I dischi che piacciono solo a me, credo #20

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Nina Hagen – Angstlos (CBS, 1983)

“Der neueste Nightclub macht auf heut’ Nacht”

Mi ripeto spesso che Nina Hagen è responsabile della mia salvezza. Non per convincermene, solo per ricordarmi come alcune volte i bivi della vita affrontino inaspettate curve. Senza derapare. No, nessun miracolo, nessuna auto prossima ad investirmi, nessun meteorite o Torre di Guardia. Nessuna tentazione di tifare Juventus, soprattutto. No, niente di tutto questo; mi impedì solamente di cedere, ritornando sui giusti binari – a scartamento ridotto, bene sottolinearlo – nei quali la mia vita si era instradata. Cose di nullo conto, che credete, ai massimi sistemi non ho mai dato gran credito dacchè sono le piccole cose a renderti davvero pregna l’esistenza, per quanto piccola e miserevole possa essere, e se nasci tondo al massimo puoi morire ovale.

Nel 1983 avevo un flirt – uno dei rari: piccolo ma significativo – uno di quei soliti flirt senza infamia né lode che ti colpiscono durante i quadrimestri. Un po’ come il raffreddore o la classica insufficienza, inaspettata o meno. Sai che arrivano ma non sai quando. Un piccolo affetto adolescenziale: stesso istituto e stessa sezione. Una misera classe di distanza. Una brava ragazza, incidentalmente agli antipodi rispetto ad un autistico e sciatto appassionato di musica piuttosto borderline quale ero solito essere. Una brava ragazza, ripeto: bravissima, quasi perfetta. Il mio contraltare esatto, l’altra faccia della medaglia fuori corso. Laddove ero insofferente e menefreghista lei era puntuale e presente; dove mi inalberavo in voli pindarici di nullo conto lei aveva la testa sulle spalle ed una maturità fuori dal comune. Pure troppo. Ci frequentammo per un po’, con molto spirito e poco corpo (la precisione carnale di alcune donne è davvero fuori dal comune sebbene debba ammettere che nemmeno io ero ‘sto fulmine di guerra). Fu tutto precipitoso, troppo precipitoso. Precipitoso e inquietante, tanto che – in men che non si dica – mi ritrovai ammesso a corte e ai pranzi di famiglia, senza rendermene conto. Io volevo acquistare i dischi delle X Mal Deutschland e invece mi scoprivo a conversare amabilmente con la nonna; vecchierella simpatica che – forse – aveva già capito tutto. Ero spacciato e non lo sapevo.

Una domenica d’inverno fui costretto ad accompagnare lei e la sua cricca di amiche Fruit Of The Loom nella discoteca più in auge della città. Una discoteca con tutti i crismi, di quelle totalmente anni ottanta, con tutta la loro Italo Disco in rassegna, i Ciao parcheggiati nelle vicinanze e il Bosford in bella vista sul bancone. Un agglomerato di divanetti damascati, giacche a doppio petto, ballerine (le scarpe), cocktail del cazzo e chiacchiere inutili. Non vi ero mai stato per alcune mie scrupolose paturnie relative a nebulosi vincoli morali. La lotta di classe, mi dicevo. Lotta di classe (scolastica e non) uber alles, la stessa che mi rendeva extraparlamentare in quell’istituto dove non è che fossi propriamente un maître á penser. Ero riuscito a non mettervi mai piede, strenuamente bellicoso verso quella riccanza stronza. Ma per amore (o un suo surrogato) i sacrifici sono all’ordine del giorno. Vi andai con la morte nel cuore, devastato dalla consapevolezza che mi stava attanagliando sterno e gonadi.

Un vecchio palazzo in centro città, un novembre triste come Desertshore di Nico, un ingresso costosissimo, decine di coetanei vestiti di tutto punto, una coda immensa. Un gelo – dentro e fuori di me – insostituibile. Ci accomodammo su alcune poltroncine Luigi XVI color porpora ad ascoltare musica di immane bruttezza (Gazebo, Valerie Dore, Irene Cara… avete capito). Vidi biondissimi esemplari diciottenni con le loro cravatte e la dizione blasè, capelluti come Jerry Calais (il contraltare francese, visto l’accento); vidi gnocche imperiali vuote come il frigo che orna la mia cucina; ascoltai conversazioni a sfondo scolastico annuendo svogliato; mi guardai attorno terrorizzato, conscio di ciò che mi sarebbe toccato in sorte, un domani. Sudavo freddo. Guardai anche me stesso, i miei jeans di seconda scelta, la frusta camicia, il giubbotto con le spillette, le mie scarpe dozzinali prese in saldo. Un cretino fuori luogo, che stava prendendo consapevolezza della cosa. Poi, in mezzo ad ore di musica completamente inutile, tra un Sunshine Reggae e un Ryan Paris, il dj mise New York / N.Y. di Nina Hagen, una boccata di ossigeno in quel rarefatto Rotary di ricconi. Parevamo – io per primo – tutti usciti dalla scena finale di Pretty In Pink. Mi esposi, dopo tre ore di monosillabi mi esposi:
Accidenti, bella questa! È il nuovo singolo di Nina Hagen! Balliamo?

Oh no, figurati. Non si viene in discoteca per ballare.
No, certo, che domande. Non. Si. Viene. Per. Ballare. Figurati. Sentii del piombo fuso intrufolarsi all’altezza dello stomaco e nelle mutande. Non in quest’ordine. La tapina si avvicinò per darmi un bacio ma ero già altrove. Capii di essere – lì dentro – proprio come il disco di Nina era rispetto ad una selezione musicale immonda: il rutto sguaiato, la tappezzeria inutile, il volto dispari in una marea di facce pari. Il riempitivo in un 12”.

“What the hell am I doing here?” per dirla col vecchio guercio.

Mi alzai con calma, come se dovessi andare in bagno; recuperai il mio giubbotto liso controllando avesse ancora tutte le spillette al proprio posto. Poi, con serafico autocontrollo e in un silenzio ovattato mi diressi verso l’uscita, allontanandomi da quella tortura coatta senza dire una sola parola o dare una spiegazione. Uno stronzo? Forse, ma ci penserei settanta volte sette – fossi in voi – prima di emettere giudizi. Non misi mai più piede in quel covo di diversamente poveri, ma ringrazio ancor oggi Nina Hagen per avermi aperto gli occhi e salvato da un futuro probabilmente forgiato su appartamentino al mare, segretaria sulle ginocchia, Lezioni di Piano (il film, che non era ancora uscito ma sicuramente mi sarebbe toccato in sorte almeno una volta al mese), pantaloni arancione, pizza & cinema, il calcetto il giovedì sera e una-macchina-grande-per-i-bambini.

Non comprai subito Angstlos di Nina Hagen, anche se avrei dovuto farlo. Non avevo i soldi. L’entrata in quella coglionissima Versailles mi era costata 10.000 lire (diecimila!!) e per un po’ di tempo non avrei potuto recarmi dal mio spacciatore di fiducia, nemmeno per un 45 giri. Ma presi nota nell’agenda mnemonica, quella che non sbaglia mai e ha mille Tera di memoria Ram. Sapevo comunque che, un domani, sarebbe stato mio. Mi capitò infatti tra le mani qualche anno più tardi, dopo aver assolto al compito del diligente accumulatore; Nina Hagen Band, Unbehagen e Nunsexmonkrock erano già in mio possesso quindi avrei potuto tranquillamente rivivermi la madeleine di quella domenica bestiale senza troppi sensi di colpa. Lp e 12”, praticamente intonsi in un banchetto senza infamia né lode; e mentre ne tastavo la consistenza e la gradazione discografica (Near Mint, per i più pignoli) ritornai a quel pomeriggio uggioso con un bel groppo sullo stomaco. Ormai ero diventato ‘adulto o giù di lì’, potevo tranquillamente soprassedere ad uno sciocco incidente di percorso, c’avevo la scorza e bla bla bla. E invece, una volta a casa, misi in ripetizione coatta quell’eccentrico maxi single, accompagnandolo con un sorriso amaro ai nove brani dell’album. Come suonava datato, e come sono strane le nostre pietre miliari, quelle che ci accompagnano gli snodi della vita anche se sono forgiate con roccia di scarto. Lo ascoltai. Lo ascoltai. Lo riascoltai. Più e più volte, e sempre con lo stesso ghigno sbigottito dipinto sul volto. Che cazzo era quella cosa? Se dell’ode alla Grande Mela (si dice così, no?) in salsa operistica sapevo già tutto avendola ampiamente metabolizzata quella domenica pomeriggio, l’album mi lasciò basito. Che roba era? Funk al calor bianco da matrone impazzite? Hip Hop per centri commerciali? Disco sibillina? High Energy immersa nella pece?

C’era Moroder a sovrintendere – a dimostrazione di come la CBS volesse fare dell’eccentrica diva una Madonna dei rifiuti – c’era prezzemolino Keith Forsey a dare una mano, c’erano Kiedis e Balzary (Flea) degli – allora – misconosciuti Red Hot Chili Pampers (non è un refuso) a dar manforte in Was Es Ist?… C’era un sacco di roba, ed era un sacco di roba che non funzionava. Eppure non riuscivo a staccarmi o solo dimenticare quel pomeriggio ignobile. Avevo delle Sliding Doors alle spalle ed ero convinto (lo sono tuttora) che Nina m’avesse fatto salire sul vagone giusto. Nulla in quel disco aveva attrattiva, né la strana rilettura di “Ich Weiss, Es Wird Einmal Ein Wunder Geschehen” dal repertorio di Zarah Leander (e qui, appunto, ribattezzata Zarah) stratificata di liriche, lirica, frattaglie, campionatur, hip hop e nemmeno la marziale camminata DDR di Lorelei. Un disco che si titolava ‘senza paura’ invocava invece angoscia ad ogni solco. Non vi era più la scanzonata eccentricità da museo delle pulci dei precedenti lavori, qui si era circondati da un’inquietudine camuffata da dance music aguzza. Un museo di orrori sonici suonati col gessetto sulle lavagne, come Fruhling In Paris dimostrava con i suoi squittìi senza senso, una Maniac di Michael Sembello per eroinomani. E I Love Paul, allora? Se ci fosse un solo brano colpevole d’aver distribuito l’HIV sul globo indicherei senza indugio proprio quei quattro fetidi e scarsi minuti. O ancora Newsflash che cerca di fare il verso ai Devo di Freedom Of Choice innestandoli su Amanda Lear. O The Change, Righeira sotto metadone o – se preferite – Eartha Kitt sorpresa in un bukkake. Rabbrividivo.

