That was the river, this is the sea (Fiver #2.2018)

Da piccolo il mare non lo sopportavi proprio. Troppo sole, troppo caldo, troppa umidità, troppa gente, troppo timore della profondità del blu. Tutto troppo insomma.
La curva che smussò i tuoi spigoli ti si parò davanti in un periodo e in un luogo precisi. Con qualche ricerca e senza nemmeno troppo sbattimento saresti anche in grado di recuperare la data esatta della svolta.
Fu quando i weekend cominciarono a gonfiarsi lungo un determinato spicchio di spiaggia della riviera di Romagna. Quella lingua di sabbia che si estende insolitamente larga tra la pineta e il mare dell’ultimo lido a sud del canale Candiano, la striscia d’acqua che collega Ravenna all’Adriatico e separa la sua Marina da Porto Corsini.

Exploded View “Summer Came Early

Erano gli anni che liquidavano il vecchio secolo consegnandoci al nuovo millennio, ebbri di aspettative che a ben vedere non avevano alcuna ragione di maturare. Già allora ti sentivi vecchio. Un matrimonio seppellito senza troppi rimpianti, diversi ponti fatti saltare dietro le spalle e un dinamismo sulla scena che durava da troppo tempo e che per questo pensavi fosse destinato ad estinguersi di lì a breve.
Probabilmente fu proprio questa convergenza di umori da fine del mondo, oggettiva e soggettiva, che rese quei momenti così maledettamente speciali, riempiendoli di significati che in altre epoche non avrebbero verosimilmente avuto. It’s the end of the world as we know it but I feel fine, come cantava Michael Stipe qualche anno prima.
Stavi bene, ma bene sul serio, bene come non eri mai stato prima e come non saresti più stato dopo. Ma questo allora non potevi saperlo, naturalmente.

Marching Church “Christmas on Earth

Imparasti ad apprezzare rapidamente quella fabbrica di divertimento a basso costo, fatta di due Ceres al prezzo di una e di musica sparata alta da impianti precari quanto lo era la tua vita in quel periodo. Precaria ed entusiasmante.
Non durò tantissimo. Quel carrozzone che si trascinava appresso il luna park dello svago in confezione happy hour, lo archiviasti tempo un paio d’anni. Quelli sufficienti all’ignoranza popolare per trasformare l’improvvisato toga party permanente in un flusso costante di grossolani addii al celibato, con i pullman gran turismo allineati a vomitar fuori un analfabetismo incapace di reggere un tasso alcolico completamente fuori controllo.
Contemporaneamente cominciò ad attenuarsi l’euforia che aveva caratterizzato quel periodo della tua vita.
Pur non essendo faccende direttamente collegate tra loro non puoi ancora oggi fare a meno di notare la convergenza degli eventi, il come le due situazioni fossero andate a sfumare in maniera sequenziale se non addirittura coincidente.
Con una naturalezza che anche a posteriori non riuscivi a spiegarti, cominciasti progressivamente ad abbandonare l’allegra incoscienza che in quegli anni ti aveva temporaneamente protetto dalla noia, dimenticandoti quanto fosse divertente, ma ancor più opportuno, forzare i limiti.
Il timore di farti male superò via via lo spericolato fascino del vivere fino a farti trascurare un particolare di assoluto rilievo: il fatto che la vita in sé, se è vissuta, in ogni caso fa male. E siccome fa male comunque, tanto vale viverla per intero. E’ inutile morire sani se non si è vissuti affogando nei timori e drogandosi di pessimismo.

The Lovely Eggs “I Shouldn’t Have Said That

Comunque sia di lì in avanti il mare ti è rimasto appiccicato addosso e se le convenzioni che ancora ti zavorrano alla quotidianità te lo consentissero proveresti volentieri a frequentarlo in pianta stabile quel mare oggi, anche fuori stagione. Anzi, soprattutto fuori stagione.
Ti piacerebbe vedere l’effetto che fa in inverno, se somiglia a quello descritto da Ruggeri in quella famosa canzone della Bertè: un concetto poco moderno che il pensiero non considera e che nessuno mai desidera, alberghi chiusi e macchine che tracciano solchi su strade dove la pioggia d’estate non cade mai.

Moon Duo “Juke Box Babe

Riguardo al mare non sei particolarmente sofisticato.
Non pretendi acque di cristallo solcate da pesci colorati e fondali a vista punteggiati dal rosso arancio dei coralli. Se ti capita di nuotare dribblando strane pozze opache in superficie e di scoprire l’orizzonte verso la Croazia spezzato dalla sagoma d’acciaio di qualche piattaforma petrolifera non te ne fai un cruccio.
Lo sai e ti sta bene così, non avanzi pretese fuori luogo.
Non è il tipo di spiaggia che fa la differenza ma è il mare in se che sposta il tuo equilibrio.
Vorresti anche provare ad allontanarti per un po’ dalla tua città e dai suoi meccanismi, giusto per vedere cosa succederebbe. Ti piacerebbe prenderti il tempo necessario per studiare i tuoi automatismi e quelli del mondo che ti gira attorno, un mondo che del resto comprendi sempre meno.
Sarebbe interessante capire quanto potrebbero mancarti tutte le cose che dai per scontate nella tua vita di oggi e scoprire, osservando da lontano la prospettiva come fossi uno spettatore esterno, se nel mondo del futuro si noterebbe di più la tua assenza di quanto si noti oggi la tua presenza.

The Waterboys “This is the Sea

Arturo Compagnoni

 

Dear life, I’m holding on (Fiver 01.2018)

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Tell me, do you feel alive??

Il fatto che se lo chieda uno come Beck, in un certo senso è rassicurante. La domanda è posta immediatamente, tra le pieghe della prima canzone del nuovo album. Dimmi, ti senti ancora vivo?
Arrivati ad un certo punto diventa inevitabile domandarselo, alla soglia dei cinquanta diventa una sorta di passaggio obbligato, posso immaginare.
Il disco di Beck mi è piaciuto perché è un album che si pone delle domande, in qualche caso anche scomode, di quelle che ognuno di noi tende a procrastinare all’infinito. E risponde nell’unica maniera possibile, in fondo. Come è lecito attendersi da un figlio della California come lui, con lo sguardo rivolto sempre avanti. Ci spara in faccia una dose di positività esagerata, senza diventare mai stucchevole. Una maniera per dire che è ora di mettersi il vestito buono, prepararsi ad uscire, lasciare da parte la negatività e celebrare la vita e di conseguenza la musica.
Non mi veniva in mente nessuna canzone che potesse riassumere i buoni propositi di inizio anno che ognuno di noi è solito fare ad inizio anno meglio di questa.

BECK – Colors

Un episodio di qualche mese fa: un concerto, un piccolo club. Sul palco uno che negli anni novanta suonava nel miglior gruppo sulla faccia della terra, i Pavement. Non una roba qualsiasi, insomma. I commenti di tre ex-giovani (tra cui il sottoscritto, naturalmente), coetanei di Spiral Stairs, evidentemente fan della prima ora, sulla prestazione del gruppo erano un misto di cinismo, indifferenza e tracotanza. “Ma dite che alla tipa che balla in quel modo piace davvero?” -indicando una ragazza, presa bene, sotto il palco. “No, quella viaggia con la band”. “Cazzo, sembra una band del dopolavoro ferroviario”…..e via di questo passo.
Una volta giunto a casa mi sono accorto che la percezione della serata era stata completamente differente, in particolare per i ragazzi più giovani. Ho capito che il problema non era Spiral Stairs, che in fondo aveva fatto un concerto discreto, allo stesso modo non era una questione che riguardava l’entusiasmo di quelli che ai tempi dei Pavement probabilmente non erano ancora nati ma esclusivamente dell’atteggiamento fastidioso che avevo tenuto per tutta la serata. Il problema ero io, insomma.

All the colors, see the colors, make the colors, feel the colors
She says
See it in your eyes
All the colors, see the colors, make the colors, feel the colors
Tell me, do you feel alive?

Questa cosa mi ha fatto pensare e non è un caso che ne scriva ora, a distanza di qualche mese. Nel frattempo il nuovo album di Beck non è più così tanto nuovo ma nonostante sia un disco “facile”, di consumo frivolo, da ballare cucinando ha continuato a rimanere stabile tra i miei ascolti preferiti ed è finito nella mia personale top 10 di fine anno (che devo ancora decidermi a fare, tra l’altro). Perché giunge un tempo dove le foto con il broncio non vanno più bene. Il bianco e nero stufa.
La musica ha un valore che è più grande di quello del singolo individuo, è il frutto dello sviluppo di una comunità (anche se una canzone nasce in una cameretta davanti ad un pc) e tutti i nostri “self” vanno lasciati in disparte. Anche se ci costa doverlo fare. La musica, quello che rappresenta, quello che ha significato nella nostra esistenza merita uno sforzo genuino che è una questione di rispetto in particolare verso noi stessi. Il disco di Beck mi ha ricordato tutto questo e non è poco.

