PS16 day 1 – sospesi (Fiver # 24.2016)

nemmeno troppo caldo, ma il sorriso di Elena, chi l’avrebbe mai dimenticato? Era il sorriso timido, quasi commosso di una ragazzina al primo concerto davanti a quindici amici. Invece lo vedeva proiettato sui megaschermi del Palco Heineken, il main stage del Primavera Sound dove i Daughter facevano cantare migliaia di persone.
Se fossi un uomo, pensava, mi innamorerei di quel sorriso e di quegli occhi fino a farne una malattia.
Giulia era arrivata a Barcellona appena in tempo per appoggiare la borsa sul pavimento in parquet della grande casa che aveva prenotato mesi prima con tutta la compagnia.
In fretta, che è il primo giorno ed è già pomeriggio: ci sarà un fiume umano che corre verso i braccialetti all’ingresso del Forum.
Le ragazze non ne volevano sapere di darsi una mossa: Maria, stravaccata sul divano, messaggiava col gruppo PS16 e il suo smartphone, già quasi scarico, si riempiva di notifiche rompipalle:
«Dai Mary, cheppalle!»
«Sei la solita scopa in culo Giuly…»
e le altre erano disperse per i tre appartamenti nello stesso palazzo che avevano preso tutte assieme.
Urla da quindicenni su e giù per le scale: roba da matti pensare di farsi il Primavera in venti, ma sembrava che tutta Milano si stesse trasferendo a Barcellona quel weekend. I numeri nella chat erano lievitati in pochi giorni e, così, eccole tutte assieme dentro e fuori per quelle stanze.

Da brava indiesnob aveva detto, come tutti, che sarebbe stata una gran palla vedere anche lì, al Forum, lontano da casa, le stesse facce di tutte le sere al Magnolia o agli aperitivi in Santeria. Ma tra decine di migliaia forse si può nemmeno incrociarsi.
Poi c’era Marco. Lui si era preso una casa con due amici, tre stanze comode. Giulia non aveva pensato che Marco stava spendendo una fortuna a due settimane dall’inizio del festival per avere una camera tutta sua. Tutta loro, in realtà.
Marco era sempre così dolce. Si erano conosciuti qualche mese prima e a lei lui piaceva. Tanto. Lui per lei aveva perso la testa.
Prendeva crema solare e cappello di paglia dal borsone che lasciava sul pavimento di una casa in cui, già lo sapeva, non avrebbe mai dormito.

Giulio era da un pezzo al forum, in piedi sotto al sole per vedere Car Seat Headrest, palco Pitchfork, ovviamente. La testa ancora un po’ scivolosa per le birre all’Apolo coi Suuns che avevano sfondato i timpani e lui che aveva ballato con quella ragazza bellissima e mai vista prima. Tutta colpa dei due scozzesi incontrati mentre saltava coi Goat e che erano diventati amici di sempre mentre suonavano i Suede.
Serata di preview: due concerti al Forum, un giro per capire palchi e distanze, poi un’ora di bus coi fratelli di Glasgow per arrivare al club.
Era lì, col suo braccio coloratissimo, pieno di fenici che disegnavano una voglia di rinascere che poi lei aveva voluto raccontargli la mattina dopo, sotto le stesse lenzuola, baciandosi come se fossero amanti da sempre.

Il sole era altissimo e faceva caldo, ma l’aria del mare rendeva vivibile anche il palco già forse troppo piccolo per quella chitarra. Parterre di giovanissimi, ragazzine con abiti leggeri e scarpe allacciate da uomo, triangoli tatuati ovunque e clubmaster vintage di ogni colore.
Will Toledo, classe 1992, teneva lo stage come se ci fosse nato: la sua timidezza che diventava esplosione lo-fi mentre in centinaia cantavano a squarciagola le sue canzoni.
Scaletta tirata: un pezzo dietro l’altro dritto a far saltare i mille del Pitchfork col sole che scaldava birre in plastica e ragazzini che sorridevano e ballavano tenendosi per mano.
Questo Primavera non poteva partire meglio.

Che palle sto momento fattanza: gli Air, grande atmosfera ma non si possono guardare, Nicolas più incartapecorito del solito e Jean più prof di matematica del solito. Più tardi torno qui per Tame Impala e mi sentirò Explosions In The Sky che suonano sul palco opposto. Mi dispiace per John Carpenter che suonerà al Primavera ma sono due anni che aspetto di vedere Kevin Parker e soci.
Scappo a vedermi Floating Points al Ray-Ban e l’atmosfera è da party: occhiali da sole in faccia anche se è già buio e bottigliette d’acqua in mano. Sorrisi occhi negli occhi su un altro pianeta mentre mani sconosciute sfiorano corpi che diventeranno complici.

