I dischi che piacciono solo a me, credo #35

Mick RonsonSlaughter On 10th Avenue (RCA, 1974)

Ah, Ronno. Ronno! La più pregiata manovalanza rock di sempre; l’uomo schivo e umbratile capace di trasformarsi in Polvere di Stelle appena metteva piede e chitarra su un palco. Il musico in guisa di supernova che si fece praticamente da solo Transformer di Lou Reed – dacchè il titolare incapace d’avere una qualsiasi reazione emotiva o anche solo accordarsi la chitarra – senza raccogliere un’oncia di notorietà o di gratificazione economica. Quello fortissimamente voluto da Bob Dylan nella Rolling Thunder Revue mentre il nostro (incredulo) era pronto a rifiutare pensando trattarsi di uno scherzo. Il biondino più cool di sempre che incideva cover di Claudio Baglioni e Lucio Battisti e poi veniva in Italia (nel 1987) per collaborare con i Moda – senza accento! – di Andrea Chimenti; l’artista supremo che con il suo arrangiamento rese Life On Mars? quella che è, ovvero un capolavoro e Suffragette City (con l’illuminazione dell’ARP 2600 usato come un sax) la pietra d’angolo sulla quale si edificherà il brit pop tutto; il moschettiere che partecipò – come musicista e produttore – a Cardiff Rose di Roger McGuinn, inventando letteralmente i Clash (credetemi!) nella traccia Rock and Roll Time.

Quanti Mick Ronson abbiamo avuto, vero? Da perderci il conto. E quanti sono probabilmente ancora nascosti tra le pieghe del tempo e della letteratura pop. Sentite questa, ad esempio: nel 1964 Ronno si sta facendo le ossa con i Mariners, gruppo pronto a cambiare nome – per imposizione di Bill Wyman – in King Bees. Qualche chilometro a sud il suo futuro sodale (come: chi?) sta incidendo un 45 giri (Liza Jane) come Davie Jones And The King Bees. Ma mica è finita, eh: tempo tre anni e il biondo forma i Rats (è già punk e non lo sa) la cui unica parvenza di fama è un 45 giri chiamato The Rise And Fall Of Bernie Gripplestone che… Oh, insomma: state cominciando a far di conto, vero?

Un nome indissolubilmente legato a quello di David Bowie, prima che quest’ultimo (che riusciva ad essere stronzetto assai, alla bisogna; si dovrà attendere Hunky Dory per vedere il nostro accreditato nelle royalties) lo liquidasse con una pacca sulla spalla, lasciandolo al freddo e al verde. Come dar torto, ora, al buon David? Non avesse voluto pigiare l’acceleratore chissà quanti manicaretti ci saremmo perduti per strada. E se è vero che l’A Lad Insane molto prese dal suo stra-or-di-na-rio chitarrista è altresì sacrosanto il contrario. Quante potremmo recitarne di omelie su Mick Ronson, la chitarra più ispirata e originale dei Settanta richiamata a gran voce da Morrissey per la produzione di Your Arsenal, nel 1992. Pareva fatta, e tutti ammainavamo il Gran Pavese per riavere la sei corde più figa di sempre tra noi. Non proprio tutti, invero, visto che il suo nome è una delle mie due cartine tornasole per saggiare spocchiosi soloni (l’altra? Chiedo con quale gruppo suona la batteria Roger Taylor); sono sempre solerti nel rispondere che il platinato chitarrista è all’apice delle loro preferenze ed è intoccabile ma, ahimè (e lo dico per le sue royalties), ‘incidentalmente’ non hanno alcun manufatto in casa. A parte Ziggy Stardust. Che, hic et nunc, non fa testo.

Sembro anche io uno spocchioso solone ora, ma in guerra e in amore tutto è lecito ed io – Mick Ronson – l’ho amato e lo amo tuttora assai, pur senza esserne un completista (Heaven And Hull, del 1994, non ha preso residenza). Proprio amore, quello vero non surrogati da seguace part time, quello con palpitar di cuore e farfalle nello stomaco, quello con abbracci dorati e vaffanculo taglienti. Quello che ti rende entusiasta anche una minestra tiepida. Parte la sua chitarra (in proprio o prestata a terzi) e ho visioni di Top Of The Pops, stile con la esse maiuscola, sigarette in bocca, giubbino di lamè e quella Gibson Les Paul Custom ‘Black Beauty’ del 1968 alla quale fece grattar via la vernice per aumentarne le frequenze. Una chitarra che pareva provenire da un’altra galassia. Non troppo lontana.

Mick Ronson era il futuro, nel 1972. Tre anni più tardi – per gli stessi acquirenti – era un ingombrante residuato bellico nonostante Slaughter On 10th Avenue (il suo primo album solista) fosse riuscito a raggiungere la posizione numero nove delle classifiche inglesi. L’onda lunga del Duca, si disse, più che vera fama in proprio. Luce riflessa. Ma anche no, aggiungerei. Nel 1975 Creem lo elegge secondo miglior chitarrista dell’anno (dietro Jimmy Page) e la strada sembra spianata; nessuno ha fatto i conti con Ronno però, uomo che ha a cuore la musica e non si trova a suo agio nel ruolo di frontman. Non ne è abituato, lui è il muscolo possente non la faccia da copertina. Guida le truppe celandosi al loro interno più che cavalcarvi in testa. I concerti zoppicano e il pubblico – convinto di trovarsi davanti l’ennesima permutazione Ziggy – si confonde davanti ad un canzoniere che è sì glam ma sa declinarsi ‘altrove’ in termini sonori.

Mi si secca la gola e un groppo la ostruisce quando penso che Ronno non è più tra noi e tocca accontentarsi di quei (un paio, bastano) dischi dati alle stampe lungo un biennio nel quale persino Bowie stava cercando altre strade. Mick no, non aveva bisogno di esplorare, faceva quello che aveva sempre fatto: suonava la chitarra. E lo faceva benissimo, con uno stile particolare e pochissime permutazioni, com’è d’uopo per i musicisti sopraffini che non hanno necessità di urlare al mondo il proprio ego. Ne aveva pochissimo del resto, e non è un caso che sia stato sempre il nocchiero sottocoperta, il timoniere all’ombra dell’albero maestro. La guida ma non il faro. Arrangiamenti, accordature, rifiniture di composizioni, quartetti d’archi da bilanciare, strofe da unire senza traumi. Laddove c’era da lucidare, comporre, levigare o cucire arrivava Ronno. Tutta roba che gli riusciva benissimo e io non so mica – realmente – di quanti indefessi, talentuosi e disinteressati stakanovisti abbia potuto fregiarsi il rock and roll, oltre a lui. È altresì inutile ch’io stia qui a piangere lacrime di coccodrillo, il Ronno ormai è uno Starman dal 1993 e pure i suoi manufatti non sono così visibili su questa o quella bancarella. Mai stati, tra l’altro. Resta il nome, quello sì; ci si spende quello, un nome buono per qualche documentario (Beside Bowie – The Mick Ronson Story, da strappare il cuore) e poco più. Ma io vi perdono, figlioli e chi è senza peccato scagli il primo plettro.

Slaughter On 10th Avenue dunque, un titolo che pare preso di peso da un telefilm con Charles B-Ronson e invece è esordio sul quale la RCA – in quel 1975 – punta assai, facendone accompagnare le registrazioni da nomi quali Aynsley Dunbar alla batteria (Eric Burdon, John Mayall) e Mike Garson alle tastiere. Quest’ultimo prezzemolino rock che suonerà con tutto lo scibile musicale (dallo stesso Bowie a Annette Peacock, da Stan Getz ai Nine Inch Nails) prima di finire nei Poliphonic Spree. Bizzarro, vero? Comincia con una Love Me Tender (esatto: quella del Re) in cui un pulviscolo gospel si fa glam prima che una voce insospettabilmente pregnante accompagni un pianoforte che scivola nei bassifondi. Growing Up I’m Fine proviene dal canzoniere di Bowie ma sembra il più bel pezzo dei Queen. Poi arriva Only After Dark e si capisce come il seme del nostro abbia fecondato imberbi pischelli pronti ad azzannare le classifiche. Rock And Roll all’ennesima potenza, immediato, muscoloso e con un groove da paura. Dei Roxy Music fatti di estrogeni e sporchi di sudore ritmico; Ziggy che intravede le luci al neon di Sheffield; Bolan che prende le redini della DFA. Ci sono già tutti i Placebo dentro Only After Dark ma il nostro si permette di inserirla quale lato b di Love Me Tender, ignorandone l’enorme potenziale commerciale. La psicotica versione degli Human League contenuta in Travelogue (1980) renderà giustizia. Forse il più bel pezzo di carriera che ancor oggi non ha perso un grammo del suo smalto. All’arrivo di Music Is Lethal non ci capisci più nulla. La musica è firmata Lucio Battisti e il testo David Bowie. Che altro vuoi aggiungere dinanzi a cotanto senno? Magari che Io vorrei… Non vorrei… Ma se vuoi diventa un inno autunnale come pochi. Arrangiamento ovattato da riverberi, piccole pennate di chitarra, un retrogusto bowiano (Pin Ups, circa) e un climax incommensurabile. Bittersweet Symphony, e se non ci perdete il cuore siete “Uomini e Nonne” Amici di Maria. Ma mica sono finite le sorprese, ‘che la grandezza di un musicista si misura anche dagli omaggi, e non ho ricordi di qualcuno che riesca a far coesistere nei solchi Lucio Battisti e Annette Peacock. I’m The One proviene dal repertorio di quest’ultima e riesce ad immolarsi nello stesso arrangiamento usato per Love Me Tender (non a caso riletta anche dalla Peacock proprio nel suo I’m The One, del 1972); ne rappresenta lo spirito jazz blues e sa declinarsi doloroso nella sua negritudine. I fiati pregano Dio e l’Altissimo pone la mano sui capelli biondi del nostro, donandovi sapienza. Pleasure Man / Hey Ma Get Papa è un medley in transumanza dove il primo continua nella tradizione blues del precedente prima di mutar pelle in guisa di glam rock scuoti chiappe. La nomèa di più bell’apocrifo bowiano di sempre non è iperbole. Chiude Slaughter On The 10th Avenue e – in quel pasticcio alla Star Spangled Banner virata soul – c’è già in nuce tutto l’indeciso destino a venire.

Play Don’t Worry (RCA, 1975) scivolerà subito in un modesto numero 29 in classifica pur contando su un trittico di zampate feroci. White Light/White Heat suona punk e – a suo modo – The Fall; Empty Bed (Io me ne andrei di Claudio Baglioni) acquista uno charme sconosciuto; Woman dei Pure Prairie League profuma di larghi spazi americani e di hard rock. Giusto per buttarne tre che – spero – incuriosiscano il puro di cuore. Ora dovrei chiudere, mi sa, il tempo scarseggia e Slaughter On 10th Avenue mi esorta all’ordine dallo stereo con quel suo fruscio impercettibile, reclamando meritato riposo sugli scaffali. Pare schivo anche lui, come il suo autore.

Michele Benetello

I dischi che piacciono solo a me, credo #34

Billy MackenzieOuternational (Circa, 1992)

Nel 1992 Billy Mackenzie è un uomo e un’artista allo sbando. Quello che – esattamente 10 anni prima – era stato il volto e il compositore più astruso (e inclassificabile) occhieggiante dalle copertine delle riviste, il musicista più eccentrico e glam della sua era, l’uomo citato da Morrissey (con il quale si rumoreggiò un flirt) in William, It Was Really Nothing, nel 1992 stava cercando di sopravvivere a se stesso. Ancora per poco però: solo un disco (Beyond The Sun – Nude, 1997), 5 anni e una manciata di pastiglie di Amitriptilina lo separavano dall’oblìo. Un oblìo così ardentemente inseguito lungo tutta una carriera che appellare altalenante è arrotondare per estremo difetto. Una decisa marcia verso la rimozione della sua immagine pubblica e una distruzione scientifica della sua arte. Sabotatore nato, il Billy e – aveste quell’età che si avvicina al mezzo secolo e/o qualche vetusto amico in Inghilterra – saprete che la di lui leggenda si è edificata su bizzarrie (antenati gypsy; concerti punk assieme alla mamma; fughe nel bel mezzo delle registrazioni); trivia (un matrimonio negli Stati Uniti con una probabile erede di Howard Hughes. Per inciso: un omonimo Howard Hughes finirà davvero negli Associates); cazzate inenarrabili (tre bottiglie di Baileys al giorno e la capacità di espellerle a comando) e disastri perseguiti con raro acume, ma anche con almeno quattro o cinque pagine di pop lussuoso, sibarita e inarrivabile. Nel 1992 Billy è un uomo finito dunque, una nota a piè di pagina. È ritornato a vivere a Dundee facendo il pendolare verso l’odiata Londra soltanto nei fine settimana, tanto per rimarcare come quell’arte da lui tanto agognata sia diventata un noioso lavoro. C’è un treno che fa la tratta in poche ore e – ogni venerdì pomeriggio – Billy Mackenzie salta controvoglia in qualche vagone. Ha ancora rare braci della sua scoppiettante ironia e della sua tellurica arte pop; cerca qualcuno disposto a dargli un’ultima possibilità e quel treno è un simbolismo non da poco. Nell’ambiente lo si guarda con un misto di pietà, rispetto e magari con un risolino che riporta ai gloriosi tempi, quando era solito prenotare due suite nei migliori alberghi della capitale e i concierge invece di veder arrivare Alan (Rankine, sodale per osmosi in quella congrega diversamente pop chiamata Associates) dovevano sorbirsi Tonto e Thor, i due levrieri afgani. Deiezioni su persiani purissimi, caviale, salmone stufato, Dom Perignon e il conto (extra cleaning compreso) da inviare alla Wea. Max Hole – che di quella corazzata era il boss – rideva scuotendo il capo e firmava l’assegno. So’ ragazzi.

Del resto Sulk era stato l’album con la A maiuscola, in quel 1982, e – sebbene fosse costato un fottìo per l’epoca – era pur sempre stato acclamato dal Melody Maker quale disco dell’anno, portandosi a casa vendite cospicue, un paio di singoli nella Top Ten e una futuribile epifania in guisa di 45 giri (Party Fears Two) di cui ancor oggi si vagheggia. Non voleste credere a me, Simon Reynolds è lì a certificarlo. Un disco che aveva ridefinito il concetto di pop, portandolo ‘oltre’ con un pomposo agglomerato di arrangiamenti e un istrionico concetto dello studio di registrazione: palloni di elio usati per assorbire i suoni, lastre metalliche fatte vibrare per dare un senso di ampiezza e spazio, chitarre riempite di urina, smodato uso di piste (non solo del mixer) e tubi dell’aspirapolvere usati come microfoni. Doveva suonare ‘costoso’, ebbe a dire la premiata ditta, babilonese negli intenti, sparksiano nel suo edonismo. Così fu. Ma nel business con gli avanzi dei rimpianti ci fai poco. Billy svicola, si cela, scapriccia, punta i piedi, è emotivamente autistico, wagneriano nei confronti della pecunia, dissipata in maniera bulimica. Anela al successo ma quando lo raggiunge ne rifugge, sabotandosi. Gli Associates – una volta intravisto il tetto del mondo tramite Seymour Stein della Sire – svaniscono in una nebbia di dubbi e autocompiacimento. L’uomo è pronto a firmare un contratto da 600.000 dollari su un tovagliolo del Camden Palace per il lancio negli Stati Uniti, ma Billy ne rifugge inorridito. Ha paura, il palco non lo regge, desidera diventare un certosino amanuense dello studio di registrazione. Gli alibi sono intercambiabili ma il risultato no. Alan giustamente s’incazza come un cane (Tonto o Thor?) al quale han sottratto l’osso dorato così faticosamente perseguito e sbatte la porta. Gli Associates non esistono più, viva gli Associates. Sigla da allora faticosamente portata avanti (di lato, meglio) dal solo Billy, che non ne combina una di giusta e ha un talento innato nell’imboccare strade perdute.