TY SEGALL – The Main Pretender

Ho perso il conto, sinceramente. Non so davvero più raccapezzarmi tra tutte le nuove uscite di Ty Segall, tra singoli, EP, progetti paralleli e quant’altro. Quello che mi passa tra le mani lo ascolto sempre, però e spesso finisco per acquistarlo. Una canzone come questa, che anticipa un nuovo album, non può non piacermi, del resto. Ty Segall ha le stigmate del rock’n roll ben impresse nel proprio DNA e non sbaglia un colpo, mai. Neppure se tentasse di farlo apposta.

SHAME – One Rizla

Lo so, ne abbiamo già parlato. Ma questi sono dettagli quando ci prende la fotta giusta per qualcuno. Questa canzone è un SINGOLO. Punto.
Ha un giro di chitarra sentito mille volte, un sapore inizio anni ottanta manco fosse una canzone dei primi Bunnymen purgata dall’anima dark. Il cantante ha una faccia da schiaffi degna dei primi Oasis ma un cervello più fino. Ne viene fuori una canzone da cantare a squarciagola, indice sollevato ad indicare le stelle, come se fosse tutto al posto giusto e tutto avesse un senso.

GRAHAM COXON – Falling

Questa è magnifica. Davvero. Dimenticatevi i Blur e tutto il resto. E’ una ballata classica che regala brividi dal primo all’ultimo istante. Scritta da Luke Daniel, un amico di Graham che si è tolto la vita poco dopo averla composta. Uscita in digitale e su 7 pollici con una parte dei proventi destinati alla Campaign Against Living Miserably. Il nome di Epic Soundtracks mi si para davanti e davvero non mi viene in mente nessun accostamento migliore per fare un complimento a qualcuno. Brividi.

INSECURE MEN – Subaru Nights

Lo devo confessare: i Fat White Family non mi hanno mai colpito più di tanto. Tant’è che quando ho letto di questo progetto di Saul Adamczewski, nato come passatempo o poco più, sono partito leggermente prevenuto. Invece in questo caso l’uomo è andato proprio in una direzione che ha finito per toccare le corde del mio personale gusto: sparita l’irruenza punk un po’ caciarona, mood riflessivo, strumentazione minimale e registrazione low-fi. Canzone sostanzialmente pop ma con un retrogusto amaro, nessuna spensieratezza all’orizzonte, alla faccia dei buoni propositi.

Cesare Lorenzi

Resti – a fucking Christmas (Fiver #43.2017)


Vado alla Coop della piazzetta a due passi da dove vivo un paio di volte alla settimana. Fuori c’é sempre un ragazzo africano, un rifugiato credo, cappello in mano a chiedere l’elemosina.
La sera invece c’è Luca, italiano, appoggiato col suo cane nero al gradone del palazzo di fianco.
Luca che una sera, più storta di altre, parlava da solo e si lamentava cantilenando un “perché ci sono sere che ce la fai e sere che ti ubriachi”. Io tornavo dal pub storto, una di quelle sere che non ce la fai, e andavo a prendermi una pizza e delle latte da portare a casa. Ho sentito quella frase. Qualcosa è caduto in fondo allo stomaco. Ho preso un paio di birre in più. Gliene ho lasciata una. Mi ha guardato, l’ha stappata e ha sbrodolato il “grazie” più sincero che abbia mai sentito.
A volte, capire qualcuno è soltanto sentire come lui anche se vivete a fianco ma in due mondi lontanissimi che raramente si sfiorano.
Si toccano in quello che rimane. Nel resto delle differenze.
Il ragazzo col berretto in mano sorride sempre quando gli mollo le monetine che la cassiera lascia sul banco mentre esco di fretta.
«Quanto ti devo
«Diciotto e ottanta
Un po’ di ferro in mano che subito fuori scivola nel cappellino consumato. Tasche libere. In realtà minuti di lavoro regalati. Quello che resta. Il rimanente. Il resto.
La sottrazione fra ciò che vorremmo e ciò che è.

Avrei potuto spendere il mio tempo con te e invece sono andato a ubriacarmi. Avrei potuto decidere di godere dei tuoi occhi che sorridono così dolci, e invece sono entrato al solito pub, quello dove puoi stare al banco da solo e nessuno ti guarda o ti rompe i coglioni. Qualcuno passa, saluta, batte una pinta sulla tua, scambia un sorriso, ma puoi respirare leggero, senza dover notare nessuno, senza che nessuno ti noti.
Dove chi ti spina le birre sorride e poi viene a parlarti solo se va a lui e va a te e quando serve ha sempre un pezzo di carta e una penna e te li da e non ti chiede per farci cosa.
Non ho smesso di ordinare da bere finché ho capito che le gambe avevano ancora solo un giro per riuscire a portarmi a casa.
Avrei potuto spendere meglio il mio tempo, il tempo che mi ossessiona, ma l’ho spesso sprecato, gettato.
Forse perché quando temi qualcosa il miglior modo per allontanarlo è non occuparsene.
Ho sempre fatto che non importasse come spendevo il mio tempo.
Tanto, alla fine, anche il tempo è sempre tempo rimasto. Il resto. Quello tra il lavoro e il film al cinema. Tra la lezione di pilates e l’aperitivo con le amiche. Tra la fine del turno e la pizza con lei che forse poi passerà qualche ora a scaldarti l’anima, poco prima che la sveglia ti ributti nella giornata di lavoro che ti porterà i soldi per pagare il conto, con tanto di resto, quando esci la sera.

Il resto della giornata quando ti svegli ed è già buio e non ti ricordi dove sei stato fino a poco prima che facesse giorno.
Il resto della notte davanti quando ancora non hai deciso se tornare a casa o sederti a un altro bancone.
Il resto di un pomeriggio di vacanza sul divano con quei pensieri che non ti mollano e forse per questo nei pomeriggi di vacanza ci hanno messo il calcio, la moto gp, la formula uno. Per tenere abbastanza giù in fondo allo stomaco quei pensieri che non mollano. Anche davanti alle luci sopra la testa nelle strade infestate da vetrine straripanti. Non mollano.
Un amico una volta mi ha detto: “la vita, se la guardi da fuori, fa proprio schifo. Ti salva lo starci in mezzo.” Empatizzare. Sapere che non sei solo perché gli altri sono sulla tua stessa barca, ovunque stia andando. Sì, il mio amico aveva ragione: ci si salva solo standoci in mezzo, annusando la vita e le strade pieni di “altri” che, a un certo punto, diventa “noi”.
Sto qui. Con il resto di noi. Con la somma dei resti che siamo tutti. Tutti convinti di essere unici e fondamentali. E che gli altri non lo siano. Non così tanto, almeno.
Gli altri sono il resto. Io sto qui. Nel resto. Tra i resti.
Perché non riesco a stare da un’altra parte. Perché, a dirvela tutta, un’altra parte non esiste: siamo sempre il resto di qualcos’altro, di un gruppo di cui non facciamo parte, di un club in cui non ci fanno entrare, di un concorso per assumere cento persone e tu arrivi centoeunesimo e preghi che quello prima di te in classifica vinca la lotteria o che un BredaMenarini gli passi sopra.
Qualcuno è sempre il resto di qualcosa. Di altro. Di altri.
Tu sei il resto di qualcuno che non conosci, che nemmeno sa che esisti ma decide se puoi vivere o no e come.

Ma oggi è Natale, siamo tutti più buoni. Oggi, forse, si pensa ai resti. La ragazza bionda e ricca andrà a servire pasti ai barboni perché è bello, perché è Natale. Perché così ci si sente meglio, poi, a tornare nelle case asciutte e riscaldate mentre quei resti umani barcollano verso un sacco a pelo umido sotto al portico.
Oggi è Natale e domani conteremo i resti: quanto cibo abbiamo buttato via, quanti imballi di regali riempiono i marciapiedi. Quanti oggetti abbiamo infilato sotto un albero che dovrebbe stare in un campo, ma non c’è più nemmeno spazio per quel campo. Ormai l’albero, il prato, la terra sono il resto. Il resto del cemento, dei mattoni, dei muri, di quello che costruiamo. Sempre di più, sempre più di corsa. Sempre più su, sempre più in là.
Crescere, crescere, crescere. Pil, tasso d’interesse, una nuova carta di credito per finanziare coi tuoi sogni meschini di un pullover di cachemire color merda una stronza guerra in centro Africa, pagata col resto dell’interesse della tua fiammante, tassatissima, Amex. Pagata a rate. Pagata col resto.
Resti umani, ritagli di tempo, rimasugli di vita vissuta.
Produci. Consuma. Crepa. Diceva qualcuno, qualche tempo fa.
Una volta era uno slogan da urlare contro la massificazione. Oggi, una scritta su una maglietta che metterà la prossima influencer di Instagram e avrà centoquarantamila like.
Com’è profonda lei, che è anche così figa.

