Sequenza di novità in apertura: con 𝗣𝗲𝗻𝗻𝘆 𝗔𝗿𝗰𝗮𝗱𝗲 è una questione di chitarre nitide, malinconia trattenuta, uno sguardo rivolto al passato che non diventa nostalgia. Subito dopo 𝗔𝘀𝗵𝗲𝗿 𝗪𝗵𝗶𝘁𝗲 rilegge 𝗝𝗲𝘀𝘀𝗶𝗰𝗮 𝗣𝗿𝗮𝘁𝘁 trasformando una canzone intima in un gesto creativo autonomo: non una semplice cover, ma una vera reinvenzione. I 𝗗𝗮𝗺𝗮𝗴𝗲𝗱 𝗕𝘂𝗴 del nostro amatissimo  𝗝𝗼𝗵𝗻 𝗗𝘄𝘆𝗲𝗿 aggiungono una torsione psichedelica e sintetica, mentre i 𝗠𝗶𝗱𝗱𝗹𝗲𝗺𝗮𝗻  da Brixton accelerano i ritmi con convinzione. 

Segmento centrale che affonda nei primi anni Novanta, nella scena di Washington DC e dintorni. 𝗩𝗲𝗹𝗼𝗰𝗶𝘁𝘆 𝗚𝗶𝗿𝗹, freschi di ristampa deluxe, incarnano quel “pure pop” chitarristico capace di tenere insieme immediatezza e aggressività che apriva una nuova stagione in casa Sub Pop. I 𝐕𝐞𝐥𝐨𝐜𝐢𝐭𝐲 𝐆𝐢𝐫𝐥 rappresentarono un’affascinante deviazione nella storia dell’indie americano dei primi anni ’90. Nati a Washington D.C. nel 1987 e attivi in piena era grunge, tra il ‘93 e il ‘96 pubblicarono tre album per la Sub Pop, incarnando, sin dall’inizio, un’estetica quasi antitetica rispetto a quella dominante: melodie jangle-pop, voci leggere, testi introspettivi e un’attitudine dichiaratamente twee, tanto affine a Pastels e Primitives quanto distante dall’immaginario di Nirvana e Mudhoney. Non è un caso che tra le loro fila figurassero Archie Moore e Brian Nelson, voce e chitarra dei Black Tambourine, prime mover del lo-fi indie pop americano. Il loro suono nasceva dall’unione tra l’assalto saturo di feedback dello shoegaze britannico e l’immediatezza melodica del pop, un approccio, rumoroso ma luminoso, abrasivo e al tempo stesso delicato, che la critica dell’epoca battezzò 𝑏𝑢𝑏𝑏𝑙𝑒𝑔𝑟𝑢𝑛𝑔𝑒. Più che una semplice anomalia, i Velocity Girl furono una crepa luminosa nel mito granitico del grunge, dimostrazione tangibile che anche nel cuore degli anni ruggenti dell’alternative americano poteva esserci spazio per grazia e leggerezza.

Accanto a loro 𝗗𝗿𝗼𝗽 𝗡𝗶𝗻𝗲𝘁𝗲𝗲𝗻𝘀, con Winona, riportano in superficie l’altra anima di quella stagione: shoegaze, sospensione, riverberi che si allungano come memoria. E poi 𝗧𝘀𝘂𝗻𝗮𝗺𝗶: il lato più rigoroso e politico di quella stessa scena, radici tra 𝗗𝗶𝘀𝗰𝗵𝗼𝗿𝗱 e 𝗧𝗲𝗲𝗻-𝗕𝗲𝗮𝘁,, spirito femminista, un’idea di musica che non separa mai suono e posizione nel mondo.

Nel finale il discorso si sposta sul presente e su cosa significa restare coerenti senza restare fermi. I 𝗣𝗶𝗻𝗲𝗴𝗿𝗼𝘃𝗲 grazie a quella loro capacità di trasformare l’intimità in spazio aperto ci sembravano perfetti per introdurre la band della settimana: i 𝗥𝗮𝘁𝗯𝗼𝘆𝘀 di Chicago.

Attivi dal 2010, sempre indipendenti, i 𝗥𝗮𝘁𝗯𝗼𝘆𝘀  hanno costruito il loro percorso senza scorciatoie. “Singin’ to an Empty Chair” è il punto in cui quella coerenza diventa necessaria. 

Due canzoni per loro: Light Night Mountains All That si dilata e respira, alternando sospensioni acustiche ed esplosioni elettriche che ricordano il lavoro di 𝗬𝗼 𝗟𝗮 𝗧𝗲𝗻𝗴𝗼. Anywhere*è invece puro power pop luminoso, ma attraversato da una tensione sottile. Pitchfork ha definito l’album come la colonna sonora di “un viaggio verso il nulla, in cui il luogo verso cui stai andando assomiglia a quello che hai appena lasciato”. Una definizione perfetta per quello che, senza troppi proclami, potrebbe essere il primo grande disco del 2026.

Sniffin’ Glucose #21 parla di scene che ritornano, di band che resistono, di canzoni che non cercano di essere attuali ma finiscono per esserlo proprio per questo.


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