Perhaps (Wea, 1985) è un confuso miscuglio di registrazioni durato tre anni e portato al parossismo, un’altra ventagliata da centinaia di migliaia di sterline (Max Hole firma ma comincia a sorridere meno). Nel 1985 il disco è pronto ma Billy è insoddisfatto. Spariscono i nastri. Maigret scuote la testa e non trova il colpevole, Billy sogghigna e lo registra esattamente nello stesso modo, confusione compresa. Manca assai, uno come Alan Rankine (chiedete a The Edge dove abbia imparato ad usare la chitarra come una Gillette Fusion Proglide), eppure c’è Those First Impressions, zuccherino pop come pochi e – soprattutto – Breakfast, la quadratura di un cerchio dove orbitano Scott Walker e Richard Clayderman. Ci puoi vincere Sanremo con una canzone così, o farti venire a prendere sotto casa da Burt Bacharach. Ma Billy non lo sa. Registra un duetto con Annie Lennox (allora davvero la star planetaria per antonomasia) e getta il nastro in un momento di confusione. Gli viene altresì offerta la parte da protagonista e un intero caveau di sterline per Absolute Beginners ma – nonostante un imminente bancarotta e pesanti flirt con l’eroina che lo confinano in uno squat della capitale – rifiuta con garbo. Poi arriva The Glamour Chase e stavolta piscia davvero fuori dal boccale con un’accozzaglia di omo-disco (Reach The Top, manco i Pasadenas), cover astruse in salsa techno-teutonica (Heart Of Glass), folk per boscaioli (Country Boy) e zuccherine ballate pop (Take Me To The Girl). La Wea ne blocca l’uscita (rimarrà inedito fino al 2002). A Max Hole girano i coglioni, smette di firmare e finalmente lo chiama a raccolta. Avrà a raccontarne negli anni – di quell’ultima seduta – con un malcelato senso di nostalgia ma anche con la consapevolezza di essere sempre stato due passi dietro l’incosciente candore autolesionista del Mackenzie.

Sapevo che Billy non avrebbe mai avuto vendite milionarie, ma a noi non interessava. Era un nome di prestigio nel catalogo, un po’ come Tom Waits per l’Island. Artisti che DEVI avere e per i quali i meri calcoli economici sono ininfluenti. Ma eravamo in rosso di due milioni di sterline e Billy non ne voleva sapere di smettere. Lo chiamai a raccolta e gli dissi che poteva ritenersi libero dal contratto. Non fece una piega. Mi chiese solo se potevo pagargli un taxi per tornare a casa. Certo – dissi – nessun problema. Tempo dopo mi arrivò in ufficio la fattura. Si era fatto riportare a Dundee. Questo era Billy”.

Ci riprova con la Circa Records (sussidiaria Virgin) per l’indeciso Wild And Lonely (1990), dove schiaffa qualche zampata (Fever, un rap come solo Billy Mackenzie poteva intendere; il poppettino sintetico di People We Meet; la solita ballatona col wonderbra di Where There’s Love) ma le unghie hanno la micosi. Pare scientemente deciso a bruciarsi in vampate di combustione artistica.

Nel 1992 Billy Mackenzie è dunque un uomo e un’artista allo sbando, caparbiamente ostinato come quel treno che fa un’unica tratta. Le etichette si guardano bene dall’annetterselo. Porta guai dicono; è un pozzo senza fondo di pretese e sperperi; è capace di chiedere scarpe rosse per tutti gli strumentisti altrimenti si rifiuta di registrare. Si limita a fare noiosa manovalanza e comparsate (Holger Hiller, Barry Adamson, Loom, Boris Grebenshchikov), il suo talento va di pari passo con la sua calvizie: s’incanutisce, si secca, ne perde i bulbi piliferi. Cade a terra senza darlo a vedere. Guarda disincantato un mondo che non gli appartiene più e che – forse – aveva sopravvalutato (tra le righe di Club Country c’è già scritto tutto: if we stick around we’re sure to be looked down upon).

È ancora la Circa a dargli un’ultima possibilità tramite un contratto disseminato di steccati e paletti: vai e non peccare più. Billy fa lo scolaro diligente, il pendolare del quale si disquisiva poc’anzi. Intensi week end di registrazioni assieme ad una manciata di nomi eccellenti (Moritz Von Oswald, Thomas Fehlmann, Boris Blank, Ralf Hertwig) per il primo lavoro solista. Outernational vaga in una terra di nessuno, apolide. La cinica e istrionica verve degli Associates è solo un ricordo, di Babilonia non rimangono nemmeno le macerie. Outernational implode in un junghiano esame di coscienza, dove la tristezza ha un passo da Portishead (sentire la title track, messa come manifesto programmatico ad inizio disco e intrisa di Station To Station). Un disco prettamente elettronico, poco ascrivibile al nostro non fosse per quella supervoce, quivi sfruttata ad un decimo delle proprie possibilità (ma c’è Baby, e poi ne parleremo). Trip hop in odor di seduta psicanalitica, simil house con tentacoli di dolore e la convinzione d’aver fatto il proprio tempo. Billy Mackenzie è un superstite che tenta di rifarsi il verso, adoperandosi con linguaggi consoni ad un periodo storico che non gli appartiene più. Sarà flop pantagruelico (solo 5000 copie vendute), ma pure deciso cambio di rotta, frattura netta tra un ‘prima’ isterico pieno di lustrini e paillettes e un ‘dopo’ francescano.

Un disco che ha un avanzare felino, che non sgomita e anzi sceglie scientemente di rimanere nelle retrovie, al freddo e al gelo. Un album glaciale e anaffettivo, di crioterapica bellezza edificata su suoni e racconti. Un disco da aperitivo delle proprie consapevolezze. Feels Like The Richtergroove deboleggia su canovacci cari a The Glamour Chase (e probabilmente ne è un candido scarto) tra reminiscenze acid house vestite bene e i Fluke. Billy gigioneggia con svisate d’ugola rhythm and blues ma la discesa libera di patimenti è già cominciata (those heartbreak moves just bring me closer dreaming myself away, I count the days until they’re closer). Opal Krusch è un canto alla Faithless, un downtempo che porge la guancia a Bachelorette di Bjork. Colours Will Come (singolo estratto) non le manda a dire col suo in(ter)cedere da MTV: “the message is clear, you are what you fear in this world of confusion”. Ritornello da opera pop (Poperetta, no? Tanto per citare), allure da Paradise Garage (Larry Levan avrebbe gradito eccome) e grandissima performance vocale, ma anche illusione pressante di un’inconsistenza che farà grandi gli Hot Chip. E poi il superbo gotha: Pastime Paradise, miglior interpretazione dello Stefano Meraviglia di sempre (assieme a quella di Ray Barreto). Tra incedere reggae e una supervoce sempre sul punto di trattenere gli ottani scoppiettanti. Wonder, appunto. Coolio, di lì a poco, prenderà scrupolosa nota e royalties; non così l’etichetta che lo annuncia come probabile singolo e ne tiene ibernate le copie. Grooveature ci riporta a terra sulle ali di una edonistica depressione. Billy si limita a sussurrare, cinematografico quanto un fotogramma di Scandalo Al Sole, anticipando il new soul che di lì a poco si andrà a dipanare. Sacrifice And Be Sacrificed è un’allupata pantera deep house disegnata sul cofano di una Rolls Royce; brano da notte fonda e da ultimo bicchiere lavato male, mentre piovono nuvole su porfidi resi sdrucciolevoli dalle lacrime degli amanti. Brano costruito sul nulla, riverberato da spifferi d’assenze e con Shirley Bassey quale santino che occhieggia dal cruscotto, ondeggiando. “Vai piano, Billy”. E poi Baby, e lì viene giù il firmamento. Scritta in combutta con gli Yello esplode (anche su singolo) in una immensa resa vocale, adagiata su una scrittura pop anni sessanta, su cirrocumuli di tastiere in penombra e un ritornello inarrivabile. Una Never Turn Your Back On Mother Earth (Sparks) da dopo bomba. A quei 5000 coraggiosi di poco sopra (minoranza silenziosa alla quale mi pregio d’appartenere) andrebbe dato un premio alla lungimiranza.

Un disco che avrebbe potuto essere grande Outernational, immerso nel cemento a presa rapida del dolore di un uomo appesantito dalla vita, consapevole di non aver più nulla da dire e per questo deciso di dirlo al meglio delle proprie possibilità. What Made Me Turn On The Lights si spaccia in sordina tra gli apici del lavoro, schernendosi. La si immagina adagiata su Protection dei Massive Attack senza apparire sacrilegio o ucronia musicale. E chissà davvero cosa sarebbe stato quel disco se impreziosito in qualche passo dalla voce del nostro. In Windows All chiude cristallizzando il futuro. Echi da Blade Runner e da innamorati Kraftwerk per una ballata romantica che avrebbe dovuto apparire su The Glamour Chase. Un’esca che porterà dritto – con uno iato di cinque anni – a Beyond The Sun e alla morte di uno dei più eccentrici e visionari talenti pop che l’Inghilterra abbia mai avuto. Outernational – a dispetto del suo quarto di secolo – rimane disco notturno, da sfrecciare su lunghe autostrade, perdendosi in zone industriali abbandonate; un lavoro che ha acquisito consapevolezza e spessore con il passare del tempo. Fate come quei 5000, siete sempre in tempo, magari con la puntuale ristampa Cherry Red del 2013.

È vero che ognuno ha i suoi 15 minuti di notorietà, resta il fatto che io ne ho avuti solo sette e mezzo.”

Con i soldi dell’anticipo per Sulk mi comprai una Mercedes. Non ho mai avuto la patente quindi dovetti assumere un’autista. Donna. Facevamo lunghi giri per le strade di Londra mentre mi masturbavo sul sedile posteriore. Non so che fine abbia fatto quella Mercedes.”

Questo era Billy.

Michele Benetello

I dischi che piacciono solo a me, credo #33

UltrasoundEverything Picture (Nude, 1999)


Avete anche voi i dischi ‘importanti’ che trascendono il mero valore qualitativo, vero? Quelli che poco hanno a che vedere con la ragione ma molto con il cuore e qualche volta con il suo surrogato pulsante? Quelli che vi siete spesso trovati davanti – sbattendoci addosso, senza sapere il perchè – in molti snodi della vostra vita? Certo che li avete, ci mancherebbe. Ne sono sicuro. Sovente non volete parlarne, perchè è troppo doloroso, per pudore o anche soltanto per vergogna… Mica decidi tu che musica discinta ti viene incontro quando hai cazzi e mazzi. Magari. Ma non sempre ti capitano tutte le fortune. Parlo di quei dischi magari non all’apice delle vostre preferenze eppure simpatici come le compagne di classe alle medie, le uniche disposte a legare con voi – cedendo per questo posizioni su posizioni nel roster scolastico – a causa di affinità elettive che esulavano dal mero scompiglio del corpo. Ecco, avete capito: quelli. Vero che li avete?

Non parlo di ‘in una relazione complicata’ anche se – in genere – è sempre lì che si va a parare, guardando le home page. Lì o nelle dinamiche familiari. È che gli Ultrasound sono venti lunghissimi anni che mi cozzano contro ad ogni giravolta della vita; non ne conosco gli imperscrutabili motivi ma ogniqualvolta la mia esistenza ha uno scarto, un’impennata, un salto nel buio o una derapata… Bamm, loro si ripresentano. Un po’ come i Dire Straits, che mi ammorbano le gonadi da sei lustri e non riesco a togliermi di torno. Una tragedia, questi ultimi. Che poi… Non che io sia tenacemente fanatico e, a dirla tutta tutta, saranno tre le canzoni che davvero mi piacciono. Degli Ultrasound dico, non di Knopfler e soci. Quattro, via. Forse cinque, sono sincero. Magari sei, ecco. Diciamo sette e non se ne parli più. Che faccio, lascio?

Ho sempre avuto difficoltà a comprendere l’esaltazione e le lodi sperticate che per un nanosecondo li avvolsero, abbracciandoli, nel 1998 o giù di lì. Troppo progressive, troppo barocchi, troppo pomposi, lenti, melliflui. Poco, pochissimo anni novanta, alla fine. Decennio di sbornie e euforia psicotropa senza fine nel quale loro recitavano la parte dei beghini altezzosi e snob. Però c’era qualcosa. C’era che la scrittura non aveva equivalenti nell’Inghilterra del tempo; c’era che Andrew Wood mi era simpatico con quell’aria da anti rockstar sovrappeso. Sembrava Oliver Hardy in La Ragazza di Boemia. O Meat Loaf dopo un restyling da Antena. Lui, afflitto da pinguedine coatta e decisamente lontano dai canoni delle faccine che amministravano il Brit Pop con sapiente tecnica computistica. Movimento dal quale ne erano ampiamente fuori, avendo esordito nel 1997 e quindi non facendo parte di quella combustione durata suppergiù 18 mesi. Erano lì, in una terra apolide, in mezzo a fricchettonaggini anni settanta, implumi canzoncine retrò, mirabolanti suite orgiastiche, lunghe e spossanti cattedrali di pop sinfonico. Dei Cardiacs in fissa con i Genesis, se proprio volessimo usare iperboli (Selling England By The UltraPound), per quanto la banda di Tim Smith sia sempre stata un punto di riferimento imprescindibile tanto da convincere Wood a riformare il gruppo nel 2010 per un concerto in favore dello sfortunato leader dei Cardiacs che – nomen omen – aveva avuto un infarto.

Insomma, ‘sto cazzo di Ultrasound: cinque che se non ci fossero stati li avrebbe immaginati Walt Disney tra un trip e l’altro di Fantasia. Five Get Over Excited, provate a visualizzarli: uno spilungone emaciato alla chitarra (Richard Green) in odor di anoressia e con uno sguardo da Scooby Doo; un barbuto nerd alle tastiere (Matt Jones) prossimo al bikerismo; un batterista mollaccione (Andy Peace) con l’aria da roadie dei Coldplay e una biondina isterica (Vanessa Best) da aperitivo in centro. Basso e cori, quest’ultima. Fan quattro, dite? Mi sono tenuto l’asso alla fine: Andrew ‘Tiny’ Wood, cantante dalla mole particolare, un Sylvester bianco, un Antony agghindato da paggetto vittoriano. Stazza da sumo e ugola da seconda fila in chiesa. Cazzo di banda era, quella? Il mondo voleva glamore alla Placebo (lo stava avendo, accidenti) e questo crogiolo di disagio stilistico usciva con un doppio cd farcito di canzoni lunghe quanto una coda in autostrada (l’ultima dura 39 minuti). Tutti sbracciavano in prossimità dei fasti di Carnaby Street, loro si rifacevano a Tarkus. Ostia.

