Si parte con una sequenza di canzoni di band provenienti dall’Australia: stesso luogo geografico ma grande eterogeneità di suoni.

𝗜𝘁𝗰𝗵𝘆 𝗔𝗻𝗱 𝗧𝗵𝗲 𝗡𝗶𝘁𝘀 aprono con Secrets: novanta secondi di urgenza indie-pop. Subito dopo 𝗥𝗼𝗹𝗹𝗶𝗻𝗴 𝗕𝗹𝗮𝗰𝗸𝗼𝘂𝘁𝘀 𝗖𝗼𝗮𝘀𝘁𝗮𝗹 𝗙𝗲𝘃𝗲𝗿 riportano al centro quella scrittura chitarristica luminosa e inquieta che li ha resi una delle band più solide degli ultimi anni. 𝗥𝗮𝗱𝗶𝗼 𝗙𝗿𝗲𝗲 𝗔𝗹𝗶𝗰𝗲 sono una bella novità e promettono molto continuando a spingere sul post-punk melodico. Se qualcuno dicesse Fountains DC non avremmo nulla da obiettare. A chiudere il primo blocco di novità, i romani 𝗣𝗼𝗽𝗽𝘆’𝘀 𝗣𝗼𝗿𝘁𝗿𝗮𝗶𝘁: una band che porta con sé memoria e il peso di un cerchio che andava chiuso.

A proposito di ristampe e riscoperte, la puntata si muove all’inizio degli anni Duemila, quando l’indie nordamericano riscopriva il post-punk per reinventarsi in una forma più emotiva. 𝗧𝗵𝗲 𝗦𝘁𝗶𝗹𝗹𝘀 fotografano perfettamente quel momento: eleganza notturna, romanticismo urbano, malinconia che diventa forma pop. 𝗠𝗲𝘁𝗿𝗶𝗰, rappresentano l’altro lato della stessa tensione: più nervosi, più metropolitani, capaci di tenere insieme groove e scrittura new wave. A completare il trittico, 𝗧𝗵𝗲 𝗪𝗮𝗹𝗸𝗺𝗲𝗻 con Revenge Wears No Wristwatch: semplicemente una grande canzone che è bello riscoprire in questo contesto. All’inizio degli anni Zero l’indie rock ha operato una sorta di reset culturale. Dopo il vuoto lasciato dal grunge, arrivarono band che riportarono il suono all’essenziale. Col tempo è diventato chiaro che non si trattò solo di talento: hanno contato molto anche il momento giusto, un’estetica furba e una narrazione che qualcuno ha saputo controllare meglio di altri. Come spesso succede, i riflettori si accesero solo su alcuni. In quel periodo uscirono band valide, che pagarono però il prezzo di essere leggermente fuori asse rispetto alle cronache dominanti. I 𝗪𝗔𝗟𝗞𝗠𝗘𝗡, ad esempio, avevano una scrittura fina e una voce, quella di Hamilton Leithauser, che sembrava arrivare da un’altra epoca. 𝘌𝘷𝘦𝘳𝘺𝘰𝘯𝘦 𝘞𝘩𝘰 𝘗𝘳𝘦𝘵𝘦𝘯𝘥𝘦𝘥 𝘵𝘰 𝘓𝘪𝘬𝘦 𝘔𝘦 𝘐𝘴 𝘎𝘰𝘯𝘦 è un disco che regge benissimo il confronto con i classici celebrati, ma la band non è mai diventata il simbolo di un movimento. Forse troppo elegante, forse poco cool nel senso più stretto del termine. O gli 𝗦𝗧𝗜𝗟𝗟𝗦. Incastrati ingiustamente nell’etichetta di Interpol canadesi, avevano in realtà un suono più aperto, melodico, meno monocorde. 𝘓𝘰𝘨𝘪𝘤 𝘞𝘪𝘭𝘭 𝘉𝘳𝘦𝘢𝘬 𝘠𝘰𝘶𝘳 𝘏𝘦𝘢𝘳𝘵 è un debutto solido e pieno di idee, ma uscì in un momento in cui bastava una somiglianza estetica di troppo per essere archiviati come derivativi rispetto a band che, a loro volta, venivano già accusate di esserlo.

Nel finale il discorso si sposta sul tempo che passa e su come le band imparano — o sono costrette — a cambiare. 𝗝𝗼𝘆𝗰𝗲 𝗠𝗮𝗻𝗼𝗿 con All My Friends Are So Depressed mostrano cosa significa crescere senza rinnegare tutto. Gran finale con 𝗚𝗨𝗩: il punto di maturazione di Ben Cook, tra britpop, Madchester, shoegaze e pulsioni dance anni ’90.

Sniffin’ Glucose #20 parla di trasformazioni, di continuità spezzate e ricucite, di band che trovano nuovi modi per restare vive.


Lascia un commento