Insomma, ci sarà un motivo se – negli anni – la critica seria ha sempre rigettato in toto questo pasticcio pseudo danzereccio, rinnegandolo e relegandolo ai margini di una discografia che, per sua natura (tolti appunto i primi due album) non è mai stata campione di senno o solo di santità. Ne presi scrupolosa nota, ‘che le cose non accadono mai per caso, e quella diva scomoda – ne sono certo – si rivolse proprio a me in quel pomeriggio novembrino. Mi ripromisi da allora e per sempre di non tradirla e tenni fede al giuramento. Quando massacrò Ziggy Stardust io ero lì, quando copulò con mezzo mondo per espellere Cosma Shiva io ero lì (beh, non proprio lì ‘lì’), quando si fece attrarre dalle paturnie buddiste… esatto.
Resta il fatto che sono passati 35 anni e io, a New York, non sono mai andato. Ma c’è un motivo: Aspetto Nina.

Michele Benetello

I dischi che piacciono solo a me, credo #19

Jih - The Shadow to Fall fr-small
Jih – The Shadow To Fall (Jungle, 1986)

Non sta scritto da nessuna parte che si debba sempre essere perfetti, focalizzati sul pezzo, integerrimi (beh, magari anche sì…) e devoti all’obiettività. Sono quelli bravi, a far così. L’onesta manovalanza, i gregari, i portatori d’acqua hanno un sacco di manfrine, ripensamenti, cadute di stile, vergogne occulte, paturnie e figurine stampate male. Di quelle che non appiccichi su nessun album, perché nessun album è atto a contenerle. Così, anche chi scrive, vista la contagiosa Magnificent Obsession (notate la citazione dotta, please) verso gli Associates, negli anni si è andato a setacciare tutto un sottobosco nel quale si potesse ascrivere la coppia d’oro MacKenzie/Rankine. Non è stata nemmeno una gran fatica, a dirla tutta, vista l’assoluta mancanza di coraggiosi studenti e ancor più assoluto vuoti di manufatti atti a certificare l’assioma. E se della regale magniloquenza di Sulk s’è scritto in ogni dove, trovando seguaci eccellenti (da George Michael a Naomi Campbell) è anche vero che pochi, pochissimi prenderanno da lì per entrare in classifica, figuriamoci per cercare di ricrearne le costose (in termini sonici) atmosfere. Delle due l’una: o ci provavi pedissequamente, e allora dovevi tornare a chi mise lo spermatozoo primigenio sulla coppia (un’altra coppia: i Mael) oppure provavi a prendere in prestito la visione decadente e la puntigliosità sonora per farne ‘altro’, conscio che avresti potuto essere esposto al pubblico ludibrio fino alla fine dei tuoi (modesti, invero) giorni. C’era una terza alternativa, la più bieca, quella che negli ultimi anni ha devastato intere generazioni, Ebola in 4/4 che non ha risparmiato nessuno e nessuno ha cercato di fermare: diventi una tribute band, magari tuo malgrado.

Credo che a Grant McNally la terza opportunità andasse benissimo, e – soprattutto – fosse scevro di quella forsennata e bipolare ambizione che il suo nume tutelare (Billy Mackenzie, che diamine! Chi altro?) aveva disseminato in una carriera che, al tempo dell’uscita di questo disco, era già sufficientemente fottuta in una discesa libera di patimenti e dissennati passi falsi. Quale essere umano sano di mente avrebbe potuto, nel 1986, prendere a modello gli Associates per edificarvi sopra una carriera discografica? Vedo che siete tutti d’accordo con me. The Shadow To Fall è quintessenzialmente una brutta copia degli Associates, chiariamolo subito. Ingenua, caracollante, scevra di ottave, piena di buona volontà ma conscia che dinanzi al sovrano ci si può solo genuflettere cercando di non sbucciarsi le ginocchia, altro che togliergli il trono da sotto il culo. Una brutta copia appunto, né più né meno; un tentativo di imitazione (di omaggio, meglio) senza la grandeur, senza i ricami chitarristici di Alan Rankine, senza la vastità degli arrangiamenti alla Scott Walker e – soprattutto – senza la tensione che rendeva grandi i pezzi di ‘quei due’. Eppure, da non crederci, vi è Dave Ball che ne produce metà; Howard Hughes (già braccio destro del Billy in quel leggendario pasticcio chiamato Perhaps. E un giorno – giurosuddio – qualcuno dovrà raccontare la vera storia di quei nastri spariti sul più bello); Steven Reid (altro sodale); due fratelli MacKenzie (John e Jimmy); Virginia Ball e Martin McCarrick. Tu chiamali – se vuoi – turnisti ma riunione di famiglia andrebbe meglio.

Questo Basquiat vergato dall’ultimo dei teppisti di una scuola periferica esce nel 1986, a giochi ormai fatti. L’esposizione mediatica di Party Fears Two ha ormai 48 mesi sulle spalle e una plètora di scelte sbagliate ad immobilizzarne le caviglie e le royalties. Gli Associates comunemente intesi non esistono più e pure noi eravamo in piena crisi, per questo. McNally proviene anch’esso da Dundee, conosce Billy e la sua famiglia da un po’ di tempo e ha vaghe ambizioni di cantante. Chiede aiuto. Lo ottiene. La band fondamentalmente non esiste ma al Grant serve una sigla per confondere un po’ le acque e non dare in pasto ai leoni la sua religiosa devozione verso gli illustri concittadini. Ha idee, dice, e un santino ululante in tasca. Che qualcuno lo benedica, signoriddio! Non sarò certo io a farlo ora, da queste colonne, pur avendo in saccoccia l’intero (ma risicato) scibile di questa congrega di bucanieri da villaggio vacanze, simpatici e guasconi. The Shadow To Fall è ironico, ha il fiato corto, prova a vestirsi elegante con gli scarti della Caritas, sfiora l’imbarazzo, cerca di arrampicarsi su vette altissime ma non arriva nemmeno al campo base. Eppure fatti non foste a viver come bruti ma per seguire Billy e Alan. E allora passate 30 minuti a sorridere e far di conto, oppure buttate quel cinquino e riponetelo adeguatamente vicino alla casa madre o ‘nel quarto cassetto verso il basso’, magari con la pecetta di tentativo mal riuscito.

Insomma, non è bello ma piace, perlomeno a sprazzi. Piace per il coraggio, l’ingenuità, la totale mancanza di pudore. Piace per la scrittura zoppicante e assolutamente derivativa. Piace per l’angst truce riverberato da stratificazioni d’archi di Big Blue Ocean, piace perché non si vergogna d’anelare ai peggiori passi di Perhaps e This Gift è qui per dimostrarlo, raro caso in cui si faccia meglio del vascello fantasma. Piace per il Bowie declinato The Affectionate Punch della title track, piace perché – alla fine – McNally c’ha una voce che lèvati ma serve poco essere un Maradona se stai giocando a Subbuteo. Piace meno per l’unica idea spalmata su 9 tracce che sa comunque farsi luciferina e drammatica alla bisogna, come il post punk vulcanico di As U Fall dimostra con le sue chitarre Rankiniane, tensione inespressa che un brividino ancora lo provoca. O la solarità wave di Let The Sun Beat Down On Me, dove si cerca il distacco da ‘chi-sapete-voi’ tramite un sax malandrino e una vaga sensibilità pop riconducibile a degli umbratili Wham e similari. O Come Summer Come Winter, frizzante, androgina e subdola nel ricreare una nostalgia fuori tempo massimo anche per una macchina del tempo come questa. Un bel pasticcio, vero? Ne sono conscio. The Shadow To Fall è un fast food deserto e con le pietanze fredde eppure invoglia come un Overlook Hotel qualsiasi, ricoperto dalla neve e abbandonato al proprio destino.

Non avrà futuro questo suicidio commerciale ampiamente annunciato, ‘che se della casa madre si erano perse le tracce figuriamoci quanto avrebbero potuto interessare dei falsari, per quanto simpatici proprio per la loro imperizia. Chiuderanno senza ritegno, gli Jih, quando – nel 1988 – getteranno la maschera con l’ultimo respiro di discografia. Take Me To The Girl il titolo di quel 12” ruffiano che certifica – se mai ce ne fosse stato bisogno – il divenire una vera e propria tribute band, dacchè proveniente dal repertorio del Billy. Che, guarda caso, produce godendosela un mondo a rifarsi il verso e i coretti. Divertimentificio imbarazzante che non conserva un grammo della magniloquenza dell’originale, ma noi ci teniamo anche le adozioni, mica solo i figli dei nostri lombi.

Insomma, The Shadow To Fall è un disco che piace solo a me. Credo.

Michele Benetello

Soul Radio (Fiver #21.2018)

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Trascorsi gli ennesimi giorni di grande tormento si interrogò sui momenti felici andati perduti.
Cos’era successo?
BODEGA – HOW DID THIS HAPPEN?!

Frugò nel proprio animo e si trovò a ripensare, per la prima volta dopo parecchio tempo, ai molti anni spesi dietro al microfono della piccola ma leggendaria emittente cittadina.
Realizzò che quelle laide quattro mura erano state, probabilmente, uno dei luoghi più felici della sua vita.
Curioso come guardando indietro si scopriva a pensare con tenerezza a momenti allora ritenuti banali attribuendogli, ora, significati all’epoca impensabili.
HOUSE OF LOVE – CHRISTINE

La sede della radio era in un piccolo sottoscala di un bel palazzo in una strada signorile.
Secondo le leggi della fisica non saprebbe dire quanta polvere possa accumulare una moquette ma direbbe che tra quelle mura, in qualche particolare momento storico, tale leggi erano state sovvertite e piegate allo scorrere inesorabile degli eventi.
Il bagno, onestamente, non credeva di averlo mai visto funzionare. Ricordava solo un cartello comparso improvvisamente un giorno: “Soccia regaz, nel basket per beccare il canestro ci vuole talento, per centrare questo buco basta solo un po’ di buona volontà..”.
Diciamo che la cura dell’immobile non era al primissimo posto tra gli interessi dei presenti.
ESSEX GREEN – DON’T LEAVE IT IN OUR HANDS

