I wanna Go Backwards (maybe) (Fiver #08.2017)

robyn-hitchcock1

Jimi Hendrix suonò a Woodstock che aveva 25 anni.
Bob Dylan a 25 anni si schiantò guidando una Triumph e mise fine alla prima parte della sua carriera.
Jim Reid dei Jesus and Mary Chain aveva 23 anni quando pubblicò il primo disco del gruppo, Psychocandy
Kurt Cobain (nato nel mio stesso anno) a 27 anni era già sepolto.
Potrei continuare per ore in questo modo. La musica che ascolto è sempre stata una faccenda legata a doppio filo alle vicende giovanili.
Basta prendere una classifica qualsiasi, tipo quella dei migliori dischi degli anni novanta (tanto per non sbagliare) , pubblicata da Pitchfork. Tra i primi dieci solo due (Wayne Coyne dei Flaming Lips e Robert Pollard dei Guided By Voices) avevano superato i trent’anni al momento della pubblicazione del disco finito poi tra i migliori del decennio. Dagli anni sessanta e per almeno altri quattro decenni il trend è stato quello: l’arte musicale è stata sempre una faccenda di cultura giovanile o ad allargarsi appena un pochino di quell’età che dalla giovinezza sfocia in una prima presunta maturità.
Questa cosa dell’età, inevitabilmente, torna spesso nei discorsi della nostra chat privata, quella dove io, Arturo e Massimiliano ci confidiamo vicendevolmente la gioia ma talvolta anche l’imbarazzo di stare ancora in giro a parlare di dischi, di musica, di musicisti, di serate dove inevitabilmente le nostre carte d’identità mostrano inesorabilmente i segni del tempo. Il fatto che non si direbbe minimamente osservandoci conta relativamente. La realtà è che ho un figlio che mi chiede: ma tu li conosci i Pink Industry? Ed è una domanda che un po’ mi fa piacere. Non tanto perché li conosco davvero ma soprattutto in quanto un ragazzo di vent’anni possa interessarsi ad una band come quella. Viene fuori l’orgoglio del genitore che magari dovrebbe essere riservato a qualche occasione più importante ma ognuno ha la propria storia alle spalle e io sono contento della mia, in fondo. A proposito, Jayne Casey, quando debuttò nel 1983 con il primo disco di Pink Industry aveva 27 fantastici anni.
PINK INDUSTRY – Don’t Let Go

Ho come l’impressione però che non siamo solo noi ad invecchiare e che l’ambito della musica popolare di qualità non sia più ristretto all’età giovane come era sempre stato, fin dagli albori, dal primo giro di bacino di Elvis in avanti.
Prendiamo sempre Pitchfork, per comodità. La classifica dei migliori album dell’anno concluso da poche settimane. Dei primi dieci solo tre sono dischi di gente con meno di trent’anni (Frank Ocean, Chance The Rapper e Angel Olsen). La proporzione si è completamente ribaltata. Adesso i dischi migliori, presumendo per un attimo che i dischi della classifica di Pitchfork siano davvero i migliori (e comunque non è questo il punto), sono per il 70% prodotti da gente che ha superato i trent’anni. Quattro su dieci (Radiohead, Anhoni, A Tribe Called Quest, David Bowie) sono abbondantemente oltre i quaranta. Insomma invecchiamo noi, invecchiano gli artisti e non sono proprio sicuro che non stia invecchiando anche il pubblico di riferimento.
La mia ostinazione nell’ascoltare e nel ricercare musica nuova penso che abbia un qualcosa di patologico, ormai. Dovrei accontentarmi di ascoltare i soliti vecchi e rimanere allineato e coperto con i compagni della mia generazione, finirebbe che potrei pure vantarmi di stare perfettamente in sintonia con la critica musicale che conta. Alla faccia degli ultimi Fiver che ho pubblicato su queste pagine: The Molochs, Posse, Hand Habits, Meilyr Jones, QTY, Flasher, Cory Hanson, Sam Evian, Sacred Paws…..gente che spesso non ha neppure un album alle spalle e che con tutta probabilità non ha ancora compiuto trent’anni.
Ho letto una cosa interessante ultimamente. Uno scambio di opinioni tra musicisti nato in maniera del tutto casuale su uno dei soliti social network. Mi sembra che fosse Robin Pecknold dei Fleet Foxes a portare avanti una tesi suggestiva. Diceva, riassumendo in poche parole, che la musica è codificata come lo sono le emozioni. E ad una mappatura emozionale corrisponde una relativa colonna sonora. Un universo di sentimenti differenti che trovano espressione attraverso la musica e che ognuno di noi, alla fin fine, cerca sempre di rivivere. Come se si fosse sempre e comunque alla ricerca di rinnovare il momento originario, quello che ci ha catturato e fatto diventare ascoltatori consapevoli . Alla fine ascoltare gruppi “nuovi” è insomma un tentativo di perpetuare le infinitesimali variazioni delle nostre codifiche preferite, da quella “Big Star” fino a quella “My Bloody Valentine”, per quanto mi riguarda. A tutto c’è una spiegazione, alla fine dei conti. Si tratta solo di capire se quella mappatura emozionale che trovava una via di espressione attraverso la musica (e comunque l’arte in generale) di colpo non abbia, dopo quasi sessant’anni, trovato un’altra strada dove confluire. Ad osservare il pubblico di certi concerti e le classifiche di fine anno sembra più una certezza che un vero e proprio dubbio. Quale sia questo nuovo percorso proprio non saprei dire, però.