After-rock tentarono di chiamarlo, qualcosa che non aveva la lamentosa consistenza dei Radiohead (pure se qui Nigel Goodrich produce un paio di tracce) o la luccicante eltonjohnatura dei Muse; stava ad un livello più basso, fatto di lunghi intermezzi e portentose armonie, ritornelli veraci e svisate infinite. Prog, sì. O qualcosa di simile. Ma un prog riveduto e corretto dall’isteria brit, incidentalmente forgiato da canzoni che molto dovevano all’Inghilterra tutta, sia stata quella di Bolan, di Cat Stevens o – appunto – dei Cardiacs. Gente strana, gli Ultrasound. Gente che si permetteva di lasciar fuori dall’esordio il monolite più conturbante di carriera, ovvero quella I’ll Show You Mine che è una delle mie tre o quattro canzoni degli anni novanta e non saprei spiegarvi il perchè. Pochi minuti che hanno l’incedere di un’amplesso, preliminari e climax compreso, e che regalarei ad ogni esponente meritevole e provvisto di tette affinchè comprenda che con una manciata di accordi si possono fare tante cose. Anzi, parecchie.

I’ll show you mine if you show me yours
All that we have is each other

Everything Picture è un disco che mi porto appresso senza apparente ragione, chewing gum sonoro attaccato all’orlo dei pantaloni. Non mi appartiene ma mi orbita attorno, sovente mi infastidisce e spesso rammenta di maledirmi per non aver mai avuto la possibilità di vedere gli Ultrasound su un palco. E’ lontano dai miei istinti e pure dalle mie consapevolezze, è un calabrone armonico che per la sua struttura non dovrebbe volare e piacermi e invece riesce in entrambe le cose. Un paradosso che non finisce di condurre stupore, soprattutto perchè mi porta a spasso dalle parti del prog, che per me ha la stessa valenza della kryptonite per Superman. Mi irretisce, riesce a calamitare le mie attenzioni ed è nauseantemente affine al sottoscritto. E questo non mi piace. E’ ingombrante, barocco, spossatamente prolisso, è come avrebbero potuto suonare i Magazine orfani di John McGeoch ma con Jonny Greenwood in formazione. Ed è proprio la chitarra di Richard Green la peculiarità di una banda a latere rispetto all’intero panorama coevo. Ha l’odore di certi Smashing Pumpkins innestati sui Van Der Graaf Generator con origami di tastiere, ikebana di chitarre, haiku vocali. Un teatro Kabuki dell’Inghilterra tutta, seduta a guardare il brit pop che si allontana dalla riva.

Cross My Heart dura sette minuti, Happy Times (Are Coming) otto e mezzo, Suckle giusto quei trenta secondi in meno della precedente, My Impossible Dream è ancora un Moloch da quasi cinquecento secondi, Stay Young si arrampica per metà dell’ossimoro di warholiana fama (e difatti fu eletto singolo della settimana per NME), la title track da sola sfiora il primo tempo di una partita di calcio. Same Band, che ha ‘solo’ quattro minuti e nove secondi d’incedere fa la figura della loro Blitzkrieg Bop. Everything Picture At An Exhibition, verrebbe da dire. O Punk Floyd come qualcuno in Albione scrisse. Insomma, sgombrate il campo dalle tutine Blur o Oasis e dalle giacche (su pelo diafano) del Jarvis. Non c’era un cazzo di isterismo modaiolo negli Ultrasound, e anzi cosa aspettarsi da un gruppo che nella prima incarnazione sceglieva l’irritante moniker Pop-A-Cat-A-Petal (dal nome di un vulcano messicano) esordendo nel 1994 con un nastro su Org?

Il colpaccio lo mette a segno Fierce Panda invece, il miglior talent scout in guisa di etichetta del biennio, lesta ad annettersi qualsivoglia nome interessante di quei 24 mesi cruciali. Il risultato è un gioiellino barocco chiamato Same Band. Luccica su 45 giri portando in dono l’abbraccio della Nude Records, il monumentale primo album e un’esposizione mediatica centripeta. L’ambizione e l’ego son grandi, il minutaggio di Everything Picture ancor di più: due cd, 11 brani, 102 minuti di musica. Sette dei quali occupati dall’iniziale Cross My Heart. Ha già in vitro gli accordi che renderanno umbratile il peccaminoso pop di I’ll Show You Mine, li immerge in acquaragia Cluster, vira dalle parti dei Porcupine Tree meno lisergici e sferraglia in un guado tra i Telescopes e il kraut rock prima di sfumare per osmosi dentro Tommy degli Who e – appunto – a Same Band, primo grande (ma grande davvero) pezzo di carriera. Un ipnotico loop di tastiera vintage a pulsare e orde Mordor di strumenti ad avvilupparglisi appresso, Sturm Und Drang Emerson Lake & Palmer che giocano ad un emaciato post punk con i Magazine di Secondhand Daylight. Popgressive da Geneva e Flaming Lips al botulino. Il Fat-tastico Tiny declama come se avesse il cuore addolorato dall’ascolto di Scott4, ciondolando parole col moccio al naso (I’d kiss you if you weren’t a girl), la canzone si incide a fuoco sulle pareti di un 1998 – altrimenti – nebuloso assai. Basterebbe questo per giustificare l’approccio all’album ed è altresì un crimine contro la discografia la decisione della Nude di non iterarne l’uscita su singolo. Stay Young prosegue nel candore e nella magniloquenza, ha le stimmate dei Genesis di mezzo (citofonare casa Rutherford e Hackett) ma è capace di svicolare in un decadente inno alla Roger Waters (hey kids, rock and roll is here so scream all you want it’s a naked pagan glory celebrate the new… Gary Glitter’s gone to seed so who will lead us now?). Glory Glory Ultrasound. E ancora l’arrampicata ai rarefatti Ottomila di Suckle, tra bordate tastieristiche e sei corde kamut che si librano su avventurose scale; Vanessa contrappunta i cori con rara indulgenza sexy, l’assolo di chitarra è qualcosa da sparare nel cosmo con una psicocromia alla Ride, i cambi armonici sono epici. Suckle è polvere di stelle pop sepolta sotto lapilli di cenere pirica purissima. ‘Babies’… in verità, in verità vi dico che la cleptomania baustellica potrebbe trovare nuova linfa in questi accordi sconosciuti ai più. Si torna sulla terra con Fame Thing, rock and roll glitteroso alla David Essex. Happy Times (Are Coming) chiude il primo cd e non è difficile fantasticarvi poltiglia Ok Computer resa bolo da una produzione che già profuma di Kid A. Gli Yes intenti a rifare Ricochet Days dei Modern English non sarebbero caduti lontano.

Potrebbe finire qui, tanto Everything Picture (assieme a Ladies And Gentlemen We Are Floating In Space, del quale rappresenta la versione prog) ha rappresentato il paletto di frassino nel cuore di un agonizzante brit pop. Ne è il contraltare impegnativo e tutt’altro che immediato, lo scarto armonico pronto a  rendere visibile ciò che per sua natura è irrimediabilmente demodè. Invece vi aspetta un secondo cd di meraviglie, dove l’iniziale Aire & Calder ha un profumo da Wall Of Voodoo indie immaginatisi nel 1975 ed è bissata dal Neil Young che si fa Pulp di We Love Life (ma anche This Is Hardcore, anzi: Lardcore) di Sentimental Song. Troppo prolissi, dite? Troppa ambiguità di fondo, mancanza di riferimenti, obiettivi e focalizzazione? Eppure è proprio questo il tratto saliente dell’impegnativo lavoro. Che sia voluto o istintivo è questione di lana caprina e ognuno ha probabilmente la propria verità riguardo un canzoniere sempre in bilico, oscillante tra istinto e ragione, con la seconda a prendere spesso il sopravvento tramite un delirio d’onnipotenza sonoro mai domo. E’ ambizioso Everything Picture, egotico, sovente ridondante. Eppure la qualità delle canzoni è innegabile, fatte non furono per vivere in classifica (sebbene l’album recuperi un dignitoso numero 23 in quella inglese) ma per seguir virtute e canoscenza. Floodlit World (altro 45 giri, singolo della settimana per il Melody Maker) in questo senso è inequivocabile: ha uno dei mille Bowie nelle corde e la statura di hit minore, di quelli diesel e con il passo da montagna. Jason Pierce e Le Orme avrebbero gradito. Costa fatica cotanto senno e difatti My Impossible Dream mostra segni di cedimento. Rappresenta il momento in cui la stanchezza prende il sopravvento dopo tanto battagliare, pezzo minore di un disco che comincia a farsi bulimico e pomposo. Ha un retrogusto – strano ma vero – da Pere Ubu (non a caso rifaranno Final Solution in una versione irrorata di Xanax nel I’ll Show You Mine Ep) ed è l’unico sassolino nell’ingranaggio onirico. Chiude la traccia che titola l’album e – come s’è detto – sono 39 minuti di viaggi astrali tra Pippi Calzelunghe, Spiritualized e muri di feedback impreziositi da falsetti prima che tutto si fratturi per diventare un Metal Machine Music at Pompei. 102 minuti. Al cambio attuale quasi quattro album dei Ramones. Tanto dura la maratona di Everything Picture, una maratona che necessita garretti e resistenza per essere portata a termine. Nulla è immediato in questo disco, niente è regalato all’ascoltatore e se qualcuno di voi necessitasse di maschia foga, bicipiti e testosterone farebbe bene a non metter piede in questo baccanale barocco. Le Colonne d’Ercole degli Ultrasound si inabissano qui, tra tensioni latenti, divergenze sonore, l’accidia di Wood e l’abbandono di Green, vera anima musicale del quintetto, lesto a transumare di lì a poco nei Somatics senza lasciare grosse tracce. Sarà lo stesso Andrew Wood a chiudere l’avventura con poche e concise parole, quasi fosse stata una necessità familiare edificata su scontri e litigi: “non avevamo nulla in comune, non uscivamo in compagnia, non avevamo nemmeno la stessa età… Perchè avremmo dovuto stare assieme per registrare un altro album?”

Same Band, certo.

Serviranno 13 anni per il ritorno a casa: Play For Today (2012) è figliol prodigo in catalogo Fierce Panda. Chiude l’era dei barocchismi ed è – fondamentalmente – un disco di brit pop fuori tempo massimo. Viene trainato da Beautiful Sadness, brano che si sarebbe agevolmente guadagnato tutte le classifiche. Del 1996. Di Real Britannia (2016) si spergiura gran bene avendo ricevuto stellette un po’ ovunque in Albione: da Mojo a Uncut a – ohibò – Prog Magazine. Non mi è ancora entrato a corte (ma posso affermare senza timore di smentita che Kon-Tiki è un pezzone memore del 1998), e resto fortemente dubbioso di poter avere a che fare per l’ennesima volta con Same Band. Tantomeno Stay Young, ‘che il tempo passa per tutti e figuriamoci per loro. Altresì temo, tremo e fremo per ulteriori 102 minuti di musica.

Quindi: ora che avete avuto modo di vedere il mio disco ‘importante e che trascende il mero valore qualitativo’ (che pirla, eh?), mi piacerebbe conoscere il vostro, perché I’ll show you mine if you show me yours all that we have is each other.


Michele Benetello

I dischi che piacciono solo a me, credo #32

Terry, Blair & AnouchkaUltra Modern Nursery Rhymes (Chrysalis, 1990)

Non so cosa imponga la deontologia professionale riguardo i dischi da trattare; ho sempre pensato che per parlare di qualcosa con cognizione di causa bisognasse possederne fisicamente le fattezze. Area e perimetro. Forma e sostanza. Altrimenti si finisce a ciarlare come i tuttologi che infestano la rete e che con estrema disinvoltura passano la vita a far gli Zelig: un giorno cardiochirurghi, il giorno dopo economisti da Nobel e quello appresso skipper all’America’s Cup. Dovrei chiedere a quelli veramente bravi (e ce ne sono) come comportarmi in tal senso, ma non so se mi risponderebbero. Quindi mi trovo un po’ in impasse, visto che questo disco me lo sono lasciato sfuggire come uno stolto ad una Fiera di qualche tempo fa a causa della mia solita incapacità (e accidia) nel portare pesi. Ma nessuno ha addosso una croce più grande di quella che riesce a trascinare, giusto? Quindi evito di rivolgere le mie mire a Discogs (per ora), parlandone tramite una volgarissima versione in mp3 gentilmente offertami dalla rete quando – a suo tempo, mentre mi morsicavo le nocche – decisi di sapere cosa mi ero perso.

La verità è che non volevo tralasciare Terry Hall, semplicemente. Uno che considero un amico e che possiede la faccia probabilmente più simpatica dell’intero scibile pop. Il mio Pluto che sapeva scrivere canzoni. Mi bastava guardarlo ciondolare con un’espressione tra lo svagato e l’incredulo per farmi assalire dal buonumore. E a me – la faccia da animaletto sbilenco di Terry Hall – ha sempre messo addosso una serenità con pochi eguali. Quindi mi permetto un’eccezione (una soltanto) giurandovi che – prima o poi, magari alla prossima bancarella e/o mercatino – il manufatto in vinile giacerà meco. Terry Hall dunque, il bianco col sangue più nero d’Inghilterra, forse uno dei 3 o 4 talentuosi canzonettari (sia preso nella miglior accezione possibile del termine) sfornati dal pop britannico nella prima metà degli anni ottanta. Una faccia da ultimo banco, il finto tonto con lampi di genio, lo stralunato più in gamba durante la gita scolastica. Uomo erratico e musicalmente insofferente, ma pure uomo che ha posato la sua ugola sugli Specials, una delle pochissime e reali glorie d’Inghilterra.

Di quella multirazziale confraternita saprete già tutto, saprete di Ghost Town e della sua importanza politica; saprete della 2Tone, etichetta fortemente voluta dalla band ed in particolare dal loro leader Jerry Dammers; saprete di come quella congrega rappresentò una reale via di fuga per un’intera generazione, stritolata da pressanti problemi; saprete anche come finì quella meravigliosa storia, in un maelstrom di incertezze, dissapori e diaspore. Fu proprio Ghost Town (c’è un discreta rilettura dei Prodigy in giro) a rappresentare il ‘qui ed ora’ di una nazione sull’orlo del baratro, la diga sonora che impedì a violenti scontri di sfociare in guerra civile. Fu eletta miglior singolo del 1981 ed inserita tra le 100 canzoni di tutti i tempi, a dimostrazione di come – davvero – gli Specials avessero parlato ad una intera nazione, non solo alla Thatcher o al National Front. E se oggi una cittadina di poco conto come Coventry è sulle mappe rock di ogni adepto, beh… il merito va assolutamente ascritto a loro. E ai Bolt Thrower, certo. Sia mai.