Il resto. Il resto della spesa, il tempo che rimane. I resti della storia che abbiamo vissuto.
Siamo resti.
Lo scarto della mia arte è lo scarto di me, mi ha raccontato una volta un pittore alle cui parole devo la nascita del mio primo romanzo.
L’artista è colui che attraverso lo scarto della propria malattia, arriva finalmente a scoprirsi solamente un uomo. A poter camminare a piedi nudi in un bosco ascoltando il rumore del vento e il calore del sole sulla pelle.
Il resto di me è la mia malattia. Quella che vi regalo ogni volta che leggete un mio pezzo. Appunto, un pezzo. Un pezzo di me, uno scarto. Il mio resto.
Oggi sono passato da Franco, un vecchio amico che ama più la bottiglia di un sacco di persone ma che non per questo con le persone ha smesso di essere dolce. Stamattina qui, tra i monti, faceva freddo e bevevo quel bicchiere di vino scadente sorridendo a sconosciuti con la faccia scavata dalle rughe, uomini rimasti soli che a Natale si uniscono in una locanda. Siamo tutti resti. I resti di noi stessi, dei nostri sogni, dei nostri fallimenti, delle nostre bugie, di quello che non siamo stati capaci di dire e di fare. Siamo i resti di una vita che comunque sia, non possiamo smettere di credere che sarebbe potuta andare diversamente. Forse, addirittura meglio.

Ma, invece, la vita è solo questa qui e va come deve andare. Siamo noi, stupidi resti di chissà che altro, a non farci una ragione di quello che c’è. Chi c’è c’è e chi non c’è non c’è. Chi è stato è stato e chi è stato non è diceva sempre lo stesso qualcuno qualche tempo fa. Sempre in un mondo non lontano, ma che non esiste più.
Stupidi noi, ancora persi ognuno a inseguire il suo momento, il treno che passa una volta e mai più e tante altre scemate.
Un parroco di paese che ho conosciuto e amato molto ripeteva “femene e treni, ghen pasa sempre”. Non credo serva la traduzione anche per voi che avete la sfortuna di non essere veneti.
Forse un giorno anche gli altri capiranno di essere “gli altri”, niente più che resti, che un resto, una rimanenza o uno scarto. E allora decideranno che, da soli o insieme, i resti sono l’altra parte, quella che è necessaria. Che è indispensabile. Che basta girare il sotto in sopra e i resti diventano la torta da cui togliere la rimanenza. Che basta guardare da una direzione diversa per perdere tutte queste scemate di certezze. Di sicurezze. Di paure. Di ansie. Di inutili disperazioni.
E allora verranno lì, al bancone dove mi troverete stasera, a scambiare una stretta di mano sincera tra una pinta e l’altra per dirci che lo sappiamo: siamo i resti, la rimanenza, lo scarto. Ma, poiché lo sappiamo, noi possiamo starcene qui al bancone ad alzare la pinta ridendo, mentre lì fuori c’è qualcuno che guarda la televisione. Si sente solo anche se è circondato da persone care e infelice perché, incrociando il riflesso della sua faccia stanca in una palla di natale traslucida, avrà visto il suo maglione color merda e il suo viso paonazzo di cibo e solitudine, riflesso da quella palla che non vede l’ora di ributtare in cantina, e quel riflesso gli ha detto che c’è qualcosa che non va. Qualcosa che però non capisce. Come se si sentisse, non so come dire, qualcosa che non è al suo posto, qualcosa che in realtà è come se esistesse solo per far esistere qualcos’altro. Un, come si può dire? Un resto? Uno scarto? E il panettone farcito si mette a girare nello stomaco e vorrebbe uscire da dove è entrato.
Noi ti aspettiamo al pub. Ognuno per i cazzi suoi, che i resti si stanno vicini ma non troppo e non troppo a lungo, ma siam tutti qua. Pronti a brindare con chi passa. Con chi sta bene e chi no e chi se ne frega di come sta. Con chi trema pensando a cosa può perdere e chi sorride immaginando di cosa si libererà. Con ognuno di voi insomma, che siete noi. Che è una roba sola. Di resti, rimanenze, scarti e blablabla.
Cheers mate. E buon Natale.

Fabio Rodda

Anyone else but you (Fiver #42.2017)

L’altra sera al Covo c’era Adam Green.
Non è una novità, prima dell’altra sera al Covo Adam Green c’è stato, vado a memoria, almeno altre tre volte. Ma sempre per suonare. Venerdì scorso invece era lì perché di passaggio a Bologna aveva voglia di far serata e così ha chiesto al suo amico Francesco Mandelli di accompagnarlo, parole sue, in uno dei suoi club preferiti. Quando Stefano lo ha fermato per salutarlo lui gli ha stretto la mano, ha mormorato qualche parola che non ho colto, poi ha fatto per andarsene ma dopo due passi ci ha ripensato, si è voltato e lo ha abbracciato. Niente di che, ma il gesto mi ha colpito.
Coincidenza vuole che da qualche giorno avessi in mente di riascoltare l’unico disco pubblicato dai Moldy Peaches con l’idea di scriverci sopra qualcosa. Poi mi sono ricordato che riguardo ai Moldy Peaches avevo già scritto qualcosa. Anzi, a dire il vero avevo già scritto tutto quello che avrei potuto scrivere.
Allora niente, ecco qui tutto quello che avrei potuto scrivere e che in effetti avevo già scritto sui Moldy Peaches, opportunamente riveduto e corretto. Una sorta di personalissimo Moldy Peaches Director’s Cut.

Non ricordo esattamente come arrivai ai Moldy Peaches e la cosa non penso sia rilevante. Di certo c’è che quei due ragazzi mi piacquero da subito parecchio. Mi pare che il loro nome lo lessi per la prima volta in un intervista agli Strokes. Erano i tempi immediatamente precedenti l’uscita di Is This it? e in quel momento, inizio duemilaeuno, ero piuttosto preso dagli Strokes.
Mi appuntai il nome dei Moldy Peaches su uno dei mille post it che ingialliscono la mia scrivania, anche se quell’aggettivo con cui vennero da subito etichettati mi inquietava un pochino. Anti folk.
Con il folk non è che io abbia mai avuto granché da spartire.
Fatto sta che quando il loro disco apparve in maniera abbastanza anonima nelle liste delle nuove uscite di Rough Trade lo ordinai al volo e tempo una settimana girava nel mio stereo.
Sono passati sedici anni, che sono molti ma che con tutto quello che è successo in mezzo – al mondo e a me – sembrano molti di più. Il downloading allora a casa mia non esisteva e le informazioni viaggiavano più lentamente di ora. Ma questa storia l’avete già sentita, credo.
Quando proposi la recensione a Rumore nessuno in redazione aveva ancora pensato a quel disco. Anzi, nessuno era al corrente neppure dell’esistenza dei Moldy Peaches.
Ecco quello che scrissi, e che tutto sommato oggi scriverei di nuovo, virgola più, virgola meno:

The Moldy Peaches: “The Moldy Peaches” (Rough Trade)
Non so se avete presente Gummo, piccolo capolavoro di cinema indipendente americano di qualche anno addietro, storie di ragazzini completamente estranei al mondo reale eppure completamente dentro al mondo in miniatura che li circonda.
Se si volesse pensare ad una raffigurazione discografica di quel disadattato microcosmo, l’immagine perfetta che ne uscirebbe sarebbe quella che Moldy Peaches ci trasmettono.
Clown in costume da coniglio che raccontano in rima baciata le uniche storie che due adolescenti di strada newyorkesi sono probabilmente in grado di immaginarsi oggi: pornografia (Downloading Porn With Davo) e droga (Who’s got the Crack), come ascoltare un quindicenne Johnatan Richman cantare sulle musiche dei Flaming Lips ad un angolo della Bowery dei nostri giorni.
Una sequenza di filastrocche fatte di nulla, citando i Velvet (Anyone Else but You) ed i Pussy Galore (What Went Wrong); un paio di accordi e via senza pensarci sopra.
Nessuna tecnica, niente calcoli, un flauto che sembra quello che la maestra delle scuole medie ci obbligava a suonare ed una irresistibile capacità di indovinare la melodia sin dal primo giro di danze (Lucky Number Nine).
L’elettrizzante e rara sensazione che ti coglie quando trovi qualcuno sintonizzato esattamente sulla tua stessa frequenza.
Difficile immaginare un seguito ad un disco del genere.