La sala regia era lo stanzone dove si stazionava per la maggior parte del tempo quando non si era in trasmissione. Non ricordava il colore del tavolone, forse non l’aveva mai visto, ingombro come sempre era di bottiglie, lattine, comunicati stampa, dischi e cassette.
La sala trasmissione contava tre metri per uno e mezzo di metratura.
Due sgabelli per la conduzione, spesso effettuata in coppia, e fare entrare un terzo, un ospite, un amico, era operazione che comportava contorsionismi circensi.
Nella sala era situata la reliquia più adorata. Il muro delle cassette.
Un’ incredibile parete ideata da un pazzo furioso (un genio nella sua opinione) dove erano più o meno impilate ordinatamente centinaia e centinaia di cassette.
La regola era, se adocchiavi qualcosa, diciamo Double Nickels On The Dime, dovevi prenderla subito perché a una seconda occhiata in quella che credevi essere la medesima posizione ti ritrovavi tra le mani i Prefab Sprout o Miles Davis. Smaterializzata. Ritrovarla non era un picnic
All’epoca gli piaceva pensare trafugata da minuscole creature probabilmente di nero agghindate. Fantasticava sui party infuocati che si tenevano tra queste minuscole creature una volta spente le luci dell’ultima trasmissione.. storie d’amore, pogo selvaggi, bevute interminabili.
E lo spirito di tutto ciò albergava tra quelle sozze, prodigiose mura.
MINUTEMEN – THIS AIN’T NO PICNIC

La linea editoriale era un po’ come la prima regola del Fight Club.
Non esisteva linea editoriale.
Oppure, un’indicazione di base ritagliata sulle “competenze” (ahahahahaha, nel mio caso) di ciascuno c’era ma la libertà era massima.
Una palestra fenomenale. Buttavano nel calderone gli Slint, i Seam, i Whipping Boy.. quell’accidenti che gli pareva, insomma, e qualche pazzo gli telefonava pure per complimentarsi o argomentare lungamente sugli Smithereens o i Godfathers.
SEAM – NEW YEAR’S

La redazione. Una piccola lega di donne e uomini straordinari di cui si onorava di fare parte.
Politica, musica, cinema, sport trattati con competenza ed entusiasmo.
Ma, soprattutto, ci si guardava e ci si “riconosceva” animati da un comune sentire.
Scalcinati idealisti e fedeli compagni in una guerra impossibile.
Poi gli anni passano.
La radio in realtà è ancora lì, non fisicamente in quel luogo, ma continua imperterrita animata da vecchi e nuovi combattenti da amare e rispettare.
E’ lui che non c’è più.
Dimentica. Trascura. Sovrappone strati che spesso non hanno neanche un decimo del valore di quelli che sta ricoprendo.
Scorda i sorrisi, la stima, gli abbracci, le risate, i pianti.
Scorda la sua vita.
Dopo tanto tempo cerca la radio, l’accende e la porta automaticamente sulla frequenza 103,1 MHZ.
Un sorriso compiaciuto gli illumina il volto per la prima volta dopo diversi giorni.
BILLY BRAGG – WAITING FOR THE GREAT LEAP FORWARD

Massimiliano Bucchieri

I dischi che piacciono solo a me, credo # 18

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Patty Pravo – Patty Pravo (RCA, 1979)

Le estati una volta erano scandite dai ritmi circadiani dei gelati. Le mie estati, quantomeno; quelle che bussarono alla porta sul finir degli anni Settanta. Il mattino era allenamento, zingarate e schemi: discesa in cortile, due fischi per le convocazioni, un paio di puntuali marachelle, l’ira funesta del macellaio bestemmiante, qualche canzone dalle varie radioline dislocate strategicamente in tutto il paese. Roba tipo Rubettes, Alunni del Sole, Middle Of The Road, Mia Martini, Abba. Drupi. O il sempiterno Lucio Battisti, che a Radio Capodistria pareva non possedessero altri dischi, maledetta la logorrèa di Luciano Minghetti! E poi ci si poteva dedicare alla certosina compilazione del programma completo della giornata. Che poteva significare Mundialito del quartiere tramite un pallone sfondato-ma-sfondato-davvero nel campetto dietro casa (macchè Brasile, dovevate venire in Veneto durante i mediani anni Settanta. Il look Mario Kempes è nato qui); le biglie dei ciclisti (il mio Marino Basso era imbattibile); una spedizione in avanscoperta verso nuovi quartieri che stavano nascendo; l’invenzione dei “Giochi Senza Frontiere” effettuata chiamando a raccolta tutti gli ‘underqualcosa’ del paese. Oppure un battagliare pallido e assorto contro la vicina stronza e cafona.

Optavamo quasi sempre per l’ultima soluzione, da bravi babbei visto che vendeva gelati e spuma (se non avete mai bevuto la spuma siete degli Axl Rose qualsiasi) a 10 metri da casa. Tradire il suo bar fumoso e umido significava salvarsi dal tetano ma anche dover attraversare la trafficatissima arteria principale, strada napoleonica dalla quale i nostri genitori ci mettevano in guardia appena uscivamo dall’utero materno tanto era pericolosa; quindi l’acquisto dalla megera era obbligato. Non era nemmeno vecchia, a dirla tutta. Era proprio stronza, palesemente stronza e pronta ad accusarci di qualunque cosa avvenisse nel raggio di un chilometro dal suo localaccio infame. Il nostro mattino era sempre lastricato di buone intenzioni e di un sole con un gusto e un odore radicalmente diverso da quella palla di fuoco che incendiava il pomeriggio, dopo l’abbuffata e il pisolino. Il mattino non aveva polvere, sapeva già di siesta, ti entrava nelle narici assieme al panino con la mortadella che alle dieci veniva recapitato da un catering sbrigativo e tutt’altro che premuroso. Erano comunque tutte ore che ci separavano dal gelato, categoria merceologica che – allora – poteva vantare un marketing sopraffino e irraggiungibile. Quanto ci piaceva sentire il rumore dei coperchi nero pece che si chiudevano su quei gusti da Prima Repubblica: cioccolato, limone, vaniglia, fragola. Stop. E vaffanculo i vostri Grom.

Quanto fantasticavamo sopra quei cartelloni pubblicitari in metallo pieni di immagini e colori accesi. Il ghiacciolo era un must, proletario ma dall’alto rapporto qualità/prezzo. Potevi ciucciarlo mezz’ora fino ad indolenzirti la mascella, come le foglie di coca per i boliviani. Io prendevo anice. O il Fortunello, che invece era sfigato come pochi (anzi: afigato, con la A privativa) e che sapeva da cartone per imballaggi, O ancora… come si chiamava quello con la pubblicità disegnata da Jacovitti? Eldorado? E poi l’insulso Dalek e il miraggio Toffy. O il Twister, l’orrendo Zaccaria (ma si puote chiamare un gelato Zaccaria?) e il suo contraltare proletario, ovvero Gommolo. Il Lemonfragola, freddo come un disco dei Pan Sonic. E ancora: il Gran Kros della Tanara, sorta di Gronchi Rosa dacchè tutti ne parlavano ma pochi l’avevano effettivamente mangiato, e quindi a noi pareva quasi un millesimato. O il Camillino, un gelato che sapeva di ristrettezze economiche sin dallo stupido nome. Il Piedone, fuffa per sprovveduti. Il Rocket Besana. L’Hippy (non Lippi), svanito come Paperoga. Il Pepito Toseroni. Tu dimmi se non è genio semantico questo. Le coppette erano ancora un lusso inavvicinabile, avrebbero dovuto arrivare le Olimpiadi di Mosca per permetterci di posare le labbra sulla Coppa dei Campioni Motta. Quindi ogni pomeriggio – alle 16 in punto – rimanevamo dieci minuti buoni a guardare e toccare i cartelloni pubblicitari, facendoli vibrare manco fossero dei Theremin.

E poi c’era il Paiper che faceva storia a sè.

Ovvero il gelato più buono di tutti i tempi, inarrivabile per il prezzo ma concupito dall’intero scibile umano del quartiere. Riuscii ad ingurgitarlo solo un paio di volte prima che sparisse nei meandri della globalizzazione, ma tale fu la foga che morsicai pure il tubo di plastica per non cedere un grammo di quel nettare. Best. Ice. Cream. Ever. E di quella pubblicità vogliam parlarne? Con Patty Pravo a recitare la terzina più bella di sempre (“Posso dire una parola? Lo sappiamo, c’è un Algida laggiù che ci fa gola”). Più che un gelato un pensiero stupendo.

Appro e posito della Strambelli: quanto avevo adorato quella donna (quasi quanto quel gelato, ovvio), che a me già allora sembrava futuristica e fantascientifica. L’avevo udita ovunque in tenera età, superstar autoctona che nel mio ranking sonoro ha sgommato in faccia a Mina per gran parte di carriera, dalla scelta degli autori alle interpretazioni. Concerto Per Patty (ARC, 1969) era un must nella discografia parentale, Pazza Idea (RCA, 1973) immenso grazie a quel Morire Tra Le Viole sdegnosamente e snobisticamente rifilato sul lato B dell’omonimo 45 giri. Insomma, dopo il recente successo di Miss Italia (album contenente Pensiero Stupendo e – soprattutto – la superlativa Johnny) Patty era tornata, ed era tornata proprio in prossimità dell’estate con un nuovo disco che io dovevo accontentarmi di seguire da una scassata radiolina. Munich Album veniva chiamato quasi ovunque, sebbene fosse un semplice ‘Patty Pravo’ il titolo. Cosa aliena nel panorama italiano, come sempre era stata aliena Patty. Registrato a Monaco in preda a fregole assortite e a un nuovo compagno (anzi due, in transumanza: Jack Johnson dei Flamin’ Groovies e Paul Jeffery), con inserti disco, vaneggiamenti elettropop, krautismi geografici, glam rock e un occhio alla solita leziosità Lou Reed virata synth. Musicisti stranieri e un nugolo di autori pronti a consegnarle alcune canzoni, da Cristiano Malgioglio a Ivan Cattaneo passando per quel Maurizio Monti che rimane uno dei più eclettici e raffinati compositori di pop italiano (sua la Johnny di poco sopra e quella Per Una Bambola che ammutolirà l’intero Festival di Sanremo del 1984). Sebbene oggi suoni ingenuo e iperprodotto il singolo Autostop impazzò un po’ ovunque in quell’estate 1979, anche dalle nostre radioline; audace e vetriolico stomp elettronico interpretato con la solita noiosa e svagata magniloquenza: “…mi fermai, salì il deficiente, autostop”. Un po’ Kraftwerk, un po’ disco frattaglia, gommosa quanto basta eppure indissolubilmente tanto Patty Pravo.

