Lord Sabre, the Guv’nor

C’è stato un momento in cui Andrew Weatherall – da genio – è transustanziato in divinità assoluta. Un unico, preciso ed esatto momento e… no, non è Loaded ma Rock Section dei Dayglo Maradona. 12” verso il quale necessiterebbe un libro soltanto per tracciarne la genesi. Traccia minore del 1979 di certi Skin Patrol, funkettari bianchi alla Orange Juice. Hanno un pezzo in faretra che sa di classico, un blues dub-bioso che usano in guisa di bis nei – invero rari – concerti dilatandolo per 25 minuti. ‘Na roba grassa, meccanica, futurista nel suo groove motorik, ‘na roba che Damon Albarn e la sua Honest Jon’s potrebbero ma… no è troppo tardi. Julian Cope è tra il pubblico in uno di quei rari concerti, ne viene folgorato sulla via per Liverpool, tenta di copiarlo con una drum machine e un basso in carbonari esercizi casalinghi. Poi la sua carriera si invola e gli Skin Patrol rimangono al palo, sconosciuti tra gli sconosciuti.

Con i Dayglo Maradona ero rinato. Ciò che li aveva preceduti era stato un semplice preludio alla Tempesta. In gioventù, aspirante Jim Morrison di oltre un metro e ottantacinque, avevo battuto le strade di Eastwood assieme al mio ‘compadre’ Gaz Marshmallow arrancando lungo i percorsi storici di D.H. Lawrence segnati in azzurro” (Julian Cope)

Stacco.

È l’afoso giugno del 2014, il catalogo Rough Trade strilla un 12” a nome Dayglo Maradona, comunella rave tra un Matrix che esplode, Il San Giuliano e Andrew Weatherall. Vi è un pre-ascolto ed è come la pillola rossa della conoscenza di Neo. Rock Section mi catapulta lontano dalla sedia, in prossimità di un punto in cui tutti i Chemical Brothers del mondo si immolano sulle piste da ballo. Sembrano i LA Dusseldorf rave. La mano tatuata e piena di fate di Weatherall chiama a raccolta groove di dervisci rotanti, Cope – sull’altro lato – indugia dentro gli anfratti della traccia primigenia. Io cado in ginocchio e capisco che Iddio mi ha irrorato di fede, tanti anni prima, lì in quel posto più in alto del sole.

Stacco.

Ce l’ho ancora la fede, non mi ha mai abbandonato. Mai avuto alcuna crisi di vocazione verso Andrew Weatherall, uomo che si fece (e mi fece) scisma e dogma. Per qualcuno (molti) la historia della musica rock si divide in pre Nirvana e post Nirvana, per me c’è un mondo che fluttuava scontroso e bizzarro ma anche tanto rigido come una scaramuccia tra Montecchi e Capuleti prima di Andrew Weatherall e uno che ha danzato ebbro d’amore dopo la venuta di Andrew Weatherall. Li ho vissuti entrambi, quei mondi, riuscendone per osmosi a crearne crasi perfetta grazie a lui. Che è scomparso, a soli 56 anni, il 17 febbraio scorso. Quasi coetaneo, vacca boia. Solo che Weatherall è diventato Iddio e io sono rimasto il solito stronzo. Ma il solito stronzo che sapeva scegliersele le divinità. E… sì, è lapalissiano che fui tra la giusta moltitudine che rimase inchiodata da Screamadelica e sono altresì convinto che senza codesto artigiano dal basso profilo oggi il Signor Gillespie starebbe ancora permutando accordi di Ivy, Ivy, Ivy. Però non è questo il punto. Il punto è che nessuno (NESSUNO) in questo porco mondo ha mai seminato così tanto su campi altrui lasciando che i frutti della terra servissero per sfamare gloria conto terzi. E non so nemmeno se ho voglia di farvi la solita storia precisa e circostanziata, storia che è un apostrofo rave tra le parole Boy’s Own, Terry Farley, Bocca Junior, Loaded, Soon, Smokebelch II, Sabres Of Paradise e Two Lone Swordsmen. O inseriteci voi ciò che più vi aggrada, visto che a mettere i tag nelle varie peripezie del nostro tra i cursori del mixer facciamo notte. L’abbiamo ballato tutti, abbiamo tutti fatto le ore piccole con i suo brani (o produzioni, o remix, o intuizioni, o…) e tutti abbiamo su quell’emoticon del cuore che recita: ‘mi sa che ‘sta bomba è di Weatherall’. Sulla fiducia, perché è come se avessimo impresse nel costato le sue stimmate, o solo le sue impronte digitali. Già, tra di noi (noi poveracci con Logic Pro 10) si era persino creato un neologismo da carbonari: weatherallare. Una weatherallata la riconoscevi subito: era kraut, anzi no. Era rave. Forse. Era house. Poco però. Era electro. A sprazzi. Era ipnotica. Questo sì. Era nettare che colava dalla barba di Gandalf il grigio, giù giù fino al canale 24 dove il ritmo si fa uno e trino e pochi hanno il coraggio di avventurarsi senza sporcarsi le mani e il palmarès. Che sia stato un remix, una produzione (One DoveMorning Dove White, in queste colonne al numero 31, ottobre 2018… come fai a non piangere sopra un disco simile?), un white su cd-r scrauso o un dj set LUI ti stupiva. Poteva imprimere sui muri, sulle sinapsi e sulle tracklist i Killing Joke e Morgan Fisher per poi passare a Psychick Warriors Ov Gaia e Plastikman. O 400 Blows e Aswad. Uno che ti metteva dentro un cd gli Shock Headed Peters (è successo, in Sci-Fi-Lo-Fi Vol.1). Voglio dire: gli Shock Headed Peters. Provate a rileggerlo lentamente. Ma il più delle volte era sempre quell’unica espressione di entusiasmo e stupore, ripetuta in loop: ‘mi sa che ‘sta bomba è di Weatherall’. Una weatherallata, appunto. Qualcosa che sa di sciabole e spada. Sabres & Sword.

La festa era dappertutto. Se ti facevi un trip allora te ne andavi in stanze diverse. Avevi la stanza My Bloody Valentine dove se ne stavano tutti seduti al buio. Era piena di fumo e l’odore di chiuso ti toglieva il respiro. Poi entravi in un’altra stanza e quella era tipo la stanza dei drink o roba del genere. E poi, uscendo sul retro, c’era la stanza dell’Ecstasy. Ti basti sapere c’era un membro dei Primal Scream in OGNI stanza” – Ed Ball

Weatherall e Innes si sono piaciuti subito. Innes è un genio, un genio assoluto, è completamente e maledettamente geniale. E lui e Weatherall sono entrati in uno studio di registrazione a Walthtamstow e da Losing More Than I Ever Have hanno tirato fuori Loaded”– Jeff Barrett

I Primal Scream, insomma. Quelli che nel 1989 non sanno più da che parte andare, che giacciono in letargia chimica e che permettono ad Andrew Innes di consegnare una copia del loro disco a Weatherall perché ne estragga qualcosa di buono, che sono stanchi di girare in cerchio giù in garage. Hanno sentito il lavoro su Hallelujah dei fratelli chimici Happy Mondays e chi sono loro per rimanere al palo dinanzi ad una probabile rivoluzione elettronica? Fa di più il nostro: la innesca. Ne scrissi abbondantemente sul Mucchio Extra, 14 anni orsono. Dopo tutto questo tempo sono ancora d’accordo con me stesso.

Si chiama I’m Losing More Than I’ll Ever Have ed è la scelta sulla quale ricade il dito di Andrew Weatherall allorchè Innes gli consegna una copia dell’album perché ci tiri fuori qualcosa di buono. E’ divenuto amico dei nostri i quali, a furia di vagare sfatti per i club (lo Shoom a Londra o lo Zap Club di Brighton) hanno cominciato ad appassionarvisi. Fa di più il Merlino elettronico, già titolare della fanzine Boy’s Own e fresco di remix per l’Hallelujah degli Happy Mondays (bell’incrocio di pillole, vero? Con i nostri che arrivano dal rock e intersecano la dance mentre la band di Ryder a fare il percorso inverso, contromano): prende la traccia, la iberna in un beat pigro, vi campiona parte di un bootleg di italian dance fatto su I Am What I Am di Edie Brickell, vi sparge sopra la voce di Peter Fonda dal film The Wild Angels di Roger Corman e ribattezza il tutto Loaded. 500 sterline, 100.000 copie. Mai matematica fu più gloriosa. La rivoluzione può dunque avere inizio”.

Come in ogni rivoluzione, una volta che è passata, tutto assume contorni sfumati, la storia prende pieghe inaspettate e persino tanti (troppi?) duri e puri abiureranno la loro selvaggia rigidità chitarristica per genuflettersi. Collisione di supernova, quel disco; diagramma cartesiano dove si incontreranno – perfettamente allineate – rock e disco, gospel e house, blues e ambient, antitetiche presenze che mai, fino ad allora, avevano voluto mescersi in un calice d’amorosi sensi. Weatherall attua uno scisma luterano, ne strappa i rigidi spartiti e – sempre in combutta con il fidato Hugo Nicolson (uomo da non sottovalutare) – cambia il corso del rock per sempre.

È un momento topico equiparabile per importanza e aggressione sociologica al Bowie che cinguetta Starman a Top Of The Pops il 6 luglio 1972 o all’Exploding Plastic Inevitable Show. Ma – a differenza di questi – è un momento senza immagine, una rivoluzione senza colpi di fucile e isterie visive. Uno scisma sotterraneo che non ha pecette da appiccicare sulle riviste. Vanno avanti Gillespie e compagnia per quello. Weatherall rimane al palo, volutamente. Non ha velleità egotiche, nessuna voglia di capitalizzare permutando per eoni la stessa matrice. Per lui la dance è come uno spazio da esplorare, mappandone i confini, lanciando un segnale satellitare. Lo coglieremo in tanti. Eppure è un altro il pezzo cesellato per i Primal Scream che davvero mi porterei su Alpha Centauri. Tolta l’immensa resa di Higher Than The Sun, ovvero i Silver Apples che rotolano nel blues post apocalittico e che mi farei tatuare per sempre, c’è una traccia nascosta dentro il sottovalutato Dixie-Narco Ep. Dieci minuti e quarantasei secondi di scompiglio chimico-fisico. Weatherall e Nicolson la chiamano Screamadelica ma in Screamadelica non c’era; uniscono i puntini che vanno da Kingston ai Muscle Shoals però suonati dentro ad una immaginaria Love Boat. Disco music che zoppica, Denise Johnson che sussurra alla stratosfera, un tango ipnotico che si avviluppa seducente sopra un intero lato, fiati che fanno l’ottovolante su grumi di loop, soul che diventa II Soul prima di derapare baggy su sciabolate di vento house. Pharmaceutica. Perfetto s’è già detto, epocale poco ci manca.

Poi cosa succede? Niente. Ovvero tutto. Succede che Andrew Weatherall diventa un nome così ingombrante che i vari remix o le stranite produzioni finiscono con l’essere assimilati più a lui che ai reali possessori delle note primeve. Troppo carismatica la sua mano, troppo ‘pesante’ la sua immensa e trasversale conoscenza della musica, quella che può far suonare i Doves come dei Can sotto una pioggia radioattiva o i James come un’ambulanza di Mad Max. Se il remix è di Weatherall il pezzo diventa improvvisamente, per dogma, dello stesso. E forse è questo il motivo primario che ha impedito – oltre ad una certa ritrosia da ‘bizzarro perdente’ del nostro, certo – a Lord Sabre di diventare un superstar dj, uno di quelli a sei zeri; uno di quelli da posti giusti e imbecilli che saltellano qualsiasi cosa gli possa passare ‘sotto il naso’. Ha navigato appena sopra il pelo dell’acqua, scegliendo nomi (o venendone scelto) che ne garantissero totale integrità ‘artistica’. Non era faccenda di vile pecunia, insomma. Purtuttavia, di rimando, nemmeno credo che gente come Madonna o gli U2 avessero voglia di farsi scippare un brano dal nostro per sentirlo appellare come ‘una weatherallata’. Troppo gelosi delle loro Società per Azioni. Eppure Bono ci proverà, con la solita boria terzomondista che lo contraddistingue, sentendosi opporre un netto rifiuto e due righe che non lasciano spazio a equivoci: ‘Non posso fare produzioni troppo grosse. Non posso partecipare a tutte quelle riunioni del music business. I professionisti mi spaventano a morte, sul serio’.

Con Screamadelica Weatherall prende la Bastiglia, decapita i paletti, le rigide monotonie del ‘di qua o di là’, gli steccati di tanti (troppi) anni di convinzioni manichee. Attua una rivoluzione irrorata di MDMA e sparge per l’aere l’amore universale assimilato pochi mesi prima allo Shoom. La seconda estate dell’amore, verrà chiamata. Ma vi aggiungerei una primavera dell’anima, un autunno di empatia e un’inverno di campi di fragole per sempre.

Andrew Weatherall è morto. Anzi: è scomparso. Si è celato ancora una volta, lì sotto a quel banco mixer dove deflagrano ordigni e sezioni ritmiche portate all’estremo. Lord Sabre, The Guv’nor, Audrey Whiterspoon, l’uomo di sigarette e baffi. Il sosia techno del rockabilly Billy Childish. L’uomo che del post punk fece origami electro, il tatuaggio balearico dilatato sui white label è stato uno dei miei fari, sempre presente – lì in mezzo ai cursori – spalancandomi gli occhi senza aver bisogno di alcuna Cura Ludovico. L’aprirmi alla sua musica mi ha costretto a venire a patti con i miei limiti sonori, ampliandoli. Da lì, da quel punto imprecisato, ho imparato ad essere migliore. Hallelujah. Adesso che non c’è più mi sento come se vagassi in una terra sconosciuta, un guado tra una traccia e il suo remix, in un ipotetica metà ancora da scoprire. Non so quale potrà essere il mio percorso sonico, non so dove andrò a svernare le mie convinzioni, non so – accidenti – chi potrà ancora metterle a dura prova, facendomi sentire un giovane vecchio deciso a rivoluzionarsi ancora e ancora e ancora. So solo che I’m losing more than I’ll ever have. Perché Fail we may, sail we must.

