Canzoni che si osservano da angolazioni diverse, a partire dalle chitarre nervose dei Low Harness, fin troppo sottovalutati fino a oggi; passando per la psichedelia da cameretta del giovanissimo londinese Sean Trelford; i confini cinematici dei Memorials; e, a chiudere la parte iniziale dedicata alle novità, il “punk” disallineato di A$AP Rocky — uno che non avremmo mai pensato potesse piacerci, eppure…
Il secondo segmento affonda le mani nel mito e lo rimescola. Alan Vega riporta tutto a una forma primaria di ossessione rock’n’roll. Da lì il passaggio agli LCD Soundsystem è naturale: “Bye Bye Bayou” non è una cover reverenziale, ma una riscrittura fisica del linguaggio di Vega, trasportato su un groove funk ossessivo. E poi Boy Harsher, che senza i Suicide probabilmente non avrebbero nemmeno immaginato di poter esistere, con la loro darkwave tesa, minimale e sensuale allo stesso tempo.
Gli album solisti di 𝗔𝗹𝗮𝗻 𝗩𝗲𝗴𝗮, crudi e minimali, uniscono romanticismo ossessivo, violenza urbana e sperimentazione sonora. 𝘈𝘭𝘢𝘯 𝘝𝘦𝘨𝘢 (1980), 𝘊𝘰𝘭𝘭𝘪𝘴𝘪𝘰𝘯 𝘋𝘳𝘪𝘷𝘦 (1981) e 𝘚𝘢𝘵𝘶𝘳𝘯 𝘚𝘵𝘳𝘪𝘱 (1983) in particolare, hanno avuto un peso decisivo nel mio immaginario, a cavallo tra la minore e la maggiore età. In quelle canzoni esisteva un equilibrio unico tra primitivismo elettronico e tensione emotiva, una musica spoglia ma densissima, capace di evocare paesaggi urbani notturni, inquieti e magnetici. Pochi elementi — una voce fragile e minacciosa insieme, ritmi essenziali, suoni abrasivi — per costruire un mondo espressivo potentissimo. In quei dischi Vega, predicatore cosmico e visionario outsider, si tuffò senza rete nelle radici del proprio suono personale, alimentato da blues, rockabilly e dal suo amore per Elvis Presley. Una rilettura del primo rock’n’roll attraverso un filtro punk inquietante e profondamente personale.
Gran finale con Joe Glass, una scelta per ribadire quanto sentiamo vicina la Chicago di Kai Slater. E poi Dove Ellis, con il suo debutto clamoroso. Due canzoni in scaletta che sembrano muoversi in punta di piedi e poi cambiare pelle, oscillando continuamente tra disillusione e catarsi. Nessuna biografia ingombrante: solo canzoni che si assumono tutto il peso di quello che hanno da dire. Ed è per questo che Blizzard è, senza clamore, il disco della settimana.