Ma vi era ben altro all’interno di quelle 10 tracce assolutamente avulse dal percorso artistico di quella donna straordinaria e altrettanto straordinaria interprete, sin dall’iniziale New York, pezzo già portato a Sanremo qualche mese prima dalla Carneade Lorella Pescerelli e scritto – tra gli altri – da Flavio Paulin, uomo transumante dai (non rabbrividite) Cugini di Campagna ma titolare in proprio di uno dei dischi elettronici più interessanti del nostro angusto paese (Paulin, RCA, 1979). Un pezzo che è già Prins Thomas senza saperlo; e chissà davvero che ne farebbe lui, oggi, di cotanto pulsare se solo gli capitasse a tiro. Every Dream (Is A Bit Of A Heartache) è un delizioso cremino avanzato dagli anni Settanta più glam, tra Suzi Quatro e coretti Slade. Si alza l’asticella con Il Re, forse il pezzo più incisivo del disco, quasi sette minuti di proto-wave dal testo dada immersa in una interpretazione fuori dal comune con complicate svisate vocali e una coda alla Eno/Byrne/Fripp. Stica & Meco. E poi Male Bello dove – tra Amanda e Diamanda – porge l’altra guancia della sofferenza, una Pazza Idea che si scontra con la realtà, inventando letteralmente la prima Gianna Nannini:

Dai, parcheggia sul mio corpo
senza farmi tanto sanguinare!
Tu sei il male bello da masticare…

Io Che Amo è una malgiogliata che prende corpo con gli ascolti e si ascolta con il corpo; Dimensione rimane aulica, algida e teutonica, spazzata da venti strambellici; una Space Oddity in Riva degli Schiavoni, di notte. Cry Cry Gotta Worry è prescindibile come un singhiozzo di Neymar a fine partita. C’è pure Keith Forsey (come ‘chi è Keith Forsey?’) a ornare Donna Do You Wanna (A ‘Summer Song’) rock disco plasticosa che si fa altrettanto prescindibile. Chiude Tie A Ribbon Round My Soul e di Bonnie Tyler non ne voglio parlare.

Se in generale l’impressione è che la voce di Patty Pravo perda numerose sfumatore quando alle prese con la lingua anglosassone è altresì vero che mai, come in questo disco, cerchi di ampliare le sue possibilità vocali. Immane esborso economico della RCA e vendite deludenti a seguire, con l’immediato ripudio da parte della titolare. Da allora e per sempre si vuole Patty Pravo passo interlocutorio (quando non minore) di una discografia pantagruelica, stilosa, stivata di gemme pop e – sovente – coltissima (se vi avanzano quattro euro fate vostro senza indugio Mai Una Signora, del 1974).

Mi piacerebbe invece che, a 40 anni di distanza, vi approcciaste con orecchie smaliziate a questo coraggioso Bignami di pop sintetico e italianissimo a dispetto del parterre de roi dispiegato, moltissime delle vostre convinzioni sullo stato della musica italiana potrebbero vacillare sotto i colpi di questo strano Golem bavarese, ennesima riconferma della lungimiranza di un’artista assolutamente unica e – soprattutto – mai (sottolineo mai e sottolineo Mina) doma o solo disposta a rinchiudersi nelle dorate prigioni della noiosa tranquillità artistica.
Siamo alla fine, ancora un piccolo sforzo.

Patty Pravo non quadra ma sigilla un cerchio, consegnando ai posteri una Nicoletta Strambelli mutante e radicalmente diversa. Ad una delle vette di carriera va infatti a contrapporsi la discesa agli inferi della sua insofferenza umana: il disco viene promosso pochissimo dalla titolare (Autostop solo ottantottesimo tra i singoli più venduti del 1979), pronta di lì a poco a trasferirsi negli Stati Uniti per tre anni eufemisticamente definiti dalla letteratura pop ‘avventurosi’. Tra foto soft core per Men e Le Ore, pettegolezzi su una presunta tossicodipendenza e rigetto della discografia in toto questa ‘fuga da New York’ (il brano) ma anche da Monaco sigillerà per sempre la Patty Pravo universalmente conosciuta. Bisognerà attendere il Festival di Sanremo del 1984 per rivederla, quando – agghindata come una geisha robotica – presenterà al pubblico la meraviglia siglata Monti della quale si disquisiva poco sopra. Ma poco importa come e cosa ha fatto Nicoletta Strambelli dopo quel 1979 (oggi sembra Lord Voldemort, ne convengo), per me rimane sempre La Ragazza del Paiper.
Il gelato, ovviamente.

Michele Benetello

I dischi che piacciono solo a me, credo # 17

Fra Lippo Lippi – Small Mercies Uniton 1983 Google Search
Fra Lippo Lippi – Small Mercies (Uniton, 1983)

Credo sia stato il 1983; anzi ne sono certo. Non un 1983 qualsiasi, ‘che se ritorno indietro con le sinapsi mi ritrovo continuamente impiantato dentro quel biennio (Eighty One e Eighty Four li lascio a Jim Kerr, ma più il secondo che il primo) cruciale; l’equivalente del ‘Uhmmm uhmmm per me numeeeero unoo’ di Dan Peterson virato angst. Novembre 1983, per essere precisi. Un sabato pomeriggio scuro e oscuro come le armate di Sauron, stritolato da una nebbia che dalle nostre parti si diverte da sempre con un marcamento a uomo alla ‘Cile 1966’ – Battaglia di Santiago compresa – con tacchetti freddi e metallici che mordono le caviglie e il cuore. Perchè capisco benissimo la solitudine dei numeri 10, costretti a dimostrare continuamente un’algebra che non lascia scampo e spesso ti entra in tackle scivolato lasciandoti a terra, avulso dal gioco e con l’anima già in spogliatoio.

Avevo tutto perfettamente incastrato quel pomeriggio, cubo di Rubik emotivo che non poteva far prigionieri visto che nelle mie tasche conservavo – dopo settimane di risparmio coatto – ben 13.500 lire. Potevo andare sulla luna nel 1983, con 13.500 lire. Persino a Mestre, potevo andare. Potevo far di tutto, e se controllassi il coefficiente di rivalutazione della lira prenderei paura nello scoprire il potere d’acquisto che stritolavo tra le mani in quel meriggio uggioso. Potevo far tutto, sì. Persino comprarmi un disco d’importazione, che non ti toglieva dal ‘caigo’ (come dicono a Venezia) ma ti poteva far volare più lontano di quel paturnioso satellite, che anche io c’avevo le mie belle maree alle quali far fronte, che credete?

Tornai a casa da scuola con le membra intirizzite (quasi tutte) per consumare un pranzo veloce; gli amici attendevano al solito posto, c’era l’ultima rifinitura pomeridiana defatigante prima di una attesissima festa studentesca nell’unica discoteca di quel paese di rupestri dove ero solito aver residenza. C’avevo messo almeno 40 minuti per riuscire a sembrare un’emaciato John Foxx (o, in alternativa, un pilota della RAF), finendo invece col sembrare un Garbo qualsiasi. Ne valeva però la pena visto l’improrogabile appuntamento. Non avevamo grossi svaghi in quella provincia melmosa e beghina, e se pensate che all’apertura della prima sala giochi paesana vi fu un’isterica interpellanza comunale, comprenderete che – al confronto – gentaglia come quella che ammorba gli odierni luoghi di potere rischia di diventare De Gaulle.

Se. Non. Che.

Se non che quelle 13.500 lirette pesavano assai e necessitavano solchi in vinile per poter vidimare il pomeriggio come fruttuoso invece di essere buttate a mare con qualche Batida, liquore che sarebbe da far processare al Tribunale dell’Aja per evidenti crimini contro l’umanità. Io sapevo cosa dovevo fare, sebbene la delusione negli occhi degli amici fosse palpabile; non si poteva disgregare un gruppo così ben assortito giusto un attimo prima dell’entrata in campo. Ma c’era un autobus che mi attendeva, vecchio torpedone scrostato che avrebbe dovuto portarmi dentro un buco maleodorante e periferico, 25 metri quadri stivati di ogni ben di Dio declinato post punk. Non avevo dubbi quel pomeriggio, non avrei perso ore a rimestare vasche stritolato da amletiche indecisioni. Sapevo.

I finestrini dell’autobus emettevano odori di bitume e sudore a buon mercato, erano i 40 minuti del prezzo che ogni volta dovevo pagare per raggiungere la città satellite del Petrolchimico. Mi sentivo perfettamente calato nella parte di un campagnolo Ian Curtis inserito a forza nel video di Atmosphere, un Mark Gouldthorpe (Artery, per i poco avvezzi) a corte di Charles Dickens. Un Pip furiosamente felice. Io, le mie bretelle in cirillico e il mio sgualcito impermeabile stile Futurama Festival.

Spalancai le porte non un solo minuto dopo le 15.30 salutando con garbo e innata gentilezza wave prima di chiedere al titolare se aveva ancora una copia di Small Mercies dei Fra Lippo Lippi. In cuor mio pregavo che l’incarognita nebbia smettesse di marcarmi stretta, riportandomi indietro una risposta positiva. Lo sventurato rispose. 11.500 lire, originale Uniton Records. Depositai adeguatamente il tenue manufatto nella borsetta, odorandone i fiordi della copertina dal vago sapore Preraffaellita. Ingenua in un mondo odierno che sa farsi ignavo alla bisogna; indispensabile in quella porzione di esistenza ancora capace di entusiasmarsi con l’irragionevole saggezza della giovane età, che gli ormoni saranno anche mezzofondisti pessimi, ma sulla velocità ti lasciano al palo.

Dovrei rimestarvelo con doviziose parole questo disco, illustrandolo alla perfezione, ma toglierei tutto il pathos di quel ragazzo che ancora conservava vaghe stelle dell’orsa e rari sprazzi d’entusiasmo (oltre ad una nebbia perfida e canaglia, certo). Potrei dirvi della meraviglia nordica di Some Things Never Change, o del Burt Bacharach prossimo al suicidio di French Painter Dead. Potrei cercare di spiegare la crasi tra i Joy Division e Nico di Slow Sway. Potrei spendere mille parole ma mi si seccherebbero in bocca, piene di vapore acqueo a buon mercato. Non lo farò, rimandandovi alle immagini che mi albeggiarono addosso all’ascolto.

C’è tutto il vento del Nord dentro Small Mercies, ma anche la cappa plumbea dell’est. C’è Nadia Comaneci che blocca il tabellone a Montreal 1976, c’è Olga Korbut, c’è il filo spinato di Berlino e Sense Of Doubt (titolo che compare anche all’interno di questo manufatto, pure senza il marchio della cover), c’è Manchester che si fa gemella di Varsavia (anzi: Warszawa), Solidarnosc, il porfido bagnato dalla fredda rugiada mattutina di Budapest, Ian Palach, Nemecsek che muore di tisi, TV Koper Capodistria e la residenza di Tito con i cigni reali. C’è lo stupore di leggere Gogol per la prima volta annusando la condensa delle finestre. C’è un mondo che fonde i punti cardinali facendone cerchio. Anello di Dio da indossare per la vita, ‘che regaleresti l’azzurro urlante del cielo di Tahiti pur di assaggiare un morso di sole.