Terry Hall era un giovanissimo ragazzotto sbilenco, emaciato e bianco in mezzo ad un agglomerato di senno caffelatte, un vaso di argilla stritolato da vasi di ferro; ma era anche il viso da esporre all’Inghilterra – con quei suoi capelli a nido d’uccello e quella faccia da cocker spaniel triste – durante gli epocali giorni di Ghost Town. Contribuì anche lui a mettere il sigillo su quelle meravigliose e importanti pagine di reggae rock inglese, così gioiosamente ludiche nel loro innalzare tromboni, fiati, tastiere, bassi tellurici (inutile citare A Message To You, Rudy) e una penna tagliente quanto dolceamara. Profondamente innamorato delle melodie anni 60 e del pop meno dozzinale, al deflagrare della Speciale avventura cercò subito una propria via fondando i Fun Boy Three assieme agli ex sodali Lynval Golding e Neville Staples, facendosi accompagnare da tre ragazzette allora sconosciute ma destinate a gloria planetaria: le Bananarama. Scrissero pagine di zuccherosa – ma intelligente – pop music (quasi come dei B52’s sotto Valium). Canzoncine appena munte, con la stessa andatura dell’Orso Yoghi, bighellonanti in un fiume caffelatte dove piovono biscotti e gli occhi hanno sorridenti cispe. Per due anni fu mistero gaudioso e gioia purissima poter fischiettare i rapaci ritornelli o le estrose strofe di quei singoli contagiosi, fossero The More I See (The Less I Believe), The Tunnell Of Love, Our Lips Are Sealed o Really Say Something. Due anni, prendere o lasciare. Due intensi anni prima che quel suffisso ‘fun’ diventasse troppo stretto e un divincolarsi di scazzi e diverse esigenze armoniche mettesse il sigillo all’avventura. Fun Boy One si ritrovò ai blocchi di partenza. Ecco allora i Colourfield (assieme ai Toby Lyons e Karl Shale) e poi i Vegas (in combutta con Dave Stewart degli Eurythmics). E… ci credereste? Tutta roba che durò il tempo di uno sputo in strada. Però – ed è qui che finalmente pianto le tende – è proprio lì in mezzo (anzi: esattamente dopo i Colourfield) che si incastonò una pietruzza inesplorata, uno dei soliti passatempi del nostro, di quelli che era solito abbandonare con un’alzata di spalle, negandosi una visibilità che avrebbe fatto comodo. A lui e a noi. Un solo album, due singoli a trainarlo e ciao. Classico, per uno come Hall, e quasi ti vengono i nervi nel ponderare siffatta accidia.

Insuccesso bello e buono Ultra Modern Nursery Rhyme, dalla scarsa visibilità e ancora più deficitaria distribuzione. Un faticosissimo ottantesimo posto nella classifiche inglesi prima che – Terry Hall, Blair Booth e Anouchka Grose – facessero perdere le loro tracce. Come entità unica quantomeno, dacché la graziosa Blair Booth a sprazzi andrà ad alzare la testa accompagnando Billy Mackenzie, Rachid Taha, Marc Almond e fondando i misconosciuti Oui 3 e la Grose è una giornalista/scrittrice di origini australiane nonché una delle maggiori psicanaliste Lacaniane del pianeta. Che ci facevano due donzelle simili assieme al nostro svagato preferito? Un album, chiaro. Qualcosa che penzolava dalle parti di un caramello sixties pittoresco e spectoresco, pieno di marshmallow sonori, fiati, arrangiamenti zuccherini, canzoncine alla Petula Clark o alla Tracey Ullman. Ma sempre con quell’accidia e l’incedere sornione che è tratto distintivo del nostro. Lo mixa Bob Sargeant, uomo aduso a dirigere cursori con Fall, Beat, XTC, Damned, Motorhead, Tricky solo per nominarne alcuni. Un disco che passò sotto silenzio e che – ripeto – mi ritrovai tra i polpastrelli un’unica stramaledetta volta, ad un prezzo irrisorio. Scelsi di lasciarlo orfano in mezzo a paccottiglia suprema, con un accidia pari a quella del nostro quando si trova davanti un microfono. Colui che fece per viltade il gran rifiuto. Io.

Aveva un metodo nella sua idiosincratica follia, il Terry. Laddove i Fun Boy Three vagheggiavano dei Talking Heads in gita scolastica a Topolinia (Byrne ci mise davvero le mani, producendo l’album Waiting) e i Colourfield rappresentavano prove tecniche di sognante vintage pop, questo parto estemporaneo andava a racchiudere le intuizioni del passato portandole ‘oltre’. Un viaggio diretto alla medesima meta (l’unica che il nostro abbia mai avuto) effettuato con una macchina dalla carrozzeria luccicante seppur priva di sprint nel motore. E se vi pare un puntiglioso appunto (non lo è) dovreste approcciarvi dall’inizio; nello specifico con la traccia che dona il titolo all’album, raggruppandone tutta la letteratura in quattro parole dove appaiono visioni di pastelli a cera, coretti sognanti, Swing Out Sister, un Paul Weller finalmente con il sorriso, sussidiari retrò da colorare e un gusto soul che si declina all’imbrunire. Sophisti-pop si era soliti chiamarlo, sei o sette lustri orsono. Dalla perfetta manicure, mi verrebbe da aggiungere; come si evince anche da Missing, una immaginifica e chiesastica notte di Natale abbracciati a Lily Allen, pezzo per il quale il Rob(b)iolone Williams potrebbe uccidere. O quantomeno farsi un nuovo tatuaggio. Bacharach e Costello si infiltrano in ogni pertugio, e pure Ian Broudie avrebbe due accordi da aggiungere al tema. Il pop inglese che si fischietta con un caffè bollente in mano e una sciarpa troppo lunga mentre si scendono di corsa gli scalini della metropolitana sotto una pioggia battente, sbirciando le patatine all’aceto che occhieggiano dal negozietto indiano. Canzoncine fatate e iper prodotte che s’ergono anche in Fishbones And Scaredy Cats, ovvero quasi una permutazione di Sono Tremendo di Rocky Roberts col piede premuto sul freno e un’avanzare da ipercinetici Young Marble Giants. Vocine da sottofondi per commediole con Hugh Grant, Pet Shop Boys bacchettati sulle manine, Saint Etienne lasciati seccare al sole, pleniluni autunnali avvolti da una nebbiolina al bergamotto.

Viene voglia di lasciarlo spandersi per la casa, Ultra Modern Nursery Rhymes, magari mentre si è in altre faccende affaccendati, cosicché possa venire assimilato subliminalmente dalle sinapsi. E in questo un pezzo come Lucky In Luv è perfetto: jazz swing da Aristogatti, cambi armonici improvvisi e movenze da Grease. Tutti assieme, appassionatamente. Day Like Today avanza come un Barry Adamson steso in spiaggia a Formentera in compagnia degli Swans Way (per chi ancora li ricorda). Delicate impronte di jazz col cappuccino dalla schiuma fumante. Latte intero, chiaro. Ma riesce a far di meglio Sweet September Sacrifice che ha da subito la statura del classico oltre ad un ritornello da lungometraggio con Meryl Streep sotto una umbratile New York, magari proprio Falling In Love, quel film del 1984 diretto da Ulu Grosbard. Se siete incolonnati in auto sotto una pioggia epocale vi rallenterà il tempo d’attesa. Paaa paa pa pa paaaa, e mi par di vedervi battere i palmi delle mani a tempo sul volante, assieme a me. Magari su Tree Cool Catz (rieccoli, gli Aristogatti), crasi tra un Matt Bianco intelligente e un Kid Creole triste. Porta in calce la firma Leiber & Stoller, proviene dal repertorio dei Coasters (lato b del 45 giri Charlie Brown) e ci schiocchereste sopra le dita se non fossero impegnate ad asciugarvi le lacrime. Rum e cola, un club fumoso all’ora di chiusura, immagini di Zorro in TV, spanish flamenco e Mink DeVille che ride seduto sopra dei bonghi troppo piccoli. Finisce riecheggiando Ain’t Necessarily So e io ci riesco ad immaginare pure Elvis che la canticchia sorridente mentre si pulisce gli anelli col Sidol.

Viaggio che pare non finire mai, quello di Ultra Modern Nursery Rhymes, e che vien voglia di iterare in loop in questi giorni di sbalzi termici. Happy Families è una serata a Top Of The Pops nel 1966, con Sandie Shaw senza scarpe, tubi catodici in grigio e nero, i Weekend nel cuore e Lisa Stansfield, le Wilson Phillips e i Blow Monkeys seduti tra il pubblico a prendere scrupolosa nota. Canzonetta al sidro senza pretese dove Johnny Marr sarebbe stato il valore aggiunto. Terry, It Was Really Nothing, ostia. Non avresti potuto fargli inserire i polpastrelli anche in Beautiful People, rendendola hit da biscotti danesi al burro e tè alle cinque? Just Go è il vaudeville finale, la passerella col cappello in mano e un sorriso triste. “E tutto ad un tratto il coro!” come avrebbe recitato quel vetusto Carosello con Carlo Dapporto. Un banjo strimpella stridente nascosto dal missaggio mentre Laurence dei Denim si batte i pugni sulle tempie per l’invidia. Più Terry Hall di così non si puote. Difatti non si potè.

Non so cos’altro spremervi appresso per invogliarvi all’ascolto, ma se – dopo un giro su questi 10 brani – ancora non vi foste convertiti al verbo allora significa che avete la discografia dei Cardigans al posto del cuore. Epperò una cosa una vorrei aggiungerla ancora, spingendola dentro a forza: dovesse avanzarvi quella manciata di dobloni fuori corso vi esorterei ad inserirli nella fessura del 12” di Ultra Modern Nursery Rhymes, fosse solo per la rilettura di Love Will Keep Us Together, proveniente dal catalogo di Captain & Tennille e qui resa alla stregua di paperelle con la marimba. Gemma da un musical immaginario.

Oh, insomma… ‘fanculo, perché attendere? Apro una nuova scheda del browser e riempio il carrello con il vinile prima che quest’ammasso di pixel finisca, lasciandomi con uno strano retrogusto in bocca e nessuna copertina da poter avidamente palpeggiare. Questo disco è fatto della stessa materia di cui sono fatti gli studi di registrazione, guarnito da 10 brani tutti uguali eppure tutti radicalmente diversi. Ma come non farsi irretire da cotanta scrittura apparentemente semplice seppure zavorrata (e forse è questo l’unico contro di un disco pieno di pro: l’eccessiva e maniacale cura per gli arrangiamenti) di suoni, colori e impasti vocali? Ultra Modern Nursery Rhymes è probabilmente il manufatto più nascosto di una carriera mai meno che deliziosa nonché trentennale, un disco dove il kitsch fa capolino in più di un passo e cascate di lustrini di jazz patinato adornano muri che sudano cocktail. Perfetto per ricondurci alla prossima primavera con una esatta e bilanciata dose di spleen e solarità.

Non so se lo leggerai mai, ma questo è A Message To You, Terry. Perché un Hall non si abbandona mai, checché ne dica Oates.

Michele Benetello

I dischi che piacciono solo a me, credo #31

One DoveMorning Dove White (Boy’s Own Recordings, 1993)

“Come hai trascorso gli anni Novanta?”, chiede con una cravatta perfettamente intonata e un ghigno sotterraneo, uno di quei ghigni pieni di pruderie, sarcasmo e beghinaggio coatto. Vorrebbe conoscere particolari intimi, baccanali über alles, orge da far invidia a Tigellino. Vuole sapere se il rock and roll si porta dietro tutto il resto. Stolto. Mi viene invece da rispondergli ‘quali?’ ma navigo appena sopra il pelo dell’acqua, guadagnando tempo per far mente locale mentre sbatto le palpebre con la frequenza delle ciliegie che girano sulla slot machine, che c’ho avuto anche io una Prima e una Seconda Repubblica, ostia. Senza alcun Pio Albergo Trivulzio e avendo rimosso subito chi fosse il mio Antonio di Pietro. Ero innocente, comunque. Va sottolineato. In ogni caso mica ne ho avuto uno solo, di ‘anni novanta’, io. Per chi mi ha preso? Cazzo dice? Surfo alla grande, sbattendo la testa sulle onde cominciando a far di conto. Credevo che gli Orb fossero la grande vera rivoluzione alla ‘un sacco bello’; che l’esordio dei Manics riportasse i T-Rex dentro la tv (“Well, I Love Tv and I Love T-Rex” è una citazione che solo gli affiliati più cari capiranno); che Nirvana e Soundgarden fossero da rispettare ma non quagliavano così tanto con me (‘me’ coglione, almeno per i primi); che l’esordio dei Suede fosse moscerrimo ma Dog Man Star un grandissimo album. Del 1973. O che il brit pop fosse l’ultima vera rivoluzione alla quale potevo avere accesso, spesso finta e plasticosa e per questo appagante assai. Potevo dirgli degli Scorn, degli Altern-8, dei rave e dell’ambient più ostica e cosmica; degli Spiral Tribe e dei Psychick Warriors Ov Gaia; dei Kong (eh, bravo… i Kong. Che banda!) e i Drug Free America; dei Campag Velocet e Mr.Cd; di Irresistible Force e dei DexDexter; delle nove (nove!) pisciate fatte durante un soundcheck dei Buzzcocks (ma eran già i 2000, mi sa); delle lunghe traversate Venerdì sera-Domenica mattina senza dormire e con solo una maglietta di ricambio, quella con la dicitura ‘my favourite thing has gone away and I know it won’t be easy now, but I’ll manage somehow’. Troppo corta tra l’altro, mi scoperchiava un ombelico tutt’altro che glabro. O ancora la Monarch Airlines, i sottoscala a Soho dove vendevano GBH e io pensavo si riferissero al gruppo punk. E ancora le nottate in Chalk Farm; magagne fisiche assortite; diaspore in giro per l’Italia, da Biella a Marina di Gioiosa Ionica. Potrei dirgli del Popkomm a Colonia e di uno scrostato bancone di bar assieme a Jad Fair senza dire una parola mentre i Cornershop ancora orfani (ma per poco) di Norman Cook si montavano un palco edificato su cassette di birra. O del tour europeo, ecco! Di una semi rissa a Magdeburgo e una notte a Berlino che, a momenti… Potrei dirgli di donne (poche, pochissime) e di dischi (tanti, tantissimi). Uno in particolare. Ma non so se sia questo ciò che vuole sentirsi dire. Potrei davvero – invece – parlargli di un disco che era ed è una pepita d’oro incastonata tra i ventricoli. Sì, potrei dirglielo e quasi quasi sarei tentato di. Un disco che sono aduso arieggiare ancor oggi, che ha un quarto di secolo sul groppone e rappresenta esattamente la mia metà. Anagrafica e sonora. Summa teologica di tutta quella fibrillazione atriale scaturita da Screamadelica l’enorme lavoro approntato da Ian Carmichael (ex The Orchids e produttore sensato oltre che avvezzo ai nuovi suoni in auge), Jim McKinven (ex Altered Images) e Dot Allison. Uni e trini. Ce l’avevo sulla punta dell’ipofisi l’elegia degli One Dove, ero pronto a sommergerlo di iperboli e friccicori de core, tanto era stato maledettamente anni novanta, quel disco. Suoni che convergevano su grandi canzoni, tra dub, ambient, Brian Eno, Portishead (ma qui siamo davvero qualche spanna oltre sulla breve distanza), King Tubby, Jah Wobble e Twin Peaks. Canzoncine ovattate, tessiture elettroniche e un senso della melodia quasi spectoriana a dare un senso di classico. Dei Dead Can Dance post acid house, ecco. Con la voce fredda e nuvolosa di Dot Allison a glassare di cirrocumuli nebbiosi le partiture degli altri due. Tutto quello che avrebbero dovuto essere i Saint Etienne, se Fox Base Alpha fosse stato coperto dalla neve di un dicembre in bianco e nero.