10 Weatherallate:

One DoveMorning Dove White (London, 1993)
Primal ScreamScreamadelica (Creation, 1991)
My Bloody ValentineSoon (Creation, 1990)
Andrew WeatherallThe Bullet Catcher’s Apprentice (Rotters Golf Club, 2006)
Saint EtienneOnly Love Can Break Your Heart (Heavenly, 1991)
Two Lone SwordsmenFrom The Double Gone Chapel (Warp, 2004)
Dayglo MaradonaRock Section (Faber & Faber, 2014)
The OrbPerpetual Dawn (Ultrabass 2) (Big Life, 1991)
JamesCome Home (Fontana, 1990)
The Sabres Of ParadiseSmokebelch II (Sabres Of Paradise, 1993)

Michele Benetello 

 

I dischi che piacciono solo a me, credo #56

The DandysSymphonic Screams (Artificial, 1998)

Le diciotto di un sabato pomeriggio primaverile di fine anni novanta, un imbrunire di pollini e buone intenzioni. Vi è un ragazzo arrampicato su quelle intenzioni in saldo, non è più un adolescente ma nemmeno può ancora considerarsi completamente adulto, nonostante l’età. È costretto lì, in un limbo agrodolce, a starnutire sull’insieme dei microgametofiti prodotti dalle spermatofite. Vaga noncurante tra la schiuma dei giorni, attendendo un segno del cielo o del destino per accorparsi in una parvenza d’uomo. Non lo sa ancora, sta solo cercando di allacciarsi una cravatta amaranto in maniera congrua, segno distintivo del suo approcciarsi al week end. Un dirty weekend. Sovente poco edificante, appunto. È bravo a subirne gli effetti, specializzato nel rincorrere gli eventi soltanto per ritrarsi sdegnato una volta che questi siano conclusi, perché gli errori sono solo intenzioni nascoste. C’è ancora un pulviscolo di luce nell’aria, riflettere esile tra i chiaroscuri di uno specchio troppo piccolo, dove il nostro caparbiamente cerca la quadratura del cerchio, o soltanto il nodo perfetto. Pensieri che tracimano mentre decide che un piatto di riso in bianco sarà il suo parco desinare prima di uscire con il cuore stivato di quelle buone intenzioni di cui sopra. È conscio di averlo detto anche la sera prima, è una delle poche cose che ricorda, quindi conosce bene la materia. Lo dice sempre. “Il pretesto lo sai, quattro dischi e un po’ di whisky”. Ovvero una manciata di ore al bar del quartiere, un’altra manciata in un club appiccicaticcio che odora di fumo, sudore ed essenze dozzinali (la scelta del profumo significa molto, ricordatevelo sempre), un caffè alle prime luci dell’alba e un mesto ritorno a casa con la propria sbiadita e sudata Sacra Sindone impressa addosso. Li ha contati quei dirty weekend, sono all’incirca venti fino a quel giorno di primavera, intervallati da delle camere di decompressione che il suo corpo a intervalli regolari richiede. Stavolta è diverso, si dice. Stavolta il Southern Comfort sarà in morigerata quantità – q.b. come nelle ricette – e gli screwdriver in numero di due. Lo screwdriver, la pizza margherita dei cocktail, semplicità fattasi verbo: 10 cl di succo arancia e 5 cl di vodka. La perfezione allo stato liquido. Tutto questo nonostante gli amici già incalzino e il Motorola abbia l’intermittente lucina verde che ammicca sorniona dal primo pomeriggio. Vogliono la pizza, loro. Lui fa muro invece, ha il riso in bianco con giusto una spruzzata di noce moscata e un filo d’olio d’oliva. Fare diga is the new loud. Mai superare la velocità massima consentita, li sente anche lui i sibili delle mascelle e le mani che prudono, quando passa lungo i bordi della pista, in quel club rugginoso dove trascorre i fine settimana. Qualcuno ha una pistola, dicono. Una pistola e un badile in auto. Svicola da quelle luci al neon e rimane nel suo perimetro, non gli serve altro per affrontare il millennio che già si intravede e che cambierà tutto, si ripete. Ha anche lui un millennium bug in arrivo al quale far fronte. Come tutti.

Alle venti e trenta gocciola pizza alle acciughe su un cartone umido e deformato a casa di un amico. Birre, Brian di Nazareth, barattolo di Nutella da 5 chili, amari e un torbato da sogno del padrone di casa, esteta dei liquidi. Donne zero, il Monte Athos non va deflorato. Poi però prima di andare passiamo al bar, vero? Certo, passo anche per casa a lavarmi i denti, sia mai che… Vai tranquillo, non succederà nulla manco stasera, né ora né mai. Nei secoli fedeli l’un l’altro no? Una mano lava l’altra e il Southern Comfort lava tutto. Lo dice anche il nome, pure se viviamo al nord. Al nord dove tutti, in quel club, incalzano per avere gli Offspring e tu devi attendere – seduto in quel divanetto sgualcito ad osservare gli altri – quei cinque minuti di Elastica o Blur, giusto per far finta di esserci e giustificare quel timbro di inchiostro sul palmo della mano. Una sala d’aspetto affollata di gente che attende Godot senza manco una colonna sonora adeguata. Bisognerebbe fuggire dai propri alibi, non mettersi comodi sopra un divanetto sdrucito ad accoglierli.

C’è un ragazzo, cammina nel parcheggio di una periferica zona industriale sistemandosi per l’ennesima volta una cravatta amaranto. Ha il fiato corto, un passo da Casablanca e qualcosa che – dentro – gli ha estirpato ogni voglia di ripetere in loop quelle dinamiche settimanali. Saprebbe ritrovare la strada di casa solo decifrando le crepe dell’asfalto. Entrerà nell’assordante e carnascialesco cubo di mattoni pieno di buone intenzioni e fotogrammi da commedia americana, ne uscirà eroso dall’inutilità di un tempo sprecato. Questo lo sa, ci è sceso a patti molto tempo prima. La coda all’ingresso è decisamente corposa, le occhiate in quell’assembramento di esseri umani entusiasti sono significative, un catalogo Postal Market dove già si setaccia la mercanzia, sovente in offerta speciale. L’amico riesce a farlo entrare di straforo millantando conoscenze prima di depositarlo al bancone del bar. Questi sono gli anni novanta, e stanno per finire mia cara. Il solito grazie. Love in the nineties is paranoid. Il bicchiere di plastica è un crimine contro l’umanità se dentro vi è una piscina olimpionica di Vodka e succo d’arancia e tu sei Mark Spitz. Anche il Motorola infastidisce durante le ore notturne, fin troppo ingombrante da tenere in tasca, poi magari qualcuna cade con l’occhio in un equivoco imbarazzante. Rimarrebbe delusa. Ma mica puoi lasciarlo in auto, accidenti. Non ci sono solo quelli con il badile nel portabagagli, qui la disoccupazione notturna è prossima allo zero ed estrarre finestrini dall’abitacolo con geometrico talento è uno sport nazionale, soprattutto se dentro quell’abitacolo vi è anche qualche essere umano. Ci sono camicie a fiori e mani grandi come racchette da tennis, visi squadrati e gente che per denaro darebbe via tutto, persino se stessa. Persino te. Quindi si fa di necessità virtù. Alla spicciolata arrivano tutti, ci si può sedere.

Anzi: mi siedo. Gli altri vagano alla ricerca di tutto quello che non vorrebbero. Oh Lord, protect me from what I want. E ci si può accomodare proprio nel momento esatto in cui gli Offspring eiaculano milioni di watt. Si inizi pure.

You gotta keep ‘em separated

C’è un ragazzo, e quel ragazzo sono io. Dopo tutta questa scapigliata filosofia per rupestri finalmente mi accomodo, ma solo per guardare il culo della biondina, quella che ha i jeans neri e molte molte lune meno del sottoscritto, quella che osservo da settimane, giusto per passare il tempo prima di diventare l’Unabomber dei sentimenti. Deve essere nata all’incirca mentre finivo la raccolta delle figurine di Sandokan e possiede la consapevolezza che tanti – lì dentro – stiano osservando ciò che osservo io. Pure gli Offspring. Avevo passato un pomeriggio perfetto fino all’ansia di prestazione delle ore diciotto. Perfetto, senza alcuna sbavatura. Un percorso netto. Coricato alle prime luci dell’alba e risvegliato con un hangover prontamente curato con patatine fritte e acqua della fontana sotto casa. Quella solitamente appellata ‘un po’ ferruginosa’ come dicevano Stan Laurel e Oliver Hardy. Riso in bianco a way of life. Manco un Cantonese Boy assimila tutto quel riso settimanalmente. Eccetto la sera prima, che il venerdì è sacro. La sera prima avevamo mangiato messicano e i Margarita alla fragola post prandiali avevano fatto perdere senno e strada ad un paio di noi, costretti a girare confusi per le stradine della campagna veneta per sessanta abbondanti minuti. Uno ce lo siamo anche perso, giuro. Però quel pomeriggio era stato ganzo e davvero pieno di intenzioni sane, sì. Quasi apostolico nel suo immergersi in una nuova betoniera di cd arrivati a casa per vie traverse. Ogni ipotesi di ascolto è uno scambio impari, regali alla musica la cosa più preziosa che possiedi: il tempo. Sovente non ne sei ricambiato, ed è per quello che non ti fermi mai e la ricerca è continua. Il tuo tempo è una clessidra impalpabile che erutta note inafferrabili. Proprio come quegli eterogenei compact disc impilati a cazzo di fianco allo stereo. Vi era di tutto in quegli ultimi arrivi. I Dandys ad esempio. Scioccherelli e implumi nel loro inseguire un’idea di brit pop da diciassettenni a bagno maria. Avevo seguito con attenzione i loro singoli scoprendovi melma confusa (You Make Me Want To Scream) e gioiellini cesellati con armonia in numero congruo. L’arrivo dell’album faceva il paio con quel Nuisance dei Menswe@r che aveva marchiato a fuoco il mio 1995. Ma era passata un’era geologica da allora, sebbene nel calendario gregoriano fosse solo una manciata di equinozi buttati nell’acqua bollente. Qui veramente stava finendo tutto mentre noi ballavamo inconsapevoli sull’orlo del baratro. Potevi persino sentirlo l’odore dell’undici settembre, in quel 1998, se spalancavi bene le narici. Però era quello e solo quello tutto ciò di cui avevo bisogno, in quel momento: un pomeriggio apostolico.

Mi ero messo comodo come ogni sabato dovrebbe richiedere: una pregna settimana lavorativa alle spalle, un venerdì notte devastante per azzerare tutto e un disco nuovo da approcciare; non aveva bisogno di molto altro la mia vita a cottimo. Volume sulla tacca numero tre e un Intro inutile ad introdurmi un album che avevo inseguito per qualche tempo e che – alla resa dei conti – pareva una raccolta di singoli, contenendone cinque su un totale di dodici tracce. L’arrivo di Merry Go Round faceva facilmente presagire come avrebbero potuto essere sei, quegli estratti sulla breve distanza. Echi dei Gallagher, un po’ di Manics post Everything Must Go, un riecheggiar di Madchester (circa The High) e alcuni ganci modernisti. In genere rifuggo qualsiasi retaggio mod, ma qui vi era dell’indolenza pronta a sfociare nella noia che illustrava benissimo il mio periodo. Né blu né rosa ma di un’indefinita tonalità di basico pigmento. Un buon sottofondo per chiacchiere e flirt inutili, ecco cosa poteva essere Symphonic Screams. Ero già pronto a seppellirlo sotto coltri di braci e noncuranza quando Drag Queen mi fece alzare un sopracciglio. Uno solo, ma era abbastanza. Ha pastelli (e polpastrelli) dei Blur quando vogliono rifare il tema di James Bond, pensai. Riposi accuratamente i pensieri molesti in un cassetto profumato di lavanda e mi dedicai con rinnovato vigore a quelle dodici tracce; Drag Queen era riuscita a rimettermi il sorriso sulle labbra e una spasmodica voglia di sabato sera (‘aria ruffiana e leggera del sabato sera’, cantava Loretta Goggi), sebbene la voce di Andrew Firth fosse impostata come i dettami dell’epoca imponessero, acuti e svisate comprese. La riascolto ora, con uno iato di 22 anni e un terzo di innocente sorriso senza sovrastrutture ancora esce. A differenza di me, bloccato da un lockdown incerto e senza alcuna meta. E se di You Make Me Want To Scream s’è detto, vi aggiungo una maggior benevolenza data da questo quarto di secolo in sovrappiù. Vi salvo la scala a chiocciola delle tastiere, il tentativo vocale del suddetto Firth di andare oltre e la voglia di uscire da una britannicità di maniera buona solo per le pagine interne di Select che porta dalle parti dei Magazine post mortem. Ma io ho bypassato il mezzo secolo e ogni disco invece rimane lì, ancorato dentro il suo periodo storico. È quella la discrepanza magna quando si parla di musica del passato. Tu sei andato avanti, lei non ne ha avuto la possibilità. Un po’ come le donne, no? O viceversa, non ricordo mai come funzioni questo assioma. Ecco perché English Country Garden è stata una delle mie canzoni d’amore per un biennio abbondante, peccato non avessi nessuno a cui dedicarla. Nessuno che la meritasse, quantomeno. Due ore in un club appiccicoso o qualche stradina di campagna non fanno testo e non meritano lo spreco di una canzone. How many flowers can you find in an English country garden? Vi si possono trovare sementi Gene e bulbi Verve in giardini simili.

Poi arriva Dirty Weekend ed è un ordigno da pista ornato di Fred Perry e sta press che fa il paio con Famous dei Thurman. Ordigno che mai mancava nelle C90 del periodo. Nelle MIE C90. It’s just a dirty weekend, e io lo sapevo bene che tutto prima o poi acquista un senso se è immerso nella musica. Forse per quello rimanevo seduto mentre passavano gli Offspring, con un bicchiere di brodaglia arancione ormai calda tra le mani. All That You Do si fa crasi della mezza dozzina di canzoni che l’hanno preceduta, a dimostrazione di come questi cinque ragazzetti sapessero fare una sola cosa, zoppicando. Potrebbe essere uno scarto di The Great Escape o – appunto – un brano di Nuisance. La la la la, la la la la la. Anche I Wanna Be Like You deflagra con coriandoli e cocaina come Dirty Weekend, ruzzola a valle tra i Jam, armoniche squittenti e un ritornello killer. A tal proposito vi esorto ad invitarmi se mai – un domani – vi balzasse in testa l’idea organizzare una festa edificata sul biennio 1997/1998 e su una bottiglia di Tanqueray. Porterei un dotazione solo qualche racconto d’epoca, dei cd single dall’alto pedigree e una cravatta bene intonata (non quella del 1998, un’altra), senza disturbare.