Entrai in discoteca da una porta laterale, come un ladro sorpreso a servir messa. Sembravo il più felice di tutta quella masnada di adolescenti intenti a sculettare su Martinelli e i Cube, conscio che – con quel ghiacciaio a 33 giri sotto braccio – potevo andare ovunque. Anche a Mestre o sulla luna. Salutai alacremente i compari facendo vedere il bottino, rincasando subito dopo senza manco un Fior di Loto in corpo ma con un odor di nebbia appiccicata addosso che faceva perfetto pendant con quei norvegesi lesti a scegliere quale denominazione il nome di un pittore fiorentino del 1400.

“Fu fra Philippo gratioso et ornato et artificioso sopra modo: valse molto nelle composizioni et varietà, nel colorire, nel rilievo, ne gli ornamenti d’ogni sorte, maxime o imitati dal vero o finti”. (Cristoforo Landino)

Ci fu il tempo ancora per Songs (Virgin, 1985), dove – complice il mega hit – Shouldn’t Have To Be Like That (in heavy rotation anche su Deejay Television) decisero di diventare degli Steely Dan bio. Proprio Walter Becker andrà a produrre l’insulso Light And Shade (Virgin, 1985) prima di un anonimato triste e periglioso. Che importa? Del resto anche io ero cambiato, le bretelle in cirillico erano finite nella differenziata, la Batida era sparita dai banconi multicolori delle discoteche, eppure – da allora – di piccole misericordie ne ho fatto pane quotidiano. Sisters Of Mercies.

Michele Benetello

Girl is good you better treat em true (Fiver #20.2018)

PEARL JAM scaletta video e foto del concerto all_I Days di Milano – 22 06 2018 End Of a Century
Non ci aveva mai messo piede in Irlanda, in quel posto così lontano e lei nemmeno voleva andarci, aveva appena preso la sua laurea in storia dell’arte e perché avrebbe dovuto scomodarsi, preparare una valigia, cercare casa, lavoro, una magistrale: troppo per una del calibro di Anna. Suo padre però, senza tanti convenevoli, l’aveva spinta sull’aereo Ryanair diretta a Dublino, valigia leggera e cuore pesante; “cosa vai a fare a Dublino?” E mica io lo so, rispondeva lei ogni qualvolta che qualcuno osava chiederglielo. Lei non sentiva di appartenere a nessun posto, nemmeno a casa sua, la sua casa vicino al mare sempre profumata di cannella a causa del tè che sua nonna le preparava ogni giorno.
Anna scappava, Anna scappava da tutto, era diventata una maratoneta della vita. Nessun posto le apparteneva e lei, a sua volta, non apparteneva a nessun posto, a nessuna persona, nemmeno a sé stessa.
Quindi, ryanair, low cost, sedile e postazione decisamente troppo claustrofobica, monolocale e retta universitaria salatissimi che si sarebbe dovuta sudare e non poco.

Pearl Jam – Leavin’here

Prima sera fuori, Anna ha fascino e non ha paura a mostrarlo, Calze scure, a Dublino fa un freddo cane, più freddo di quanto qualsiasi essere umano possa concepire, vestitino succinto, lascia i capelli sciolti e pieni di boccoli, rossetto scuro e via, diretta verso il MacDaid’s pub, il suo nuovo lavoro nei weekend, lezioni di marketing fino al giovedì mattina e poi turni massacranti al pub, mille autobus, mille km a piedi, ma appunto, Anna è a modo suo una maratoneta, tutto questo infondo infondo non le pesa.
Consapevole della sua bellezza, consapevole delle sue insicurezze che nasconde tra le pieghe del suo cappotto invernale, se ne sta dietro al bancone a servire pinte di birra scura a vecchi viscidi; è novembre, si prepara alla serata jazz sempre piena di gente, è sabato sera, domani giorno libero.
Lo vede da lontano, lui la guarda, occhi verdi, penetranti, promesse fatte prima di partire: nessun legame. Lui insiste con quello sguardo, fisso su di lei, ha i capelli ricci e molto scuri, Anna scommette qualsiasi cosa che suona anche qualche strumento. Si avvicina al bancone e “Piacere, Mick.” “Piacere, Anna”
Si fanno le tre, si fanno le quattro, al bancone a parlare, a bere birra, l’umidità che entra dalla porta semichiusa del locale. “ah come mai sei qui?” “Studio e lavoro, tu?” “Sono di qui, suono” e Anna aveva fatto centro: “Dove abiti?” “Lontano” “io no”.

Led Zeppelin – Living Loving Maid

Si incamminano piano e nel contempo Anna scopre che Mick in realtà si chiama Michael, soprannominato dagli altri del gruppo Mick, come Jagger, che diciamocelo, per una ventiduenne, incontrare un Mick e riuscire pure a infilarsi nel suo letto la sera stessa non è per niente male. Nessun legame come un mantra, nessun legame che è ancora nella sua cameretta di Bologna, in bella vista, quando anni prima, durante la triennale, aveva commesso errori irreparabili.
Mick prepara un tè, le parla di musica, le parla di tutti i suoi cantanti preferiti, Howlin Wolf, Stones, Kinks, Yardbirds, vecchia scuola; le suona qualcosa, qualcosa di improvvisato ed alterato dal tasso alcolemico. Dublino fuori si svuota di una pioggia che maturava da giorni, e piove, e piove e ci si tocca, e ci si sfiora, ed è mattino.

Tom Waits – Blue Valentine

Un vuoto, piccolo, una mancanza, un qualcosa che non c’è mai stato. Mick che dorme, Anna che a dormire non riesce mai, è in una città che con conosce, con un ragazzo che non conosce, ma sta imparando a conoscere entrambi, con una laurea che vale quanto un pezzo di carta igienica ma pensa alla sua vita, lentamente, e capita spesso che Mick rimanga a dormire nel suo piccolo appartamento nei weekend e prima che Anna apra gli occhi, la guarda e le sorride.
“Non è che oggi hai da fare?”, è domenica, non piove, è ormai dicembre “Non ho mai nulla da fare di domenica”.
Allora si parte, macchina verde bottiglia, targa scassata, Mick è ancora più carino, parla tanto con un accento incomprensibile e ancora faticoso da capire. La porta a Skerries, e c’è il mare. C’è la nebbia, insomma, è dicembre, cosa ci si poteva aspettare.
Ma c’è il mare, c’è l’odore di salsedine e c’è l’oceano davanti a lei, c’è poco da scherzare. Quello che sente è un brivido lungo tutta la spina dorsale. Non sa nemmeno dove sarà domani, non sa nemmeno se Mick sarà ancora lì o se è stata una cosa di una notte, di un solo mese, di un solo attimo, perché mica è detto che se ci si trova a dormire insieme qualche volta a settimana e che capiti pure di fare l’amore allora ci sia qualcosa di più profondo; e no, pensa Anna, non vale nemmeno se si condividono bagno, colazione, baci frettolosi e il resto.
Guarda il mare e pensa che però il “nessun legami” si può per un piccolo secondo, lasciar stare Può rimanere a Bologna, nel cassetto chiuso della sua cameretta della vecchia casa universitaria di Bologna, ma per poco eh.

Otis Redding – Sitting on the Dock of the Bay

Guarda il mare scorrerle davanti agli occhi, impetuoso, come è diventata la sua vita, veloce, imprevedibile, come acqua che scorre tra le sue mani con lo smalto scuro sbeccato senza che lei se ne accorga; tutto questo sa di malinconia, una malinconia sottile e quasi inafferrabile.
Mick è con lei, quella notte dormiranno insieme? Non importa, non ora che ha tutto il sedere ricoperto di sabbia, ora che forse un posto a cui appartenere l’ha trovato, che forse forse è la volta buona che può chiamare un posto casa, e pensare che bastavano un aereo, un monolocale in cui a malapena riesce a camminarci, e un ragazzo dai capelli ricci che suona il basso per farle capire che forse per buttarsi a capofitto nella vita basta scalare una scogliera altissima, respirare a pieni polmoni un po’ di aria fresca e fermarsi un attimo a guardare il panorama.

The Lumineers – Long Way From Home

Continua a guardare il mare e si accende una sigaretta, si sta facendo buio, la nebbia è ai massimi storici, le entra nei capelli gonfiandoli, Mick l’abbraccia, le da un buffetto sulla guancia, lei lo scosta scherzosamente. Pensa che se ne andrà a casa, si metterà sul divano e si ascolterà un vinile bevendo un buon bicchiere di vino comprato al minimarket sotto casa, oppure chiamerà suo padre oppure si leggerà un libro, insomma chi lo sa.
Si alza, si scrolla la sabbia di dosso e spegne la sigaretta, si avvia assieme a Mick verso la macchina. Oggi è andata così, e domani? Domani chissà.

Claudia Fontana

I dischi che piacciono solo a me, credo # 16

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Rikki And The Last Days Of Earth – Four Minute Warning (DJM, 1978)

Non so voi, ma io mica sono nato ‘imparato’, anzi. Non che lo sia ora, e quindi figuriamoci al tempo dei Beatles al Vigorelli, ma credo che a voler sapere tutto ci si faccia solo una discreta figura di guano. Tanto più che non posso vantare battesimi del pentagramma dal pedigrèe purissimo; nessun Abbey Road o Electric Ladyland. Niente Let It Bleed, Live At The Apollo o Blonde On Blonde. Macchè. Non solo per motivi strettamente anagrafici (a 18 mesi l’era dura farsi consigliare un ellepi, figuriamoci avere ascolti definiti, che per addormentarmi serviva inserire nel mangiadischi “Sono un simpatico” di Celentano) ma anche di concreto Q.I. Cosa di cui difetto. Ho sempre navigato dentro i banali laghetti del pop più o meno intelligente (ma ‘più meno che più più’), tra rive melmose e qualche giretto al largo, dove l’aria è più fresca e l’acqua più pulita. Resta il fatto che – dovesse arrivare un Pol Pot degli ascolti – io sarei irrimediabilmente spacciato con il mio imprimatur ascrivibile a Laurent Voulzy, per quanto Rockollection rimanga ancora un bel pezzone da mercimonio alcolico, cravatte slacciate e copule sul sedile posteriore, che non di soli Ok Computer vive l’uomo. Figuriamoci io.
È – piuttosto ed anzichenò – un bene, che così tieni sempre desta l’attenzione e riesci ad entusiasmarti ad lib per qualche piccolo (o grande) manufatto. Una lunga strada, quella dello scibile musicale, retta parallela che ci lambisce per una intera vita senza mai darci la vera percezione di toccarla appieno, lastricata com’è da pietre miliari, massi, nuggets & pebbles. Una fatica calpestarci sopra sapendone riconoscere la caratura. Lavoro immane ma pieno di soddisfazioni.

