sonnacchioso, si rianima per ospitare, con cadenza auspicabilmente fissa, qualche riga su 5 delle canzoni che sono passate in trasmissione.

Perchè persi nelle chiacchiere mica riusciamo a dire tutto (o ci ricordiamo di farlo)…

La cosa migliore dopo aver letto?

Aprire Mixcloud.com cercare sniffinglucose e trovare tutte le puntate caricate diligentemente ogni sabato mattina.

Dalla playlist di Sniffin’Glucose On The Radio del 1 aprile 2022


WEIRD NIGHTMARE  – Searching For You (min. 26:17)

Alex Edkins è il chitarrista e cantante dei Metz, alquanto rumorosa formazione canadese.

Arturo ci ricorda una data sotto la neve al Freakout con tanto di un “reggae incident”.

Stemperata una certa grevità della band originaria Edkins ci restituisce una traccia che rimanda ai Sugar di Copper Blue e ad un fun nonsense rock’n’roll. deragliante veloce e melodico.

Rumore e dolcezza.

Mai abbastanza a nostro parere.

L’album esce il 20/5.


GENTLE SINNERS – Face To Fire (Ater Nyman) (min. 12:10)

Aidan Moffat degli Arab Strap + James Graham dei Twilight Sad = malinconia a profusione. Giusto? Sbagliato. Il loro incontro nato durante l’immobilismo pandemico si svolge imprevedibilmente su un pista da ballo e a guardare bene Aidan ha sempre flirtato con una certa elettronica dalla battuta imprevedibile. Tra Mgmt e … “It’s always been my dream in life to do an AC/DC-Michael Nyman crossover song about mental health issues” dice Aidan.

Ognuno ha i suoi sogni ….

L’album esce il 13/5.


GLOVE  Mirror Image Blue (min. 20:04)

Si parlava qualche trasmissione fa delle serate dark nelle discoteche emiliano romagnole di primi anni 80 e di tutto l’immaginario dark wave di cui si nutrivano.

Un immaginario che ha fatto vittime segnando le nostre esperienze di ascoltatori musicali in erba sviluppando sinapsi che al solo richiamo delle prime note di un brano come questo trillano come il campanello pavloviano richiamandoci all’attenzione

Da Tampa Florida (tipico luogo da grigie fascinazioni wave…o no?) proviene il quartetto per il quale il calendario si deve essere fermato da qualche parte tra l’uscita di uno dei primi dischi degli Orchestral Manouvres In the Darke e Blue Monday dei New Order.

Album appena uscito Boom Nights.


GHOST POWER  Asteroid Witch (min. 1:30)

Duophonic Super 45s etichetta condotta da Tim Gane e Letitia Sadier degli Stereolab dopo quasi vent’anni di inattività interrotta solamente dalla pubblicazione di una manciata di singoli pubblica il 29 aprile due album, Astrel K (ex Ulrika Spacek) sul quale torneremo più avanti in una delle prossime trasmissioni e Ghost Power formazione capitanata da Tim Gane e e Jeremy Novak (Dymaxion). Il pezzo scovato da Lorenzi, che tanto per restare su cose duophniche ci regala nell’ultima trasmissione un approfondimento sui Broadcast,..è irresistibile

“They make ultra-groovy instrumentals that sound somewhere between krautrock  the more experimental side of late-’60s ye-ye, and early-’80s post punk” è una delle definioni più azzeccate e alla quale ci associamo.


THE REALDISTRACTIONS – Fosta/Sesta (min. 35:39)

Quando si parla di K Records a Compagnoni brillano gli occhi e smette, brevemente, di riempire i bicchieri affollati intorno al mixer.

The Real Distractions maltrattano strumenti a Olympia, Washington e sono Tobi Vail (Bikini Kill, Frumpies, Spider and the Webs and MODs) e altre vecchie conoscenze come Ricky Meyer (Rik and the Pigs), Peter David Connelly (the mona reels, Bangs, Quayde le Hue).