C’è Andrew Weatherall a dirigere, lui che li aveva scoperti e fortissimamente voluti sulla propria Boy’s Own per divulgarli al mondo. Ed è uno dei mille motivi per i quali sarò sempre fedele e devoto all’uomo barbuto. Fail We May, Sail We Must. Che stracazzo di disco Morning Dove White, vacca boia! E come vorrei davvero che questo copuloso papero azzimato ne venisse irretito e me ne chiedesse una copia, magari su doppio vinile con quella copertina di carta porosa che pare messa lì apposta per assorbere le lacrime. Probabilmente lo aiuterebbe nelle sue battute di caccia, pure. Perchè questo lavoro (a proposito: titolo che riecheggia il nome della nonna Cherokee di Elvis Presley) è un disco da gocce di pianto eroiche ed erotiche, di quelle che bagnano le federe dopo abbandoni piovosi. Un disco romantico, e proprio per quello mi trattengo dal porgerglielo su un piatto d’argento. Non capirebbe. Capisco io invece cosa mi provocò assumerne le gesta poco alla volta, aspettando con ansia la versione in vinile e tutti i 12″ che riportavano mai meno che egregi remix ad opera di questo o quel Merlino elettronico del tempo, da Secret Knowledge a William Orbit, dai Sabres Of Paradise agli Underworld, dacchè brani che sembravano proprio destinati alla permutazione armonica. Me li marchia a fuoco, i novanta, ‘sto cazzo di Morning Dove White e vorrei condividerlo con qualcuno che – lì fuori – ne potesse contenere la bellezza diafana all’interno della propria cassa toracica, fosse solo per quel nome – Dot Allison – che è perspicace specchietto per le allodole. Lo guardo, questo pirla di proporzioni abnormi, e sono davvero tentato di immolarmi per i suoi peccati, dandogli una possibilità di redenzione. When Doves Cry.

Glasgow è fredda, ha gli inverni che sanno di Charles Dickens e Jane Eyre, e non vi sono bianche colombe a volteggiare sui comignoli o a fare il nido tra le intercapedini delle insegne dei pub. Ci si ristagna dentro, casomai, con la testa china su boccali e banconi di legno scrostato. È lì che nel 1991 si accorpa il trio, attorno al Toad Hall Studio, baricentro della scena e di proprietà del Carmichael. Si fanno chiamare Dove, hanno un singolo (Fallen) fuori per la Soma Records (quella di Da Funk) ma sono costretti a cambiare repentinamente denominazione a causa di un campione italo disco che a sua volta era stato furtato ai Supertramp. Peccatucci con i quali si cominciava seriamente a far di conto, in quei primi anni novanta. One Dove allora, che la colomba che porta la speranza è una e una soltanto. È qui che entra in scena Weatherall, spettatore casuale di uno dei primi concerti del terzetto e pronto a comprendere da subito l’importanza di quel brano diafano, quasi da Cocteau Twins riconvertiti alla trance. Si avviluppa su una sorta di partitura ambient dai fraseggi house, con il valore aggiunto dato dalla voce di una non ancora trentenne studentessa di chimica, tal Dorothy Elliot Allison. Meraviglia che richiama – più in alto del sole – la sbornia “we wanna be free we wanna be free to do what we wanna do and we wanna get loaded and we wanna have a good time”. Anche noi. Lui non perde tempo: all’inizio del 1992 (con l’appoggio economico della London Records) li chiude in studio assieme ad un parterre de roi comprendente Hugo Nicholson (Bocca Juniors), Jah Wobble, Gary Burns (The Aloof), Andrew Innes (Primal Scream), il jazzista Eddie Higgins, Jagz Kooner (Sabres Of Paradise), Stephen Hague (produttore storico di New Order e Pet Shop Boys) e se stesso in guisa di direttore d’orchestra sintetica. Ne escono con tanto e troppo. Morning Dove White è talmente oltre nel suo gassoso dna che la London non sa che farsene e anzi preme per rendere il tutto più malleabile, adatto alle radio e screamadelicamente simile al monolite di Bobby & Co. Il braccio di ferro dura dodici mesi e quattro singoli (Transient Truth; Why Don’t You Take Me; Breakdown e White Love), poker d’assi dai risvolti dorati. La spunterà la band ma sarà una vittoria di Pirro. Lambiscono la top 40 senza risultare decisivi. Steven Dalton sul NME lo snobba come uno dei tanti epigoni creatisi dopo la sbornia Primal Scream, Select è più lungimirante pur avanzando delle riserve. Vorrei dire ‘sciocchi’ ma non sono autorizzato a farlo, posso solo esortarvi a scendere nelle galassie gospel di questo catarinfrangente miscuglio di suoni e colori pastellati, con le mani alzate al cielo e l’immagine dello spirito santo a riportarvi sulla retta via. È proprio Fallen ad aprire il doppio vinile, prima che la burrosa White Love (Guitar Paradise Mix) si irradi come uno spettro Spacemen Three lanciato nel cosmo da una base chimica situata a Tangeri. Kraut Rock e psichedelia digitale che per osmosi si fondono in un derviscio rotante house. Dieci minuti e quattordici secondi di prelibatezza, acqua viscosa e liquore che scendono lungo i cursori del banco mixer. Breakdown (Cellophane Boat Mix) ha le rotaie del trip hop e i gangli di un confetto che pulsa serafico. Spaziosa e atmosferica farcisce di fumogeni una immensa interpretazione gospel della Allison. There Goes The Cure vanta Sua Santità Jah Wobble e un afflato da Le Mystère Des Voix Bulgares a letto con Brian Eno. Incommensurabile come dei Felt che reinterpretano Twin Peaks all’ombra delle fanciulle in fiore. Se la scalata al Paradiso avesse una colonna sonora allora la condurrebbe questa bianca colomba. Sirens ha la stazza di un Pet Sounds nel liquido amniotico, i ragazzi suonano con piume di cristallo mentre Dot lascia cadere parole in forma di lacrime sul microfono: plant your secrets in my silence, my sadness caught in your gaze. Riecheggiare in baie poco profonde di Cocteau Twins e My Bloody Italo House mentre Gary Burns all’Hammond tira giù la sfera celeste prima di imbracciare il basso e condurre galeoni di dub fumoso nello stupore di My Friend. La loro Loaded inserita a forza su un Metal Box perso nella Via Lattea. Che disco Morning Dove White, che impresa titanica la resa omogenea di diversi stilemi, e che forza sovrumana per calarli perfettamente nel loro tempo. Quando arriva Transient Truth non sai se sono i La Dusseldorf remixati dagli Orbital o se le allucinazioni uditive hanno preso il sopravvento. Vi è ancora un afflato dub emesso in assenza di gravità, appuntite scorie techno, un lungo segnale pulsante proveniente da un punto imprecisato e un ipnotico loop terzomondista che ha le impronte digitali di Andrew Weatherall. Entrambi (il pezzo e Sua Maestà) conducono alla più grande canzone d’amore degli anni novanta: Why Don’t You Take Me.

Oh baby when I sit and dream the skies cry with me, now that I’m alone your voice wraps round me. You had all and you were robbed, you lost me and I lost you, do you know that we lost even”.

Julee Cruise che scappa con la signora del ceppo e un disco di canzoni di Natale sotto braccio, i Saint Etienne che rifanno Tiger Bay con gli occhi umidi, Amy che l’avrebbe cantata da par suo e chissà se, Phil Spector che sevizia i musicisti e Lost That Loving Feeling, Brian Wilson che annuisce e chiede altri canali. Angelo Badalamenti non pervenuto. Io? Io non riesco a estirparmela di dosso da un quarto di secolo e così spero di voi. Tremolante nell’incedere, soul nella costruzione, gospel nel porgersi a Dio, perfetta nell’arrivare a destinazione in guisa di prece. Prendete e ascoltatene tutti. Dopo l’omelia la messa finisce, e si fa presto a genuflettersi quando ci si affida nuovamente a White Love in una Piano Reprise e le porte della chiesa si chiudono alle tue spalle.

La leggenda (piccola ma significativa) One Dove è racchiusa tutta qui, in questi nove brani. Non vi sarà null’altro: né vagheggiarsi di magnifiche sorti né un secondo album pressochè finito (la letteratura tramanda anche qualche brano, da Bubble Funk a I Hate The Sun, da Perfect World a Fight Or Flight). Giace ancora in qualche scantinato, ad assorbire tutta l’umidità dei nostri cuori sgualciti, consapevoli che non vi sarà più un’altra colomba a bruciarsi le ali nel perlaceo cielo mattutino. Cosa resta, dunque, di tutti gli One Dove che abbiamo creduto di amare da giovani? Una carriera solista di Dot Allison, e non è poco. Avrei voluto dire a quel coglione tutte queste cose mentre gli aggiustavo – canzonandolo – la cravatta perfettamente intonata. Renderlo edotto, farlo partecipe del mio entusiasmo, catechizzarlo al terzetto. Ma lui, tutte queste cose, mica poteva saperle o condividerle. Allora gli ho risposto: ‘sono andato a letto presto’.

Michele Benetello

Sasso (Fiver #24.2018)

Quello che non calcoli mai.
Quello che sai benissimo, ma non vuoi ricordartene.
Quello che succede quando voli: il cuore in gola, tutti i sensi a mille, niente può rallentare la corsa, niente può spegnere quel fuoco.
Quello che succede quando voli e prima o poi arriva l’asfalto a ricordarti che se avessero voluto vederci volare, ci avrebbero regalato fin dalla nascita un bel paio d’ali.
Perché, quando ti lanci senza paracadute, il problema non è il salto, ma l’atterraggio.

E non è neanche il tonfo: dopo qualche caduta sai già quello che succederà. Sai che non morirai, sai che ci saranno altri tramonti e altre giornate di merda.
Sai già tutto, come dopo la prima sbucciata di ginocchia in skate: smetti di avere terrore dell’asfalto. Ma sai quanto fa male alla pelle.
È quando succede quel qualcosa. Quella frase. Quell’inflessione nella voce, quello sguardo triste mentre vi parlate sorridendo di un sorriso che sembra un taglio sulla faccia.
È quel momento in cui capisci che è successo: hai visto l’asfalto. Ora sai che arriverà velocissimo contro la tua faccia.
Lo sapevi anche prima, è vero. Lo sapevi col cervello. Lo sapevi perché ve lo eravate detto che stavate giocando un gioco pericoloso, una partita di quelle che si sa già che il banco vincerà: giochi solo per sentire il brivido, per godere di quei momenti.
Ma, quello che hai appena vissuto è quel momento speciale in cui tutto il corpo apprende ciò che sta per succedere. L’asfalto che si avvicina ora l’hanno visto gli occhi, le braccia, i tendini e i muscoli che si sono irrigiditi all’improvviso. Il sangue che ribolle nelle tempie e vorrebbe schizzare fuori dagli occhi per mettersi in salvo. Almeno lui. Torneremo a scorrere.

Stai elaborando il tonfo che arriverà.

Lo sapevi. È giusto. Te lo ripeti mentalmente: lo sapevo, è giusto così, è meglio così. E sorridi, le gambe incrociate nel letto disfatto – lo stesso che poche ore prima vi vedeva vibrare impazziti uno sull’altro, arrotolati come i serpenti del logo di una casata dal nome scemo di qualche fantasy del cazzo – mentre parlate e vi tenete le mani. Ora vi toccate solo le mani. Ve le carezzate come se voleste curare così il male che le parole stanno facendo mentre escono dalla sua bocca, che sa di caffè e tabacco, e arrivano alle tue orecchie, che suonano ancora di sogni pieni solo di mare calmo e spiaggia inondata dal sole.
Sorridi sincera per tutto lo splendore che vi siete dati e per quello che vi rimane. Forse per quello che riuscirete ancora a darvi – non è finita, lo sappiamo tutti e due, vero? – sorridi e vi guardate e sorridete ma speri che lui si alzi e porti via il suo profumo in fretta perché non sai per quanto riuscirai a tenere giù quella lacrima che spinge. Che vuole uscire.

Una. Due al massimo. Solo quando nessuno vede. E un sasso che scivola lungo l’esofago e si va ad appoggiare lì, dove di sassi ce n’è già stati, ce ne saranno ancora, ma era tanto bello quando lì ci sbatacchiavano farfalle e ‘stamattina proprio non era cosa di un peso nuovo in fondo allo stomaco.
Se avrò forza sufficiente mi vedrete invecchiare/e scoprire un po’ alla volta che non basta il tempo e non basta il fiato/se non per imparare a lasciarsi galleggiare con un sasso nella pancia e un pensiero bello in testa/e dopo tutto, quando fuori non piove, non è affatto male.
Giusto una o due. Tre al massimo, a rigare il viso e cadere sulle piastrelle sbeccate. Poi, ti sciacqui la faccia, lavi le tazze nel lavello che se no le coinquiline te la menano che sei una punkabbestia e ti vesti perché devi uscire, che il mondo è sempre lì a pretendere e non gliene frega un cazzo del tuo sasso che sbatacchia proprio male. Proprio male.

Bisogna difendersi. È giusto farlo. A volte, proprio perché vuoi bene a qualcuno o finalmente hai imparato a volertene almeno un po’, devi tirare il freno a mano. È giusto farlo. Forse non mi capirai mai, tu distrai le mie parole. Lo sapete entrambi.
Eppure non c’è scampo al primo principio della dinamica e come diceva già Galileo più di quattro secoli fa, se freni, il corpo che viaggiava nel suo moto felice, rettilineo e uniforme, tenderà a continuare quel movimento e l’effetto del freno a mano sarà un sasso sparato nello stomaco e la visione, chiarissima, dell’asfalto che porrà definitivamente termine a quella discesa. A quel movimento. A quel volo, per un momento almeno, felice e leggero.
In natura le cose tendono a non rimanere ferme, immutate. Nemmeno quelle belle.
Tutto cambia e nulla si crea o si distrugge. Così ti butti giù quel groppo mentre ti aggiusti i capelli allo specchio e cerchi di coprire gli occhi spenti. Che per loro non c’è rimedio: sono tristi come quel sasso e non gl’importa di mascherarlo. Sono tristi perché in volo tutto era luminoso e, anche se lo sapevi, lui lo sapeva, lo sapevate, tutti lo sapevano, quando una luce smette di brillare non si può rimanere felici.

Ma il mondo continua a viaggiare e non gliene frega niente. E allora un po’ di correttore sotto quegli occhi scemi da bambina triste e ti metti la maglietta che ami tanto, quella che hai comprato a quel concerto che nessuno ti ci voleva accompagnare e allora hai preso, incazzata, la bici e ci sei andata da sola. La infili nei jeans neri coi buchi sulle ginocchia. Allo specchio, una sfigata con la faccia sbattuta e le Vans nere. Come tutto il resto. Almeno, in tono pure con l’umore.
Provi a rimettere gli ammortizzatori al cuore che è andato fuori giri. Stupido. Che anche se glielo ripeti mille volte di andar piano, lui aveva già ricominciato a correre. Perché è un maledetto muscolo e ha voglia di andare, pompare, galoppare senza senso come quando ti lanci con la bici di notte un po’ alticcia sullo stradone deserto e senti il vento così forte che non capisci più niente di quello che stai ascoltando in cuffia e gli occhi lacrimano senza gioa o dolore, solo per la velocità.

Metti in cuffia qualcosa di urlato e sali in bici che c’è lezione e l’esame lo devi dare anche se lui se n’è andato. Lo devi dare anche col sasso. Che il sasso non lo accettano come giustificazione, neanche se dimostri quanto pesa e quanta fatica fa fare a continuare a camminare. Non si accettano giustificazioni. Neanche quelle firmate da un genitore.
Niente mascara che poi cola. Un bel rossetto rosso che col chiodo spacca sempre e oggi c’è bisogno di qualche sguardo incendiato e via. È ora di uscire.
Di dimenticare l’asfalto. Le promesse non fatte ma sperate, gli altri sguardi ignorati per mesi. Quel sorriso e la barba che ogni tanto pungeva un po’. Il suo modo di guardarsi perplesso nello specchio davanti al letto quando cominciava a vestirsi e ti veniva da ridere perché si metteva i calzini a righe prima di tutto. Il sesso da impazzirci. La felpa che aveva dimenticato a fine estate e per tutto l’autunno era diventata la tua divisa da studio in casa. Niente mascara. I suoi occhi grigi che sembravano il riflesso del mare in inverno e quella giornata così bella che non poteva che essere sospesa proprio lì, a un centimetro dall’asfalto.