Come che sia il meglio arriva ora, mettetevi comodi come feci io quella sera. Walter Ego è una ‘stupeviglia’ brit, un’intenzione Bertolt Brecht; cammina col passo dell’oca in una scioccherella marcetta à la Alabama Song in quel di Camden, dalle parti dell’Electric Ballroom tra intonse Adidas Gazelle e felpe Sergio Tacchini. Annuncia Long Live The King, patchouli anni settanta e stranita suite alla Jethro Tull zeppa di archi, organetti e tamburelli pulciosi ma meravigliosamente arrangiata da Audrey Riley, donna avvezza al Gavin Bryars Ensemble. E sono proprio le sue dita ad impreziosire ulteriormente il vero capolavoro del disco, qualcosa che ho sempre voluto immaginarmi – con una punta di egotica civetteria – nascosta tra le pieghe di Dog Man Star (non ci sentite Brett, qui dentro?), di The Queen Is Dead, di Reveal, di Definitely Maybe, di Urban Hymns, di… Oh, che importa? The Butterfly Song è il goal che ti riesce una volta in carriera, dopo una vita di fredda panchina, posto che ti spetta per censo e nel quale sei consapevole di tornarci, sorpreso dalla tua botta di culo. Una supernova allo champagne. Qualcosa che ‘al cor gentil rempaira sempre amore’ e che olezza di anni novanta lontana un miglio. Devo ancora decidere se questo sia un complimento, so però che la costruzione di un legame passa anche da queste prospettive armoniche. Spotify non la propone e quindi sarà necessario che i puri di cuore si arrangino in qualche altro modo, ma dovesse formarsi qualche coppia, dopo l’ascolto reiterato, esigo il mio nome tra i ringraziamenti, le bomboniere e il lancio del riso (ve l’ho detto che riguardo quel cereale sono un Cantonese Boy). Che altro vuoi blaterare dopo un brano simile? Magari Johnny Foxtrot, che chiude il disco e prova senza successo ad andarci appresso, barcollando. Sfuma su qualcosa d’altro, sorta di ghost track orchestrale, proprio come quella serata primaverile sfumò in un disilluso caffè doppio alle sei del mattino. O proprio come i Dandys sfumarono tra una generale indifferenza, lasciando intonsi i loro lombi armonici su un album e cinque singoli. C’era un ragazzo che come me amava i Dandys e i Lightning Seeds. L’immagine di un culo ventenne, la consapevolezza che dentro quel cubo rumoroso metà fossero strafatti mentre io invece avevo dovuto assumere per via nasale – dietro stretto consiglio dell’erborista – polvere di oleandro per combattere una sinusite cronica. Polvere di oleandro e The Dandys, il mondo è un posto meraviglioso vero?
Il presente è per sua natura imperfetto mentre si dispiega, il passato ha curve a gomito e il futuro è tutto da scrivere, dicono. Peccato tu non possa saperlo prima di ogni stramaledetto dirty weekend.

Michele Benetello

I dischi che piacciono solo a me, credo #55

Techno TwinsTechnostalgia (PRT, 1982)

Di Nina Hagen, Mute Records e soldi mai fatti.
Vediamo di esser seri senza svicolare su pericolose paludi o fare la melina della Polonia ai Campionati Mondiali del 1974. Col techno pop venni a patti quasi subito, glam rock fuori tempo massimo spiegato alle masse tramite due tastierine senza tutto il machismo a condire e per questo – forse – ostracizzato in massima parte da una critica fallocratica (dio che banalità), incapace di trovar senso in quei ritmi sintetici, quelle movenze ridicole, quei basici cambi di tonalità, quei capelli disegnati da Escher. Quel pulviscolo di idee – pure – spesso permutate all’infinito come i preset del Korg sul quale si immolava. Intendiamoci, non che non sapessi discernere tra un Metamatic e un Buggles qualsiasi, sia chiaro. Come in ogni fase pop vi eran maestri indiscussi del genere (le vite torbide dei Soft Cell, quelle che arriveranno a frugare nel fango Suicide di This Last Night In Sodom), poppettari discreti (i Blancmange di Happy Families, ma solo di quel disco), teste di ponte (i Depeche Mode, per un breve periodo gli Human League), band che erano più della somma delle loro parti (gli Yazoo, andrebbero rivalutati) e una pletora di artisti del nulla, gentaglia aggretagatasi al trend pur di tirar su qualche soldo, un po’ di figa e una manciata di ingressi al Camden Palace. Poi vi era anche chi non sapevi dove inserire (gli Associates, tipo) ma quello è un altro discorso. È che presi una discreta sbornia di Casio e compagnia squittente, cercando di approcciare in maniera più esaustiva possibile il genere, prima di distaccarmene nauseato quando fu un’unica poltiglia indistinta. Love Hangover esatto, giusto per citare. Non sapevi più dove finisse il synth e dove cominciasse l’Italo, per dire. Ma I Wanna Be Your Lover dei La Bionda potrebbe essere uno steccato agevole da scavalcare. Cercai qualche altra rivelazione in mezzo a pile di 12” che ingolfavano i negozi ogni settimana, senza gran successo. Nomi quali Leisure Process, B Movie, New Musik, Landscape, Mathematiques Modernes, Endgames potevano anche avere frecce in faretra ma da qui a colpire il bersaglio ce ne correva.

Con loro – va da sé – decine di assolute nullità. Poi fu un attimo trovarsi ingarbugliati, confusi, persino irritati (dove inserire October Love Song di Chris & Cosey?) e di conseguenza fottersene belluinamente della cosa. Non era materia da e per duri e puri? Bon, me ne sarei fatto una ragione, magari mentre estraevo dalla busta Comici Cosmetici di Alberto Camerini, che tanto prima o poi la pizza arriva fredda a tutti. Eppure, in tutto quell’ingorgo discografico, non avevo mai avuto modo di arrivare appresso ai Techno Twins e me ne dolgo assai, oggi. C’avrei potuto perdere il sonno e un bel po’ (pochi per la verità, vista la striminziata discografia) di lire. Così, complice un’influenza sopravvalutata dal medico di base – e grazie a dio, visto il periodo – mi ritrovo a setacciare il lungo scaffale della pre-morte, quel posto tipo cimitero degli elefanti dove mando a svernare manufatti acquistati al cambio di qualcosa di più di un baratto ma meno di un aperitivo. Manufatti ai quali non darei uno sguardo manco di sguincio se non costretto, rimandandone l’ascolto al momento dell’eventuale pensione, ricordando a me stesso che ascoltare dischi potenzialmente di merda chiuso in casa è sempre meglio che fare l’umarell in mezzo alle balle di chi si fa il mazzo. Eppure oggi volevo mettere un po’ di ordine in quei metri quadri polverosi, per tenermi occupato e per scansare con forza pensieri molesti che – dopo qualcosa come 70 giorni – cominciano a farsi pressanti. Così, tra un Perspex Whiteout e un ottimo Karl Biscuit, mi è capitato in mano Technostalgia. L’ho guardato per un sufficiente numero di secondi, incapace di decidermi se il titolo fosse l’ennesima pacchianata e quella copertina fosse stata colorata con gli Uniposca. Completamente scollata pure, a dirla tutta. Da quanto giaceva in quelle fosse comuni? Dove l’avevo comprato? E, soprattutto, perché? Beh, il perché lo conosco: costava poco. Tanto valeva darci un giro, approfittando del tubetto di Pritt e di qualche sito specializzato.

Tempo tre fontanelle di synth malinconico e mi ritrovo a rota come un seguace del Krokodil nello scoprire come l’autarchica congrega formata dalla coppia (anche davanti alla legge) Steve Fairnie e Bev Sage, aiutata dal polistrumentista Dave Hewson smanettava già dal 1977 e – addirittura – che si vuole ascrivibile a loro l’invenzione del suffisso technopop quando erano soliti trafficare con i rudimenti del repertorio. Roba da indagarci appieno e scoprirci proto tentativi sotto il nome Writz, crasi cabarettistica tra Eurythmics, Bandiera Gialla e Deaf School. Siamo nel 1979 e la diaspora miliardaria del sestetto (qualcuno finirà a corte degli U2, qualcun altro di Paul McCartney e George Michael) porta la coppia a concentrarsi sui mai abbandonati esperimenti sintetici e casalinghi. Una rapida firma per PRT (già Pye Records) e Falling In Love Again sperona il numero 70 della classifica inglese. Il brano – ripreso anche dai Beatles – proviene dal repertorio di Marlene Dietrich ed è rivisto con smanceria e sbarazzina verve. Quel numero 70 è poco, ma quanto basta affinchè si decida per un album. Che avrebbe suonato da Dio su Mute, mi dico con l’espressione seriosa di ‘chi ne vuol sapere’. Sì, perché c’è qualcosa in Technostalgia che mi irretisce e mi inquieta con lo stesso spleen umbratile che ti coglie quando rivedi un vecchio flirt (ascoltate “Il Mio Ex” di Giovanna – Rifi records, 1979. Poi mi dite).

Non è soltanto quell’intuizione di seconda mano pronta a indugiare e far cassa (poca, per la verità) su riletture di vecchie canzoni del passato. No, ve l’assicuro. Nemmeno il soffermarsi su nostalgie che – nel 1982 – parevano antitetiche ad un futuro prossimo che si preannunciava radioso e sorridente. È un borbottìo canaglia che non riesco a fermare, emorragia di suoni pronti a insinuarsi lentamente tramite un disco che fa di tutto per sembrare stupido – forse per venire a patti col periodo coevo – e invece ha il sapore di una festa dopo che è finita, quando ti senti come quelle lattine o quei bicchieri di plastica. Usati, pieni di tracce di rossetto rapprese e ricordi frastagliati. Dunque inutili. Io lo so adesso cosa pensate, tra una alzata di spalle e un labbruccio increspato. Pensate ad una sorta di Silicon Teens per sprovveduti, ad un plink plonk costruito in fretta e furia per capitalizzare su qualcosa che al tempo si annusava avesse una scadenza come il latte. Quando invece mi piacerebbe che tutti voi deste una possibilità – iterandone l’ascolto – a questo disperato erotico pop dove si comincia a marciare verso Weimar tramite una Swing Together (I Wanna Be Loved By You / In The Mood) che è farina del sacco Babylon Berlin, morfina e spie russe comprese. Gone With The Wind e Kings And Queens Of Pleasure si inchinan soavi con i loro intermezzi da Yellow Magic Orchestra Big Babol, o ancora Can’t Help Falling In Love, pronta ad aumentare gli ottani grattando la luccicante carrozzeria degli Ultravox di Reap The Wild Wind. Ciambelle zuccherose sì, ma che non sempre riescono col buco, e infatti Beautiful Women In Bermuda Shorts pare Heather Parisi con Enzo Avallone. Lei canta ululando alla luna, a Lene Lovich e alle smorfie di Nina Hagen, ma il più delle volte si immola quale Christina Moser d’Albione sussurrando come una Six Sed Red qualsiasi mentre lo stralunato consorte sfodera un baffo da combattimento. Dei Krisma sciocchi durante la Notte di Valpurga. Ci sono le incongruenze di casa Deaf School, c’è una spolverata di Thomas Dolby ma – soprattutto – l’inarrivabile miraggio di un’altra coppia ben più blasonata: Dave Stewart e Barbara Gaskin.

Proseguo caparbiamente con una malcelata tristezza di fondo solo per scoprire che Hi-Tech non serve a nulla, nemmeno ad una pubblicità di rasoi; che Donald & Julie Go Boating e Romantic Nights sono (s)pezzoni che han del clamoroso e che I Got You Babe viene riletta con un pathos da Blade Runner ergendosi a punto più alto di un disco che fa di tutto per dimostrarsi sciocco quando invece nuota nello spleen più magmatico. L’avvilupparsi del ritornello riporta appunto a Dave Stewart & Barbara Gaskin e alla loro rilettura di It’s My Party. Sovviene certa amputata Canterbury, magari stirata a novanta gradi, sovviene che eri giovane e mica te la potevi permettere una malinconia così. Fairnie sussurra sornione mentre la di lui moglie piange lacrime radioattive con un vestitino da discount. La ascolto in loop da qualcosa come 20 minuti e mi chiedo quanta gioia vi sia nel fingere di avere una sola dimensione per portare a casa il risultato quando anche una canzone come Angels Of Mercy sfuma con un aplomb da riso amaro su un blues fantasma. Tanz Bambolina.

Da allora e per sempre non vi sarà più nulla a nome Techno Twins. Tolto un calembour sonico a nome Techno Orchestra (Casualtease – Street Tunes, 1982) dove andranno a rileggere Lili Marleen – ribattezzata Lily Marlene – da par loro, con la casata degli Asburgo ad azzannare i glutei e una autoctona Berlin Ballerina declinata minimal a far pendant. Si chiuderà lì, su quei preset figli di un Korg minore, con la bizzarra coppia pronta a defilarsi giusto un attimo prima che tutti gli inferociti Blitz Kids andassero a prendere possesso delle classifiche. Essere dimenticati è un lusso, dimenticare una virtù. E ora sono qui dunque, a grattarmi gli occhi umidi senza manco un barattolo di Amuchina a farmi compagnia. It’s my party and I cry if I want to, certo.

P.S. “La cosa che più odio di me stesso è la completa incapacità di ricavare soldi dai miei progetti” dirà Steve Fairnie (riciclatosi come insegnante) prima di morire per un attacco d’asma mentre passeggiava in compagnia dei suoi alunni.

Michele Benetello

I don’t want to get bitter, I want us to get better

Troop zero è un piccolo film consigliatomi dall’amico Massimo Sterpi, impareggiabile firma “cinematografica” di questa pagina, e la gara per trovare degli aggettivi adatti a descriverlo è improba. Bislacco, buffo, commovente, divertente con un finale fantastico e la musica più bella del mondo a sottolinearlo (a mio contestabilissimo parere ovviamente).
Mi ha fatto sentire meglio.
Negli occhi della protagonista Christmas (!) la caparbietà e uno sguardo che non si pone limiti, che si spinge dove altri non sanno neanche si possa arrivare.
Quello sguardo come radici di alberi che si irradiano silenziose (beh, mica sempre silenziose) in mille imprevedibili direzioni diverse e di cui ritrovo quotidiano esempio nella giovane extraterrestre che condivide il mio spazio osservandone le incomprensibili traiettorie evolutive e capendoci molto poco o forse nulla.
Ma ringrazio il fato, Buddha, Dio, Alex Chilton, Liz Fraser o qualsiasi altra entità ultraterrena in cui si voglia credere per avermi portato a vivere quest’ avventura spaventosamente affascinante.