Lofi/rock’n’roll/punk/pop vero marchio di fabbrica delle uscite su 7” marchiate International Pop Underground.

Dificile descriverli meglio di quanto facciano loro stessi:

The Real Distractions love rocknroll.
like an old shoebox of ork 45s
you would sell your little cousin to get,
made new and real by some secret seance
of Bo Diddley beats, true touch guitar licks and forever teenage love croons. Pink bouncy.
Its like they cut up a bunch of bomp and kicks magazines,
stuck them back together and made a wish to turn them to a real band.
a true love’s wish and it worked.

Il tempo di incidere queste parole sulle nostre cuffie e ci ritroviamo la prossima settimana.

REDAZIONE DI SNIFFIN’GLUCOSE

  • GHOST POWER – ASTEROID WITCH
  • WEAK SIGNAL – HALLELUJAH BABY
  • GENTLE SINNERS – FACE TO FIRE (AFTER NYMAN)
  • OLIVER SIM – ROMANCE WITH A MEMORY
  • GLOVE – MIRROR IMAGE BLUE
  • WEIRD NIGHTMARE – SEARCHING FOR YOU
  • EX-VÖID – I COULDN’T SAY IT TO YOUR FACE (Arthur Russell cover)
  • THE REAL DISTRACTIONS – FOSTA/SESTA
  • KEVIN MORBY – THIS IS A PHOTOGRAPH
  • HANGING STARS – BALLAD OF WHATEVER MAYBE
  • BROADCAST – FORGET EVERY TIME
  • BROADCAST – SIXTY FORTY (Nico cover)

Marzo

Marzo è il mese della primavera. Dei nuovi inizi.
Ma è anche il mese bizzarro, del clima che non si lascia comprendere.
Marzo pazzerello, guarda il sole e prendi l’ombrello.
Marzo, il mese delle rinascite che invece si è fatto mese di morte.
La guerra è cominciata d’inverno, era ancora febbraio. Poi, a marzo pareva che il sole non la smettesse di star su alto nel cielo e asciugare la terra che non veniva bagnata da settimane, da mesi.
Si parlava, per strada, di profughi. Quelli “veri”. Si raccoglievano soldi, vestiti. Armi. Si compravano armi. Si mandavano armi. Ancora una volta, l’Europa parlava di pace arricchendo i produttori di morte. Si parlava di pace, abbracciati alla guerra.

Horsegirl – Anti-Glory

Si parlava di primavera. Che bella la primavera. Che bella quando non piove, coi fiumi ridotti a rigagnoli.
Marzo non ha un dì come l’altro.
Marzo, dal latino Martius, il mese che i romani dedicavano al dio Marte, dio del tuono, della pioggia e del raccolto. Ma, di più, dio della guerra.
Mentre scrivo, un sole quasi estivo picchia sulla finestra, marzo è quasi finito, la primavera sbocciata e già secca, polverosa. Mentre scrivo, mi domando se questa guerra, questa follia sarà l’ennesima prova cui siamo chiamati, qualcosa poi da archiviare presto nella memoria e da togliere da lì, da davanti agli occhi, per continuare a vivere.

Mo Dotti – Loser Smile

Vent’anni fa, il 16 di marzo, moriva forse il più grande attore – anche se lui avrebbe rifiutato il titolo, preferendogli quello di macchina attoriale – italiano di tutti i tempi, uno dei più raffinati, bizzarri e complessi intellettuali del ‘900: Carmelo Bene. Di lui rimangono scritti, molti, video, parecchi. Famosissime le sue apparizioni televisive: la lite con Gassman al Teatro Argentina di Roma, credo nel 1984, durante il seminario organizzato dall’Università di Roma Sapienza; il suo uno contro tutti al Maurizio Costanzo Show.
Ascoltarlo fa bene all’anima, fa uscire dagli schemi, dimenticare la via malata del pensiero unico.
Fa, anche, rimpiangere un’epoca in cui persino in televisione ancora si vedeva e ascoltava la complessità di un poeta. Un autore minore, come lo definì Gilles Deleuze: senz’avvenire e senza passato, ha solo un divenire, un mezzo, attraverso cui comunica con altri tempi, altri spazi.
«Che le parole cessino di far testo. È inutile cercare, bisogna essere visitati». Carmelo Bene.