Mancherà almeno mezzora alla fine del live ma devo scappare per tornare all’H&M. C’è un sacco di gente, più di quanta ne abbia mai vista qui e poi Giulia mi ha scritto che mi raggiunge sotto al palco e non voglio rischiare di non trovarla. Sono passati solo due giorni da quando se n’è uscita l’ultima volta dal mio letto, ma ho una voglia di vederla che non ci sto più.
Telefono che vibra: ultimo bar di dx verso il palco. Voglio abbracciarla. Mi muovo.

Primo Primavera. Prima volta a Barcellona. Un sacco di prime sto giro.
Ma guarda, c’è anche Giulia la milanese, ha appena messo su Instagram una foto di Elena dei Daughter. Pensa te, eravamo sotto lo stesso palco. Non mi ricordo dove ci siamo conosciuti, forse al Magnolia, o era venuta lei l’estate scorsa al Beaches Brew o da me al Covo, chissà…
Così sexy lei, ma mi sa che si vede con un tipo, troppe foto con lui su fb. Però un ciao glielo mando lo stesso, che magari fra un concerto e l’altro ci beviamo una birra.

Tame Impala li vedo da lontano, che se non sei strafatto di md dopo la prima mezzora sono una discreta palla. E poi fra poco devo scappare sotto l’Heineken per il concerto della serata.
Telefono che vibra in tasca. Messanger: Ciao, anche tu qui? Ci beviamo una birra assieme domani? Ti scrivo
Benissimo. Domani vediamo. Intanto è ora di andare a prendere una birra con Fenice, che ho deciso che si chiama così per i suoi tatuaggi e perché non so pronunciare il suo nome islandese. Lei storpia il mio in un quasi “Giuilioo” che mi fa morire.
É bellissima. Bianca come un’alba al mare. E sorride come non ho mai visto sorridere.

Attraversare la bolgia era la scusa perfetta per prendere Giulia per mano e non mollarla più. Mi fa andare giù di testa. Un momento c’è e poi sembra sfuggire da tutte le parti e quel cazzo di telefono sempre in mano che chissà a chi scrive. Mi guarda, sorride. La guardo, voglio baciarla.

Marco è proprio bello e dolce e si vede che è preso ma, cavoli, sarà venti minuti che non mi molla la mano manco fossimo alle medie, cheppalle! E poi io voglio godermi gli LCD Soundsystem che sono venuta a Barcellona praticamente per loro.
Un Messaggio: Giulio. Che tipo. Proprio quello da cui è bene stare lontani. Però mi fa morir dal ridere e poi… E poi Marco con la faccia da cucciolo abbandonato che vuole un bel bacio rassicurante, ma alla fine l’importante è essere qui con quella mirroball gigantesca che scende sulla testa di James Murphy e in migliaia esplodono solo di gioia e gioia e gioia. Chissà se riusciremo a vedere anche Thee Oh Sees e Battles dopo, che Marco so che ci tiene ma a me sta scoppiando il cuore adesso e di quello che succederà dopo non me ne importa nulla

Attacca quel piano sincopato e il boato di non so quante migliaia di persone tutte intorno mi fa venire un brivido che mi scuote: pelle d’oca da un’ora e mezza e non ci credo che stiano veramente chiudendo così e non ho mai visto così tanta gente sorridere per così tanto tempo mentre Fenice mi abbraccia e saltiamo assieme cantando e riempiendoci di baci che quello che conta è questo momento perfetto. Né un minuto fa, né fra un minuto. Con James che si dà come fosse l’ultimo concerto della vita e tutti qui, come me, si riempiono di quella magia che esce dalle casse mentre il palco illumina la notte di Barcellona e That’s how it staaaaaaarts è un unico urlo a squarciagola e cantiamo tutti con tutto il fiato e sembra nulla possa rompere questa bolla di gioia e mancano i polmoni ma saltiamo, saltiamo ed io e Fenice ci guardiamo negli occhi e ci urliamo in faccia Where are your friends tonight? e sappiamo che la risposta è solamente “qui”. E va tutto bene così, mentre lei mi sorride e mi dice che

Fabio Rodda

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