Con le consuete sinapsi irrecuperabilmente compromesse e immerse in un brodo primordiale dove anche l’avvistamento di arance e limoni sul banchetto dell’alimentari sotto casa gestito dal taciturno Samir mi porta a pensare agli Xtc più che a spremute o succhi mi sono piantato davanti al bidone dell’umido e, ragionando sulle molte fantastiche interpreti di cui ho avuto la fortuna di testimoniare la grandezza sotto un palco, il pensiero di due in particolare mi è salito alla mente un attimo prima di essere riassemblato dolorosamente da un suv che sparava “Andrà tutto bene” a volume irragionevole.
C’è stato un periodo che considero veramente fondamentale nel mio personalissimo tragitto ed è quello che va da fine anni 80 a meta degli anni 90.
Leggerezza e passione, entusiasmi mai più rivissuti in quella misura anche se sempre di piccoli Peter Pan stiamo parlando, in realtà fortunatamente condannati a non crescere mai, e a portarsi dietro un bagaglio di memorie che si riaccendono emotivamente a comando su una frase, una musica, una foto.
Ci sono condanne peggiori.
In quel periodo parve naturale sfidare il gelo albionico, mascherato da primavera solo per il calendario, per concentrare in pochi giorni una serie di concerti tale da farmi azzerare la salivazione ancora oggi e un pellegrinaggio incessante nei pagani luoghi di culto di noi adepti.
Fall, Moose, Mercury Rev, Ride, Catherine Wheel, Curve, Adorable, Moonshake e.. Polly.
Nelle analogiche tasche pre google note dei miei jeans trovava albergo un foglietto a quadretti dove era riportata una lunga lista di oggetti vinilici tra i quali accanto al nome Dry campeggiava fieramente un n. 9. Pazzo sì ma in buona compagnia.

In Neals yd ammirai le tavole da skate al piano superiore e mi incantai a riconoscere le firme sulla bassa volta di Rough Trade. Il commesso non batté ciglio alla mia richiesta inconsueta, album in versione elettrica ed acustica in tiratura limitata. Mi sembrava di investire sull’arca dell’alleanza praticamente.
Più tardi, sfuggiti per un pelo all’ipotermia, venimmo ospitati nell’aula magna della Ulu dove potei certificare la potenza e la promessa di quella giovane struccata in striminzito giubbotto di pelle dagli occhi dardeggianti e voce affatto titubante.

Dana Margolin ha corti capelli biondi e vive ancora a Brighton, vicina alla spiaggia.
Ha nella testa e nel cuore parole e suoni che rimandano a quando rumore e melodia si sposavano assumendo forme sempre nuove e dalle quali ci facevamo avvinghiare felici in un tempo lontano da tutta questa amarezza.

I don’t want to get bitter
I want us to get better
I want us to be kinder

Dana urla e sussurra testi dedicati o, meglio, intimati ad una She che non si sa se reputare fortunata o meno ad essere bersaglio di tale animosità ma forse l’importante è essere veicolo ed oggetto di cotanta passione che dell’indifferenza non sappiamo che farcene.
Proprio come le improbabili eroine di Troop Zero.

And I forget what I came here for
I forget what I stay here for
And I’m wasting your time

Perché una volta che saremo usciti da questa sospensione malsana è giusto che l’indifferenza e l’amarezza non trovino più domicilio qui. Abbiamo mille abbracci in sospeso, bottiglie da stappare, extraterrestri da osservare preoccupati ed estasiati sulla spiaggia di Brighton o nei parcheggi delle nostre periferie, non importa.

I don’t want to get bitter
I want us to get better

Massimiliano Bucchieri

I dischi che piacciono solo a me, credo #54

Butterfly ChildThe Honeymoon Suite (Dedicated, 1995)

Il casello dell’autostrada chiamava come una sirena annoiata, la fila di Tir zigzaganti in una sorta di gara a chi ce l’avesse più lungo (il rimorchio) non invogliava il sorpasso sebbene fremessi per lasciarmeli alle spalle in una sorta di illusoria supremazia sociale, ultimo rifugio degli stronzi. È che quel capodanno di metà anni novanta stava tirando le cuoia: sul nulla. Non avrebbero nemmeno dovuto esserci i Tir in quella fredda serata che si preparava a festeggiare su nubi cupe e divertimenti immersi nell’azoto liquido. Ma nemmeno io avrei dovuto effettuare quella delinquenziale inversione a U solo per approcciare un autogrill visto all’ultimo minuto. Avevo terminato le sigarette e una rabbia famelica stava montando come schiuma di estintore. Non dicevamo una parola. ‘Nè una sola’. Manco una. Era per quello che la radio si attorcigliava sotto i miei polpastrelli in uno zapping sciocco e querulo dove spezzoni di Last Christmas, risate isteriche e ciance di nullo conto si sovrapponevano creando un bolo di silenzio. Segnale Morse afono ma almeno non ci costringeva a parlare. Li avrei ammazzati quegli speaker sbrodolanti, pagati per diffondere divertimenti di seconda mano alle 23,30 di un 31 dicembre del cazzo. Avevo bisogno di trovare qualcosa che fosse più in linea con il momento, con quell’impasse che stavamo vivendo, con tutto il disagio emotivo che immaginavo a seguire. Usavo le cassette come oggi si usano gli emoticon, qualcosa di immediato che servisse per segnalare, perimetrare, disporre, chiamare. Chiudere anche. Terminare. Rovistai con la mano destra sotto il sedile posteriore, dove si appisolava – nascosto – il portacassette, piccolo scrigno che non mi abbandonava mai e al quale iniettavo sempre nuova linfa vitale. Le parole rimanevano ferme lì, bloccate sull’uscio di un ugola arsa.

Magari oltre alle sigarette avrei potuto farmi una Sambuca, pensai. Visto che non vi era stato alcun cenone di prammatica, che quella serata si era ingarbugliata su una noia rabbiosa e parvenze di futuro non si profilavano al’orizzonte una Sambuca sembrava l’antibiotico più adatto. Del resto è Capodanno, chi vuoi che ci sia in giro, oltre a quei bestioni di metallo su ruote o qualche disperato come noi? In cuor nostro sapevamo che non si poteva andare ancora avanti tanto in quelle condizioni. Sembravamo malati. Malati ma incapaci di staccare la spina. Guardavo i Tir con la consapevolezza che i loro ritorni a casa, affrettati e forse a loro modo felici, non avevano nulla in comune con la mia serata senza manco una lenticchia o un prosit. Li immaginavo sulla strada per quell’Est Europa che ancora non ci aveva azzannato le terga con la sua disperazione. Ci sembrava così lontana, dietro una cortina di ferro immaginaria che era caduta sì, ma non nelle nostre convinzioni.

Gente in maniche corte nonostante il freddo polare, gente con dei nomi quasi esoterici. Pjotr, Sergej, Petar, Augustin. Gente con i sandali e la bottiglia di vodka celata dietro il cassone del camion, tra due coperte e una rivista porno a pensare per quanti figli avesse ancora spazio la propria casa. O a lavarsi le ascelle con l’acqua gelida nei bagni di qualche posto di ristoro, salutando con un sorriso spento e gli occhi piccoli, iniettati di sangue e lampioni spenti. Vita immonda certo, ma sovente migliore della mia, che era impiantata da qualche parte e aveva bisogno di un’inversione a U, proprio come quella che avevo effettuato poco prima. Li osservavo parcheggiare negli ampi spiazzi, sperando avessero tutti qualche Ivanka o Anuta ad attenderli, una volta passati quei maledetti confini. Li fantasticavo alzare i bicchieri con la famiglia, tra un dolce fatto in casa con amore e maestria, una chiesa ortodossa, delle noci, fumo stagnante, la foto di Lenin o Tito e una congrua riserva di slivovitz da dividere con i parenti fino al quarto grado. Mi accontentavo delle Multifilter, io. E di girare in tondo, attendendo che quel benedetto scoccare di campane suonasse, per poter vidimare l’ultimo giorno dell’anno freddo come un Natale in casa Malavoglia. Quelli avevano una casa, lontana ma ce l’avevano. Io mi sentivo apolide e oltremodo insofferente. Inchiodato in un’interzona del cuore.

Scesi, acquistai due pacchetti di sigarette e all’ultimo secondo ordinai un caffè invece della sambuca, controllando con noncurante indifferenza tutti i Sergej riuniti davanti ad un bicchiere di qualcosa che – presumibilmente – era liquore alla prugna. Auguri, auguri. Pozdrav. Buon anno. Sťastný nový rok! Si salutavano tutti con una finta indifferenza, maledetti dalle occhiate dei commessi, infastiditi da quell’allegria che si accontentava di nulla, allontanandoli dal loro ritorno a casa. ‘Lo sanno tutti che in caso di pericolo si salva solo chi sa volare bene’ dirà Tiziano Ferro dopo qualche anno con una lungimiranza senza pari. Io ero impiantato a terra invece, e se ci ripenso mi si inchiodano le arterie sul guard rail. Mai passato un capodanno così di merda, a fare inversioni sulle triple corsie di un’autostrada, invidiando camionisti georgiani o del distretto di Blagoevgrad.

Tornai in auto da solo, non aveva nemmeno voluto scendere. Scorsi un viso da inquisizione e sedie elettriche, la solita irremovibile mancanza di favella. What the hell I’m doing here?

Accesi l’auto, la radio squittì quella merda di Walking On Sunshine di Katrina And The Waves che già trovavo irritante al momento della sua porca venuta e da allora e per sempre vidimerà il male. Volevo vomitare bile violacea. L’avrei preso a pugni quel frontalino così radioso nell’eruttare note. Aumentai il riscaldamento al massimo e – con il portacassette sulle ginocchia – estrassi ciò che speravo facesse al caso mio. Ci volle del tempo, tempo sottratto all’indifferenza di colei che stava scaldando con il suo regale culo il sedile del passeggero. Sembrava volessi attendere la mezzanotte nell’indecisione, ma non era così. No, non era così, semplicemente dovevo guadagnare tempo.

C’era un po’ di tutto dentro quel cubo di plastica, pezzi di esistenze che si potevano plasmare alla bisogna, giusto per raddrizzare le pieghe del cuore qualora avessero preso angolazioni di disagevole equilibrio. Ne guardai gli scomparti finemente colorati dalla lunga fila di nastri, esitando quella manciata di secondi in più che servirono a farla sbottare. Cartellino giallo per accentuata melina. Non potevo sprecare un un album e una C90, in quelle condizioni, così richiusi con cautela lo scrigno in segno di resa, avventurandomi verso casa. Non avevo voglia né di fingere allegria né di affrontare altre ore con quel Golgota addosso.

Ci salutammo sul cancello di casa con una rassegnazione d’altri tempi mentre tutt’attorno esplodevano fuochi d’artificio di campagna, colorando un orizzonte inutile. Auguri sì. Auguri anche a te. Buon anno. Poi me ne tornai verso la magione, sollevato e desideroso di portare a termine l’ascolto interrotto. Non vi era manco un pub nel catarro dove abitavo al tempo, e anche ci fosse stato ne immaginavo florilegio di ‘meu amigo Charlie Brown’, l’ultima cosa in vita di cui avevo bisogno: una spensieratezza inoculata a forza. Al buio della camera le tensioni parvero quietarsi, guidato dalle tenui luci della piastra Teac mi sentivo equidistante da qualsiasi equilibrio. Infine mi decisi: c’era un nastro arrivato in casa da qualche tempo, gentile omaggio della Dedicated in guisa di promo, genuflesso sulla mia pigrizia. Cosa saggia unire l’utile al dilettevole quando si è in un impasse mortale.

Mi erano piaciuti assai i primi passi di Joe Cassidy, umbratile cantore nordirlandese fattosi le ossa con un paio di pregevoli singoli su quella H.ark! Records di proprietà – come si può evincere dall’attinenza semantica – degli AR Kane. Dream pop terso e shoegaze oceanico, materie che non rientravano tra le mie preferenze ma con lui trovavano nuove prospettive e allora – diomio! – che The Honeymoon Suite fosse davvero la prima nuvola di suono sui cieli di quel 1996. Dal pulsare del mio materasso pensavo a quella faccia schifata mentre in lontananza gli ultimi rimasugli di fuoco esplodevano di gioia altrui. Io mi rintanavo tra i rintocchi di Mother Have Mercy invece, distillato di liquida iridescenza ambient ricamata su una parvenza di canzone pulsante di post rock. Pensavo a Joe Cassidy come un Van Morrison intento a contrastare il brit pop sventolando Astral Week. Vi sono dischi che vanno combattuti sul fondo di un bicchiere, slacciandosi la cravatta e offrendo loro il petto, immolandosi. The Honeymoon Suite è uno di quelli, e se solo una volta avete sentito puzza di bruciato provenire dal vostro cuore allora significa che l’incendio era già stato domato e che questo disco fa per voi. Per voi e le vostre braci febbricitanti che necessitano di carburante per una sprintosa ripartenza. Ne inspirai le sagome armoniche tutta la notte, giusto per vantarmi con gli amici di aver fatto le ore piccole anche io. Lasciai che i dieci brani gocciolassero in quel capodanno scudisciato di viltà. Passion Is The Only Fruit si irradiò nel silenzio con l’inclinazione di una canzone suonata per strada, l’urgenza di Cassidy colava prepotente da ogni anfratto in una fragile melanconia simil jazz, i chiaroscuri della mia camera annuivano e io proseguii con la calma del giusto.

Ghost In Your Shoulder danza in un mondo migliore come dei Dream Academy ai quali han tolto la neve di dosso. Esattamente ciò che serviva perché il sangue riprendesse a scorrere nelle vene e il cuore a pomparne velocità consona. All’arrivo di Flaming Burlesque le lacrime evaporavano lungo la via delle ore notturne. Quasi un anticipo cum grano salis di Coldplay o un angolo caldo tra i Cure di Disintegration e gli Oasis, con una tazza fumante stretta tra le mani. Cassidy unisce tutto con la sua liturgia per labbra secche, chiesa alla quale tutti ci siamo prostrati, perché per provare di avere un cuore bisogna che qualcuno venga a saccheggiarlo. Ladro che va ringraziato per averci adornato di stimmate, indossate a monito e futura memoria. Una collezione incisa sul corpo e buona per tutte le stagioni. Unwashed, Uncool si corica Boy from Ipanema per risvegliarsi Ghost In The Machine. Carolina And The Be Bop Revue bussa alla porta innevata dei Low, post rock pastorale che abbiamo abbandonato in fretta e furia, cozzando contro un mondo dove i petti sono puri e la musica guarisce.