King Hannah – It’s You And Me Kid

Bisogna essere visitati. Bisogna farsi spazio per qualcosa di altro da sé stessi. Bisogna lasciare aperte delle porte: aperte per una voce che non capiamo, per un’arte che non ci appartiene, per una musica sconosciuta, per una grandezza di cui non possiamo vedere fine e confini.
I confini. Che strano mondo il mondo di marzo. La Polonia, da cui tutte le tv quotidianamente trasmettono, ha accolto già milioni di profughi ucraini. La Polonia confina a est con Lituania, Bielorussia e Ucraina. Una frontiera d’acciaio, su cui si è infranta per anni la strada della migrazione: i poveracci che tentavano di entrare in Europa, al confine polacco venivano catturati, picchiati, derubati, ricacciati indietro di decine di chilometri in mezzo al nulla. Una crisi umanitaria al confine con la Bielorussia lo scorso inverno veniva raccontata dai tutti i tg del mondo. Anche da quelli nostrani, che di tutto questo, che accadeva fino a poche settimane fa tra i boschi pattugliati dalla polizia polacca, in cui morivano neonati per le temperature polari, non fanno più parola. Si è perduta la memoria. Si è perduta la civiltà.
Ben venga, sia ovvio, che un Paese miracolosamente passi da aguzzino a benedetto, da cane da guardia dell’Unione Europea che paga i bruti per fare il lavoro sporco a nuovamente patria del cristianesimo che predica l’accoglienza. Ben venga, anche quando sia frutto di una mera volontà di propaganda, o di nuovi soldi promessi questa volta per accogliere anziché respingere.
Se un’idea cattiva porta a un buon risultato, si lasci che il risultato faccia il suo bene, ma non si dimentichi che l’idea è cattiva.

Redskins – Kick Over The Statues

Strano mese, marzo: fa dire follie, che ci sono profughi veri e no. Un qualcosa che suona come una strana minaccia, un oscuro messaggio: esistono migranti belli e biondi, che cantano sotto le bombe nei rifugi e pubblicano sui social i loro video e che vanno accolti. E, poi, esistono migranti brutti e scuri, che non stanno su tiktok e si vestono in maniera strana, che vengono da lontano, dalla Siria, dalla Macedonia forse, e di cui non occorre occuparsi.
Strano il mese di marzo. Pensavo di aver già dato con le stranezze con la pandemia dell’anno bisesto, che si sa, è sempre funesto. Invece quest’aria di pazzia l’ho respirata per tutto il ’21, non più bisestile, fra negazionisti e sbirri della mascherina nei parchi, virologi e no vax, tutti scomparsi all’incedere dei carrarmati russi. Quelli dei torturatori ucraini del battaglione Azov, per anni a far macelli nel Donbas, non ci erano riusciti.

Stroppies – The Perfect Crime

Marzo, marzo pazzerello, come vorrei che ti spegnessi in un aprile che fosse davvero il mese della rinascita, del dischiudersi: dei fiori, della vita, della speranza. Del pensiero, dell’uso smodato dei cervelli e dei corpi, del ragionare. Dell’amore, secondo l’interpretazione che vuole il nome del secondo mese di primavera derivare dall’etrusco Apro, a sua volta dal greco Afrodite, dea dell’amore. Che sia il mese della pioggia, che nutra una terra stanca e vecchia come non mai. Che sia il mese del profumo dei fiori. Che sia il mese della poesia, del Fiore di Poesia della Merini, sempre un balsamo per l’anima nelle giornate spente di questo marzo che stiamo lasciando andare. O, anche, che sia solo il mese del sonno, che tutto fa dimenticare. 
Che arrivi aprile, il mese del torpore causato dal tepore, magari, dalla serenità. Aprile, sia davvero un dolce dormire, anche solo per non vedere quanto siamo costretti a subire.