Insomma tutto questo pistolotto da vecchio e sdentato bacucco solo per trovare un gancio che conduca a Four Minute Warning, disco che scoprii tardissimo e ancor più tardi feci mio tramite vecchia C90 gentilmente doppiata da amico compiacente. E… ci credereste? Non mi colpì. Nessuna conversione per la via di Damasco, nessun fulmine emotivo. Eruttai un semplice ‘carino’, che è – più o meno – l’equivalente di ‘simpatica’ quando eviti di ammettere che quella compagna di classe che ti sbatte appresso le ciglia non è propriamente Jayne Mansfield. Un piacevole ponte sospeso sul guado tra rimasugli glam e del punk già inconsapevole new wave. Quanto si riesce ad essere sciocchi in giovane età, nevvero? Eppure ‘volli, sempre volli, fortissimamente volli’: troppo interessante immergersi in una compagine di benestanti ostracizzati da tutta la nascente scena punk, troppo sugosa la vita di Rikki Sylvan (Notato il nome? Ma nasceva come Nicholas Condron), pronto a farsi accerchiare da altri piccoli Lord Brummel come Valac Van Der Veene, Hugh Inge-Innes Lillingston, Nigel Bartle. Non li nominerò tutti ma quelli dal nome tutt’altro che proletario sì, tanto più che Lillingston divideva i banchi di scuola con David Cameron. Giusto per certificare l’assioma di gruppo assolutamente fuori dagli schemi, anche per censo. Tutto ‘troppo’, ed era questo il valore aggiunto di una banda che aveva eretto il proprio tratto distintivo su teatralità, clamore futuristico (anzi: glamore, ma mi soffermerei sul suffisso ‘amore’) e pomposità punk transumante wave; ossimoro bellissimo che ognuno di voi potrebbe far proprio rispetto alla sensibilità che possiede.

Insomma: Four Minute Warning è un piccolo (per vendite. E mai ristampato, tolta una scrausa versione siglata Anarchy Records; peste colga la discografia tutta) ma grande (per spermatozoi rock) disco che ho scoperto tardi, come vi dicevo. E susseguendone ascolti su ascolti. Troppo tardi forse, che le orecchie troppo smaliziate non sono un bene, ma tutta quella teatralità anni settanta che colava – a proposito: pochissimi prenderanno DAVVERO da qui, di prim’acchito mi sovvengono i Punishment Of Luxury – era una indecisa macchina del tempo che non sapeva o voleva farsi post-punk. La letteratura pop lo riporta unica genesi, attorniato da cinque singoli (uno dei quali – Twilight Jack – comunque contenuto nell’album ma mai effettivamente immesso sul mercato). Basterà per consegnarlo agli annali.

Ci giro attorno da millemila righe e ancora non riesco a darmi e darvi la netta percezione di un disco che è maggiore della somma delle sue parti e che è divenuto (all’epoca, ma anche oggi) il piede di porco con il quale scardinare il rock infilandone come perline i vari movimenti che si stavano susseguendo. Tocca usare il mirabile dono della cristallina sintesi appannaggio del buon Eddy Cìlia che – in uno dei rarissimi (l’unico?) articoli autoctoni sul manufatto in questione spiegava con una precisione chirurgica che: se a Berlino invece di David Bowie ci fosse andato Ziggy Stardust 4 Minute Warning sarebbe stato il risultato, City Of The Damned la sua Heroes”. Gioco, partita, incontro. Così è, se vi pare, e miglior definizione non avrebbe potuto esservi per spiegare quel 45 giri datato 1977 che molte cose avrebbe spiegato agli Ultravox con il punto esclamativo e tanti sentieri avrebbe disboscato per rendere la via più agevole ai boy scout che ne avessero voluto intraprendere il cammino. City Of The Damned è uno dei singoli più interessanti emersi dalle macerie fumanti del 1977, crasi mirabile tra Sparks, Virginia Plain, Lodger e il punk comunemente inteso. Sottolineo il concetto Punishment Of Luxury sperando di far cosa gradita e ‘aggiungi al carrello’. Due minuti e sedici secondi di macchina del tempo nella quale viene stivato di tutto, Arca di Noè sgomitante di Duran Duran, primevo Gary Numan (Sylvan andrà a mixare Replicas e The Pleasure Principle), Thomas Leer, Doctors Of Madness (ne parleremo, prima o poi), i Japan coevi di Adolescent Sex e – diomio! – i Magazine. Non voleste credere a me le tredici tracce potrebbero farvi spalancare la bocca e cristallizzare la mascella, aveste la costanza di approcciarle.

Outcast porta i Cockney Rebel dentro Klaus Nomi invitando gli Hansa Studios a fratturare in maniera scomposta mezza facciata di Low, stupefacente per impeto e per magniloquenza si pone come decisa testa di ponte new wave. E’ il 1978 e nessuno (tolti Colin Newman e i suoi Wire, forse) sapeva dove saremmo andati a parare. Rikki si tuffava dal lato giusto, invece, strappando un pallone dall’incrocio dei pali per consegnarlo ai posteri. B Movie è il più bel pezzo mai apparso su For Your Pleasure (solo suonato a 45 giri, e con Ronson in formazione). Picture Of Dorian Gray sferraglia e cavalca su un isterico Peter Hammill che si fa Rick Wakeman, mentre No Wave (It’s So Simple) spiega già tutto dal titolo con quella sua nu disco moro(ck)deriana. Non c’è LaDonna Adrian Gaines (Donna Summer per gli amici) ma un Sylvan che vuol farsi Cerrone e Suzi Quatro assieme. Aleister Crowley è un glam ottocentesco suonato sull’Orient Express in un talamo di riverberi; Amsterdam scivola nell’autocompiacimento ma si rialza prima di toccar terra con Solo Street, titolare di uno dei passaggi strumentali più cesellati di sempre. Loaded ha essenza di Banshees e d’assenzio, Sylvan crea in vitro lo spirito di Howard Devoto spingendo su un istrionico prog punk. La citata Twilight Jack prova ad andare in esilio sulla strada principale mentre Victimized è la vera e propria unica spilla punk del disco, aguzza ed appuntita. Disco che si chiude con la title track, dove ancora riemerge lo spirito di Steve Harley, facendone una Sebastian da nuovi romantici, che – a proposito – assai prenderanno da qui.

Four Minute Warning rimane disco bellissimo, una rarità priva dell’allure mediatico che usualmente colpisce manufatti di tal sorta. Forse la vera new wave nasce in questo momento, su questi 13 brani damascati da un senso del grottesco vittoriano. Rimane, dopo 40 anni una galassia totalmente incontaminata, l’anello mancante tra alcune specie musicali mai estintesi, un lavoro che, per qualche astruso motivo, non ha avuto la vera esposizione che meritava e giace nelle retrovie dei culti a buon mercato. Un disco per pochi suo malgrado, insomma. E un po’ mi dispiacerebbe che cadesse in mani impure o ne venisse fatto scempio. Ve lo dice uno stupido perché Rikki non può più farlo, dicono abbia già avuto il suo ultimo giorno sulla terra. R.I.P.

Michele Benetello

La canzone della buonanotte (Fiver #19.2018)

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Springsteen non mi è mai piaciuto granché. Apprezzo però la sua carica indefessa e il suo entusiasmo perenne, anche se spesso e volentieri queste indubbie doti finiscono per gonfiarsi in retorica eclatante. Che poi devo essere sincero, a me la retorica alla fine piace. La trovo autentica, a differenza di altri comportamenti che innescano un freno a mano permanente impedendo di mostrare appieno entusiasmi ed emozioni. Quindi Bruce, in fondo, va bene così com’è. Quando attacca la pompa magna di Born in the U.S.A. così come quando si inventa di suonare dal vivo una versione di Dream Baby Dream per pianola e voce, canzone che qualche anno dopo decide anche di registrare e piazzare dentro un disco in studio, High Hopes.
Di recente me la sono vista spuntare a un certo punto di American Honey. Ovviamente per quanto mi riguarda è stata una delle scene più belle del film.

Quando scrivo utilizzo molte parole,  troppe. Per lavoro, quello vero, mi capita a volte di stilare relazioni. Robe anche abbastanza tecniche. Un giorno il mio capo mi ha preso da parte e mi ha rimproverato – tra il serio e il faceto – di essere troppo aulico. Ha detto proprio così: aulico (cifrato: “di linguaggio o di stile, nobile, collegato a grandi occasioni o a personaggi sommi”). Risultare aulico quando stendi l’analisi di un bilancio societario immagino non sia una cosa da tutti e soprattutto non sia una faccenda che possa definirsi propriamente normale. Ma non ce la faccio, quando ho a che fare con le parole non riesco a fare altrimenti. E’ che le parole mi piacciono, e il dono delle sintesi non mi è stato dato in dote assieme alla penna e al calamaio.
Di converso per quanto riguarda la musica apprezzo il minimalismo.
I Suicide ad esempio. Loro utilizzavano poche note e ancor meno parole. Quando li ascolto capisco che possono bastare poche parole per farti sentire a casa.

Ci sono tantissimi gruppi che ammiro e ancor più numerosi sono i musicisti che stimo. Dovessi però ridurre il campo ai miei preferiti in assoluto, rispondendo così a una domanda che mi è stata posta non so quante volte negli anni, farei molta fatica. Peraltro non è che avrei tutta sta voglia di fornire un riscontro a un quesito tanto impegnativo. In ogni caso l’epoca in cui stilare classifiche mi appassionava è finita da un pezzo, casomai sia mai cominciata. Più o meno da quando ho smaltito la fotta da playlist innescata al tempo dal secondo Hornby, circa 1996.
Per quanto riguarda la musica piuttosto che esternare la passione per tanti singoli nomi mi interessa più coltivare l’ossessione per quei pochissimi che sono stati in grado di accendere la mia fantasia in modo importante e, soprattutto, duraturo.
I Suicide sono senz’altro tra questi pochissimi.