Erano pensieri da convinzioni aliene quelli che sgorgavano alle prime luci del nuovo anno, disteso su quel materasso troppo duro, assaporando già la solitudine dei numeri primi. La mia relazione era finita lì, su quei sei minuti dove Astral Week e i Beatles si univano in un immaginario abbraccio gorgogliante ambient. Le fantasie erano finite, le speranze pure. Quella notte inspirai tutta l’aria che avevo a disposizione, acquisii coraggio e mi costruii una parvenza di scorza per affrontare i cambiamenti e il tenue mondo di Joe Cassidy, il mio Cindytalk degli anni novanta. Lasciai che fossero Deep South e i suoi rumori felpati, o la toccante Louis As Anna con il suo chill out da brughiera a farmi da guida. Da allora e per sempre. Se c’è un disco che sintetizza la perdita allora è The Honeymoon Suite, dove – a dispetto del titolo – l’abbandono assume la forma del probo. Le cose si chiudono prima che la porta sbatta con fragore. Ero pronto ad attendere, ci vuol più coraggio a prendersi la pallottola in corpo che a spararla. Mi rivolsi a Six Urchins e Botany Bay per farmi quel guscio, consapevole che grazie a quelle tenui armonie – sempre in bilico tra acustico ed elettrificato, tra un Prefab Sprout e un Costello vestito d’orchestre – avrei saputo acconsentire ai bivi altrui anche grazie alle canzoni. Soprattutto grazie alle canzoni, compagne fedeli che sanno declinarsi ovunque, persino sull’immaginaria crasi rurale tra Champagne Supernova e Kevin Rowland di Towns Come Tumblin’.

I Shall Hear In Heaven liturgica e rifinita d’archi pareva la messa di suffragio ad un amore sotto accanimento terapeutico; colsi la metafora, attendendo che chiudesse l’album in maniera perfetta, indicando la strada a come avremmo dovuto fare. Ho sempre avuto tutto il tempo del mondo per Joe Cassidy, la sua farfalla di rugiada e The Honeymoon Suite; l’avevo allora e lo conservo oggi che il mio futuro ha la parvenza di una candela che brucia da entrambe le estremità. Quella donna per dieci anni non l’ho più rivista, The Honemymoon Suite invece è ancora qui con me. Per sempre.

Michele Benetello

It can be done

Non erano capitati molti momenti da passare insieme senza una chiassosa compagnia intorno, momenti nei quali il sorriso ed il calore che sprigionavi rappresentavano una sorta di centro di gravità.
Quella notte invece il silenzio nel viaggio che affrontavamo su un’autostrada deserta era a nostra disposizione per essere colmato come più ci aggradava.
Intrisi emotivamente dei racconti di Carrie and Lowell fu semplice assestarci subito su un registro intimo come mai ci era capitato in precedenza. Avevi questa qualità, sapevi ascoltare (dio mio che rara qualità impagabile) e intervenivi sempre con un’osservazione mai banale anzi a rilanciare con ancora maggior profondità il tema affrontato.

Snocciolavamo titoli di film, dischi, libri.. emozioni, entusiasmi e delusioni mentre tu, infinitamente più giovane, prendevi nota mentalmente dei pochi nomi che facevo e che non conoscevi per poi, giorni dopo, mandarmi messaggi con le tue considerazioni su quello che eri evidentemente andato a cercare e studiare con una profondità che avrei voluto possedere alla tua età. Il casello di Borgo Panigale, neanche a dirlo, arrivò troppo presto a porre fine ad una inedita esperienza di vicinanza emotiva tanto profonda quanto spontanea.

Ricordo quando diverso tempo dopo ti affiancai in motorino, affannato con il tuo cappottone e l’onnipresente busta di dischi in mano, su via Castiglione mentre cercavi di correre da un locale all’altro nel minor tempo possibile per non perdere neanche una nota suonata.. “salta su ma sappi che sono ubriaco” lo apostrofai… “anche io Massi!” e scoppiammo a ridere mentre ci avviavamo sbilenchi verso il Covo.

Al locale ci arrivammo e questi due momenti, in mezzo ad altri, li porto in particolare nel cuore ora che è successo quello che è successo, una cosa che non riesco emotivamente ad affrontare neanche a distanza di tempo, che ha scavato un solco nel cuore di molti e che mai nessuno saprà sintetizzare in termini migliori, universali e personali, di come ha fatto Arturo sulle pagine di Rumore.

Una frase in particolare di quell’articolo è focale e riguarda il patto (forse) mefistofelico stipulato con la musica e quello che gli gira intorno. Il confine niente affatto scontato tra salvezza e dannazione.
Mi è tornato in mente in questi giorni inconcepibili ed inauditi che stiamo vivendo.
Cosa ne sarebbe di noi se non potessimo aggrapparci alla musica, ai film, ai libri che hanno punteggiato le nostre vite e quello che ci hanno insegnato o illustrato?
Senza, per dire, la tenacia di Repeater, la disperata dolcezza di Between The Bars, lo straniamento estatico di Only Shallow, la voglia di combattere e la gioia di vivere senza perdere umanità e tenerezza di Levi’s Stubbs Tears e It Can Be Done.
Non dico come mero riempimento del tempo immobile di questo periodo ma anche per non perdere di vista il senso di quello che siamo stati e che diventeremo.
Sarebbe peggio indubbiamente.
E per capire anche che, comunque, non è abbastanza. Aiuta, certo, ma non è abbastanza.
E allora?
Allora non lo so, non ho risposte, mai come in questo momento non ce ne sono.
C’è troppo in ballo.
Vite stravolte, dolore, paura, rabbia.
So solo che quei momenti dati quasi per scontati di benessere seduti in una sala cinematografica, davanti ad un palco o fuori da un locale con un bicchiere in mano nei quali saluti con un abbraccio gli amici perché un ciao è maledettamente troppo poco sono un pensiero che deve aiutarci a non perdere la lucidità e la giusta rotta.
A cui è indispensabile tornare.
Assaporando ogni dannato istante.
Può essere fatto.

Massimiliano Bucchieri

I dischi che piacciono solo a me, credo #53

Ari-UpDread More Dan Dead (Collision: Cause Of Chapter 3, 2005)

In The Beginning There Was Cagacazzi.

Ne ho incontrati di mentecatti, in questo ricettacolo di casi umani chiamato vita. E quasi tutti orbitanti attorno al mondo dell’arte, vera o presunta che sia: piccati rivoluzionari da salotto, egomaniaci Mastercard, anaffettivi attaccati al complesso di Edipo, imbrattamuri del cazzo, piccoli pezzi di guano foraggiati dalla partita iva degli antenati, compari di Campari. Gentaglia che non saprebbe pigiare il bottone dell’ascensore per tornare nella hall di un quattro stelle – prontamente recensito con stizza su Tripadvisor – ma che si sente in dovere di pontificare sullo scibile umano e che, probabilmente, in un qualsiasi paese dotato di buon senso e buon gusto sarebbe in tutt’altre faccende affaccendata. Tipo in coda per il reddito di cittadinanza urlando ‘onestah!’ mentre si vanta col fidato scudiero della sedicenne circuita nel backstage. Vi erano intere comitive di codesti agglomerati batteriologici circolanti dentro il pop rock italiota, ognuno provvisto del suo bel disagio da traslare conto terzi e della propria visione del mondo politicamente corretta – come se fosse un caffè, cristiddio – da imporre agli altri. Roba da farci una serie su Netflix, o mollarli su un bacino del Rio delle Amazzoni in attesa del Candirù. Non parlo esclusivamente dei vostri beniamini da festivalinoinoino indie o da tour dei quartieri del capoluogo provvisti di liturgico breviario alla Bono. Non solo quantomeno. Ce n’è ancora un’infinità di questi sesquipedali babbei, sebbene stiano progressivamente sparendo soppiantati da algoritmi, a dimostrazione che il progresso e la musica liquida almeno sono serviti a qualcosa. Poco, ma ce lo facciamo bastare. Sono certo abbiate anche voi la Top Ten del disagio rock italiota, la manata di ascari magni che negli anni vi hanno definitivamente atrofizzato i testicoli e fatto voltare il capo verso i Whitehouse o i Type 0 Negative (stronzo per stronzo almeno che lo sia totalmente). Inutile che fingiate di fare altro o che abbassiate il capo come se foste soggetti ad interrogazione di fine quadrimestre. Vi vedo che ce l’avete. Ne sono certo, ce l’avete eccome e dovrete portarvela appresso finchè morte (loro) non vi separi.

Come che sia questa meraviglia di Ari Up l’acquistai incidentalmente proprio da uno di questi cherubini del malessere in un mordi e fuggi che per fortuna non ebbe conseguenze se non quella di rimanermi appiccicato addosso con congruo fastidio. Mi dolgo assai nel ricordare codesti oscuri momenti, quando potremmo invece discernere di tutto il bello che il mondo delle canzoni ci ha inciso lungo tutta la spirale del dna, quindi vi chiedo di scusare lo sfogo, assicurandovi che non sono sempre così, ho anche dei difetti.

Era d’estate, come nella canzone di Sergio Endrigo. Le ultime vestigia di un’estate di metà anni zero, di quelle ancora intasate dall’entusiasmo delle possibilità. Avevo ancora il mangianastri in auto, rudimentale lettore di cassette non ancora soppiantato dal compact disc. Giusto per sottolineare il mio essere sul pezzo. Un’estate euforica ed ‘eurorica’, che quella strana moneta colorata era da non molto entrata in circolazione e tutti credevamo di avere un coefficente d’acquisto pari allo yen. Una di quelle calde come Iddio comanda e con pochi over sessanta dai pantaloni color terra di siena bruciata. Insomma, avete capito. C’eravate. C’eravate e probabilmente eravate intenti anche voi a schivare questi escrementi desossiribonucleici, magari con una bella miscela di C90 in auto (me ne ero fatta una fantastica titolata The Queen Of Eyes dove dentro cinguettavano Cha Cha Cohen e… scusate, sembro il Dottor Divago). Quelli che poi – puntualmente – vi siete ritrovati sui social. E come è dura la vita, passata in gran parte a dribblare tali emissari degli inferi. Ma non tutti i mali vengono per nuocere visto che mi imbattei nel caso umano oggetto della nostra discussione in quanto titolare di un negozio di dischi di stanza in una nota località di villeggiatura.

L’orario era quello della vasca serale sul corso, in un florilegio di tatuaggi e muscoli abbronzati, quello strano imbrunire che non è più meriggio ma non si può ancora vidimare come cena. Lo chiamano aperitivo. La porticina invogliava sebbene avesse un poster dei Blink 182, dei cofanetti strizzavano l’occhio dalle vetrine spartane, la noia bussava impellente e i Gin Tonic avrebbero tranquillamente aspettato visto che ero andato stramaledettamente lungo con i tempi. Potevo non entrare? Potevo non rimanere deluso davanti a 200 metri quadri di nulla? Anzi: di un brutto nulla? Una cattedrale nel deserto, edificata su magliette di dubbio gusto (Green Day, Skunk Anansie), cestoni da autogrill, poster che manco alla Standa dei tempi d’oro e un nulla spinto che era quasi prassi in quegli anni confusi. La discografia stava cambiando a passi veloci e nemmeno Darwin avrebbe potuto immaginarne l’evoluzione, di lì a poco. Nemmeno io, che stavo girando deluso. Delusissimo, estremamente deluso. Ero sicuro di riuscire a trovare il souvenir della vacanza (mi porto sempre a casa un disco da ogni luogo che visito) ma non c’era verso di scovare qualcosa di potabile in mezzo a quei Cardigans, Anouk, Luca Dirisio, No Doubt, dARI (ve li ricordate?) e Gazosa. A svettare su cotanto senno un probabile fan dei Muse in guisa di titolare. L’omuncolo mi scrutava sospettoso, ricambiato, in un gioco di specchi del cazzo. Illo forse pensava a una manovra di taccheggio, io invece ero certo fosse un cagacazzi epocale. Così, sulla fiducia. Sulla fiducia e su quei tratti somatici rancorosi e annoiati al limite del vilipendio. Ne ebbi conferma una volta avvicinatomi alla cassa, incuriosito da alcune vaschette con la dicitura ‘offerte’ in corpo 72. Manco fossimo stati in chiesa. Vaschette che stivavano al proprio interno a due euro (d-u-e-e-u-r-o) una bombazza di roba proveniente in massima parte della gloriosa distribuzione Wide Records (Iddio li abbia sempre in gloria, le mie preghiere serali e seriali non mancano mai di santificarne le gesta, la distribuzione e i manufatti). Cominciai a setacciare e annettermi gran parte di quel ben di Dio, un talamo dove in un meretricio di amorosi sensi le più disparate categorie della musica ‘che ci piace a noi’ s’accompagnavano. Di qualcosa ero fornito (Glomming Geek, Transmisia, Il Generale e Ludus Pinski, Yellowcake) ma parte di quel bottino era a me destinato (due nomi? Mark Stewart e la raccolta New York City Salsa). E per censo e per ‘virtute e canoscenza’. Ma non vorrei star qui a rovinarvi una giornata che immagino già incasinata di suo ergo mi concentrerò sull’espressione infastidita del sommo, visibilmente irritato dalla mia bulimica pila, pronto a piantare i gomiti sul bancone, magari credendosi Barry di Championship Vinyl. Con un’unica, piccolissima differenza: quest’ultimo spargeva per l’aere la Beta Band mentre il babbeo non aveva manco uno straccio di filodiffusione. Pezzente su tutta la linea. The Story of a Charmless Man. Sembrava gli stessi facendo un affronto personale. Lui era lì per appioppare i Luca Dirisio a bavaresi sprovveduti, non per farsi sottrarre via a due euro la Soul Jazz. Ero l’unico avventore di quell’ora che volge al desìo i commessi e forse per questo si sentì in dovere di cominciare un annoiato ma fastidioso interrogatorio che abbracciava in maniera funesta gran parte dell’umana esistenza, dai dati sensibili alla situazione sentimentale passando per il supporto fonografico preferito. Io la vedevo la legge sulla privacy – lì sotto – immolarsi con un rantolo. Era incazzato nero, l’arrogante bottegaio, e avrei davvero voluto esplodere con un tono metallico standard che “quando io ascoltavo i Dead Kennedys tu nemmeno bla bla bla”. Invece mi cassai la favella – ‘che le energie vanno sprecate per chi davvero merita – limitandomi a contare la pila sopra il bancone, seguito dalle convulse occhiate della persona che stava con me; occhiate che oscillavano dal ‘paga e andiamo via, è un babbeo’ a ‘che aspetti? Mandalo a quel paese‘. Non con queste parole. Sborsai quel foglio colorato e misi tutto dentro la capiente sacca che mi portavo appresso perché figuriamoci se il neurone aveva buste. Giammai.

Ma non poteva finire così. Lo diceva anche Ramazzotti Eros da Roma, l’uomo dalle adenoidi taurine: “e allora no non può finire qui, la vita inventerò ancora per un po’. No che non può che non può finire così, qualcuno troverò, E rinascerò” Mi bastava molto meno ma potevo capire colui che per una intera esistenza aveva anelato a una terra promessa; così – prima di uscire – perimetrando con lo sguardo la pulciosa cattedrale nel deserto sentii sibilare la mia accompagnatrice con un font chiaro ma neutrale (un Times New Roman corsivo, tipo) qualcosa che non ricordo con esattezza ma era pressochè riconducibile a ‘Ma che problemi ha questo pirla, che tu a 25 anni avevi già più dischi di questo postaccio’. ‘Già, e senza Luca Dirisio‘, mi trovai costretto a replicare.