«Il poeta è anticivile. La poesia è anticivile. Non incivile, anticivile. Cos’è il poeta di fronte a una persona comune? Pasternak l’ha detto molto bene: il poeta vede al tempo stesso da un punto solo ciò che è visibile a due isolatamente. Questo è il poeta». Carmelo Bene

FABIO RODDA

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In questo #Fiver hanno suonato

Horsegirl

Mo Dotti

King Hannah

Redskins

King Hannah

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Libro del Mese

Cosa diremo agli angeli

Franco Stelzer

Einaudi

Franco Stelzer

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Disco del mese

Bodega – Broken Equipment

2022 What’s Your Rupture?

Della schiavitù che non volete vedere riflessa nelle vostre facce imbolsite allo specchio

È passato anche questo Sanremo. Di nuovo ho assistito in silenzio, dalle bacheche social di amici e conoscenti sempre in prima fila dieci anni fa ai concerti punk in locali da cento persone, alla celebrazione di musicisti nella migliore delle ipotesi nulla più che figliastri della dance anni Ottanta mixata con le canzoni sceme della scena mainstream italiana anni Novanta.

Schifavamo tutta quella roba, ma oggi tutti a gasarsi per la terrificante canzone che ha vinto il festival, quelli più indie per LRDL. Quattro note messe in croce e una marcetta sotto, testi di una banalità da far sanguinare le orecchie che al confronto il Calcuttone nazionale pre it-pop dovrebbe essere chiamato Vate e venir trattato con la reverenza concessa ai massimi poeti. Eppure tutti (non è vero, non tutti, ma tanti, troppi) a tessere le lodi del carrozzone nazional-populista con i suoi mediocri protagonisti.

Ma che cazzo è successo? Ma, quando, esattamente vi si sono scollegate le sinapsi dai recettori uditivi? Quando, avete messo nello stesso piatto cacca e cioccolata? Non sentite che l’odore è un tantino diverso? Troppe ore sotto cassa in prima fila a sentire un duo shoegaze sparato a volume devastante in qualche microclub di provincia vi hanno bruciato i timpani? Non credo.

Forse, è un effetto collaterale del dolore di vedere Club una volta mecca del rock in cui oggi suonano i Pinguini Tattici Nucleari e i loro successori meno famosi? Potrebbe, ne abbiamo sofferto in tanti. Ma temo sia una faccenda molto più tragica.

Sculettando coi chiapponi sul divano su quella menata di “ciaociao” o di qualche altra robaccia sanremese, probabilmente stavate ordinando con just eat qualche schifezza di cui rimpinzarvi e che male c’è? Cosa diavolo ci potrebbe essere di male nel guardare roba da deficienti mangiando cibo spazzatura, portato a casa da qualche desperados che rischia di farsi stirare da un bus col bel clima frizzantino ma gaudente delle sere/notti di febbraio?

Cosa avete fatto di male, se siete corsi all’Ikea a comprare il nuovo tappetino HEMBJUDEN così carino e ispirato al Marocco, per invitare gli amici a sentire due che fanno gli acuti facendo venire a tutti i Brividi-ividi-ividi?

Niente. Tutti liberi. Basta sapere, però, perché l’avete fatto.

Cosa c’è di male nel comprare su Amazon l’ultimo romanzo che vi hanno consigliato in ufficio? (oh, costava 9.90. Cazzo, da https://www.facebook.com/gogolandcompany/  o alla  https://www.facebook.com/ModoInfoshop/ 11.50, ma non posso mica sborsare il 15% in più, e che sono, babbo natale? Solo perché se la menano che sono indipendenti e che ci devono campare coi libri, mica è colpa mia, facessero anche loro un lavoro di merda come il mio, dieci ore al giorno in ufficio…)

Cosa, se fate la spesa alla Coop online che poi vi porta tutto al piano bello imballato in chili di plastica e se spendi abbastanza, la consegna è gratuita?