Da questa recensione si evincono facilmente alcune cose:
1) Il sottoscritto di cinema non ci capisce una sega (Gummo piccolo capolavoro?!);
2) La citazione dei Velvet a posteriori è diventata roba fina (vedi I’m Sticking with You infilata nella colonna sonora di Juno);
3) Quando sento puzza di rumore fare il nome dei Pussy Galore mi risulta inevitabile;
4) Essere sintonizzato sulla medesima frequenza d’onda di due suonati ragazzini newyorkesi la dice lunga sul mio grado di maturità, che peraltro da allora non ha fatto chiari progressi;
5) La facile preveggenza mi si addice. Quel disco in effetti non ha avuto un seguito, fatta eccezione per questo:

The Moldy Peaches: “Unreleased Cutz and Live Jamz 1994-2002” (Rough Trade)
I Moldy Peaches sono una di quelle band che non è possibile recensire con spirito prettamente critico.
Le loro canzoni sono l’equivalente sonoro di una scatola di cartone fradicia tenuta assieme da un rotolo di nastro da pacchi, un paio di elastici ed una manciata di punti metallici.
Canzoni tanto più ingiudicabili se infilate in due dischetti che riassumo quell’allegro disordine che sono stati i loro otto anni di attività: 55 tracce, la maggior parte delle quali suonate in una serie di concerti tenutisi tra il 99 ed il 2001 e registrati con un walkman in mezzo alla folla, o quasi.
Poi il singolo County Fair, una sessione radiofonica olandese ed altro materiale d’archivio, in mezzo cover di Grateful Dead e Spin Doctors.
Kimya Dawson ed Adam Green, che nel frattempo hanno pure messo assieme i rispettivi album solisti, dimostrano una volta ancora di essere oggi i più accreditati rappresentanti della bassa fedeltà come stile di vita, capaci di inventarsi veri e propri anti inni generazionali come Lucky # 9 e Who’s Got the Crack, unici nell’affermare in tempi non sospetti che NYC is Like a Graveyard.
Dai papà Beat Happening hanno imparato a suonare, dai nonni Shaggs e Frogs hanno ereditato ingenuo spirito dissacratorio ed una massiccia dose di ironia che li autorizza a mettere sul mercato un disco del genere, strettamente riservato ai fans.
Che probabilmente si contano sulle dita di due mani.

Ieri sera per completare la full immersion nei Moldy Peaches mi sono riguardato Juno. I film costruiti su misura per i giovani alternativi americani di solito mi urtano i nervi. Quei film con sulla locandina la referenza del Sundance e che sembrano fatti apposta per piacere ad un certo tipo di pubblico. Con tutte le citazioni giuste al momento giusto. Juno rientra a pieno titolo nella categoria ma alla fine il film mi piace sempre. Che poi come scritto sopra tanto io di cinema non ci capisco una sega.
Comunque c’è questa scena alla fine di Juno che da sola vale la visione del film. Il momento in cui lei, Juno MacGuff, prende la sua bicicletta e con la chitarra a tracolla arriva davanti a casa di lui, Paulie Bleeker, il vero inconsapevole protagonista del film.
Anche lui imbraccia una chitarra acustica, i due si siedono uno accanto all’altro e attaccano a cantare una canzone dei Moldy Peaches.

…You’re a part time lover and a full time friend
The monkey on your back is the latest trend
I don’t see what anyone can see in anyone else
but youI’ll kiss you on the brain in the shadow of the train
I’ll kiss you all starry eyed my body swingin’ from side to side
I don’t see what anyone can see in anyone else…

E alle fine si baciano.
Che dopo tutto quello che è successo prima e nel contesto di quel preciso momento è una canzone assolutamente perfetta.
Roba che il film avrebbe senso anche solo per quella scena.
E per quella canzone.

Arturo Compagnoni

Andiamo avanti che l’unico modo per perdere tutto è restare fermi (Fiver #41.2017)


(con colonna sonora a caso dettata dalle Lasko – pubblicità occulta – delle quattro del mattino)

Stop. Rewind. Sul tasto del vecchio stereo c’è ancora, sbiadita, la scritta “rew” che da bambino non sapevo cosa volesse dire, ma faceva riavvolgere il nastro della cassetta registrata da lui con tutte quelle chitarre che sembravano coprirsi la voce una con l’altra, le note ripetute fino a farti venir voglia di dondolare seduto sul tappeto persiano del salotto.
Finiva Total Trash e io schiacciavo “rew” e oramai sapevo esattamente quando, occhi chiusi, premere “stop” e poi “play” perché se no lui s’incazzava: «mi rompi il nastro se schiacci play direttamente mentre riavvolge!» e mi dava degli scappellotti che mi spettinavano il ciuffo quasi biondo.

Stop. Rewind. Quello stereo ce l’ho ancora. Ha pochi anni meno di me: mio nonno lo prese per ascoltare i primi cd di musica classica: «che finalmente suonano perfetti, come nella migliore serata alla Scala», diceva. Che adesso a noi fa sorridere, noi che passiamo i pomeriggi a scartabellare vinili usati non sappiano neanche bene se perché ci piace o perché pensiamo che ci piaccia.
Lo stereo ce l’ho ancora. Lui no. Troppa fame di vita, se vogliamo essere romantici. Una curva sbagliata, se cerchiamo la prosa. La sua moto s’infilò nel muso di un camion. Aveva sedici anni. La sua testa nel parabrezza.
Non penso avesse mai pensato che quello stereo sarebbe stato spento per tanti anni. Che gli sarebbe sopravvissuto. E nemmeno che poi io avrei deciso di ridargli corrente e ascoltarci dei dichi senza di lui. Era il 1992. Stop. Rewind.

È passata una vita da tutto questo. La mia vita è passata, la sua si è fermata ma è comunque passato. Passato. Anteriore rispetto al momento attuale. Fermo. Non più in movimento.
Ciò che non è in movimento è morto. Questa è una delle poche leggi che ho imparato a comprendere: tutto quello che è vita si sposta, muta, si muove. Quello che rimane fermo non può che essere non vivo. Morto.
Passato. Qualcosa che non c’è più ora. Ma io schiaccio “stop”. E poi “rew” e la cassetta che ho appena comprato, esposta al bancone del negozio col suo baffo all’insù dietro e le casse che sussurrano un vinile graffiato di Nina Simone che salta e gratta ma rende l’aria così densa che sembra si possa far fatica a respirare. Poi arrivo al banco, il baffo sopra la camicia a scacchi mi sorride e i miei occhi scivolano sulle spille di Ramones e Motorhead e poi incrociano una cassetta, una di quelle con i buchi nel retro copertina, forse dovrei dire nel packaging, ma insomma una di quelle cose che compravo venti, forse venticinque anni fa nel buco del maledetto Tony che razziava il catalogo Nannucci e rifilava a me e lui, che stavamo tutti i sabato pomeriggi lì dentro a sentire i cd, tutti i pacchi più clamorosi a prezzi da rapina. Ma noi ascoltavamo e, purtroppo, compravamo col cuore e quelle cassette erano il senso della settimana, quello che ti faceva tirare avanti fino alla prossima.

Stop. Rew. A volte lo devi fare. Per capire dove sei, cosa è successo. La vita corre a un ritmo che non ti permette di rileggere. A fine giornata hai visto così tanto, sentito così tanto, toccato così tanto che non rimane tempo o energia per ripensare, ricordare, risentire. E domani hai così tante cose da fare che sarà un altro giorno che vola via da sé, senza che te ne accorgi.
Ma poi succede che arriva quel giorno, anzi: di solito è quella notte. Perché la notte è più facile: confonde i contorni, smussa gli angoli. Scorre. Tutto, di notte, scorre. E allora arriva quella notte che devi sederti per terra, mettere le cuffie e infilare la cassetta che ascoltava sempre lui e che provava a suonare con la chitarra scordata chissà di chi e tu lo guardavi pieno di ammirazione e di “anche io sarò così” e quando ti carezzava quel ciuffo quasi biondo allontanavi la sua mano ma sentivi un brivido lungo la schiena che ti scuoteva fin nelle budella.