I motivi per i quali la coppia Alan Vega/Martin Rev mi ha intrigato così tanto sono plurimi. Credo che l’input di partenza sia stato il loro ruolo di drop out nella NY degli anni 70, uno dei luoghi culto assoluti del mio immaginario. La Bowery, Alphabet City e la Avenue D, il Maxwell e il CBGB’s, il Chelsea Hotel, la Ork Records, Johnny Thunders e Richard Hell, Television, Talking Heads, Ramones e Blondie.
Please
Kill
Me.
Il primo album dei Suicide contiene alcune delle canzoni che stanno alla base della mia formazione, musicale e non. Potrei dire che in mezzo ai solchi di plastica nera dei primi due album dei Suicide ci sono io, letteralmente. In tutto e per tutto. Gioie e dolori, dubbi e certezze.
L’ossessione paranoide compressa nei dieci minuti di Frankie Teardrop, il rockabilly dopato di Ghost Rider che custodisce in se il passato, il presente e il futuro del rock’n’roll, divenendo da subito l’elemento fondante del mio singolare e deviato concetto di musica su cui e con cui è possibile, doveroso, anzi indispensabile ballare. E poi Cheree. La canzone che rende semplice una faccenda che ho sempre trovato complicatissima: una dichiarazione d’amore. La melodia che lucida il cristallo su cui si appoggiano una linea di synth invitante e una drum machine elementare. Tutto ultra minimale e, apparentemente, semplice. Come ogni cosa che i Suicide hanno scritto, suonato e cantato.

Nei rapporti interpersonali ci sono certe cose, anzi direi molte cose, di più: una infinità di cose, che non hanno bisogno di spiegazioni. Faccende in cui è inutile perdersi in particolari, districare nodi e rifinire i dettagli. Soprattutto se la persona con cui hai a che fare è una di quelle che ti conoscono bene, e tu conosci bene lei. Dovrebbe bastare uno sguardo per capire. Per capirsi.
Invece no, personalmente ho sempre avvertito ineluttabile e pressante la necessità di costruire castelli di parole, grattacieli di concetti e sovra strutture che poi finiscono inevitabilmente per chiudere trappole. Non se ne esce. Non ne sono mai uscito. Ho sempre scelto la complicazione. Le cose semplici non sono mai riuscito a gestirle. Ho sempre spiegato troppo fornendo chiarimenti non richiesti a persone cui sarebbe bastato uno cheree baby, I love you e con loro mi sono imbarcato in crociate dal piglio partigiano con l’idea di conquistare spazi senza accorgermi che quegli spazi erano già miei. Mi appartenevano da sempre.
In fondo, mi rendo conto, bastano poche parole e una musica che le scaldi per stare bene.
Semplificare.
Bianco e nero.
Bianco o nero.
Quel che davvero occorre è solo una canzone della buonanotte, una di quelle che servono per chiudere le giornate e non pensarci più. Una canzone come questa, che tra le tante canzoni d’amore che conosco è la più bella di tutte.
Dream baby dream, forever and ever
keep those dreams burnin’ forever
keep that flame burnin’ forever.

Arturo Compagnoni

 

I dischi che piacciono solo a me, credo # 15

BaikonourFor The Lonely Hearts Of The Cosmos (Melodic, 2005)

Fibrillante tempo di Campionati Mondiali, finalmente. Grazie all’assenza della nazionale italiana ci potremo godere una kermesse scevra da fanatici dell’ultima ora, patrioti del week end, finissimi conoscitori di calcio part time e urlatori da salotto vari. Quindi godibilissima per osservare una manciata di partite in compagnia delle nostri migliori amiche (le birre) senza essere stalkerati da quei conoscenti che diventano puntualmente dei Gianni Brera ogni quattro anni. Ah, i Campionati Mondiali! Gli ultimi propriamente intesi (per quanto…) che poi in Qatar sarà pianto, Uefa, FIFA e stridor di denti assortito, con buona pace della gloriosa Coppa Rimet.

Mi ritrovavo per caso l’altro giorno a far congetture, intrecci e strani diagrammi per vedere se il Senegal avesse qualche chance di portare avanti le proprie istanze pallonare quando – per i soliti astrusi procedimenti mentali – mi sono fermato a pensare quanto (da piccirillo) avessi caparbiamente atteso una edizione sovietica, magari in bianco e nero. Magari durante i gloriosi tempi della Guerra Fredda, con la DDR testa di serie e Oleg Blochin Pallone d’Oro 1975. Udirne l’inno, osservare la manina di Brezhnev sventolante come quella della Regina Madre, avvertire il passo delle truppe che marciano spedite a bordo campo e tutta la letteratura a seguire. Programmi spaziali compresi. Da lì – appunto – a Baikonour è stato un attimo. Non solo perché fosse la base di lancio più antica e misteriosa al mondo, con il suo leggendario Cosmodromo, piattaforma per ogni testa rivolta all’insù, che fosse di umano, cane o scimmia. Nemmeno per la catastrofe di Nedelin, tenuta nascosta fino al 1989 ma che vi esorterei a scoprire dacchè storia tra le più interessanti e celate degli anni 60.

Insomma dal Kazakistan ad un disco che avevo letteralmente sepolto sotto pile di altri piccoli reattori a combustibile fossile è stato un attimo. Ho preso la scala, inerpicandomi fino alle più etereee altezze degli scaffali setacciando con certosina pazienza galassie di polvere fino al compimento della missione. Era lì, bello come lo ricordavo, con la sua copertina alla Hawkwind e il suo contenuto bombarolo e kraut. Ne ricordavo il contenuto ma non l’autore, avendo completamente dimenticato se si trattasse di un gruppo o di un’anima solitaria adusa a smanettare transistor e loop. In tutto questo non avevo assolutamente dimenticato il Gruppo H, quello con Polonia, Colombia, Giappone e – appunto – Senegal, cominciando a far di conto. Stavo combattendo su più fronti, con il sudore che mi imperlava la fronte, ma non ero intenzionato a mollare, mi attendevano trenta giorni di stadi dai nomi improbabili e un disco bellissimo.

Così, con For The Lonely Hearts Of The Cosmos nel lettore e una matita a tirar frecce tra i trentadue partecipanti nell’altra (a proposito, vero che il Gruppo D è favoloso?) mi stavo dimenticando le sigarette. L’età è una brutta bestia, ti fa persino accantonare l’accendino. E dischi simili. Me ne sono immerso invece, tralasciando per un attimo le gesta di Diop, Manè e Koulibaly, per ritrovare un lavoro che non ha perso un’oncia del suo splendore kraut. E pensare che Jean- Emmanuel Krieger non aveva nulla a che fare coi missili. Lui, nato nella aristocratica Versailles ma residente a Brighton, il cosmo ce l’aveva in mente quando ha assemblato – con l’aiuto di pochissimi amici, tipo Lee Adams degli Imitation Electric Piano – il progetto Baikonour. Un progetto dove era riuscito a far convergere strani sibili musicali dal passato, che fossero gli stessi Hawkwind dei quali si disquisiva poco sopra, ai Neu, a certa ripetitività da musica sacra indiana, a spirali psych dei sessanta, all’acid rock; tutto frullato assieme per un risultato che in questi 11 brani non fa prigionieri. Già Lick Lokoum, posta in apertura, smazza il lotto con un’aria da My Bloody Valentine remixati da James Bond su un piroscafo per Tangeri. Master Musicians Of Baikonour & Space Kraut. Drumming analogico e spirali di organi chiesastici avviluppate su groove possenti di basso. Come se gli OS Mutantes si fossero accasati su Creation sotto l’egida di Weatherall e Kris Needs. Cosmodromi, proprio. Coltan Anyone? è un petting spinto in attesa di Proto-Coeur, superba bomba psych nel suo monolitico percuotere di batteria, anticipatrice di tutto quel bailamme psichedelico che va dagli Oscillation ai Follakzoid tanto che persino le 32 squadre potrebbero apprezzarla in un trasversale inno personale per questa ventunesima edizione. Vi piacessero i Loop o i Telescopes chiamatemi, che facciamo colazione assieme dopo una notte di ascolti coatti. Rusk Plasmique concede respiro, ormeggiando dalle parti dei Banco de Gaia, intermezzo ambient che conduce a Hoku To Shin Ken, mantra metallico in odor di Pink Floyd (Set The Controls For The Heart Of The Cosmos) per anime nobili stritolate da passioni carnali. Krieger si supera nel costruire cattedrali di strutture perfettamente palindrome. 60 to 0 ci conduce dalle parti degli Scala e dei Laika (ecco, tout se tiens) mentre 2/3/74 oltre a chiamare in causa l’esegesi di Philip K. Dick profuma di beat italiano (strumentale, peculiarità dell’intero album), di nu-disco e di prog meno onanistico. Tutto assieme. Sentir sferragliare la sezione ritmica a metà del pezzo è impagabile e davvero ci vien voglia di immaginare cosa avrebbe potuto farci Andrew Weatherall con questi undici brani.

Sento che il tempo mi sta sfuggendo dalle mani dacchè ho ancora un paio di Gironi da sviscerare appieno e due probabili semifinali da incrociare, ma come faccio a lasciarvi privi della meraviglia di Oben Beg (Mk2)? Un pezzo che sa da Lemmy, discoteche e viaggiatori spaziali. Dove le chitarre grattuggiano e la batteria resta catatonica lungo un unico drumming. Dove l’ambient si fa La Dusseldorf e la dance diviene iperbarica al limite dell’autocombustione. Carillon, bassi tellurici, mod-ernismi e scariche elettriche rendono perfettamente il senso del genio di Krieger. Statica e Interquaalude conducono lungo il mare della tranquillità e verso la fine di un disco bellissimo. Echi di Alice Coltrane, di raga indiani, di pastorali e campionature si innestano su visioni Kevin Shields con piccoli frammenti di suono. Che deflagra definitivamente in Ultra Lazuli, ovvero Aphex Twin che prende in mano una chitarra e prova a scrivere una canzone dei Doors o dei Love. Otto minuti e venticinque secondi di acid rock, elettronica, Ray Manzarek e Elektra Records. Subliminalmente sublime nel suo dispiegarsi da dervisci rotanti.

Non riuscirà più a ripetersi su cotante altezze, il buon Krieger, visto che You Ear Knows Future (nel 2008, sempre su Melodic) sarà seguito nonchè ultimo sussulto non all’altezza di questo piccolo bignami di emozioni. Un campionario di suoni e rimandi ancora celato al mondo che con nemmeno due euro potrete far vostro. Probabilmente lo stesso importo che andrò a puntare sul Senegal.