Ma, soprattutto, cazzo c’entra tutto ‘sto pippone con i brividi-ividi-ividi di Sanremo?

Gratis, gratis, il 10% in meno, offerta, saldi. Vacanza low-cost, cena al ristorante scontata su Groupon (esiste ancora? Sono un maledetto vecchio, lo so), compra un viaggio non per andare in un posto, ma a seconda di cosa mette in offerta Ryanair e poi, chissenefrega di dove andiamo a finire, un McDonald’s ci sarà se ci vien fame.

Compra solo da H&M e credi pure alle campagne Green Washing (bravo, almeno tu, Cosmo, bravi, almeno qui, LRDL a portarti sul palco a dire una cosa sensata) che la multinazionale è eco. Lo sai come è eco? Compra crediti. Inquina, paga e quindi scala gradi di inquinamento. Come a dire, io butto fuori 100 kg di merda dalla mia finestra tutti i giorni, ma siccome pago al condominio X denaro, corrispondente alle spese che avrebbe ripulire quella merda (ma con cui poi il condominio farà quello che vuole), è come se non avessi buttato la merda. Ma il cortile rimane pieno di merda. Non funziona il giochino, così, vi pare? Forse per questo i navigli stamattina sono alti dieci centimetri e il Po è più in secca di quanto normalmente sia a Ferragosto. E siamo a febbraio e sono in strada senza cappotto.

Viaggi low-cost con vestiti low-cost per vite low-cost con pensieri low-cost.

Oggi scrivo inferocito forse perché sono storto io. Forse perché ho dormito col culo scoperto. No, fa caldo, non me ne sarei accorto. Forse perché ho guardato un tg in cui veniva riportata una cosuccia da niente, fra una crisi e un’aria di guerra: il figlio della Regina d’Inghilterra si è comprato il giudizio al suo processo. Ha pagato circa 12 mln di sterline alla donna che lo accusava di averla stuprata quand’era minorenne e, in aggiunta, farà una donazione a un centro per le vittime di abusi. Cioè, l’orco, coi soldi suoi o di mammà, pagherà la vittima, caccerà due spicci nelle casse di un’associazione che aiuta altre vittime e tornerà a godersi la vita da orco nel suo lusso, nella sua tranquillità.

E, il male dietro questo abominio, nei tg nazionali, era del tutto scomparso, ma c’era una sola domanda ridondante: chi pagherà per questo? Venderà lui una delle sue proprietà o sua mammina, coi soldi delle tasse degli inglesi, sistemerà la faccenda? Ma, mi chiedo, di questa storia è questo il punto focale? Questa la questione da porre?

Bezos fa smontare un ponte storico a Rotterdam perché la sua ultima barchetta non ci passa sotto. Imprenditori licenziano via Whatsapp e delocalizzano per fare più soldi. Il principe Andrea compra lo stupro di una ragazzina.

Non vedete il nesso? Davvero? Male, amici miei, male. La cancrena, partita dai timpani, ha preso il cervello e non cogliete più le connessioni fra le cose.

Il sonno della ragione genera mostri, pensateci mentre aprite al rider, almeno ogni tanto. Magari vi passa la fame e smettete di ingrassare.

Davvero, non vedete l’ombra del potere del denaro, che secoli di evoluzione sociale aveva non certo cancellato, ma quanto meno limitato, messo in discussione, eticamente deprecato? Rivoluzioni, carte costituzionali, modelli socialisti hanno avuto, nella storia, il loro apice per mezzo secolo al centro del 1900. Poi, di botto, in meno di cinquant’anni siamo tornati al medioevo.

E tutti zitti a guardare la tv.