E allora rimetti quella cassetta nel lettore. E fai partire la canzone e poi “stop” e “rew”. Come se si potesse tornare indietro. Riavvolgere i giorni come un nastro magnetico, poi fermare, cancellare.
O andare avanti veloce o saltare il pezzo perché ormai siamo su cd e basta premere “fwd” e salti a quello dopo.
Ma il problema non è mai andare avanti, ci vai per forza,
il problema è quel “rew”, quel momento in cui hai bisogno di sederti e sentire che respiri e che, davvero, sono successe tutte queste cose. Il tuo cuore ha battuto così forte, così veloce e potente che quasi non puoi crederci ma è successo. E questi anni cosa sono stati? Quante giornate indimenticabili hai dovuto dimenticare? Perché nell’hard disk del cuore non c’è spazio infinito.
Quanta pelle hai dovuto archiviare, come se non fosse unica, irripetibile, indimenticabile.
Ma, invece, hai dimenticato. Tanto.
Ma poi capita che c’è quella notte, abbiamo detto che è sempre di notte, no? Quella notte che devi stare sveglio e aprire un’altra birra anche se è tardi e ormai sei grande dovresti pensare che domani ti alzi e devi fare delle cose e che forse è davvero tardi. Troppo tardi.
Ma non puoi. Non puoi farne a meno. Devi stare seduto per terra, con le cuffie in testa, a rimettere su lp, cassette, cd che hanno toccato le corde del cuore e allora ti rendi conto di quanto hai vissuto. Di quante cose sono successe, quanti visi sono passati ma rimangono. Rimangono dentro. Quanti odori pensavi di aver perduto ma invece sono lì, quante fotografie di un momento perfetto sono sbiadite e invece le ritrovi.
Stop.
Rewind.

E ti ricordi che, in realtà, non hai mai dimenticato, che tutto quello che è passato ti si è depositato addosso, ti ha fatto diventare quello che sei e così è per lui. Soprattutto per lui che è ancora lì, dove l’avevi lasciato, appena dietro lo sterno.
A volte, per capire quello che ti succede oggi, per far sì che domani la vita sia più di una sequenza di eventi messi in fila che puoi solo osservare, devi fermarti.
Rimanere dove sei, ascoltando la voce dei tuoi giorni, quello che ti suona dentro in quell’istante, ma fermarti un momento. Sederti e riavvolgere e vedere quali sono le immagini che si fermano. Che dicono: «stop» e quante addirittura pretendono un «rewind».
E poi fai un respiro profondo perché quasi ti eri scordato di respirare per chissà quanto tempo e ti senti di nuovo presente: ci sei. Sei tu. Lui non c’è da tanto, così tanto che non ricordi nemmeno con esattezza la linea della sua bocca. Ma sai che quel cd era il suo e ogni volta che suona rivedi il suo profilo un po’ gobbo, quasi scheletrico nei jeans strappati e la maglietta degli Alice In Chains, la sua ultima immagine, e allora è come se potessi di nuovo parlare con lui. Perché hai bisogno di parlare con te. Di sederti e raccontarti tutto quello che è passato, sfogliando quelle foto che hanno fatto la tua vita. E senti quanto il cuore ha battuto e capisci che batte ancora, che si muove.
E ti ricordi che sei sempre andato avanti a cercare quello che cercavate assieme: la bellezza che domani arriverà e renderà domani un giorno che valeva la pena di vedere.
Perché, lo sappiamo tutti, la bellezza è l’unica cosa che ci salva. Che ci salverà da tutto quello che la vita prova a farci.
E allora sai che va tutto bene. Perché ti rialzi, appoggi le cuffie. Apri la porta di casa ed esci e cammini. Vai al bar e prendi una birra ed entra John e parlate del suo nuovo progetto musicale e passa Viola in bici e ti fa ciao con la mano e pensi a quanto è bella. Appoggi il bicchiere e ti vedi nello specchio dietro al bancone che stai sorridendo.
E allora senti che ti stai muovendo. E quello che si muove, di certo, non è morto.

Fabio Rodda

Sunday morning (Fiver # 40.2017)


Dovessi decidere un orario giusto in cui accomodarti a colazione nel tinello di casa tua la domenica, con ogni probabilità non sceglieresti le dieci e mezza del mattino. Non importa se in quel momento attorno hai solo te stesso e tutti gli altri sono altrove. Non conta se nessuno si accorge che sei lì. Potresti startene ancora nella stanza nera del locale dove hai trascorso la notte appena conclusa e non cambierebbe niente per chiunque se non per te. Saresti solo un po’ più stanco e un po’ più vecchio.
Alzarsi ad un orario piuttosto che a un altro del resto è solo una questione di ordine e di organizzazione del tempo, qualcosa che ha a che fare con la qualità della vita in definitiva. Della tua vita.

Xiu Xiu & Deerhoof “Disorder” (Joy Division cover)

Le dieci e mezza di mattina è troppo presto o troppo tardi, dipende.
E’ troppo presto se delle ultime ventiquattro ore ne hai dormite solo quattro.
Troppo presto per sconfiggere il sonno e troppo presto per cancellare il ricordo della notte precedente, stirata fino alla luce dell’alba, giusto un attimo prima che il bagliore del sole frantumasse il buio attorno a te.
Le dieci e mezza della mattina è troppo tardi per fare ciò che la data scritta sotto al nome sulla tua carta d’identità suggerirebbe di fare. Qualcosa tipo una passeggiata lungo via Indipendenza, che alla domenica è l’alveo di un fiume svuotato da bus e scooter con i portici che fanno da argine incanalandone il corso tra la stazione dei treni e la statua del Nettuno. E risalire in cima fino al Canton de’ Fiori per tracciare una linea che divida in due la mattina: un caffè, un bicchiere di naturale a temperatura ambiente e la cronaca locale del Carlino, poi lo sport. Bologna, Virtus e Fortitudo, non necessariamente in quest’ordine.

Courtney Barnett & Billy Bragg “Sunday Morning” (The Velvet Underground cover)

Invece la tua domenica mattina fuori orario comincia a casa, sulle scale che trasformano la notte in giorno garantendo una divisione d’ambienti che ha il sapore di una borghesia tardi anni ottanta. Incerto se scendere o fare dietro front per ritornare nel buio sigillato dagli scuri ancora chiusi in camera evitando di affrontare quel sole che in una giornata ghiacciata di metà gennaio neanche è giusto che stia lì in mezzo al cielo, dietro l’enorme vetrata che rimpiazza da sempre la parete est del tuo soggiorno.
E’ tutto fuori posto. Preferiresti sentire la pioggia rimbalzare sulle tegole sopra la tua testa e poi scoprire che la nebbia è salita dai campi narcotizzando la luce del giorno, come in quel film che da piccolo ti aveva così spaventato.

John Carpenter “The Fog Main Theme”

Invece la stanza di sotto è allagata da un riverbero di luce gialla e arancione, il barbaglio impietoso di un sole che è una lama infilata dritta nel cervello a separare l’ultimo gin tonic della notte appena terminata dalla prima aspirina della mattina. Quella che tra un attimo metterai a friggere dentro a un bicchiere pieno d’acqua di là in cucina nella speranza, invero assai ottimistica, che il suo effetto rimetta a posto i tasselli del puzzle che qualcuno ha mescolato a caso nella tua testa.
E’ tutto sbagliato: l’orario, il sole, il sapore di caffè bollito troppo che tra poco avrai in bocca, l’odore di fumo che sale dal mucchio di abiti gettati in un angolo. Tutto nero: camicia, braghe, giacca, calzini, mutande. Sbagliato anche il colore di quei vestiti, l’unico che ti piace indossare, del tutto inappropriato per affrontare una giornata del genere.

The Sisters of Mercy “Lucretia My Reflection”

Consideri il fatto che forse le notti non dovrebbero finire mai e se proprio non si può fare a meno che finiscano allora sarebbe meglio se non cominciassero per niente.
Decidi di scendere le scale e andare di sotto. D’altra parte non è quello che hai sempre pensato? Andare avanti, sempre: la perseveranza ti renderà invincibile.
Ti avvicini alla libreria, sfili un disco a colpo sicuro perché sai che in quel momento c’è una sola canzone in grado di far scivolare lentamente a terra il peso che hai sulle spalle.
Metti sul piatto il pezzo di plastica nero e ti auguri che la puntina centri il solco giusto, quello vuoto tra la prima e la seconda canzone del lato b.
La musica invade la stanza e in quel momento hai la netta sensazione di trovarti dentro un film dove tutto quello che è successo prima era solo un pretesto per arrivare al punto in cui far partire quella musica.