Fabio Rodda

I dischi che piacciono solo a me, credo #30

MadonnaRay Of Light (Maverick, 1998)

Dev’essere stato il 1998. Era sempre il 1998, se ci penso. Ogni anno era il 1998; ogni stagione, ogni estate, Natale, cena, uscita, emozione, disagio. Ogni morte e resurrezione, ogni messa di suffragio, centrifuga dell’anima o Eight Miles High era il 1998. Dal 1996 al 2003, almeno. Accidenti, ‘sta cosa del tempo che passa ‘però no’ mi urta assai. Comunque: MTV la si guardava solo al bar – tipo ora d’aria per i carcerati – con il gomito e il pacchetto di sigarette appoggiati al bancone, a fare i ganzi di periferia con l’occhio spento, l’aria da Raymond Chandler e la tenuta alcolica di Hemingway. Pagliacci d’aperta campagna. Appuntamento defatigante durante la settimana e convocazioni pre partita per il week end. Titolari e riserve. Massaggiatori e medici al seguito. Spalti semivuoti, luci al neon, un freddo becco e falli laterali. No pun intended.

Organizzati benissimo, che credete, anche se so a cosa state pensando: no, niente gnocca mi spiace. Insomma… non mi ricordo più che volevo dire. Ah sì: MTV. Passava sempre Frozen di Madonna, che c’aveva uno spleen mica da ridere e anche qualcosa d’altro sotto. O i No Doubt e Anouk, nomi sui quali stendo un velo (di uranio impoverito) pietoso. Poi era una lunga sequela di programmi dei quali non capivo nulla, probabilmente per la mia età già avanzata. Pseudo indagini sociologiche, dove uno smilzo blaterava ‘che nemmeno il Ghezzi più lisergico (credo sia quello che poi ha aperto una casa editrice, è caduto in disgrazia e poi è diventato dirigente Rai. Porello). Poi c’era una ciccetta minuta con un programma di cucina ma aveva anche pubblicato un libro fotografico sulle migliori copertine di dischi. Boh. Bella topina se ben ricordo, taglia XS. Sparita subito. Forse non era granchè come cuoca.

Infine l’apoteosi magna, ‘na roba brutta forte: un programma dove ancora non ho capito di cosa si parlasse. C’era il Nick Rhodes de noantri (quello che ha battagliato per anni con la figlia di Dario Argento e che adesso sproloquia come Mago Otelma), una pianola e un nanerottolo tutto faccia (nanerottolo che credo sia un po’ famoso oggi, dacchè le ha provate tutte per eoni) al quale il Nick Dick chiedeva continuamente sigarette, punzecchiandosi. Un po’ di pubblico giovane et ambrosiano e via. Due stagioni di questa gag. Le ragazze impazzivano, io alzavo le mani, probabilmente per la mia età già avanzata (ma questo l’ho scritto poco sopra). Ecco, rimpiango i Magoo e Cha Cha Cohen che mi portavo sempre dietro in auto tramite una C90, i Southern Comfort, gli shot di tequila prima di fiondarsi a ballare, il biliardo intriso di cenere sopra il quale qualcuno stendeva giuovani donzelle in sul calar del sole per un Depeche Love. Rimpiango la mia taglia dell’epoca, la noncuranza, lo scrutare del mattino attaccato con il nastro adesivo alle ultime avvisaglie della notte. Rimpiango chi portava a casa chi, l’attimo di babysitting con la figlia di Kim e Thurston. Rimpiango persino l’inutile girare a vuoto in solitaria e la trafila di due di picche in pieno volto, che ero un mago nel votarmi alle cause perse. Ma Empty V proprio no, eh.

Ho transitato davanti a ciò che resta di quel bar giusto un’oretta fa, con una stretta al cuore e una tumultuosa umidità addosso. Non è più tornata l’estate in quella strada a senso unico, viuzza che potevamo percorrere in precario equilibrio tenendo d’occhio una sola direzione. Vige e impera un autunnale grigio color suburbia, qualcosa che ha l’ansia cara ai romanzi di William Gibson, qualcosa che mi ha riportato subito alla mente il video di Madonna. Appunto. Sempre piaciuta e non ho mai fatto diga a riguardo. Tolte le prime cose scioccherelle e barely legal – quelle incise per vendere bigiotteria – l’ho sempre trovata maggiore della somma delle sue parti. Che non erano disprezzabili – se capite cosa intendo – e il video di Justify My Love (slurp!) era lì a certificarlo, tanto ha turbato i miei sonni. Diciamo che da Erotica me ne interessai anche per questioni strettamente musicali. Non avevo resistito e mi ero pigliato pure il libro con la copertina di metallo dove giocava al soft core patinato. Bel disco Erotica, il mio preferito pure se strumentalizzato, immerso in polemiche sciocche e poco ascoltato davvero, credo. Troppo obnubilati dalla pruderie sessuale (di lei tutto si può dire ma non che non abbia mai lottato per una liberalizzazione del sesso e delle cause LGBT, di qualunque genere) che ne stava a sottendere. Eppure conteneva – tra gli altri – un pezzo di classic disco sopraffina (Deeper And Deeper). E poi Bedtime Stories, ottimo lavoro e apice mai più superato di una carriera da multinazionale dello spettacolo.

Sono altresì conscio che dovrei darmi una regolata a riguardo; che non è possibile farsi piacere quasi tutto e tutti, trasversalmente; che dei paletti andrebbero innalzati a monito e futura memoria, soprattutto dei duri e puri che invocano una Guantanamo ad ogni 45 giri da classifica che ti porti in casa; che da Madonna a Giorgia (o chi per essa) poi è tutto un attimo, come diceva Anna Oxa. E dunque la Ciccone e i Ciccone Youth staranno anche bene assieme sugli scaffali ma poi corri il rischio di far la fine di quegli chef che inventano piatti cromaticamente stupendi e dai nomi evocativi (“spuma di zenzero su julienne di carapace”, tipo) ma immangiabili. ‘Fanculo. Tanto su Instagram chi vuoi che senta il sapore?

Mi viene un groppo in gola a rivedere il video di Frozen, vacca boia. Qui su Youtube a rifarmi la convergenza alle emozioni e alle nostalgie tramite quel seppiato gelido, quel blu da ultimi cinque minuti di vita, quelle tastiere gassose e quei corvi alla Poe. L’incedere umbratile di un pezzo che per sua natura dovrebbe essere smaccatamente pop e invece scarnifica le emozioni finendo col sembrare un ipotetico singolo dei Suede periodo Dog Man Star o un qualcosa che proviene da una 4AD dove il quattro sta per quarta dimensione. La sua In The Air Tonight, praticamente.

Love is a bird, she needs to fly let all the hurt inside of you die, you’re frozen when your heart’s not open”.

Mi sentivo proprio in quel modo: un frigo dove tenere le bibite al fresco, sotto chiave. Che gnocca però, nel video. Così ho estratto Ray Of Light dalla piccola ma deliziosa discografia della Madonna in mio possesso e l’ho inserito nel lettore per scoprire se la macchina del tempo fosse una condizione della mente. Cd, usato, preso in un mercatino al cambio di 10 liquirizie Goleador. Nisba, niet, no. Lo ricordavo più in forma e lo ritrovo appesantito dall’età. Curvy, ecco. Che non è obeso, ha solo adipe nei punti giusti. Un disco nato come omaggio alla maternità senza Immacolata Concezione che l’aveva colpita in quell’anno; edificato dai suoni di Babyface e Patrick Leonard, subito ripudiati per tornare a William Orbit. E si sente dacchè i 13 brani sono un excursus dentro una sorta di sdoppiamento sensoriale tra ambient priva del peccato originale e techno spiegato alle masse. Il disco dalla gestazione piu lunga della pluriennale carriera di Nostra Signora delle Copule, altresì lavoro che portò fisicamente al limite l’intero hardware di Orbit fino a farlo collassare in un delirio di suoni etnici e impiego di strumenti tradizionali esotici, ritardando le registrazioni per impraticabilità del campo. Un disco maturo Ray Of Light, da ‘splendida quarantenne’ direbbe Mollica. Un disco milfodromo, direi io che sono cafone e terra terra, Difatti oggi suona sciapetto e buono come sottofondo per lezioni di Pilates di avvinazzate cougar. Un guado sonoro sorvolato da ponti di corde instabili, spesso inutili e sicuramente poco funzionali alla placidità dell’acqua che scorre sotto di loro. Fanno poco le atmosfere etniche se non richiamare alla mente patologie nostalgiche come quelle nelle quali sono testè caduto. Tempus Fugit, e sovente è pure impietoso. Lo è con me, figuriamoci con i vinili, sebbene recente qualche solerte funzionario belga (i belgi han sempre qualcosa da dire, sono dei Tin Tin per vocazione) abbiano chiamato in causa un presunto plagio del singolo ai danni di Ma Vie Fout Le Camp di Salvatore Aquaviva. Inutile aggiungere che il tutto si è risolto in tarallucci e birra trappista.

Non fu un vero e proprio raggio di luce, ma qualcosa che ci andava appresso in un pianeta che stava suo malgrado per cambiare, e molti – io per primo – non sapevamo da che parte prendere quella sfera piena di angoli. Qualcuno (il Melody Maker)  tirò in ballo Saint Etienne e Homogenic di Bjork per spiegare la complicata grandezza di un semplice album di pop. Che è invecchiato male, ne convengo, ma mi porto addosso, fosse solo per l’apertura alare del singolo. Ray Of Light rimane un disco languido, ed è forse questa la sua più grande virtù, cristallizzata nel suo tempo. Sofficemente sensuale e cinico, talvolta amaro, pieno di suoni che si spargono per l’aere e lo fanno sembrare una lezione di Tai Chi dell’anima.

Insomma, pur suonando ancora da Dio (del resto in casa non si fanno mancare nulla) Ray Of Light ha un sacco di rughe, quasi quanto la titolare, eppure può contare su grandi canzoni, forse tra le migliori di uno sterminato canzoniere: Drowned World/Substitute For Love per esempio, dal retrogusto Streisand anni settanta e lampade optical dove William Orbit si supera nel ricreare mosaici di bleep su chitarre acustiche west coast. L’uomo itera anche su Swim, che ad unire diavolo ed acqua santa era mastro sopraffino. Buone vibrazioni si spandono anche dalla title track, dove Alanis Morrissette goes techno. Oh, insomma… cosa serve che io stia qui a spiegarvelo quando ha venduto oltre 20 milioni di copie rendendo dunque il titolo della rubrica quantomeno bizzarro. Non so quanti tra gli affezionati lettori di SG ce l’abbiano negli scaffali ma vi assicuro che con un paio di eurini ve lo portate a casa e – non vi piacesse, cosa piuttosto probabile – potreste puntellarci un tavolo. Eppure è bello sentirla rincorrere col fiatone i Massive Attack in Candy Perfume Girl (che groove, accidenti), canzonare i Leftfield in Skin tramite un arrangiamento sopraffino. O ancora decelerare sullo svincolo per il Fridge con Nothing Really Matters e Sky Fits Heaven; condurre l’India e l’etnico prêt-à-porter dentro Shanti/Ashtangi tanto che mancano solo le tablas di Talvin Singh. E se del singolone s’è scritto assai la tiriamo in derapata con The Power Of Good-Bye, che gli va appresso di un’inezia; To Have And Not To Hold che – bellissima – gira al ralenti come un derviscio rotante immerso in vasche ambient; Little Star che lascia le mani rimaste impiastricciate dal curry del Buddha Bar e Mer Girl che chiude sigillando la Veronica dentro l’Apollo (la navicella, ma anche l’etichetta) prima di lanciarla nello spazio siderale. Troppo? Chissà…Voi comprate questo disco – usato, come tutti noi – e fate finta che sia ancora il 1998. Io vi offro un Southern Comfort al solito bar. Arrivate presto che si gela.

Michele Benetello

I dischi che piacciono solo a me, credo #29

VV.AA.Hybrid Kids – A Collection Of Classic Mutants (Cherry Red, 1979)

A me sono sempre piaciuti i matti, quelli veri. Sono, in un certo qual modo, rassicuranti nel loro mondo a più dimensioni fatto di verità a noi ancora ignote. È che sovente ho difficoltà a riconoscerli, non sapendo se ci sono o ci fanno, ma – seguendo un semplice assioma – se mi instillano il dubbio tanto a posto comunque non devono essere. Li chiamo ‘matti’ ma avete capito; intendo quelli pieni di spifferi e dirupi; quelli che ad ogni sputar contro rispondono con un sorriso ed una alzata di spalle, incapaci di comprendere il gesto. Quelli che fanno e facevano harakiri per non dare un dispiacere al nemico. Quelli che la favella non la trattengono ma se la rivoltano contro, che non premeditano e sono viscere anziché intelletto, ‘che troppa testa fa male e fa male alla testa. Quelli lì. Non gli eccentrici esibizionisti alla Marina Abramovich, ego buttato nell’acqua calda, robaccia fine a se stessa spacciata per ‘qualcosa’ giusto per strappare qualche gridolino orgasmico ai vernissage finemente ingioiellati. Roba da teste d’uovo, Pinhead col capello pazzo, il lupetto nero, un copricapo eccentrico, Karma Police in cuffia e il flute in mano, gente che non ha mai bevuto una Kambusa One, l’amaricante. O un Punt e Mes. Quelli del: ‘Ah! Il montaggio analogico!”. Lo gradisce un prosecchino?