Il pensiero unico. Ecco cosa vi si è insinuato nel cervello. Un unico pensiero, un unico modo di vivere, declinato secondo qualsiasi tiramento purché sempre nel solco del produci-consuma-crepa. Parliamo con la schwa perché funziona, non perché è giusto. Scriviamo di sessualità fluida su Instagram perché cinque minuti dopo possa spuntare un sedicente musicista che si mostra, guarda un po’ che casualità, con lo smalto sulle unghie mentre suona e poi il post è in collaboration con la sua linea di make-up.

Tutto, solo, se fa fare skei, perché se non fosse così, del vostro orientamento sessuale, dei vostri gusti, della vostra libertà, se ne sbatterebbero il cazzo (o la passera o qualsiasi cosa vogliate per par condicio LGBTIQA+).

Ma vi volete svegliare? Ma davvero l’apertura di Trainspotting non solo fotografava il peggio del tempo di allora ma prediceva il futuro di tutti, anche e soprattutto di coloro che in gioventù si sentivano alternativi? Era il 1993, per l’opera letteraria; il 1996, per quella, forse più conosciuta e comunque eccezionale, cinematografica diretta da Danny Boyle.

Siete liberi, anzi liber* o liberu o come cazzo volete che si dica, solo dove e quando ve lo lasciano essere, solo fino a quando questa libertà avrà un beneficio economico per qualcuno, fino a quando questa libertà vorrà dire consumo. Siete liber@ di mangiare quello che volete, vestire come volete, ascoltare quello che volete, eppure.

Eppure. Eppure, non vi piaceva il fast food, ma da quando Bastianich (mamma mia, amico mio, mi stavi pure simpatico quando facivi lo stronzo chi parlava male i tratava male i concorrenti in tv, che brutta fine hai fatto. D’altra parte, dirai tu, se Gorbachev ha fatto la pubblicità di Pizza Hut, perché mai io non) da quando dice che c’è il Montasio d.o.p. nel panino e la consegna è gratuita e la M è verde bio, quasi quasi il panozzo mi piace, fa così anni Ottanta.

E, e da quando H&M ha messo dappertutto i cartelli con su scritto CONSCIOUS e poi fa le magliette dei gruppi metal di trent’anni fa a solo 9.90, quasi quasi.

E, e da quando tutti su Facebook dicono che Sanremo è figo, quasi quasi quella canzone demmerda mi si infila nella testa, la canticchio e comincio a dire che mi piace pure a me.

E, da quando Thatcher e Reagan cinquant’anni fa han deciso che non c’era altra via per l’umanità che correre come pazzi verso la crescita infinta, il mondo sta bruciando nel corpo, mentre dorme nell’anima e dimentica la bellezza, uccide l’arte; ma, finché c’è una canzone stupida a distrarvi dalla vita, che senza pensare a tutta ‘sta roba è già dura, voi sorridete e CiaoCiao.

Non sono più i vostri palati che scelgono cosa mangiare, non i vostri occhi come vestire e non le vostre orecchie cosa ascoltare.

Per questo tutto c’entra. Per questo sono così furibondo con ‘ste vagonate di faccine sorridenti, cuori e pollici in su per tutto e tutti. Ma non c’è veramente niente che vi fa cagare? Niente che vi fa arrabbiare? Niente che vorreste RIFIUTARE? Che bella parola. Rifiutare. Dire NO. Agli straordinari imposti, al delivery della spesa, ai nuovi bicchieri Maison du Monde che van benissimo quelli vecchi. E se, invece, volete H&M e McDonald’s, che siate voi a volerli. Che sia una deliberata scelta, conscia della contraddizione che si porta dietro, se poi vi dichiarate progressisti, eco-friendly, per non dire compagni (ahahahahahahahahahahahahahah, ma vi ricordate che c’è stato davvero un mondo in cui ci si chiamava “compagno” senza nessuna ironia? Una risata doveva seppellire loro e invece ci siamo sepolti noi).