The Durutti Column “For Belgian Friends”

Mentre ti concentri sul suono della chitarra di Vini Reilly pensi che c’è sempre una canzone adatta a sistemarti l’umore e assestare il tuo stato d’animo.
Qualunque cosa succeda, da qualche parte c’è una canzone capace di rimettere ogni cosa al suo posto.
Fin quando saprai dove trovarla il tuo mondo continuerà a rimanere a galla.
E tu con lui.
Forse.

Arturo Compagnoni

Soul Food (Fiver #39.2017)


Quand’ero piccolo non avevo un rapporto particolare col cibo.
Mangiavo quello che mi serviva, punto.
Negli anni successivi l’argomento mi ha interessato un po’ di più.
Non so cucinare, credo che la cucina sia quella stanza dove c’è del fuoco e alla quale l’ingresso mi è precluso per manifesta inettitudine, ma ammiro chi ne è capace.
Il cibo. Se ne parla tanto. Se ne scrive tanto. Una questione culturale viene detto da molte parti.
Non mi permetto di dissentire, anche se talvolta è un tema che mi comincia ad annoiare.
Se parlare di musica è danzare d’architettura, discettare di cibo è recitare di scultura?
Bologna in questi giorni è stata nominata (si è autonominata?) capitale del cibo.
Un’operazione commerciale audace. Immoralmente commerciale si sussurra da più parti.
Ci sono stato. Non mi sono sentito molto Fico in realtà.
Un’incredibile, immensa cattedrale nel vuoto squallore della zona artigianale.
Un’operazione, per noi che abitiamo questa città, ai limiti dell’assurdo.
E che probabilmente sarà un successo.
Perché, dopotutto, che ne sappiamo noi di logiche commerciali? Noi poveri sfigati che ci litighiamo pezzi di plastica rotondi e affolliamo piccoli locali scalcinati per omaggiare altri sfigati come noi?
Tutto apparentemente assurdo dicevamo.
Un po’ come “Milano”, un progetto estemporaneo che rende omaggio all’edonismo anni ottanta della capitale lombarda con citazioni di Antonioni, Alda Merini e mobili d’autore confezionato dallo strambo sodalizio messo in piedi da Daniele Luppi e dai “nostri” Parquet Courts ed al quale, inizialmente, avrebbe dovuto partecipare anche Mark Mothersbaugh dei Devo.
Un produttore, arrangiatore, compositore, cesellatore di suoni dalle esperienze più disparate (Danger Mouse/Norah Jones/Mike Patton/ Gnarls Barkley..) ed i degni eredi dei fasti newyorchesi, degni abitanti di una casella nella grande scacchiera che parte dai Velvet Underground e attraverso Ramones e Sonic Youth, per citare solo alcuni tra centinaia di nomi, arriva fino a loro.
Un giovane amico romano osservava argutamente che al loro meglio, dissonante e melodico, i PC “te fanno salì la rivolta”.
E anche gli strilli di Karen O (bentornata, cazzo!) te la fanno salí. Di brutto.
Un gigantesco pentolone dove gli ingredienti sono le solite robuste dosi Lou Reediane, l’usuale gusto melodico sghembo pavementiano e imprevedibili sapori cinematici, il tutto amalgamato dalle sapienti doti produttive di Luppi.
Il risultato è un disco breve, intenso, strambo e divertente.
Con un buon sapore.

DANIELE LUPPI & PARQUET COURTS – Soul & Cigarette

A SAVAGE – Indian Style

A Savage è uno dei due cantanti dei Parquet Courts e sta emergendo come figura di prima grandezza nell’odierna scena musicale. Ha una faccia da professore universitario e una grande passione per i Crass. Il suo primo disco solista è un affare per anime disincantate ma con un sorriso amaro che affiora alle labbra. Il nome che sovviene più spesso è quello di Bill “Smog” Callahan.
Indian Summer ha un incedere classico ed è calda e dolce come lo zabaione di tua madre dopo la partita di calcio al campetto.

KING KRULE – Dum Surfer

Quante volte usiamo a sproposito il termine genio? Nel caso del ventitrenne Archy Marshall di certo non è sprecato.
Tra Joe Strummer e Chet Baker the OOZ è un viaggio notturno diperato, rabbioso che ti accarezza, ti scuote e ti entra dentro. Ti costringe a pensare e ti fa male. Don’t suffer sembra sussurrare Archy lungo questo blues da terzomillennio ma non puoi fare a meno di farti male ancora ed ancora, così come ingolli l’ennesimo Moscow Mule.

SHAME – One Rizla

Considerato quanto si mangia male in Inghilterra viene da pensare che il tempo risparmiato senza cucinare sia da sempre investito in sala prove.
Gli Shame arriveranno a maggio dalle nostre parti ed è un nome su cui molti scommettono.
Più malinconici del classico gruppo britpop. Infinitamente più catchy del classico gruppo di loser shoegaze.
Una felice anomalia da cui attendersi belle cose.

KINDLING – Destroy Yrself

Perchè nel suo cervello c’è tutto il giorno il suono di una chitarra distorta soffocata da una melodia dolce e disperata.
Perchè nei suoi occhi ci sono solo giorni di poggia sottile e insistente su vasti prati verdi scintillanti.
Perchè Lush per lui non sarà mai un negozio di saponi.
Perchè lui sui biglietti di auguri non scrive mai TVB ma MBV.

Massimiliano Bucchieri

All we ever wanted was everything (Fiver #38.2017)


E poi correva. Correva. Chilometri su chilometri, ma gli sembrava di non coprire nessuna distanza.
Questa non era una cosa risolvibile con una app, o su cui chiedere consigli in una community.
Avvenimenti terribili gli capitavano addosso. E si trovava terribilmente impreparato alla collisione con la vita vera che dettava i suoi tempi.
Ma non era stato sempre così.
Una Tuborg, patatine e Wafer a cubetti. La cena racimolata al supermercato sul primo binario della stazione Termini. Decine di facce che sfilano sul sedile di fronte come in uno speed date accelerato o rallentato, a seconda dei punti di vista.
L’ultima, una faccia da professore universitario newyorchese che gli chiede, dopo aver concordato sull’importanza storico culturale dei Fugazi, se Bolonia valesse la pena di una sosta.
E se era mai stato a New York.
Si, c’era stato.

FUGAZI – Repeater

Nel 1985 un dollaro valeva circa 2.000 lire e per arrivare a New York senza spendere una fortuna la soluzione che trovò fu tanto audace quanto originale. Roma – Belgrado – New York con la Jugoslavian Airlines. La Jat. Una compagnia evidentemente gestita secondo standard che nell’odierno mercato le avrebbero consentito di durare un paio di settimane al massimo. Non durò molto, in effetti. E non era così sicuro che tutta la responsabilità fosse da imputare alla caduta della cortina di ferro.
Notte di transito in albergo cinque stelle a Belgrado più cena e open bar sull’aereo.
Next time Pakistan Airlines aveva biascicato il poliziotto newyorkese sbronzo di Jack Daniel’s seduto accanto a lui.

LOU REED – Dirty Blvd

Altri tempi. La sensazione netta che tutto avvenisse fuori dalle nostre case: in strada, nei locali, nei negozi di dischi.
Era fuori tempo massimo per la blank generation ma felice di immergersi nelle cataste di vinile da Tower Records sulla Broadway, o nel delizioso negozietto in St. Mark’s Place dove fare incetta di 12” degli Smiths incassando le avance di altri fan (difficile possa accadere mentre apri pagine a caso su Amazon.it).

THE SMITHS – Nowhere Fast

I fermenti newyorchesi di quegli anni li avrebbe scoperti in seguito, per il momento gli bastava avere i Duran Duran che giravano un video sotto casa e ritrovarsi accanto a Helena Christensen (chi? Ok, anni ’80 abbiamo detto) a occhieggiare il set o i Cure che autografavano la sua copia di The Head On The Door su Broadway, troppo timido per dire alcunché anche quando se li ritrovò al tavolo accanto da Arturo’s ad ingozzarsi di pizza with meatballs.
La maglietta dei Nirvana che gli costava un rimprovero nell’Upper East Side come The Most Disgusting Thing I’ve Ever Seen In My Life dalla signora vestita come la Pamela di Dallas.

