DREAM BABY DREAM – YPSIGROCK 2016

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Forse ha più senso iniziare dalla fine. Domenica, tardo pomeriggio, trovo posto per una breve sosta su una delle panchine di piazza Margherita ad un paio di centinaia di metri da Piazza Castello, epicentro dell’intero Festival. Due distinti signori che sembrano usciti dalle pagine di un romanzo di Sciascia. Lei vestito floreale e ventaglio d’ordinanza, lui giacca turchese e rasatura impeccabile. Dopo pochi secondi di garbati sorrisi colgo la loro discussione con una inflessione dialettale che non so riprodurre: “ma oggi non suona nessuno alla Chiesa del Crocifisso? Peccato.” Si girano verso di me, gli riservo un sorriso solidale. Non mi sembra significativo stare a precisare che sì, sul nuovo palco “inventato” nel cuore della cittá, in una vecchia chiesa sconsacrata, in realtà avevano appena finito di fornire ottime esibizioni due giovani realtà italiane come Yombe e L.I.M.

Mi alzo un attimo prima che mi chiedano, senza preconcetti e con genuina curiosità, il significato della mia maglietta Maple Death Records.

Ypsigrock è anche questo. Un paese che pare accompagnare come un unico organismo il manifestarsi, una volta l’anno, dell’inconcepibile sogno di chi questo festival l’ha immaginato (follemente) e concretizzato (incredibilmente) in una zona d’Italia storicamente (ma la storia sta cambiando) fuori da tutti i circuiti musicali “maggiori”.

Ne scrivevamo già l’anno scorso. Un cartellone, in termini qualitativi, pieno di piccole e grandi gemme. Più o meno un miracolo se ci si ferma a pensare ai condizionamenti imposti da problemi logistici, di budget e da una miriade di altre incognite che possiamo solo immaginare.

Il giorno dopo la fine del festival mi viene raccontato di abbracci commossi tra chi ha lavorato alla realizzazione di questo sogno. Fanno bene ad esserne orgogliosi.

Duemila, forse tremila ragazzi che si spostano placidamente tra i tre palchi cittadini ed il campeggio dove si fa festa fino al mattino.

Tutti con unico tratto in comune. Un largo sorriso sulle labbra.

Un sorriso che ho condiviso per l’intera durata del festival e che si è sciolto in commozione, stupore ed estasi particolarmente in queste cinque occasioni. (Qui ad SG siamo un po’ fissati con i Fiver, evidentemente..).

Birthh hanno confermato che tra le molte nuove ed interessanti formazioni della scena italica sono tra quelle dalle quali è lecito aspettarsi di più. Penalizzati da qualche problema di resa sonora hanno confermato di “avere le canzoni”, particolare meno banale di quanto sembrerebbe e che, oltre ad attitudine e “tiro”, costituisce un ottimo punto di partenza.

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Dei Mudhoney scrivevamo in sede di presentazione del Festival. 24 anni dopo il mitico concerto di Reading nel quale i Nirvana immortalarono un’intera generazione e scena musicale ritroviamo un Mark Arm in ottima forma. La prima mezz’ora fa tremare i muri del castello e più in generale tutto il concerto, al quale avrebbe giovato una sforbiciata di una ventina di minuti, ci ricorda quanto la formazione di Seattle liquidata all’epoca come “grunge” (sic) sia debitrice, oltre che del punk americano, anche di una certa matrice hard rock.IMG_0236

Howe Gelb è un grande. No, aspetta forse non si è capito. HOWE GELB È UN GRANDE. Si presenta sul palco per quello che dovrebbe essere l’ultimo tour della storia sotto la sigla Giant Sand e per l’occasione ripesca collaboratori degli inizi della band oltre ad altre facce patibolari made in Tucson, Arizona. Sembra di ritrovarsi di fronte all’intero cast del Mucchio Selvaggio. Lui racconta storie semi incomprensibili mentre sorseggia vino bianco. Le chitarre urlano, lui si siede al piano per Cry Me A River. La polvere del deserto si posa intorno a noi. Torna sul palco per regalarci Shiver. Un trionfo.

Ho sempre diffidato dei supergruppi. Già il termine mi atterrisce. Semplificando, Minor Victories = Editors+Slowdive+Mogway.

Una formula sulla carta potenzialmente in bilico fra sublime e disastro. Il disco ha dissipato molti dubbi ma non tutti, ed é con grande sollievo, perciò, che constatiamo quanto, dal vivo, siano compatti, rigorosi, impeccabili, emozionanti.

C’é un po’ di tutto, i crescendo implacabili dei Mogwai, l’elettricità eterea degli Slowdive, la concretezza degli Editors. E poi Rachel Goswell.

É esattamente quando Rachel comincia a cantare che le perplessità volano via, insieme a pezzi di cuore. Una creatura di sogno calata nel parco delle Madonie.IMG_0221

Jehnny Beth ci riporta sulla terra. Canta, urla, scalcia, si tuffa nel pubblico a più riprese. La band mancina 75 minuti di una potenza impressionante. Quasi un concerto punk. La cover di Dream Baby Dream dei Suicide più che azzeccata, appare necessaria. Terza volta che vedo Savages dal vivo ed ogni volta è una crescita esponenziale.

Forse IL CONCERTO dell’edizione Ypsigrock 2016.

Nel sospeso silenzio notturno che accompagna il mio ritorno dopo una curva, improvvisamente, i fari della macchina inquadrano una piccola volpe che mi attraversa la strada. Si ferma un attimo e, in questa atmosfera in bilico fra sogno e realtà, l’assurdo pensiero che mi stia invitando a tornare l’anno prossimo mi sfiora.

Massimiliano Bucchieri

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