Michele Benetello

I dischi che piacciono solo a me, credo #14

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Umberto Tozzi Tozzi (CGD, 1980)

Non so da che parte prenderla ma ci provo ugualmente, conscio che potrebbero essere le mie ultime ore su questo pianeta o più semplicemente su questo sito. Facile che uno (o più) dei ‘duri et puri’, di quelli verso i quali c’è sempre un posto prenotato nel Regno dei Cieli o sul catalogo Sarah Records, vogliano la mia testa o mi crocifiggano un gatto sulla porta di casa. Uno di quei ‘duri et puri’ che mi han fatto passare gli Abba ma sono altresì pronti con l’Agent Orange affinchè io non compia più crimini verso l’umanità. O verso l’indie. Mi immolo, invece. Come un Enrico Toti qualsiasi, pronto a lanciare 45 giri contro gli hipster con le caviglie sguarnite e la musica liquida random nell’iphone. Umberto Antonio Tozzi, nato il 4 marzo 1952. L’Umbertone Tozzi, diobono. L’uomo che scommetteva di arrivare primo in classifica solo con pezzi in minore, l’uomo che ne ha dette tante (parecchie anche imbarazzanti) e che aveva preso residenza stabile lassù, verso i Numeri Uno, prima di farsi furbo e girarla a Montecarlo. A proposito: è proprio con l’etichetta discografica di Lucio Battisti che il nostro esordisce tramite il 45 giri ‘Incontro d’amore’, prima di formare i Data e porre mani e plettro su quella ‘Un corpo e un’anima’ che vincerà Canzonissima del 1974. Il resto lo conoscerete tutti, mi sa. Uomo che, per almeno un lustro, ebbe una capacità melodica impressionante e un braccio destro geniale sebbene ancora poco conosciuto ai più come Giancarlo Bigazzi (più in alto di Mogol, nel mio piccolo Pantheon). Ma non vorrei farci e farvi nemmeno l’apoteosi della rivalutazione tardiva, come sta avvenendo un po’ ovunque verso qualsivoglia manufatto, che sia l’accanimento con il quale spingono Strangeways, Here We Come come un capolavoro superiore a The Queen Is Dead, o ad esaltare Claudio Baglioni quale cesellatore sopraffino di note (per me rimane Agonia). Ma ognuno ha le sue guilty pleasures, no? Tanto più che quest’album del lungocrinito torinese (disco altresì chiamato Poste 80, da noi quarantennali seguaci) non è nemmeno la porcata più grande che mi sono portato a casa, che se non sono arrivato agli Spliff di ‘Carbonara’ ai Trio di ‘Da Da Da’ invece eccome. Che poi, gli Spliff, accidenti. Musica demmerda ma un testo che era il Cabaret Voltaire di Zurigo e Tristan Tzara in erezione: io voglio viaggiare in Italia in paese dei limoni Brigate Rosse e la mafia cacciano sulla strada del sol distruzione della lira Gelati Motta con brio tecco mecco con ragazza ecco, la mamma de amore mio sentimento grandioso per Italia baciato da sole calda Borsellino e vuote totale percio mangio sempre solo”. “Percio”, cazzo. Oggi scoppierebbe una guerra diplomatica per dei versi simili, ma oggi siamo tutti più stupidi no? Tu cantami ‘sotto il sole, sotto il sole, di Riccione, di Riccione’ e magari ci vediamo in tribunale, ok?

Insomma, l’Umbertone! L’Umbertone e quel 1980 che se era appannaggio dei Giochi Olimpici di Mosca e della sua mascotte Misha è anche vero che già profumava di Mondiali di Spagna e Cucciolone al gusto di disinfettante per pavimenti. Un anno che divenne spartiacque tra una vita che avevo prima e una che non avrei più potuto avere dopo. Una nuova vita affrontata con End Of The Century sotto il braccio e l’adorazione coatta verso il riff di Stella Stai (l’ho mai detto che è il più bel pezzo mai scritto dalla Electric Light Orchestra? Sì?). Un 1980 di cambiamenti epocali: l’invenzione del post-it, ad esempio. O quel 2 agosto maledetto che io ricordo da un cortile polveroso e una radiolina a transistor. O l’altrettanto gravido 8 dicembre, quando Give Peace A Chance divenne Give Piss A Chance. Esce Il Nome della Rosa e viene ucciso Piersanti Mattarella. Pasqua giunge il 6 aprile, l’Irlanda vince l’Eurovision Song Contest con Johnny Logan. Noi schieriamo Alan Sorrenti e il Belgio i Telex. Te dici a volte, no? Esce Pac-Man, nel 1980. Anche noi usciamo – e per sempre – dalla civiltà, con la Strage di Ustica. Nasce Solidarnosc e muore (il 23 Novembre) parte dell’Irpinia. Si sciolgono i Led Zeppelin.

Quante cose mi succedevano attorno, quasi a mia insaputa, come se fossi stato uno Scajola qualsiasi. Io volevo solo andare al mare e ascoltare Do You Remember Rock And Roll Radio?. Ma gli amici mi dicevano che non era bella, non quanto Ti chiami Africa di Enzo Avallone quantomeno;  mentre i conoscenti furbi e scafati premevano per farmi ammettere che i Ramones erano finiti e Baby I Love You una porcata vergognosa. Da che parte dovevo stare? Io volevo solo andare al mare. Conoscevo – con fatica – gli X Ray Spex ma mi compravo Blondie e la Rettore, che ognuno fa con le donne che ha. Insomma, in tutto questo bailamme il Tozzi mi andava a schiaffare uno dei dischi più belli (e meglio suonati, c’ha un groove da paura) dell’italico pop. 8 tracce praticamente perfette, Polaroid nitida (Polaroid, Stella stai, dolce vento di foulard, visto mai visto mai) e irripetibile di quel mio 1980. Si comincia proprio dal singolone torrido, messo in apertura a trainare un parterre de roi che, oltre alla coppia d’oro Bigazzi/Tozzi, vanta Greg Mathieson, Lee Ritenour (“egraziarcazzo”), Barry Morgan, Zeke Lund, Les Hurdle, Geoff Bastow (il braccio destro di Moroder), Curtis Drake, Mats Björklund, Euro Cristiani. Il tutto assemblato agli Union Studios di Monaco. L’avrete sentita tutti e in ogni dove Stella Stai, strimpellando a ritmo il piedino (dolce piede sul mio gas…) sul pavimento e seguendo il ‘gnao gnao’ della chitarra, semplicissimo ma assai efficace. Cercammo di trovare spiegazioni adatte a quel testo sarcastico e pieno di allitterazioni complicate senza sapere che ci sarebbe venuto in aiuto qualche anno dopo proprio quel volpone del Giancarlo (lo ribadisco: un genio. E vi esorto a far Vostro quel Giancarlo Bigazzi, il geniaccio della canzone italiana, di Aldo Nove. Bompiani 2012) riducendo il tutto ad una notte sfrenata con un/a trans. Sospirarti di più, certo. Parte Stella Stai e io ci sento odori di estati torride, pubblicità di gelati stampati su pezzi di alluminio, arterie stradali d’agosto, una maglietta dei New Order e fame d’amicizia che scivola scivola scivola scivola scivola. Frenano a 100 all’ora in autostrada con A cosa servono le mani, pop rock internazionale con un gancio alla Supertramp e un cambio d’armonia che solo i grandi possono immaginare. A cosa servono le mani non saprei, suonavo il pianoforte su di lei. Voglio uscire stasera, che sia primavera o no. E io mi vedo già in un night club con Barry Manilow, Bette Midler e Il Gian che mi spiega quel ‘vorrei strappare marjuana dalla terra, vorrei la pace e poi vorrei la guerra’. Calma ha la base di un funkone da paura per l’altezza di un rock americano. Diviso due. Il Sommo Paroliere ci fa uno spleen che manco i Cure di Pornography (Vento e odio la gente domani mi arrendo e odio anche te). Fermati allo stop è Il Mago di Oz delle periferie, litania marzolina che sa di soul blues candeggiato da un carillon pieno di falsetti. Ma il botto arriva con Dimmi di no, rocchettone ignorante che – fosse stato cantato da qualsiasi altro vostro beniamino a scelta – avreste tatuato sui glutei. “E domandami come va, son felice solo a metà, come questa mia sigaretta, che non brucia come vorrei, come uno che ha preso sei”. L’ho già detto vero che Bigazzi era un genio? ‘Che non vorrei dimenticarmi di rendervi edotti a riguardo. Ma anche Les Hurdle e il suo basso si superano in un sferragliar di groove. Gabbie è l’unica canzone al mondo dove, nel suo lexotanico avanzare si cita la legge del menga; e case popolari su di me, due genitori o forse tre. FM americano al suo meglio e sfido qualsiasi paradisiaco autore ad inserire un assolo di chitarra così forsennatamente Al Jarreau all’interno delle sue terzine. Ma non è mica finita, cari adepti al culto: Nemico Alcool – oltre ad essere stato il mio must del 1984 – ha un tiro da paura e da luna park ed un’ergersi pericolosamente vendittiano; in un mondo migliore singolone da quattro milioni di copie e sussidiario illustrato del perfetto compositore italiota. I fiati da marcetta che si palesano a metà del pezzo sono da Grammy Award, sarebbe d’accordo anche la Pausini. Spero. Insomma, non è reato pensare che, su questo disco, l’accoppiata Bigazzi/Tozzi s’avvicini pericolosamente alla perfezione. Settembre è un mese classico per dirsi addio, cinguetta con un falsetto asmatico prima di chiudere con Luci ed Ombre e porgere l’altra guancia, mettendo il sigillo ad uno dei più bei dischi di pop rock internazionali mai editi nel nostro paese. Resoconto di un incidente avuto dallo stesso Tozzi in Toscana viaggia sopra cinque intensi minuti che cominciano alla Sigur Ros e si interrompono in una crasi tra Dancing With Myself e un country rock da rodeo. Schizofrenica senza aver paura di dimostrarlo.

Tozzi gira, mira e tira quasi ininterrottamente da 38 anni sul mio piatto, forse un motivo sufficiente per togliermi l’amicizia da Facebook, molto più prosaicamente un disco pressochè perfetto nel suo genere. Ma anche nel mio. Dopo questo disco – apice di una carriera da 80 milioni di copie – non vi sarà mai più un Tozzi così ispirato, sebbene Notte Rosa (del 1981) oltre alla balearica title track potesse vantare quella meraviglia chiamata Roma Nord e uno spleen erotico che si sparge lungo l’intero disco. Ma non vi sarà più un Tozzi così. E anche io non mi sento molto bene, da quel 1980.

Michele Benetello