NIRVANA – You know you’re right

Altro che comunità digitale. Mondi separati che collidono, ognuno ignaro dell’esistenza dell’altro.
L’amara convinzione che all’epoca a Pamela avrebbe saputo cosa rispondere al volo, mentre ora il comportamento più comune sarebbe stato quello di tornare a casa, trovarla sui social e creare un topic per infamarla senza sporcarsi le mani.
Ritrovarsi nuovamente sul binario ragionando sul fatto che forse il punto era veramente tutto qua.
La consapevolezza che quando la vita bussa alla porta, anzi diciamo pure che la sfonda, non puoi salvarla su disco e andartene a letto per poi rileggertela dopo.
E che, ormai, era dannatamente fuori allenamento per queste cose.
O semplicemente vecchio.

BAUHAUS – All We Ever Wanted Was Everything

Massimiliano Bucchieri

Una ragione per ogni cosa (Fiver #37.2017)


Non ricordava esattamente da dove fosse scaturita la scintilla che aveva cominciato a far ardere il falò ma gli era ben chiaro il percorso che la fiammata aveva seguito per tramutarsi nel tempo in vero e proprio incendio.
Probabilmente tutto era iniziato nel momento in cui aveva messo le mani su una copia di Up for a Bit, dei Pastels, in particolare la traccia numero due del lato a, la prima canzone che avesse mai dedicato a una ragazza.
Anche se lei in quel momento non lo sapeva, né mai lo avrebbe saputo.

You know I’d cross the desert wastes for you
Watch the sun burn up the sky
You know I’d wait a thousand years for you
I love you ‘til there’s nothing left

Non rammentava ci fossero stati episodi precedenti, quindi doveva essere per forza stato quello. Se poi non era così poco importava, gli pareva comunque bello individuare quella canzone come l’innesco della sua passione per la Scozia e il suo popolo. La cosa certa era che da almeno trent’anni amava quella nazione e una città nello specifico: Glasgow.
L’amava sul serio quel posto, nello stesso modo in cui si può amare una persona, anzi di più. Perché una città rimane sempre quella, non può deluderti. Tu magari cambi, lei no e se ti tradisce la colpa non è sua ma delle persone che ne governano le sorti.

Sul terreno sdrucciolevole della sua memoria erano conficcate schegge di ricordi come cartelli stradali che sparpagliati a caso indicavano comunque una direzione precisa. Piccoli segnali e macro tracce.
Come quella pubblicità di un festival dedicato al nuovo rock scozzese da un pub di Bari stampata in un angolo di pagina di un vecchio Rockerilla, un ritaglio su cui aveva investito il sonno di intere notti impegnate a immaginare ingegnosi varchi spazio temporali che avrebbero potuto traghettarlo in Puglia in quelle giornate. Che poi – percorsi miracolosamente incrociati e cerchi ciclicamente chiusi – avrebbe conosciuto più tardi uno dei ragazzi che avevano organizzato quel festival. Una storia che meriterebbe un racconto tutto suo, come fosse lo spin off di qualche serie televisiva di successo: Better Call Kiko.
Altri frammenti, altre briciole di memoria: il funky sclerotico e slabbrato dei Fire Engines, il pop dolce amaro degli Orange Juice e l’art rock spigoloso dei Josef K, tanto belli e tanto bravi da convincerlo ad affrontare le 250 pagine de Il processo a cui si erano ispirati per il loro stilosissimo nome. Naturalmente quel romanzo di Kafka non terminò mai di leggerlo, salvo riprenderlo in mano anni e anni dopo, quando la Domino decise fosse arrivato il momento di ristampare lo smilzo catalogo della band di Paul Haig e Malcolm Ross.

Ancora Frances McKee, la prima ragazza di cui si era innamorato sul serio anche se lei era solo una foto in un bianco e nero sgranato sui fogli ruvidi di Sounds e un’ombra nelle recensioni dei 45 giri dei Vaselines scritte da Charlie Albertoli sulla carta riciclata di Vinile, la lettura che per quel paio d’anni che rimase in vita divenne il suo vangelo.
E il concerto di Jesus and Mary Chain e Meat Whiplash al North London Polytechnic nell’85 di cui aveva letto la cronaca sul Melody Maker. L’unico concerto che gli sarebbe mancato in eterno, assieme al live dei Cramps in apertura ai Police al Palalido di Milano e quello dei Suicide di spalla a Costello all’Ancienne Belgique nel ’78: 23 Minutes Over Brussels.

La Creation Records di Alan McGee, Bobbie Gillespie e Primal Scream, i Teenage Fanclub a Reading, i Belle and Sebastian a Monaco nel ’92, la Beta Band, gli Urusei Yatsura, la Chemikal Underground, i Delgados, i Mogwai e i Bis.
Cinquemilioni duecento mila abitanti e tutta questa roba, oltre a quella che non aveva nemmeno voglia di menzionare perché altrimenti ne sarebbe uscito un elenco telefonico del migliore indie rock dei tempi in cui l’indie rock era ancora un genere musicale.
La nostalgia avrebbe preso il sopravvento su tutto il resto. E a lui non piaceva essere nostalgico.

Una volta decise anche di andarci in Scozia, ma qualcosa andò storto.
Anche se non aveva ancora stabilito nulla e il tempo per le decisioni distava un paio d’anni, quello doveva essere lo spartiacque destinato a sparigliare le vicende della sua vita. L’eutanasia di un pezzo di vita, non programmata eppure eseguita chirurgicamente, come se in quel momento avesse decretato di inserire nella sua storia personale un detonatore con un timer programmato a far esplodere tutto un po’ più avanti nel tempo.

A modo suo quel viaggio fu un’esperienza memorabile, ma non nel senso in cui l’aveva immaginata.
Era una storia che ora però non aveva alcuna voglia di riesumare. Di quei giorni gli piaceva solo ricordare la sera della semifinale degli europei di calcio trascorsa in un pub di Edimburgo a tifare Germania assieme agli scozzesi, contro l’Inghilterra che quell’anno era anche padrona di casa. E naturalmente la visita al Monorail, il negozio di Stephen Pastel a Glasgow.

In ogni caso la Scozia aveva significato molto per lui in un periodo della sua vita in cui tutto pareva gli stesse sfuggendo di mano per rotolare via e trasformarsi in qualcos’altro. Poteva arrivare ad ammettere che il significato dell’amore per quella terra e per quella gente era stato clamorosamente amplificato dagli eventi personali cui quella terra e quella gente avevano fornito al tempo stesso attori, colonna sonora, scenografia e anche un pezzo di sceneggiatura.
Non a caso tra l’aprile e l’ottobre dell’anno fatidico, quello in cui il timer aveva fatto saltare in aria tutto, gli era capitato di trovarsi a concerti di Mogwai, Delgados, Urusei Yatsura, Teenage Fanclub, Jesus and Mary Chain, Primal Scream e Belle & Sebastian nell’ordine, uno di fila all’altro.
E no, non poteva davvero essere solo una coincidenza.

Pensava a questo l’altra sera mentre assisteva all’ennesimo concerto dei Mogwai, il quinto o forse il sesto dopo quella prima volta al Covo nell’aprile del ‘98, quando loro si allontanarono dal locale che era l’alba litigando con tutti per portarsi nel furgone un cartone di lattine di birra appena scippato al retro bottega del bar.
Rifletteva sul fatto che tra i 140 concerti che aveva visto nel corso di quell’anno (li aveva proprio contati, centoquaranta e mancavano ancora due mesi alla fine dell’anno che era poi quello in cui aveva deciso avrebbe smesso di andare a vedere concerti) alla fine le cose migliori erano stati proprio i live di due gruppi scozzesi, ognuno con una ventina di anni di carriera dietro le spalle. Corsi e ricorsi che forse avevano un significato in quel preciso momento. O forse no, magari per una volta, una soltanto, era tutto casuale. Anche se lui al caso non aveva mai creduto.

Mentre pensava a queste cose la band sul palco di fronte a lui si arrestò per un attimo concludendo il lungo momento di surplace piazzato in mezzo alla canzone destinata a chiudere il set.
Gli ci volle una frazione di secondo prima di rendersi conto del momento esatto in cui era arrivato e di quello che sarebbe successo l’istante immediatamente successivo, sette minuti e trentotto secondi dal suono della prima nota. I neon bianchi si accesero tutti assieme accecandolo nello stesso tempo in cui esplosero gli strumenti: il basso, la batteria e le tre chitarre.
Pensò che quella sarebbe stata la canzone giusta per accompagnare i fotogrammi di quella settimana in Scozia, tanti anni fa. Di più, era certo che se il disco che la conteneva fosse uscito un anno prima e solo la avesse avuta a portata di mano allora la canzone, quella sua storia gli sarebbe esplosa in mano già in quel principio di estate del novantasei. Non ci sarebbe stato bisogno di nessun timer e avrebbe risparmiato un paio d’anni.
Ma se non era successo allora era perché non doveva succedere.
Perché in fondo ogni cosa ha un suo tempo e se succede in un determinato momento anziché in un altro è perché quello è il momento giusto.
Sì, niente capita per caso.
C’è una ragione per ogni cosa.
Sempre.