Pure io uso Amazon. E quando lo faccio, so cosa sto facendo. E quando lo evito, sono felice di evitarlo. Esiste la CONTRADDIZIONE, era il nostro mantra in Cayenna, centro sociale e scuola di vita a Feltre nei primi Novanta. Ma la contraddizione va compresa, perché non diventi cibo per i potenti: serve CONSAPEVOLEZZA. Non è tutta la stessa roba, non c’è solo UN modo, non c’è solo UN pensiero, non è tutta la stessa musica.

Poi, se vi piacciono Sparklehorse e Idles e pure Blanco, che vi posso dire? De gustibus… va bene, non c’è problema. Ma vi piace tutto davvero? Vi interessa davvero Sanremo o ormai è una gag di cui però bisogna far parte? È tutto una gag, così possiamo non pensare a un cazzo e ordinare su deliveroo e poi autopercularci con storie ironiche su IG. E, intanto, su queste gag qualcuno guadagna soldi. Montagne di soldi, valanghe di soldi sotto cui soffoca tutto quello che non è gag e non è mediocre, che non arriva subito a tutti, che non è facile, che vi costringe a pensare. Che brutta parola. Già c’abbiamo avuto la pandemia, già sta per scoppiare una guerra potenzialmente da fine del mondo. Non dovremo mica anche pensare!

E, adesso che vi ho fatto passar la caricanza e mi state mandando a cagare (grazie, farò quanto prima), tornate pure a sentire quei tir di autotune e banalità che vi siete goduti fino all’altro giorno e Ciaociao.

Io porto giù la spazzatura e vedo quello che suona al campanello del mio condominio con lo zaino termico e la Coca-Cola in mano per qualcuno e avrà sessant’anni e ovviamente è un po’ più scuro del dovuto, parla un po’ peggio del dovuto e fa fatica a trovare il nome sul citofono e mi si stringe lo stomaco e mi vien da pensare che forse aveva ragione Irvine Welsh trent’anni fa e mi vien solo da bestemmiare e CiaoCiao.

FABIO RODDA

Un padrone si sente sempre un potranquillizzato dallinfamia dei suoi dipendenti.

Céline


In questo #fiver hanno suonato

Idles

Bodega NYC

Plosivs

Jon Spencer

(Iggy Pop & Irvine Welsh)

Fontaines D.C.


Libro del mese

Nitrito

_t_w_i_g_ https://www.agenziax.it/twig


Disco del mese

Dragon New Warm Mountain I Believe in You

Big Thief https://bigthief.net

Forward into the past

Mi chiedo se non sarebbe meglio, per capire qualcosa di più sul mondo, stilare attorno ai vent’anni una lista di opere, luoghi e personaggi cui dedicarsi ciclicamente, senza disperdersi nella quantità, che è un’illusione di completezza e di vita eterna. Ammettere con franchezza che la maggior parte dei tentativi artistici falliscono o finiscono per essere ben assorbiti in altri, meglio congegnati e frutto di un talento vero, o del genio. Perché non dovremmo farceli bastare?

Yuri Selvetella “Le Regole degli amanti”

COLD CAVE – NIGHT LIGHT

Dei Cold Cave apprezzo quasi tutto. E quasi tutto ciò che apprezzo dei Cold Cave rimanda chiaramente a una qualunque cosa i New Order abbiano piazzato da qualche parte tra Power, Corruption & Lies e Low-Life. Questa canzone finirà dentro Fate in Seven Lessons, prossimo album di Wesley Eisold in uscita l’11 di giugno. Quando dopo 40 secondi di morbida slow motion il sole sbatte sul mare indeciso tra il definirsi alba o tramonto la I’m doing this all wrong appena sussurrata da Eisold assume un significato tutto suo, che sento molto mio. Non vedo l’ora riaprano i club anche solo per aver la possibilità di far partire questa canzone dalla consolle e far ballare i soliti quattro amici: the past is dead, the future’s here.