I matti, i visionari; quelli timidi che rifuggono dal mondo e da questo ne vengono ricambiati. Gente bizzarra, balzana, stravagante, insolita, bislacca, strampalata, dalle immense possibilità artistiche, controllate controvoglia e dissipate in uno scientifico disintegrare e occultare. Personaggi (vivi o morti, poco importa, importa quello che ci hanno lasciato) di cui si sente parlare raramente, volutamente nascosti in un sottobosco nel quale sovente si deve rovistare con caparbietà per trovarne tracce. Sono sicuro abbiate una pantagruelica lista anche voi, magari comprendente Kevin Ayers, Gary Clail, Paul Quinn, Jayne County, Peter Blegvad, Pete Astor, Anthony Adverse, Peter Godwin, Al Comet, Isabelle Antena, Meira Asher, Bram Tchaikovsky, Martyn Bates, Thomas Leer,  Berntholer,  Billy MacKenzie, Herbie Mann, Luke Haines, Gavin Bryars, Harold Budd, Martin Newell, Ed Ball, Bernard Szajner, Terry Hall, Joe Tex, Harry Thumann, Louis Tillett, Bill Drummond, Amon Tobin, Wreckless Eric, Zeus B. Held, Vinny Peculiar, Dominic Sonic, Jean-Claude Vannier, Ann Steel, Louis Eliot, Kim Fowley, Judie Tzuke, Andy Votel, Karen Dalton, Billy Childish, Dan Treacy, Boyd Rice, Jona Lewie, Little Annie, Rudolf Rocker, Mathilde Santing, Andrew Poppy, Bill Pritchard, Poly Stirene, Eleanor Rigby, Paul Simpson, Klaus Nomi, Anna Domino, Bill Nelson, Paul Roland, Sondre Lerche, Vic Godard, Bill Sharpe, Phil Schoenfelt, Virna Lindt, Robert Gordon, Paul Haig, Garland Jeffreys, Pat Fish, Mantronix, Elton Motello, Honey Bane, John Howard, Rachel Sweet, Ute Lemper, David Holmes, Danielle Dax, Virginia Astley, Natacha Atlas, Cath Carrol, Shuggie Otis, Cassell Webb, Beaumont Hannant, Robert Haigh, Tim Hardin, David Harrow, Julie Covington, Richard Hawley, Kevin Hewick, Richard Jobson, Jay Jay Joahnson, John Moore, Cha Cha Cohen, Guy Chadwick, Charles Augins, Anita Lane…

… e Morgan Fisher, ad esempio. Uomo che non ho mai saputo incasellare e per questo m’ha sempre intrigato assai. Hybrid Kids lo acquistai quasi inconsciamente con la mia ignoranza adolescente (virtù che mi porto ancora appresso). Usato, tenuto malissimo ma ad un prezzo invogliante; ne fantasticavo new wave alla Devo, esorcismi Wire, faretre X Ray Spex. Del resto il titolo conduceva da quelle parti, no? Che ne sapevo di dove buttavo i miei sudatissimi soldi? Morgan Fisher era un bel nome e me lo immaginavo nella formazione degli XTC (ci sarebbe stato benissimo, a ripensarci) o a produrre gli Squeeze. Insomma, ero limitato e grandissima fu la delusione al momento di mettere sul piatto quella gracchiante marmellata. Cazzo di roba era, quella? Marcette da cartoni animati? Prese per il culo belle e buone? Esperimenti sociologici della BBC? Dove cazzo stava il rock, il post-punk, la new wave? Non c’era nulla di nulla, manco una reminiscenza Boston o un onanismo Yes. Nulla. Ruttini dopo la porzione di latte in polvere, ecco cos’era. Mi incazzai di brutto, io volevo – se non Spizzenergi – almeno qualcosa che avesse una struttura conosciuta, che mi facesse sentire al sicuro, qualcosa in cui riconoscermi. Hybrid Kids diede una spallata menefreghista a tutte le mie convinzioni, facendomi vacillare. Lo accantonai. Quei pochi fogli da mille erano stati buttati al vento; certo non era la prima volta e sicuramente non sarebbe stata l’ultima, ma questa bruciava più di tutte. Dovetti aspettare qualche anno, centimetri di polvere a depositarsi sopra quella copertina slabbrata e consunta e la consultazione – cartacea – di qualche enciclopedia rock per scoprirne la genesi, ben prima che Google assolvesse al suo compito. Scoprii Stephen Morgan Fisher come uomo proveniente dal rhythm and blues, tastierista eccentrico e deviato conosciuto principalmente per la sua militanza nei Mott The Hoople ma dimenticato con i Love Affair quando – appena diciottenne – ottiene un numero uno nella classifica inglese tramite Everlasting Love. E ancora Third Ear Band e  British Lions (supergruppo sorto dalle ceneri degli Hoople). Pronto – addirittura – ad accompagnare i Queen in tour nel 1982. L’avessi saputo allora avrei buttato quei fogli da mille nel letame, dimostrando invero la mia stoltezza. Avrei dovuto informarmi, chiedere, setacciare il setacciabile, ma il buco del culo del mondo espelle solo scorie, spesso manco digerite, quindi dovetti far di necessità virtute. Mi mancava un pezzo fondamentale del puzzle, per venirne a capo, ovvero quel Miniatures – uscito in sordina nel 1980 – contentente 51 (cinquantuno!) abbozzi di brani da gente quale Residents, John Otway, Robert Wyatt, Fred Frith, Lol Coxhill, Robert Fripp, Andy Partridge, Quentin Crisp, Trevor Wishart, Hector Zazou, Ivor Cutler, Dave Vanian, Half Japanese, Simon Jeffes, Mark Perry, Michael Nyman, David Cunningham, Kevin Coyne, Etron Fou Leloubran, Pete Seeger.

Riprendo fiato per dire che, probabilmente, un disco simile sarebbe stato il colpo di grazia tanto suona alieno ancor oggi, soprattutto per la fatica di raccogliere a corte artisti così disparati. Ma erano altri tempi, e – giochiamoci la carta dei luoghi comuni – tempi in cui poteva accadere davvero di tutto, persino che io gettassi sudatissimi soldi. Miniatures m’avrebbe ammazzato con la sua didascalica voglia di sparigliare le carte, tagliandone gli angoli affinchè ci facessero sanguinare all’atto di gettarle sul tavolo. Brandelli di suono cesellati come quarzo e gettati nelle saline a disgregarsi. L’attesa come stile di vita e ogni cosa a suo tempo (che è sempre galantuomo, bene sottolinearlo), questo avrei dovuto capire. Come che sia Hybrid Kids rimase almeno due lustri negli angusti scaffali dell’epoca. Poi un giorno decisi che avrei dovuto scenderci a patti se volevo progredire e proseguire verso tutto il sommerso che mi attendeva; quel disco avrebbe potuto essere una buona base di partenza verso l’ignoto, tanto più che già l’avevo in casa. Rimasi nuovamente basito nell’ascoltare quell’eccentrico panegirico, farina dell’intero sacco di Fisher, pronto a spendersi nei 13 brani a lui interamente ascrivibili. Certo, le denominazioni di fantasia abbondano, e vi è un intero disco di cover immerse nella soda caustica e fatte a brandelli. Decostruzionismo ornato da una copertina tratta da Three Studies for Figures at the Base of a Crucifixion di Francis Bacon. Avete presente? No? Fate un giro in rete e poi saprete cosa aspettarvi visto che l’interno è esattamente identico, solo virato in una sorta di techno pop schizoide, pirico e avanguardistico (base dalla quale furteranno assai di lì a poco i Silicon Teens di Music For Parties). Che sia la D’Ya Think I’m Sexy di Rod Stewart (siglata British Standard Unit) o una Wuthering Heights irriconoscibile e dub fumata da Jah Wurzel; che siano gli improbabili Punky & Porky che dissacrano e smembrano God Save The Lean e Pretty Bacon (non sono dei refusi) in versioni da ospedale psichiatrico e Lounge Lizards. Che siano i Burtons a giocare ai Madness con Mac Arthur Park; R.W. Atom che opera una autopsia su You’Ve Lost That Loving Feeling; gli U.S. Nurds che ci pigliano per il culo con una Get Back da glam sotto Lexotan o Malcolm Galaxy che zompetta come un Walt Disney ingroppato alla Pantera Rosa sopra Fever. Che sia chi diavolo volete ma il risultato non cambia: un disco che rimane fuso e fuori di testa anche oggi, a 39 anni di distanza, pure se abbiamo imparato ad assimilare di tutto, dall’isolazionismo ai Gerogerigegege. Hybrid Kids non mi strappa un sorriso, né un cinico e dissacrante (nonché liberatorio) ‘vaffanculo’, mi pone solo una cruciale domanda, anzi due: Morgan Fisher era (ed è) realmente un signore bizzarro ed eccentrico? E, se sì: che cosa ne penseranno all the young dudes?

Michele Benetello

I dischi che piacciono solo a me, credo #28

TYLA GANGYachtless (Beserkley, 1977)

Di loro (di lui) s’è detto negli anni che suonavano come dei Thin Lizzy obesi, degli Attractions senza Costello ma con Jona Lewie, dei T-Rex macho, dei Blockheads che si piegano all’hard rock, degli Stones new wave, dei Cockney Rebel del boogie, degli Heartbreakers aggrappati al bancone del pub. Rock. Che se Chris Lowe avesse scelto un gruppo da dopolavoro ferroviario sarebbe stata proprio la gang del Tyla o che se le New York Dolls non avessero sempre avuto quella voglia di puttaneggiare avrebbero imbracciato chitarre come peni eretti. O come questa banda di debosci. Si è detto persino che inventarono (mi ripeto: inventò) la svolta blues di Tomorrow Belongs To Me della Sensational Alex Harvey Band e che mezzo catalogo della Stiff deve le proprie intuizioni a quegli unici tre minuti di musica (sei con la speculare facciata del vinile) che si degnarono di incidere in guisa di 45 giri. Si è detto tanto, troppo, di tutto su John Michael Kenneth Tyler (detto Sean Tyla) eppure rimane un autentico Carneade delle cronache rock, pur avendole percorse in lungo e in largo sin dall’inizio degli anni settanta, quando soleva accompagnare in tour Geno Washington. Quasi mai assiso alle cronache o alle classifiche però, parimenti quasi mai citato nei tomi che contano (ma vi è una sua discreta autobiografia in giro: Jumpin’ In The Fire, del 2010), mai stato oggetto – e questo è uno scandalo – di rivalutazione postuma. Artistica quantomeno, dacchè l’uomo ne ha compiuti da poco 72 e gode ancora di ottima salute. Quindi… Di cosa parliamo quando parliamo del più illustre degli sconosciuti?

Sono ruzzolato addosso ai Tyla Gang tardi, tardissimo. Troppo tardi mi verrebbe da aggiungere, fuori tempo massimo. E non ho idea come avrei potuto metabolizzare quell’hard rock boogie cafone se mi fossero giunti appresso più o meno all’altezza degli Sparks, dei Mud o di quei Cockney Rebel di poco sopra. Probabilmente li avrei rifiutati in blocco. O ne avrei fatto scaffale comune per osmosi rock. Chissà. È assodato però, e faccio pubblica ammenda, che solo da qualche luna mi posso fregiare del titolo di ‘seguace indefesso dal rutto libero’. Tramite una stentorea lapide in guisa di cofanetto edito dalla sempre benedetta Cherry Red. Si chiama Pool Hall Punks The Complete Recordings 1976-1978, consta di 3 cd, data 2016 e va ad accompagnarsi alle scarne tracce giunte alle mie orecchie negli anni, nello specifico dapprima a quel The Big Stiff Box Set del 2007 dove compare con l’ordigno Styrofoam e poi quella Glitterbest (2004) che è sugosa raccoltona glam ove il nostro sferraglia con i Ducks Deluxe, nome dal quale tocca giocoforza partire.

E’ dallo scioglimento degli Help Yourself che si accorpa la triade Martin Belmont, Ken Whaley e Sean Tyla, più che un nome da band rock and roll un’esortazione visto che, dopo due anni di infruttuosi tentativi acid rock (da avere – fosse solo per curiosità – Beware The Shadow, UA, 1972) i transfughi si accodano all’eterogeneo movimento glam. Han più frecce in faretra che bersagli però le Super Paperelle e – in sovrappiù – un andirivieni in formazione che farebbe impallidire le diaspore della Liverpool post punk tutta. S’imparentano con i Motors, con i Brinsley Schwarz, con i Flamin’ Groovies, con i Man. Finanche con i Rumour di Graham Parker tramite il Belmont che ne diviene socio fondatore. Albero genealogico rock dai rami nodosi e intrecciati ma che porta, finalmente, alla messa in proprio del Tyla, stanco di vedere i Ducks Deluxe come una girevole porta d’albergo dove tutti entrano ed escono senza ricavarne minima soddisfazione commerciale. Che Tyla Gang sia allora, deve aver pensato il nostro, frustrato dal prestare fianchi e manovalanza assortita (sovente nemmeno citata sui crediti) in imprese fallimentari.

Decide di sbagliare in completa autarchia, avvicendando ancora strumentisti (a partire dal fratello Gary) come se piovesse. E’ l’autunno del 1975, guado mirabile dove nulla più è pub rock e nulla è ancora punk ma una strana mistura che ne riporta entrambi gli odori sui vestiti. Serve un attimo perchè la Stiff si accolli spese di registrazione per una manciata di canzoni e ancor meno perchè Styrofoam (scoppiettante singolo estratto dalla penna di Darrel De Vore) diventi un hit sotterraneo. E’ bissato sul lato B da Texas Chainsaw Massacre Boogie e non credo vi debba servire altro per mapparne la consistenza. Una bomba. Rimarrà unico vagito per la stilosa etichetta tanto suonano paludosi, blues, caciaroni, festaioli e tellurici. E rock, immarcescibilmente rock. Rock peloso, masculo e – massì – a tratti ignorante. Dei Dr. John privi dell’allure Gris Gris, ma con i Cheap Trick come session men e con il foglio di via da New Orleans. Dei T-Rex cresciuti a Detroit, dei Television a corte degli AC/DC. O viceversa.

Styrofoam ha dei groove di batteria che avrebbero fatto ‘impallidire’ James Brown o l’Incredibile Bong Band, gira su ceppi accesi di riff da porno in rosa e nero e tiene mutande sporche. In una parola quintessenzialmente yankee tanto da venir appellati per anni (e scherniti, pure) come “i più americani tra i gruppi inglesi”. È difatti la statunitense Beserkley ad annetterseli senza indugio inserendoli in un catalogo dove svettano Jonathan Richman and the Modern Lovers, Greg Kihn (eccolo un altro punto di sutura con quel rock USA) e i Rubinoos. Più chiaro ora? O andrebbe aggiunto che se i Knack e la Steve Miller Band tutta si potessero immaginare stampati in pdf e con un font bluesy suonerebbero all’incirca così?

Ma il tempo e le battute sono tiranne, fratelli e – dacchè è Yachtless l’oggetto del nostro ciarlare odierno – sarei oltremodo ringalluzzito se qualcuno avesse il garbo di far proprio quel cofanetto di cui sopra, scatenandovi appresso chiappe, whisky dozzinale, poster da camionisti, Xtube e chitarre. Un disco che rappresenta esordio e pietra tombale (nonostante Moonprof, dell’anno seguente), zenith e nadir di un gruppo che non saprei indirizzare su nessuna scacchiera del rock comunemente inteso, un gruppo genuflesso sul blues più basico ma pieno di svisate di stiloso boogie, una glassatura da 100 Club e con una crassa ignoranza FM a farcire il tutto. Pop rock da decapitare, nell’anno domini 1977. Cosa che puntualmente avvenne, liquefacendoli in un impietoso anonimato che tuttora persiste. E dunque mia colpa, mia colpa, mia grandissima colpa esser caduto nell’ignoranza coatta per tutti questi anni, ecco perchè cerco di immolarmi anche per i vostri peccati.