Arturo Compagnoni

Keep the Flame Alive (Fiver #36.2017)


La prima volta che mise piede a Londra fu anche la prima volta che varcò i confini del suo Paese, la prima volta che salì su un aeroplano, la prima volta che assaporò il gusto acido delle fette di cetriolo schiacciate tra pane e hamburger e la miscela agrodolce di burro salato e marmellata di limone spalmata sui sandwich che ogni mattina gli venivano serviti a colazione.
Fatta eccezione per alcuni negozi su a Milano, città dove tutto arrivava prima, i fast food dalle sue parti non esistevano ancora, il burro salato si trovava solo in certe botteghe del centro che importavano cibi esotici da chissà dove e a parte qualche pasticciere siciliano nessuno aveva idea che dai limoni si potesse ricavarne una conserva.
Per tutto questo, e molto altro ancora, a lui Londra pareva la capitale del mondo.
Così sotto molteplici aspetti quella vacanza, camuffata dietro la maschera del classico soggiorno studio in un’epoca di molto precedente all’invenzione dell’ European Region Action Scheme for the Mobility of University Students a.k.a. Erasmus, fu una vera e propria esperienza di formazione, un percorso iniziatico che nemmeno Il giovane Holden.


Holograms “Shame” da Surrender (Push My Buttons lp, 2017)

In realtà la casa in cui andò ad abitare durante le tre settimane della sua permanenza a Londra non è che fosse proprio a Londra. Per raggiungerla doveva scendere lungo tutta la Northern Line fino a Morden, il capolinea sud. Una volta lì, e già quello era un percorso infinito dal centro della città, per arrivare a casa occorreva montare su un autobus che dopo una lunga corsa tra i sobborghi lo scaricava a qualche centinaio di metri dalla destinazione finale, proprio di fronte a un camposanto che a lui pareva enorme. In quel cimitero ogni tanto in quei giorni di periferia londinese andava a passeggiare, accomodandosi a sedere su una panchina da dove poteva ammirare gli sbuffi di fumo bianchi provenienti dal camino del forno crematorio quando questo era in funzione.
Il fatto di passeggiare in un cimitero non poteva considerarsi pratica del tutto consona agli standard di un ragazzino di 16 anni, eppure a lui piaceva. Lo rilassava offrendogli una serenità incosciente, così vicina eppure così distante dalle intimidazioni di Brixton, il quartiere confinante che giusto l’anno prima era stato origine di una vera e propria rivolta popolare, il Brixton Uprising. Comunità afro caraibica locale contro polizia: un morto, oltre 350 feriti, edifici e automobili dati alle fiamme e prime pagine di tutti i giornali conquistate senza eccezione alcuna. Erano gli anni del primo ministro più odiato nella storia del Regno Unito, la donna che in quel principio di anni ‘80 lavorava di buona lena per smantellare le istanze indipendentiste irlandesi avanzate con le bombe e i fucili della Irish Republican Army. La stessa donna che pochi anni dopo avrebbe sconfitto la working class smontando il durissimo e interminabile sciopero dei minatori inglesi e annientando di fatto il potere dei sindacati.


The World Is A Beautiful Place & I Am No Longer Afraid To Die – “Dillon And Her Son” (da Always Foreign lp, Epitaph 2017)

A pensarci oggi, conoscendo il peso delle storie che in quegli anni si susseguirono da quelle parti e avendo ben presente l’apprensione della propria famiglia, gli sembrava impossibile che allora i suoi genitori avessero assecondato il suo desiderio di libertà spedendolo fuori dal loro controllo. A così tanti chilometri da casa e con un mare in mezzo: Londra, quel preciso periodo storico. Dal canto suo lui era preoccupato solo dalle creste colorate dei punk seduti sul bordo delle fontane di Trafalgar Square, unica minaccia plausibile e concreta che gli si manifestava di fronte agli occhi.


Makthaverskan “Eden” (da III lp, Run for Covers, 2017)

In quelle settimane di soggiorno non affinò quasi per nulla la sua padronanza della lingua inglese, troppo incerto riguardo gli strumenti di comunicazione che aveva a disposizione, troppo timido per cercare confronto e discussione con la popolazione del luogo.
Imparò però altre cose che gli sarebbero state utili nella vita quasi quanto una miglior conoscenza della lingua inglese. Da quella vacanza tornò con una serie di certezze sostenute dalla raffica di stimoli che la pirotecnica cultura del luogo gli aveva letteralmente sparato addosso e allo stesso tempo con l’umore imbrogliato dall’oceano tempestoso dei suoi ormoni adolescenziali. Un caos emozionale, insomma.
Capì ad esempio che le ragazze francesi erano senz’altro più intraprendenti delle loro coetanee italiane, ma comprese anche che per quanto la solerzia di una ragazza potesse configurarsi come situazione senz’altro interessante era comunque altrettanto certamente una faccenda più problematica e in fondo anche meno avvincente di quanto credeva. Meglio perseguire altre passioni variamente assortite e meno pertinenti la sua sfera personale. Tipo il gioco del calcio che proprio in quei giorni di trasferta gli si era parato davanti in tutta la sua magnifica realtà anglosassone. Una partita vissuta in uno stadio inglese era di fatto una cosa completamente diversa rispetto a un incontro visto in uno di casa sua, sia che si trattasse del piccolo e antico Craven Cottage dove in uno dei weekend del suo soggiorno vide la locale squadra del Fulham ospitare il Queens Park Rangers sia che lo stadio da visitare fosse la cattedrale di Wembley sulle cui gradinate si era mischiato ai supporter del Tottenham il sabato precedente per assistere alla sfida di Charity Shield contro l’Aston Villa.
Cominciò anche a comprendere una cosa che sarebbe stata fondamentale per il futuro sviluppo della sua personalità e delle sue passioni: la musica poteva essere non solo un sottofondo piacevole per fare da colonna sonora a una giornata qualunque ma aveva le potenzialità per trasformarsi in una vera e propria porta che se aperta nel verso giusto permetteva l’accesso a universi paralleli. Così come il molo di Brighton non era solo un pontile che conduceva in una enorme sala giochi in mezzo al mare ma una passerella utile a proiettarti verso un altro mondo e un’altra epoca.


Cold Cave “Glory” (Heartworm Press mp3 single, 2017)

Nella valigia che al ritorno vuotò sopra al letto della sua cameretta c’erano tutti gli elementi che più o meno simbolicamente lo avrebbero convinto a diventare l’adulto che era oggi: una sciarpa del West Ham United, i 33 giri di Closer e Heaven Up Here, disco comperato convinto più dalla bellezza della foto di copertina che non da una effettiva conoscenza del suo contenuto, il 45 di Young Parisians, principio di una infatuazione per Adam and the Ants che di lì a poco avrebbe raggiunto livelli preoccupanti e un paio di spillette mod, sub cultura di cui non possedeva alcun rudimento ma che già esercitava su di lui un fascino misterioso e irresistibile.
In fondo non conosceva quasi nulla della storia dei Joy Division se non per aver letto qualche racconto firmato da Red Ronnie, un tipo che abitava dalle sue parti e scriveva su Popstar e tutto ciò che sapeva dei mods era stampato su quel manifesto che aveva visto attaccato alla bacheca del cinema Rialto: una foto di un tizio col montgomery (il termine parka allora non faceva parte del suo vocabolario) seduto a bordo di una lambretta cromatissima di fronte alla coccarda con i tondi celeste, bianco e rosso uno centrato sull’altro sopra la scritta Quadrophenia.


Flat Worms “Pearl” (da Flat Worms lp, Castle Face 2017)

Allora non poteva saperlo, ma quello era uno degli inizi.
Una di quelle tre o quattro circostanze che avrebbero dannato la sua vita rendendola un’autentica guerra per far si che quella fiamma accesa tanto tempo prima non si spegnesse mai.
Una guerra contro nessun’altro se non se stesso, contro il suo desiderio di fermarsi a riposare una volta per tutte.
Contro l’irresistibile desiderio di apparire, a se stesso e agli altri, una persona normale.

Arturo Compagnoni