POND – PINK LUNETTES

I Pond non li ho mai inquadrati del tutto. Sin dal nome che si sono scelti, un nome che in principio mi portò a credere si trattasse dell’ennesima reunion fuori tempo massimo, essendo Pond l’appellativo di una band di Portland che attraversò gli anni 90 con alterni risultati. Loro invece sono australiani, e siccome agli australiani concedo sempre e comunque il beneficio del dubbio, nel dubbio li seguo ancora. Ne ho ben donde stante il fatto che in questi giorni, senza alcun apparente senso logico rispetto a tutto ciò che avevano prodotto sinora, tirano fuori una canzone che sembra una cover dei Suicide, o meglio dell’Alan Vega solista. Circostanza che, per come la vedo io, fa scalare loro di botto diverse posizioni nel ranking dei miei ascolti preferiti della settimana.

DINOSAUR JR. – I RAN AWAY

Doveva essere l’inverno dell’81 quando sprofondati nelle poltrone vintage del cinema Alfa in via Carbonesi, tra un Jonas che avrà 20 anni nel 2000 e un Harold e Maude, io e Massi ci imbattemmo nella proiezione di Rust Never Sleeps. Quel giorno rimasi folgorato, scoprendo che c’era qualcos’altro, più antico e più classico del punk, che valesse la pena essere ascoltato. Prima del canadese tra le altre venne la rivelazione dei Cure, con quella canzone uscita un paio di anni prima, forse tre: I try to laugh about it hiding the tears in my eyes. Una decade scarsa dopo la visione di quel film non mi parve vero imbattermi in un tizio in grado di sommare quelle due ataviche passioni: Robert Smith e Neil Young. Da allora sono passati oltre trent’anni e quel capellone di J Mascis è ancora capace di fregarmi coi suoi dischi e le sue canzoni, rimanendo uno dei pochi cui permetta di farmi ascoltare un assolo di chitarra senza annoiarmi (qui ne parte uno da 25 secondi netti al minuto 2 punto 24).

A CERTAIN RATIO – ALWAYS IN LOVE

L’idea che uscisse un nuovo album degli A Certain Ratio lo scorso settembre, una dozzina di anni dopo il precedente di cui non serbavo un ricordo particolarmente positivo, non stimolava in me il benché minimo interesse. E invece in ACR Loco sono entrato subito, ascoltandolo in cuffia un sabato di inizio autunno a spasso per le strade del centro. Sono andato a ripescare il messaggio che quella mattina ho inviato nella chat condivisa con Cesare e Massi: “Per quelli cui piacciono certi suoni, e io sono senz’altro uno di quelli, il nuovo album degli A Certain Ratio è sorprendentemente buono, ascoltatelo”. Lì per lì i miei due soci mi percularono, salvo poi venire dalla mia qualche settimana dopo. Perché questo è un disco che funziona tutto e ha dentro canzoni che ti fanno venire voglia di innamorarti abbastanza di qualcuno affinché un domani a quel qualcuno si possa cantare una strofa di questa canzone qua.

THE NIGHTINGALES – THE CRUNCH

Un cantante, Robert Lloyd, due band: Prefects prima, nella line up del leggendario White Riot tour dei Clash , Nightingales poi (questi ultimi ancora in pista). Nell’epica del post punk inglese la parabola dell’uomo non è stata sufficientemente celebrata. Il momento è ora: esce King Rocker, film documentario sulla figura di Robert Llloyd, mentre la benemerita Call of the Void affida a un’altra leggenda, Stuart Moxham dei Young Marble Giants, il compito di rimasterizzare le tracce di Pigs on Purpose, primo disco dei Nightingales. Un album datato 1982 che riascoltato ora non perde un grammo del suo peso specifico: una pietra d’angolo al pari del coevo Hex Enduction Hour dei Fall e di Entertainment! apripista messo fuori dai Gang of Four qualche tempo prima.

Arturo Compagnoni