Uscii con il mio cuoricino da ghepardo pascio, mi sentivo sollevato e libero di lanciare un’anatema al rancoroso titolare di partita Iva. Soltanto una volta arrivato a casa realizzai la portata di ciò che ero riuscito a far mio, con il valore aggiunto dato da un disco immenso e criminalmente passato sotto silenzio: quello di Ari Up. Inutile tracciarne curriculum o legami familiari, chiunque si sia mai trovato a passeggiare da queste parti ha dentro i propri scaffali l’esordio delle Slits (per inciso: sia lode e gloria a Dennis Bovell). Senza dilungarsi troppo: è cosa buona e giusta, quel disco. Così come è altrettanto buono e giusto Dread More Dan Dead, per noi, che c’abbiamo tutti un reggae da piangere. Il mio è questo. Disco enorme, provvisto di tracce in numero di 12 più un video a condire, di apertura alare congrua, di liquoroso levare in alto tasso alcolemico e di carbonara resistenza all’esposizione. Non se l’è filato nessuno, in soldoni, e sappiate che mi piange il cuore non aver potuto comunicare in alcun modo alla titolare come questa sua opera mi abbia accompagnato durante questi 15 anni. Non vi è cambio di stagione o periodo che oscilla dall’euforia alla paturnia che Dread More Dan Dead non si sparga per la casa con quel suo saltellare al sanguinaccio, quei carpiati lovers rock, quei martedì grassi di dancehall, quell’electro sguincia sotto falso nome. C’è del punk, c’è del dub, ci sono afflati politici e ninne nanne d’amore folk, colorate filastrocche e ritmati accenni jungle. C’è della techno apolide e dell’electro in candeggio. C’è tutto quel mondo di Ariane Daniela Forster che abbiamo imparato ad amare e seguire saltando in una gioiosa e giocosa ribellione sin da quell’imprescindibile ‘taglio’ sfregiato al mondo da quella meravigliosa congrega di caramello nucleare chiamata Slits. Siamo da quelle parti, solo nell’altro emisfero e con le unghie ripulite dal fango di quella copertina.

Molotov felici, lamette con i petali e guerrieri fioriti (True Warrior, dedicata al compagno deceduto), di questo è fatto Dread More Dan Dead. Un disco – nonostante tutto – pieno di gioia di vivere, come si evince sin dall’iniziale Baby Mother dove su una base di zabaione, ganja e zenzero Ari è libera di scorrazzare su prati trip hop, electro e dub&bass in una felicità contagiosa. Ma è proprio True Warrior il pezzo forte di un disco che fa della serenità la sua arma mortale, reggae ventricolare in un declamare di preghiere e amore. Un solo amore. One Love. Exterminator ha la statura di una colonna sonora post-apocalittica innescata su suoni sinistri pronti a deflagrare in pieno petto a Me Done (ma non sarebber perfetto Tiga qui dentro?) e Young Boy. Che con due canzoni così ci fai una zuppa di rocksteady. Vi vedo che state scuotendo la testa e con essa degli immaginari dreadlocks. Bashment è già un’intelaiatura trap solo che indossa le culottes di Rihanna e agita le terga negli sobborghi di Kingston. Kill Em With Love pascola sui prati del lovers rock e non ho difficoltà ad immaginarla in una top ten britannica post Brexit mentre Allergic è un Atari Teenage Ari(ot). Però no. Can’t Share suona come delle Bananarama incazzate e sia chiaro che è un complimento. Can’t Trust the Majority Mass si spiega dal titolo e dagli intricati zampilli ritmici che vi fanno sudare le orecchie. Uno strumentale di Baby Mother buono per tutte le stagioni (da James Bond a Goldie) e la traccia vocale di Me Done sigillano l’ultima avventura di Ari prima di lasciare questo mondo.

Mi manca, la smilza figlioccia di Lydon, quella che ebbe per padrini Udo Jürgens e Jon Anderson. La Baby Whitey di Woman Wheh Yu Pride ma anche la Rude Girl quattordicenne pronta a farsi insegnare da Joe Strummer i primi accordi sulla chitarra. Mi mancano le sue arrabbiature in levare e il suo carattere dinamitardo, fuori dalle righe e – spesso – talmente irragionevole da portarla ai limiti, come quando decise di crescere i due figli nella foresta del Belize, costringendosi poi a darli in affido a Nora e a Lydon in quanto incapaci di leggere e parlare correttamente. O ancora la Ari Up che, già malata – pur di non perdere i dreadlocks – rifiutò qualsiasi cura chemioterapica preferendo affidarsi ad uno stregone giamaicano. La Ariane Daniela Forster; una Typical Girl, proprio.

Sono dieci anni esatti che Ari Up non è più tra noi, e cinque in più dalla scoperta in casa dell’arrogante bottegaio, capitolato pochi mesi dopo quell’infausto giorno per manifesta inferiorità. Con lui sono spariti tutti i Luca Dirisio del mondo. Al posto dei 200 metri quadrati di nulla ora credo ci sia un negozio di cornici. Già me lo vedo quel poster dei Blink 182 racchiuso in una elegante intelaiatura del secolo scorso.

Michele Benetello

Catartica – Il mondo di prima

«Ma, tu ti ricordi il mondo di “prima”?»
«Certo che me lo ricordo, che domande… avevo più di quarant’anni quando tutto è successo.»
«Sì, lo so, certo. Ma, intendo, te lo ricordi ricordi? Nel senso, se chiudi gli occhi vedi tutto quello che mi racconti o sai che è successo? Anch’io so che esistevano i concerti nei locali, tutti ammassati a sudare assieme – che mi fa anche un po’ schifo, non so come facevate a stare tutti pigiati con un sacco di sconosciuti, bleah, ma comunque – ho visto i video, le foto, c’è tutto in rete.»
«Esatto, anche tu puoi vedere tutto quello che ho visto io. E pensa che quando ero ragazzo si fumava pure in quei posti. Tutti sudati e pure affumicati!»
«Mi fai ridere.»
«Per fortuna. Voi giovani non ridete mai, almeno, quelle poche volte che vedo dei giovani che non sia tu, mi sembrano tutti così tristi…»
«Ma no, sono solo degli atteggioni. Ma, quello che volevo dire è: ti ricordi quelle cose, tipo che puoi ancora sentirle? Sentire gli altri addosso? Le vibrazioni delle casse? Quelle vere, intendo, non la musica 32 d che sentiamo adesso che “simula” anche la vibrazione del pavimento quando ci sono certe frequenze. Intendo, le senti?»
«Certo, tesoro. Ovvio che le sento. Non si dimentica quello che si è vissuto.»
«Ma è proprio questo, papà, che vorrei capire: io dimentico. Dimentico tutto. Se non ci fosse il diario digitale che mi ricorda le cose, credo che mi dimenticherei anche le facce dei miei amici. Come fai tu a ricordare cose che sono successe più di quarant’anni fa e “sentirle” ancora?»

«Non lo so. Questa è una bella domanda. Mi viene da dire che io le ricordo perché le ho vissute così, sulla pelle, a contatto. Toccare. Una cosa che voi ragazzi del “dopo” sapete poco. Toccare a caso, toccare per sbaglio. Te l’ho raccontato mille volte dei bistrot a Parigi dove io e tua madre andavamo sempre e di dove lavoravo io: la fila fuori dalla porta e i tavoloni grandi.»
«Sì, e le tavolate con gente sconosciuta che si sedeva a dieci centimetri uno dall’altro.»
«Sì, lo so che te l’ho raccontato mille volte. E, i tavoli erano così affollati…»
«Che ci si sbatteva contro per forza.»
«E persone che non si erano mai viste si trovavano a toccarsi e, quindi, a parlarsi. Ti passavi il sale e attaccavi bottone. Ci si toccava per chiedere scusa se giravi l’angolo e, distratto, sbattevi contro qualcuno. Ci si toccava se eri in fila al pub, ai concerti, sai quanti ne ho fatti con qualcuno letteralmente appoggiato addosso? Qualcuno mai visto prima e che mai ho rivisto dopo.»
«Senza contare il sesso.»
«Già, senza contare il sesso. E che noi eravamo più bacchettoni dei nostri genitori, ma era normalissimo incontrare una al bar e finirci a letto e, magari, non incrociarla più per anni. O mai.»
«I miei compagni di facoltà ci farebbero la firma col sangue e poter tornare indietro di una trentina d’anni, al 2010 o giù di lì. Mi ricordo quella foto: come si chiama il locale in cui andavi sempre e c’era la fila sulle scale per entrare?
«Il Covo, a Bologna.»
«Vero. E quello della maglietta dei METZ che mi hai regalato? Non l’avevi comprata sempre a un concerto?»
«Sì, certo. Al Freakout. Ne sono uscito con un orecchio che mi fischiava e non ha smesso per due giorni. Avevo paura di essere diventato sordo.»
«Ah ah ah, che matti che dovevate essere. Forse per questo ti ricordi le cose: perché eravate matti.»
«No, amore, me le ricordo perché le ho sulla pelle, perché si vivevano con la pelle e sulla pelle. Perché tutto era toccare ed essere toccati, dentro e fuori.»

«Vorrei che mi abbracciassi, papà.»
«Presto amore, appena torni a casa.»
«Quest’anno sembra che non sia particolarmente aggressivo. Dicono che forse coi primi caldi si potrà addirittura uscire senza tuta.»
«Lo so, l’ho sentito anch’io.»
«Non mi dire che ti sei rimesso a guardare i telegiornali!»
«No, no, tranquilla: è da metà anni ‘20 che non guardo un tg, da poco dopo che sei nata tu. Tua madre m’informa. La rete non posso staccarla che è obbligatoria, e poi senza non potrei vedere te. Anche se vederti attraverso lo schermo…»
«Lo so, lo so, papà che ti disturba.»
«Non è che mi disturba, è che poi mi manchi.»
«E ti ricorda di quando tutto è cominciato e tu eri a Bologna e la mamma a Parigi e per settimane…»
«Mesi, amore. Sono stati mesi.»
«Per mesi, dai però solo un paio…»
«I due mesi più lunghi della mia vita.»
«Per mesi vi siete visti solo attraverso lo schermo del portatile. Pensa che almeno adesso con la tecnologia che c’è possiamo simulare un sacco di cose. Con gli ologrammi possiamo guardarci non solo in faccia. Anzi, tiene bene la rete lì in mezzo al niente dove state tu e mamma? Se il segnale oggi è forte ci facciamo una passeggiata?»
«Sì, il segnale è al massimo e poi io e tua madre non stiamo in mezzo al niente, la casa della nonna te la godresti anche tu adesso: io stamattina ero fuori a tagliare l’erba del prato e sentivo gli uccelli cantare, il rumore del torrente che scroscia. A loro non gliene frega mica niente di noi chiusi nelle nostre tane per paura del virus…»
«Hai ragione, lì è bellissimo. Allora, andiamo?»
«Si, dai, Sofia. Dove?»
«Bosco? Città? New York del ’30. Del ’30 del ‘900 intendo, e andiamo a vedere se incrociamo Capote?»
«No, no, ormai l’algoritmo l’ha capito e quando ci vediamo lì se non sbatto contro Capote che passeggia, di sicuro vedo Hopper in un bar o c’è una lettura di Fitzgerald in qualche teatro. Ormai lo so e mi prende male.»
«Allora, dove?»
«La nostra spiaggia?»
«Sì, dai. Aspetta che preparo. Hai il casco?»
«Sì, lo metto?»
«Metti, metti che sono diventata velocissima. Un minuto e siamo sui sassi.»
«Ci sono.»

«Eccomi. Ciao papà!»
«Ciao tesoro, come sei bella!»
«Come se non ci fossimo visti fino a un secondo fa.»
«Le cose belle…»
«Bisogna dirle ogni volta che ci si pensa. Lo so, me lo ripeti da quando…»
«Hai tre anni. Lo so anch’io: mi ripeti che ti ripeto le cose da quando ho cinquant’anni. E ormai ne sono passati un bel po’.»
«Facciamo due passi? Saliamo fino alla chiesetta?»
«Sì, ho ancora abbastanza fiato, direi. E poi, mica cammino davvero, no? Senti il rumore del mare. È quello lì, quasi quello che sentivo qui venticinque anni fa.»
«La mamma sta bene?»
«Sì, è di là che cura le rose, lo sai quanto è fissata.»
«Ma non eri tu quello fissato con le rose?»
«Certo, ma mi piace dar sempre la colpa delle mie fisse a tua mamma.»
«Ah, ah, che belli che siete. E che bello sarà quando la connessione sarà abbastanza potente da poterci trovare tutti e tre assieme.»
«Che bello sarà quando potrai tornare a casa e stare un po’ con noi davvero.»
«Lo sai che verrei anche domani. Ma poi, come faccio? Due settimane di quarantena lì con voi e altre due qui quando torno. E poi costa tantissimo l’aereo.»
«Che ridere, pensa che quando ero bambino io gli aerei costavano più o meno come adesso. Appena poco di meno, ma si viaggiava tutti attaccati lo stesso. Poi, quando avevo trenta, quarant’anni volavi al costo di un pranzo fuori, spesso a meno. Una volta sono venuto in Francia per trovare tua madre e ci siamo incontrati proprio in aeroporto qui vicino e io avevo speso meno a prendere quell’aereo per fare mille e passa chilometri, che lei per un’ora di bus da Parigi. A pensarci, era un mondo strano anche quello lì, in effetti.»
«Che bello poter girare così tanto senza pensieri.»
«Sì, il mio più grande dispiacere per te, Sofia, è proprio questo: che il tuo mondo è tornato grande e lontano com’era cento anni fa, anche se completamente connesso. Siete ovunque in ogni momento, ma non potrete mai andare veramente nei posti che visitate ogni giorno con questi ologrammi e la realtà aumentata e il virtuale e tutti quei programmi che non so usare.»
«Lo so. E credo che dispiaccia più a te che a me, che a noi: per noi è sempre stato così. Non ci mette la malinconia che mette a te camminare su questi sassi e non poterli prendere in mano. Ci basta la sensazione di sprofondare coi piedi fra di loro, di più non abbiamo mai avuto ed è difficile rimpiangere ciò che non si conosce.»