Ornato da una copertina immonda che riporta alla mente il peggior – ehm… – yacht rock di Chris Rea o Cristopher Cross Yachtless è un iniezione di vitamine e bourbon che potrebbe rendere anfetaminiche le vostre domeniche mattina. Un Bloody Mary di riff ripieni di peperoncino pronti a sporcare i baffi di questo Russ Ballard sovrappeso. Ma come sferraglia! E come induce al buonumore con le sue 10 tracce che talvolta convergono verso un hard rock elettrico e talvolta verso un inconsapevole punk. Ci mette le mani John Burns (Jethro Tull, Genesis, Traffic, Fairport Convention e Burning Spear tra gli altri), aiutato da Tony Platt (Bob Marley e AC/DC nel palmarès) sebbene l’arrogante Sean ne rivendichi la co-produzione sulla quasi totalità dell’album; è segnale che la Beserkley ci crede e non intende badare a spese, certa di trovarsi in casa e nel catalogo il Cavallo di Troia che potrebbe rivoluzionare le classifiche rock americane. Non sarà così, per quanto il long playing cominci nel migliore dei modi con la cavalcata selvaggiamente hard di Hurricane, onomatopeica nello scartavetrare southern rock e anticipi di Hanoi Rocks (e, perché no? Giuda). E poi Dust On The Needle, unico brano che superi i quattro minuti, giusto per certificare quegli spermatozoi punk di poco sopra. Un pezzo dove par d’avvertire gli Stones di Start Me Up o Steve Jones e le sue Pistole cimentarsi con riff per ricchi annoiati. Un po’ quel che han fatto appunto recentemente Lydon & Co. Solo 40 anni prima. On The Street inventa letteralmente il Sunset Strip di Los Angeles e capelluti alla Motley Crue, rock stradaiolo e sudato come da titolo. New York Stuff è il più bell’apocrifo del miglior Tom Petty, e non nascondo un friccicor de core tutte le volte che dal vinile si palesa. Andrebbe inserito per costituzione sonora in ogni compilation da viaggio che si rispetti, tra un Boss, un Randy Newman, un Bob Seger e – appunto – un Tom Petty. Speedball Morning inventa letteralmente l’heavy metal, solo cazzuto e cazzone; svisate hendrixiane e un retrogusto come da sale sul Margarita che frizza come i Cult di Love. Ma Removal Machine. Tempo di girare il vinile e Don’t Shift A Gear si mangia ancora tutti gli implumi beniamini rock odierni del mondo, banchetto roco tra ZZ Top e Creedence Clearwater Revival, talmente rozzo da risultare irresistibile. Ma non è mica finita, ‘che Lost Angels riporta dalle parti di un muscoloso Lou Reed con tre accordi svogliati e un ritornello quintessenzialmente anni settanta. Se non lo reputate un complimento passate oltre. Magari allo stacco da tatuaggi e peli sul petto che conduce alla fine, quindici secondi che valgono più dell’intera discografia di Lenny Kravitz. The Young Lords è già new wave e non lo sa, ha un incedere svagato tra XTC e Todd Rundgren con in sovrappiù un cantato – a tratti – alla Byrne. Meticciato corrotto che i Ramones devono aver studiato assai per alcune terzine di Road To Ruin. E che dire di Whizz Kids che unisce Motorhead, Pretenders e Dr. Feelgood con un’armonica southern rock al profumo di Lynyrd Skynyrd? Turn Your Radio On abbassa dignitosamente le serrande di un disco memorabilmente macho tramite un lentone strappamutande interpretato in maniera magistrale dalla voce annoiata del Sean. E ti par quasi di sentirlo, in studio, mentre guarda impaziente l’orologio e attende una limousine che lo porti da Rodney Bingenheimer a lumare le pupe.

Chiude così un disco che ai più dirà poco o niente, talmente stivato di rock classico, strasentito e senza troppi guizzi. Ci sarà altresì poca polpa nell’osso dei Tyla Gang. Pochissima. E se di Moonprof s’è già detto (una sciacquatura dell’esordio con in sovrappiù un retrogusto mainstream) non vi è molto altro da dire tolta una diaspora coatta e un sciogliete le righe fisiologico. La carriera in proprio del John Michael Kenneth darà qualche soddisfazione maggiore; Sarà Roger Daltrey a spingere il nostro verso l’avventura solista, dapprima regalando una sessione al Rampart (studio privato degli Who), poi tramite l’intercessione della Polydor che sborsa 250.000 dollari per un contratto di 5 album. Ne registrerà tre, ma saranno forieri delle prime soddisfazioni commerciali, quantomeno in Germania dove il singolo Breakfast In Marin (Classic Rock dalla parte dei Fleetwood Mac) raggiungerà la Top Ten. Di lì sarà sarabanda rock and roll ed eccentricità a mille: dalle registrazioni con Joan Jett per Bad Reputation e I Love Rock And Roll (sì, partecipa il nostro) ai cameo con Mike Nesmith e Carlene Carter per finire alla recente fama britannica in guisa di designer e maestro di cricket. Come avrete agevolmente potuto evincere, con il rock and roll il nostro non si è potuto permettere lo yacht ma – forse – una sana Tyla (Tequila) Gang (Bang). Si spera.

Michele Benetello

I dischi che piacciono solo a me, credo #27

Campag VelocetBon Chic Bon Genre (PIAS, 1999)

Tolti i beneamati Associates (e collegati) non sono aduso ad ossessioni (piuttosto ad idiosincrasie invero: vedi i Genesis di qualche settimana fa), ma qualche bel manufatto tatuato sul cuore, sugli arti e sull’impianto stereo lo possiedo pure io. Non da diventarci completista o accumulatore seriale, ma poco ci manca. Pure non tantissimi i nomi di questa piccola setta che mi porto addosso. Poca roba, pochissima, priva di grossi nomi e numi. Un Partenone senza divinità praticamente, visto che non alberga Dylan e non alberga Young. Ma han stabile dimora Cohen, Walker, Hammill e il Bruce. Potrei continuare per lustri con quest’Overlook Hotel dei cuori solitari. Cioè io. Inutile pure che stia qui a far una noiosa lista di nomi (anche perchè sarebbe oltremodo trasversale, una lista che va dai Therapy? ai Coil passando per Pankow e Menswe@r), chi mi conosce non avrà difficoltà a decodificare queste impronte digitali emotive, e – anche se non fosse – che importa?

Come che sia e senza ciurlare troppo nel manico, l’ultimo vero grosso sussulto del millennio mi giunse con i Campag Velocet. E io so che molti altri sono devoti al culto di questa chiesa pentecostale del pop inglese, molti e variegati pure, ‘che a far proselitismo parevo uno di Dianetics o dei Testimoni di Geova. Pigiavo citofoni con Bon Chic Bon Genre sotto braccio, indossandone orgogliosamente la t-shirt. Non un ‘disco che piace solo a me’, di questo ne sono certo; sia per l’effettivo valore del manufatto e della band sia avendo contribuito in larga misura – e sfido chiunque a contraddirmi – nel renderlo visibile a più persone possibili piazzandone negli anni almeno 50 copie. Campag Velocet e Simon Warner sono i miei beniamini anni novanta ai quali ho dedicato più tempo e porzioni di stipendi, regalandoli a destra e a manca con l’illusione del fanciulletto che alberga in me. Soprattutto Bon Chic Bon Genre però, un disco STUPEFACENTE (in tutti i sensi) e talmente variegato da sembrare una maionese pop impazzita. Un disco che mi colpì prepotentemente proprio durante un soggiorno britannico, uno di quelli che ero solito sobbarcami quando ero giovane, smilzo, capelluto e in auge.

Finire il millennio con una gita a Londinium, una paccata di amici – parecchio eterogenei – e con qualche pesante scazzo attorno non ha prezzo, se ci ripensi con quattro lustri di ritardo. E fanculo Mastercard. Credo fosse stato fine agosto, gli Animalhouse impazzavano in ogni dove e noi eravamo ‘pronti a riceverli’ (dio, che forte che sono). Camminavamo come pazzi da un capo all’altro della città. Pizza Hut, usato sicuro, qualche libro (pochi), molti dischi, birre, intere nottate da Victor de Milo, un taglio di capelli imposto ad uno dei ragazzi dopo una mattinata in un pub, stalkeraggio coatto a due olandesi (non da parte mia, sottolineo) e ai membri dei Menswe@r. Va che scemi, eh? Noi, non la band meglio vestita d’Inghilterra. Infine, una sera, decidemmo di tradire il Victor per andare all’Annexe – pure se fuori tempo massimo con l’età – solo per ritrovarci in una coda epocale con squinzietti e squinziette di almeno 10 anni più giovani. Qualcuno potrebbe scambiarlo per turismo sessuale tipo Thailandia, ma c’era una missione a sottendere l’entrata in quell’asilo infantile di Adidas. Un caldo becco, comunque. Incontrammo delle amiche italiane (alcune lavoravano lì, altre erano in vacanza) e ci mettemmo diligentemente in attesa sotto una stranamente torrida serata albionica. Ricordo le bici scassate con le quali giravano, ricordo il male alla schiena ed un sacco di magliette Pulp e di ‘sayonara’ tutto attorno. Ricordo poco altro, a parte che il rum&cola era scadente. She said “Fine.”
And in thirty seconds time she said…
Poi entrammo. Il dj ospite quella sera era Pete Voss dei Campag Velocet (ad oggi – ripeto – uno degli ultimi Sudditi di Sua Maestà ad avermi entusiasmato per un disco, dopo di lui forse solo Eddie Argos). Agghindato come Querelle de Brest sparò uno dei set più folli mai uditi in vita mia. Non ero uno sprovveduto, negli anni avevo avuto modo di sentire alcuni tra i più bravi miscelatori italiani (compresa parte della Triade Acida), ma quello che fece Voss mi lasciò al suolo tramortito. Assolutamente tramortito e incapace di reagire. Una scaletta eterogenea e perfettamente mixata, dove Britney Spears si incastrava sui Manic Street Preachers mentre Wire e Beastie Boys scorrevano in sottofondo; dove i Prodigy fondevano sui Black Sabbath e i Led Zeppelin leccavano i Suede.

Sempre. Rigorosamente. In. Battuta.

Tutto questo mentre lui si arrampicava ovunque, tarantolato come Iggy. Saltava in piedi sui piatti, abbordava squinziette mai domo (arigato), si aggrappava alle luci del soffitto, mixava contorcendosi come James Chance. Sudava copiosamente, soprattutto. Io invece dovetti sedermi, un po’ per la stanchezza, un po’ perchè effettivamente l’uomo mi aveva steso. Tornammo a casa devastati da cotanto senno armonico, chiedendoci come fosse stato possibile mixare cose così eterogenee e soprattutto ‘lontane’ dal sentire comune. Britney Spears stava dall’altra parte della barricata difesa dai Manics, accidenti. In piccolo – molto piccolo – mi ero reso conto d’aver assistito ad uno sconvolgimento personale, simile a quello che deve aver colpito i fortunati alla visione del Baldelli degli anni d’oro a Lazise o all’Afrika Bambaataa nel Bronx. Si fa di necessità virtute, no? Il giorno dopo – con calma – andai in cerca del 12” di Vito Satan (che era già contenuta nell’album, ma noi siamo malati che ci volete fare?), l’Italia era lontana ancora qualche giorno ma non serviva troppo tempo per capire come quella band fosse – lì e ora – la perfetta intersezione di gran parte dello spettro musicale britannico. Un po’ come il dj set al quale avevo assistito, la notte prima.

Bon Chic Bon Genre ha tutto: un titolo sufficientemente ambiguo (trivia: preso di peso da una rivista porno s/m francese), una grafica della madonna (peculiarità dei nostri, immediatamente distinguibili) e una serie di canzoni (11, per la precisione) killer e difficilmente etichettabili. 11 canzoni che son sottile fil rouge di quattro lustri di pop indipendente inglese. Già dall’iniziale traccia che dà il titolo all’album si capisce che i nostri non scherzano: techno satura buona per Mad Max o qualche rave con le piattole (e sentitevi la versione contenuta nel 12″ di Vito Satan!), dance come avrebbero potuto intenderla gli MC5 se fossero stati prodotti da Derrick May. Novanta secondi scarsi ma uno dei manifesti programmatici dei nostri, pronti a scegliere quale denominazione sociale le italianissime biciclette Campagnolo. Eppure il bello deve ancora venire, ocio. Only Answers Delay Our Time è il più sentito apocrifo dei primevi Public Image Limited tanto che par di udire in lontananza Levine a rasoiar terzine e Voss a declamare litanie e nonsense (You can ask any crap corduroy question); Cacophonous Bubblegum sterza dalle parti degli Stone Roses, solo immersi in una sorta di liquoroso dub cosmico diretto da Jah Wobble. To Lose La Trek oltre ad essere un calembour fonetico di quelli grossi grossi è pure uno dei massimi ordigni di hip hop meticcio mai esplosi in Gran Bretagna, scarno, smilzo, disossato da ogni surplus ma ammantato di una superba aurea ritmica. Tr-Hip Pop Carveriano.

E poi, cazzo: Vito Satan: ovvero come si costruisce un pezzo indie pop per antonomasia. “Feels so good stood by your graveside head in my hands let me understand my plans I never pried inside your thoughts awaiting your defence”. Brano che – in un mondo ideale – sarebbe stato lo stura classifiche, il singolo capace di far coesistere Waterfall (non a caso mette le mani sul disco Paul Schroeder, già collaboratore di Squire e compagnia) e Psychedelic Furs sullo stesso pentagramma innestandovi una coda acida e rumorosa. Il 45 giri perfetto per chiudere un millennio nel migliore dei modi tramite un arpeggio iniziale semplicemente delizioso. Sauntry Sly Chic gioca con le spoglie mortali del baggy sound; Lunedì Felici di andare in processione da Kurtis Blow. Drencrom Velocet Synthemesc cita Burgess (naughty young devotchka no need for spatchka) ma sferraglia in un Metal Box claustrofobico su intarsi malati di chitarre in odor di Telescopes e kraut rock. Sfinano abilmente la tensione con la simil ambient riverberata di Skin So Soft, onda di petrolio shoegaze sul Mare della Tranquillità. Come avrebbero potuto suonare gli Slowdive con degli elettrodi attaccati al culo e Brian Eno in mente. Emozionante nella struttura e nella spasmodica ricerca del climax. Pike In My Life / Schiaparelli Cat porta Kinks e Pixies dentro un bosco di feedback in cerca di ossature jazz col contatore Geiger. Caught Unawares ha le stimmate dei Primal Scream di Echo Dek inchiodate su una croce On-U Sound con chiodi Spacemen Three. Harsh Shark non saprei spiegarvela senza tirare in ballo la pazzia chimica dei Flowered Up e il Madchester più bieco e completista.

Non vi è altro, ma vi è comunque tanto per ingozzarvi golosamente. O quantomeno abbastanza per iscrivervi a questa messa di suffragio. BCBG è un disco ondivago, che viaggia in apnea e che non ha paura di rollare tra Leftfield, brit pop della seconda generazione, hip hop, rap old school, post punk tirato a nuovo e indie malferma. E io sono certo che – tra di voi – ci sarà qualcuno che mi farà andare in tripla cifra, con quelle 50 copie di poc’anzi. Me lo dovete per avervi schiaffato sotto il naso cotanta regale maestrìa. Ma… ci credereste? Bon Chic Bon Genre, tolto un nugolo di aficionados, non sortì l’effetto sperato. Troppo deboli le ali della PIAS, troppo strano quel trapasso di millennio in altre faccende affaccendato, troppo tutto, anche una certa difficoltà caratteriale dei nostri. Due copertine dei settimanali inglesi, qualche apparizione televisiva, un paio di festival. Adieu. E solo Iddio sa quanto mi piange il cuore non poterne parlare come di un infettato Screamadelica prodotto da Alan Vega.

Serviranno cinque anni per iterare cotanta magia con l’altrettanto ottimo It’s Beyond Our Control, proponendosi stavolta come degli Sly And The Family Stone del rock anglosassone. Un disco che è la perfetta continuazione del debutto, soltanto priva del fattore sorpresa e smaccatamente in bilico tra la black music più bastarda (Ain’t No Funky Tangerine andrebbe proposta quale abbecedario di ogni A Certain Ratio) e incursioni sonore post-punk alla Blurt. Poi basta.

Qualche anno dopo, quando decisi di iscrivermi in quel simpatico ricettacolo di anime candide chiamato Facebook (ben prima dei No Vax e delle scie chimiche), la prima disavventura social mi capitò proprio con una tizia discretamente rancorosa, pronta ad attaccarmi duramente (pure in maniera personale) riguardo i Campag Velocet, manco fossero stati collaborazionisti del regime dei Colonnelli o avessero pisciato sui caffè di Starbucks. Capii immediatamente il significato del termine ‘bannare’.
Motivo in più per amarli.

An old voice from the ashes whispers deja vu, brings you to this space in time, returns this place to you.

Michele Benetello