«Lo spero. Io ho sempre sentito la malinconia per ciò che non conoscevo, ma, in effetti, non molti capivano questa cosa. Meglio così, spero che abbia ragione tu, amore mio. E, poi, chissà: io non smetto di sperare che tutto finirà. Noi, dopo la grande crisi abbiamo avuto qualche anno di ripresa prima del lockdown definitivo, dopo la seconda mutazione del virus.»
«Quando sono nata io, no?»
«Poco dopo. La prima era stata aggressiva ma poco contagiosa, si erano solo ristabilite le misure di contenimento della prima volta: distanze nei ristoranti, chiusi i cinema e le sale concerto, ingressi uno per uno nei negozi. È allora che tutto è cambiato. C’è chi dice che lo hanno fatto apposta, per creare questo mondo di isolati su cui dominare è ancora più facile, a cui vendere servizi diventati indispensabili come la consegna a domicilio, l’energia, internet. Io non lo so, ma mi sembra folle. Però sono vecchio e tutto mi sembra folle da molti anni. Mi sembrava folle anche allora.»
«Non sei vecchio. E, cosa ti sembrava folle allora?»
«Bah, un sacco di cose, tesoro. Gli allevamenti di maiale così intensivi da avere centomila bestie ammassate in uno sterminato capannone, animali nati e messi in un box fino al giorno del macello. O batterie di galline in gabbia, una sopra l’altra per decine di metri con luci che si accendevano per simulare il giorno e la notte per far produrre uova. E queste masse, forse, sono state colpevoli della diffusione dei virus in questo secolo: troppi animali troppo vicini e in un lampo un virus si diffondeva più della peste nel Medioevo. E tutto questo perché bisognava poter pagare un hamburger un dollaro come pubblicizzava McDonald’s, la benzina che inquinava ma doveva costare poco e per duecento anni ci siamo mossi e scaldati bruciando petrolio e gas, come se le tecnologie non permettessero altro.»
«In effetti, non era un mondo molto sensato neanche allora.»
«No, non lo era e credo sia questa la causa del mondo in cui vivi tu: quello che vi abbiamo lasciato è la spazzatura di un secolo, di quando vivevamo prima da irresponsabili perché ignoranti e poi da irresponsabili colpevoli perché sapevamo cosa stavamo facendo al pianeta, ma lo facevamo lo stesso perché le regole del mercato volevano così.»
«E la Terra si è ribellata.»
«In un certo senso, sì. Non credo che il pianeta possa avere una coscienza e aver prodotto un virus per farci fuori, però la storia è andata così: abbiamo spinto troppo sull’acceleratore, ci siamo allontanati troppo dalle leggi del pianeta e come Icaro al cospetto del sole cadde, così noi abbiamo creato le nostre condanne. E, adesso, tesoro mio, ve le beccate voi. E a me questo spezza il cuore e lo stomaco.»
«Non è colpa tua.»
«No, ma è stata colpa nostra. Di chi ha la mia età e rideva di chi profetizzava catastrofi. Lo sai che a fine anni Ottanta facevo il volontario per il WWF? Ero solo un bambino, ma avevo letto un articolo su di un giornale che diceva che con quel ritmo di inquinamento, nel giro di cinquant’anni Berlino avrebbe avuto la temperatura di Bagdad. Allora, prima del 1990, a Berlino la temperatura d’inverno scendeva di venti gradi sotto lo zero e più e tutti a sbeffeggiare chi la pensava come quel giornalista e chi parlava di ambiente, di coscienza. Poi cominciò davvero a fare sempre più caldo, ma quasi ci piaceva poter star seduti fuori dal bar in tutte le stagioni. Poi cominciammo a preoccuparci, ma era già troppo tardi e malgrado tutto, tanti continuavano a deridere chi faceva la raccolta differenziata della spazzatura, chi stava attento a cosa comprava, chi parlava di etica dei consumi. Oggi a Berlino a gennaio si gira con la giacca di pelle e d’estate si superano i 40 gradi, poco diverso da com’era Bagdad nel 1990. Siamo stati prima stupidi e poi criminali. E questa è la colpa che le generazioni della fine del ‘900 devono portare addosso.»

«Ma non è colpa tua, papà. Non puoi tormentarti per questo.»
«Sarebbe comunque inutile: troppo tardi. Chissà che la lezione sia servita. Chissà se la gente capirà. Chissà se questo sistema pazzo finirà. Forse, per fortuna, siamo alla fine; forse voi farete in tempo a vedere un mondo diverso, a fare un mondo diverso: quello che io ho sognato tanto tempo fa, quello che noi vecchi non siamo più in grado di pensare.»
«Chissà. Chissà se sapremo come si fa a stare fuori casa tanto tempo.»
«Già, chissà. Ma io lo sogno ogni notte. Lo sogno per te. Vorrei che potessi camminare su questa spiaggia e fermarti a raccogliere un sasso, sentirlo freddo e liscio nel palmo della tua mano e poi lanciarlo in acqua, contro un’onda, solo per il gusto di farlo. Perché tanto l’onda lo ributterà sugli altri, qui sulla spiaggia.»
«Papà, va tutto bene? Mi sembri triste.»
«No, tesoro, tutto bene. Sono solo un vecchio rimbambito e mi commuovo a pensare a certe cose. Quando sarò del tutto rincretinito che mi verranno i lacrimoni per ogni cosa, buttami nel mare!»
«Ah, ah, che tipo che sei. Che bella la vista da quassù. E senti che vento freddo.»
«La prima volta io e tua madre ci siamo seduti proprio qui e c’era un vento spaventoso e abbiamo parlato di te. Ancora non sapevamo se ti saresti chiamata Emma o Sofia.»
«Fu quella volta che dovevate andare a Parigi e poi tu hai deciso di venire a Nord per vedere il mare?»
«Sì, quel magnifico colpo di testa. E tua madre, che non è poi tanto seria come sembra, faceva quella che “forse non è il caso” ma non stava nella pelle e l’ha trovato lei questo posto. Lei è sempre stata magica per trovare la meraviglia che gli altri non vedono, quella dietro l’angolo di cui nessuno si accorge.»
«Che bello quando mi racconti, papà. Io sono stata qui da piccola, vero? Intendo qui per davvero.»
«Sì, certo: ogni anno finché si è potuto siamo venuti qui tutti e tre. Direi ameno tre volte o quattro. Ma dovresti chiedere alla mamma, lei si ricorda tutto, altro che io. Noi venivamo qui ogni anno e abbiamo continuato con te.»
«Vorrei abbracciarti, papà.»
«Non sai quanto lo vorrei io. È per questo che poi questo coso dell’ologramma mi mette di malumore. Ti vedo a un palmo da me ma non posso toccarti. Lo sai, noi vecchi che tutto passa per la pelle contro la pelle non ce ne facciamo una ragione.»
«Ma smettila di dire che sei vecchio, papà: hai sessant’anni. Ma anche io non vedo l’ora di stringerti.»
«Sessanta passati e volati. E mi sento vecchio, ma non importa. Guarda che onda, laggiù! Qui si veniva a fare surf, una volta abbiamo visto due ragazzi che avranno avuto la tua età uscire dal mare con il surf a febbraio, o marzo. Faceva un freddo che noi stavamo sulla spiaggia coi cappotti e loro erano andati a farsi una surfata.
Allora, te l’ho già chiesto, ma quando pensi ti fermarti un po’ a casa?»
«Non lo so. Forse per Pasqua. Se riesco a organizzarmi con gli esami e la tesi posso stare tutto il tempo che serve per fare la quarantena da voi e poi di nuovo da me a casa. Per l’università non c’è problema, però dipende da come continuerà in queste settimane.»
«Da com’è quest’anno. Ovviamente.»
«Dicono che forse non sarà brutto come quello dell’anno scorso.»
«Dicono così. Speriamo sia così. Che bel sorriso che hai, Sofia.»
«Che bella luce. Inizia a tramontare il sole.»
«Sì, magnifica. Sembra vera.»

Fabio Rodda

I dischi che piacciono solo a me, credo #52

Alice In SexlandAlice In Sexland (Casal Gajardo 1991)

Inutile accapigliarsi nel fare approfondite ricerche in rete, vi trovereste sommersi da pagine di manga giapponesi (quando va bene, dacchè esiste un fumetto con un nome simile) o di porno fantasioso ed equilibrista (e non è detto che sia un male). Non sono state tramandate notizie in misura abbondante e congrua riguardo quel disco da pomi d’ottone e manici di scopa a nome Alice In Sexland, banda inspiegabilmente scomparsa tra le pieghe del tempo a dispetto di un esordio incredibilmente variegato. Godurioso assai aggiungo, e che potrebbe fare la gioia di tutti i trenta-e-qualcosa innamorati dell’indie rock più sbilenco e inclassificabile. Gli Alice in Sexland, già. Banda che sei lustri orsono, mese più mese meno, era la ‘grande cosa’ sotterranea del rock italiano. Ma grande davvero, per quanto apostrofarli semplicemente rock sia delitto di lesa maestà dinanzi a cotante diagonali armonie. Eravamo tutti convinti fossero destinati a gloria magna, capitalizzando intuizioni personali che pochi – allora come oggi – avevano avuto il coraggio di affontare. Invece la vita è come è perché è stata come è stata e Alice rimane nome dimenticato, scivolato a valle, nascosto da tonnellate di ciarpame ‘italiano cantato in italiano’ di cui i mercatini van ghiotti (nel pagarveli 3 euro) e fieri (nel rivenderveli a 25). Ed è un peccato – ma anche una fortuna per gli sprovvisti, magari a causa di striminzita anagrafe – che al costo di un foglio da cinque possiate ancora portarvi a casa questo incanto nel fulgore del vinile gatefold.

Il 1990, anno sabbatico e screamadelico, guado e Giano Bifronte tra un prima rigido e conservatore e un dopo anarchico e (volendo) danzabile. Gli Alice In Sexland erano lì, perennemente in equilibrio, indecisi sulla direzione da intraprendere e per questo pronti a crearne una interamente ascrivibile a loro. Laddove tutti diaframmaticamente litfi(s)bavavano loro andavano ad abbeverarsi in mari di LSD & MDMA, di heavy appuntito, progressive saltellante, cantautorato eccentrico (chi ha detto Kevin Ayers?) e di ritmiche indolenti. Un casino, insomma. Ma un casino bello, eccitante, strappamutande, persino fastidioso nella sua bulimia sonora. Misteriosi, sessualmente arroganti, mancuniani nei fraseggi, prog(ressisti) nelle involuzioni. Insomma: unici in un panorama che davvero stava cominciando a creare scene, scenette e canoni standardizzati. Parevano una comune di viveur in bolletta, guidata da quel Michael Hutchence nebbioso a nome Davide ‘Marte’ Martinello, sempre Eight Miles High e dal personale vocabolario convesso che puntualmente si riversava nelle fumose liriche da bardo seicentesco. Credo di averli visti in azione una mezza dozzina di volte, all’epoca, e credo che in nessuna di queste volte io mi sia sentito soddisfatto appieno. Non mi piacevano, o meglio: non li capivo. Troppo molli per il mio sciocco sentire asserragliato su un sistema binario che andava da 808 State a EON e viceversa. Eppure continuavo a seguirne le gesta sui palchi; intrigavano, ammaliavano, erano una sorpresa continua. Potevano incazzarsi tra loro (accadde: al Fener Music Festival) e poi raccontare fiabe surreali di copule tra gufi e civette. Ma era il 1990, no? Dove nulla era vero ma tutto era permesso; anche avere la lungimiranza magna di acquistarne comunque il debutto (uscito dopo Let’s Roll Another One, nastro autoprodotto) e provare ad approcciarli cum grano salis al ritorno dal negozio, nel caldo della fumosa magione. Ed è lì, tra quei tormentati scaffali e quel bradisismico periodo, che ne compresi la reale grandezza venendo risucchiato dentro i solchi di un mondo surreale.

Prodotto da Carlo Casale di Frigidaire Tango fama assieme a Alessandro Pizzin dei Ruins l’eponimo debutto su ellepi dei transumanti rockers di stanza tra Padova e Rovigo (indecisi anche nella geografia) è davvero qualcosa di alieno e avverso per l’Italia di quegli anni. E come provare ad innescarveli addosso senza usare iperboli fuori luogo o sembrare il solito vetusto retromane? Immaginate la recente svolta dei Jennifer Gentle soltanto con un amore a sottendere verso band del sottobosco coevo (Telescopes, Thousand Yard Stare). Immaginate gli immensi e autoctoni Gurubanana/NanaBang (ne parleremo approfonditamente, prima o poi). Immaginate un inconsapevole anticipo di Janes’s Addiction e Flaming Lips (assieme) o un Syd Barrett felice d’ecstasy ai tempi del Madchester. Immaginate i Teardrop Explodes (quelli di Everybody Wants To Shag, ovvio) assieme a Le Orme di Verità Nascoste e gli Eat di Sell Me A God. O i They Might Be Giants nati nel delta del Po(p). O. Immaginate, potete. Psichedelici loro malgrado, pop in senso lato, heavy nelle sortite, lenti ma capaci di accelerazioni armoniche improvvise. Freaks in un mondo di rockers, con glam e un po’ di Canterbury nella zip dei pantaloni e organetti Doors/Inspiral Carpets a massaggiar loro il culo mentre ficcano le dita nel naso degli Yes. La porca Alice è questo, ma è anche molto di più. È l’indugiare in lunghe suite o in canzoncine perverse, è una sorta di indecisa gang bang tra il Banco del Mutuo Soccorso e i primissimi Blur, è un’invasione di arpeggi, accordi, cambi di tempo. E pop. Tanto pop. Ma un pop che viene da lontano e forse neanche dall’America (ma ci sono i Doors) che è lontana, dall’altra parte della luna. Facile allora farsi prendere la mano da fantasmi albionici: e se di Barrett e Ayers già s’è detto (ma loro non sarebbero d’accordo) vi aggiungo coriandoli baggy di Donovan col Fentanyl. L’Italia comincia ad accorgersene in quel sgomitare di decennio, il pubblico accorre sempre più numeroso, finiscono addirittura alla TV cecoslovacca per un esibizione che ancor si mormora ‘fantasiosa’. È tutto pronto, manca il disco. Sono appunto i corregionali Casale e Pizzin a prendere in mano e imbottigliare l’esotica essenza freak del quartetto (con l’innesto alla batteria di J.M. Le Baptiste di Frigidaire Tango) in studio. Ne emergono, tra doppisensi hardcore e pericolose marcette pallide, con una meraviglia unica, simil-paisley e irripetibile. Difatti non si ripeterà.

Ornato da una copertina a metà tra un manga tetragono (eccoli), un’opera incline a Emerson Lake & Palmer o Yes e una sigla per cartoni animati bizzarri si entra subito nel mondo strampalato e bislacco di questi bizzarri Duchi della Stratosfera padana. Quarantasei secondi di intro psych come il caramello che cola dalle cosce di Judy Garland e già partono fuochi colorati con la suprema End Of His Nose dove già ti immagini al Marquee nel 1974 a sputare sangue e sudore sopra un riff killer sul quale Marte cerca disperatamente la sua Alabama Song prima che la canzone svicoli altrove, rincorsa dai nostri. Che inseriscono anarchici spezzoni di XTC, Walt Disney (Bibbidi Bobbidi Boo!), un ponte (di corde) che oscilla pericolante tra Santana e la Mahavishnu Orchestra e una chiusura che profuma di patchouli. Ma mica è finita, aspirate profondamente e rilassatevi davanti a quella Hail To Thee che dorme serena e umida tra le lenzuola del Morrison Hotel prima di trasformarsi in qualcosa di croccante alla Happy Mondays. Non fai in tempo a gioirne che The Sentinel spariglia. Farebbe invidia a Damon Albarn o al pardo Jason Pierce ma è troppo pigra per sventolar loro addosso cotante armonie. Ladies and Gentlemen we are floating in Sexland. Svogliata e svagata si invola dalle parti di una immaginaria marcetta sudista da blues cubico diretto da Julian Cope. This is the story, this is the glory. The story and the glory will never die. Cadere nei misteri e nel bianconiglio superdotato che si fa giga irlandese di Do You Believe In Magic? o ancora nella dermatite da solchi Gong di The Itch-Hitcher (And The Legendary Discovery Of The Water) è un’esperienza lisergica e sibillina. I sei minuti di Spiderella si vestono malsani e balcanici dentro una filastrocca buona per uno spezzone drogato di Fantasia diretto da Stan Ridgway o soltanto i Mekons di Crime And Punishment. Sei minuti nei quali cambiano timbro e registro più volte innestandovi un rizoma di pop italiano ai limiti del prog e della PFM. O Here I Am! che chiude in bellezza tra strani drappi di brit pop d’ansie. Avete l’emicrania, vero?

Parrebbe fatta dinanzi a cotanto (fuori di) senno armonico, eppure, nonostante una bulimica caccia da parte delle etichette, la cosa non quaglia e anzi: Marte – vero direttore d’orchestra del pornazzo – è insofferente, si tuffa nell’elettronica, poi riemerge ma ha fame di suoni. Si sciolgono, anzi no. Si fermano tre anni, un’enormità per la grande corsa del treno rock and roll. Quando tornano, nel 1995, con il nome Aliceversa e la forzata conversione all’italico idioma è finito tutto. “Perché di solito Alice dava degli ottimi consigli, poi però li seguiva raramente”. O solamente perché dopo un orgasmo vi è un fisiologico periodo refrattario a seguire. Ore Disturbate (Pick Up, 1995) perde tutta la rubiconda follia dell’esordio assestandosi su una onorata manovalanza in odor di rassicurante e metallico hard prog.

Di Alice si sono perse le tracce suppergiù 25 anni fa tra un Brucaliffo, una Lepre Marzolina, un Cappellaio Matto e le più disparate categorie di Youporn, dove qualcuno – magari svagato come questi Paperoga del pop italiano – ci inserisce pure Blonde On Blonde. Le otto tracce di Alice In Sexland invece si spargono ancora ariose, bizzarre e contemporanee oggi più di allora, nonostante i quasi trent’anni di onorata – seppur vergognosa – sottoesposizione. Provatelo. Il sottoscritto, Xhamster e il Gatto del Cheshire lo consigliano assai. Credo dovreste essercene grati.

Bada al senso, e i suoni baderanno a se stessi” (Lewis Carroll)

Michele Benetello

Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori (F. De Andrè) – Utopie/Distopie

Edi Rama era stato eletto solo sei mesi prima, ma il suo discorso a Strasburgo aveva lasciato tutti a bocca aperta. Pareva di vedere Nikita Kruscev alla famosa assemblea dell’Onu: si sia tolto o meno quella scarpa, il Segretario del Partito Comunista Sovietico, il 12 ottobre 1960, era entrato nella Storia e così il pugno sul tavolo di Rama, che aveva fatto sobbalzare la solitamente impassibile Von Der Leyen e aveva fatto buttare a terra, sdegnata, l’auricolare alla conterranea Angela Merkel.

E pensare che tutto era nato meno di due anni prima da un’uscita poco felice, alle orecchie teutoniche, del Presidente francese, banchiere e non certo socialista, Emmanuel Macron che in crisi con la sua Francia invasa dal virus, come quasi tutta l’Europa mediterranea, aveva sbottato contro gli atteggiamenti protezionisti della Banca Centrale Europea e dei Paesi del Nord, come sempre modello di bravura nel tenere i conti pubblici e nel far funzionare le loro economie.
E proprio il francese, non certo noto per il coraggio e la vocazione popolare, aveva spostato involontariamente il mattoncino nella fortezza. Altre frasi quasi di circostanza, forse addirittura involontarie, avevano saldato una silenziosa solidarietà nascente: il Presidente del Consiglio italiano Giuseppe Conte, uomo politico arrivato al potere quasi per caso sulla spinta di un partito nato e morto nel giro di un decennio, e diventato un pezzo della Storia italiana a causa di una pandemia, si era rivolto alla donna più potente d’Europa, accusandola di guardare la realtà di oggi con gli occhiali di dieci anni fa. Poi, fu il Primo Ministro albanese Edi Rama, con un discorso in italiano il giorno in cui inviava medici proprio nella vicina Italia martoriata dal Covid19, a mettere nel muro dell’Unione Europea il famoso picchetto che di lì a poco avrebbe cambiato tutto. Un discorso così semplice ma così intenso e vero che il Presidente italiano Mattarella lo chiamò al telefono il giorno stesso per ringraziarlo. E così dalla Grecia, dal Portogallo. E, in serata, anche lo snob e ricco Macron.

La pandemia durò mesi, fu un periodo molto duro che tutti ricordiamo: famiglie divise, migliaia di morti, frontiere di nuovo innalzate. Ma, soprattutto, un’economia in ginocchio come nessuno poteva ricordare di aver visto.
Dell’Europa rimaneva solo l’unione economica. Ma, nella realtà, nemmeno quella: il Nord, meno colpito dal virus e dall’economia più stabile, guidato dalla Germania si oppose a politiche di apertura verso i Paesi più in difficoltà. Dopo un iniziale collaborazione con l’emissione degli EuroBond, quasi imposta da Italia, Francia e Spagna che avevano indirizzato una comune missiva al Presidente del Consiglio europeo Charles Michel in cui si chiedeva l’emissione dei titoli per cinquecento miliardi di euro, ed erano, per la prima volta, passati a fare la voce grossa ricordando che i dieci Paesi della fascia mediterranea producevano il 60% del Pil dell’Unione, a cui di certo non si voleva rinunciare; dopo questa prima misura, la Germania, spinta soprattutto dal governo olandese, aveva iniziato a fare dichiarazioni sul dover chiudere i rubinetti e sul non voler pagare la crisi di Paesi deboli. Ma il 60% del Pil faceva gola, anzi: era necessario e non ci si poteva rinunciare.
E l’Europa non rinunciò, ma col solito malumore da maestrina costretta, emise quei titoli che furono salvagente di economie altrimenti destinate alla catastrofe. Ma non bastava: occorreva rivedere le regole, occorreva poter investire in sanità pubblica, qualcuno tornò a invocare la nazionalizzazione delle imprese strategiche per poter far fronte, come non si era potuto durante la pandemia, a una crisi mai prevista dal libero mercato, mai prima di allora messo così in discussione. Keynes tornò di moda, si parlava di nuovo di marxismo, di bene pubblico al di sopra di quello privato. Qualcuno, addirittura, iniziò ad alzare la voce contro l’inutile investimento militare: cosa ce ne facciamo di finanziare con miliardi di euro i nostri eserciti se ancora abbiamo le basi americane sul nostro suolo a controllarci? Voci che correvano, amplificate dai quotidiani nazionali, innalzando il malcontento generale.
Settori vitali per alcuni Paesi come il turismo per l’Italia, in ginocchio, spostamenti crollati dell’80%, ristoranti che non riuscivano a riaprire, piccole e medie imprese che dichiaravano bancarotta. Già, cosa ce ne facciamo di miliardi investiti in spese militari, quando comunque non possiamo che essere sudditi degli USA, o dover uscire dalla NATO? E come ne usciamo da questa crisi, se non possiamo accettare che per anni non potremo stare nei parametri imposti dalla Banca Centrale Europea? E chi se ne frega di salvare le banche d’affari se non abbiamo i soldi per costruire nuovi ospedali? E l’istruzione gratuita e garantita per tutti, che fine aveva fatto? I milioni agli ospedali privati in Lombardia mentre quelli pubblici chiudevano, le università sempre più abbandonate a favore di aziende straniere mascherate da college, i soldi per far le strade che non c’erano, ma quelli per comprare armi che mai avremmo usato dagli “amici” americani, sì.
L’Europa bolliva.

E chissà chi fu il primo ad alzare il telefono per dirlo senza mezzi termini: facciamo fuori il Nord. Lasciamo quei cazzo di Calvinisti al loro onanismo intellettuale su quanto sono bravi e ligi. Fanculo: noi, insieme, siamo più potenti di loro. Tutta l’arte del mondo è qui da noi, tutta la bellezza dell’Europa è qui da noi. Tutto il sole dell’Europa è qui da noi. Fanculo! E al mare ci vadano in Danimarca, i fenomeni!
Chissà se il tono fu questo e chissà da chi, fantastoria o, come si diceva negli anni novanta, dietrologia.
Non possiamo sapere chi fu a chiamare chi, ma sappiamo che ci fu un primo incontro “informale” a Parigi e poi altri a Roma, Tirana, Madrid, Barcellona, Lisbona, Atene. E poi in Estonia, Cipro, Malta, Romania. E, infine, a Dublino, che di stare fuori da quello che stava nascendo, con l’ex Impero Britannico in mutande dopo la folle brexit e i suoi effetti disastrosi e oramai totalmente schiava degli Stati Uniti, non ne voleva proprio sapere: a Londra gli speculatori cinesi andavano a comprare interi quartieri al prezzo di un condominio di Singapore, quello che si era visto a Sarajevo nel ’93 si vedeva ora nella fu capitale del Commonwealth in dismissione.
Poi, solo sei mesi fa, l’incontro ufficiale a Roma, che ad essere il centro del mediterraneo unito era abituata da millenni, e la dichiarazione della nascita di un nuovo soggetto politico unitario deciso a far valere l’unione delle forze, una visione antisovranista ma altrettanto anti troika, fosse questa formata da Commissione Europea, Banca Centrale Europea, Fondo Monetario Internazionale o chiunque si fosse sostituito a uno di questi soggetti per mantenere la dittatura politico/sociale delle leggi dell’ultraliberismo capitalista.
I paesi mediterranei di “ultra” non avevano mai avuto niente, e di politiche di lacrime e sangue ne avevano abbastanza.
Insomma, come tante cose della Storia, l’Unione delle Repubbliche Mediterranee era nata per un insieme di casualità, spinta dalla più grande crisi economica del dopoguerra, a cui, come al solito, i Paesi del Nord, non volevano prestare orecchio e portafoglio.

Edi Rama e il suo pugno sul tavolo. Il silenzio attonito in sala. Gli applausi di Pedro Sanchez a cui erano seguiti quello di Conte e Macron, i primi fondatori di quel nuovo mondo, e poi Mitsotakis e Antonio Costa, che ancora non salutava il ministro delle finanze olandese dalle sue dichiarazioni al tempo del virus. La strada era chiara e segnata: un’Europa divisa in due, come prima del 1989, ma senza un muro né un nemico a Est.
Rama aveva formulato un discorso semplice e chiarissimo: questa Europa va a due velocità da tanto, troppo tempo: tutti gli accorgimenti presi in caso di crisi, il Mes in primis, non sono mai andati nella direzione della solidarietà ma del giogo: se un Paese è in crisi lo si aiuta sì, ma piegandolo poi per sempre alle politiche economiche e sociali decise e imposte dal Nord, dalla Germania in primis. «Facile decidere la politica economica dell’Europa, signora Merkel» aveva tuonato il nuovo Direttore della neonata UdRM, «quando la moneta stessa europea è stata fondata a suo tempo su quella tedesca, garantendo l’unico vero rapporto uno a uno in Germania e non nel resto dei Paesi dell’Unione!». Potenti applausi in aula, brusio e sguardi attoniti di Mark Rutte e Rasmussen. «Per decenni, avete costretto i paesi mediterranei ad adeguare ogni politica sociale e economica, ogni investimento nel proprio Paese alle vostre richieste, agitando lo spauracchio del MES, dei prestiti ponte per uscire dalle crisi interne. Ero il premier di un Paese non certo ricco, ma che non avrebbe mai fatto scelte scellerate sui tagli al sistema pubblico, alla sanità, se non obbligato dalla paura di non poter rispettare i vostri parametri. I Vostri, sì, perché noi li abbiamo dovuti accettare, non li abbiamo creati assieme a voi. Avete perso due Guerre Mondiali e ne avete innescata una terza a colpi di moneta e mercato. Ebbene, avete perso anche la terza, fortunatamente senza morti sul campo – almeno non dichiarati – ma oggi vi stiamo facendo firmare la resa. Ancora!» e giù il pugno che era risuonato nel momento preciso di silenzio fra la fine del suo intervento e l’inizio della bagarre attesa ma che non ci fu: tutti gelati da quel botto, amplificato da un microfono, forse, involontariamente staccato da una giacca e poggiato sul legno del banco.

E, così, la Storia era cambiata. A causa di un virus che oltre ai tanti morti, aveva portato enormi danni economici, che aveva costretto per mesi a chiudere interi Paesi: nessun viaggio, nessun evento pubblico, nemmeno bar e ristoranti rimasti al palo per quasi dieci settimane e che riaprirono in un bagno di sangue di fallimenti, licenziamenti, famiglie ridotte alla fame. Si era sfiorata la guerra civile, si erano innescati movimenti di protesta sociale che sarebbero potuti sfociare in quello che l’Albania aveva vissuto nel ’91, e forse proprio per questo fu la piccola Albania a guidare la rinascita inventata da Italia, Francia e Spagna. Forse fu quella telefonata di Mattarella, fatta più per cuore che per strategia politica, a dare il la al futuro assetto europeo. Chissà, i libri di storia ne parleranno, oggi noi possiamo solo ricordare quel pugno sul tavolo che nel 2022 ha cambiato di nuovo l’Europa.

Fabio Rodda