I also read many years ago — before the internet in this case, so it must be true — that the most you can change yourself if you do everything you possibly can, is 5 per cent. After 32 I think that number goes down to about 1 per cent. I’m unsure how they measured this, but I do think I’m right. (Douglas Coupland)

Douglas Coupland è uno scrittore brillante. Ma forse già lo sapete. Le cose che scrive per il magazine del Financial Times sono puro intrattenimento (https://www.ft.com/content/77c17fb6-ecfc-11e6-930f-061b01e23655) questo è il link del suo intervento più recente. Non tratta esattamente di musica ma mi è venuto comunque in mente scrivendo queste righe. Mi sono messo il cuore in pace leggendolo, diciamo così.
Potremmo utilizzare la formula dell’1% in chiave musicale: ascolto 350 dischi differenti in un anno. Al massimo 4 saranno quelli davvero distanti dalla mia personale mappa emozionale di riferimento, di conseguenza.
Posso cambiare al massimo per l’1%. Del 5% se fossi più giovane di 32 anni.
Lo scrivevano prima dell’avvento di internet. Sarà sicuramente vero.

ROBYN HITCHCOCK – I Want to tell You About What I Want

Ad ascoltarla distrattamente potrebbe sembrare un’onesta canzone pop neppure troppo originale. Eppure come tutte le canzoni di Robyn Hitchcock ha un tocco di stravaganza che sfiora il genio. Sentirlo così in forma è quasi commovente, il buon vecchio Robyn. Uno che merita di essere seguito sempre e comunque. Il disco nuovo promette di essere un piccolo gioiello per tutti quelli che amano determinate atmosfere. Chitarre e melodie innanzitutto. Circondato da ospiti che fanno presagire un possibile capolavoro: Brendan Benson (Racounters), Gillian Welch, Emma Swift, Pat Sansone (Wilco, The Autumn Defense) e Grant-Lee Phillips.

MOON DUO – Creepin’

Quello che hanno messo in piedi nel corso degli anni i Moon Duo è davvero sorprendente. Partito come un progetto parallelo senza troppe pretese si è trasformato anno dopo anno in una realtà tra le più importanti del rock venato di psichedelia. Ipnotiche ritmiche kraute, chitarre fuzz, sintetizzatore, il tutto venato da un’anima noir, da ascoltare a volume indecente, per la gioia dei vicini di casa che amano in maniera particolare osservare il tetto della vostra cameretta prendere il volo. In quell’ambito di suoni decisamente il meglio in circolazione, al momento.

FRED THOMAS – Brickwall

Irrefrenabile si dice in questi casi. Fred Thomas è un ragazzone così, non riesce a stare fermo un momento. Dall’epoca del suo primo gruppo (1994), i Chore, è stato tutto un susseguirsi di collaborazioni, produzioni e progetti in proprio. Alcune cose, in particolare i quattro album prodotti sotto il marchio Saturday Looks Good To Me, lo hanno portato alla ribalta della scena indie a stelle e strisce. Questa canzone è contenuta nel suo nuovo album solista, Changer, che è semplicemente un disco di grandi canzoni. Mette in risalto l’amarezza di aver perso per strada gli amici di un tempo, tutti ossessionati dallo scattare fotografie dei propri figli. Per loro ti trasformi in un ricordo sbiadito che perde d’importanza giorno dopo giorno. L’invocazione finale “come back and be my boyfriend again” sai comunque già in partenza che rimarrà inascoltata. In compenso ci scrivi una canzone sopra. Una di quelle che rimangono nella memoria. Sempre meglio di un selfie con gatto e bambini.

AMBER ARCADES – It Changes
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Poi ti ritrovi ad aspettare la bella stagione. Il pensiero corre a quel momento in cui potrai aprire la finestra e il sole ti farà socchiudere gli occhi. Ogni anno ci sono un paio di brani adatti all’occasione. Mi tornano in mente gli Alvvays oppure le Veronica Falls, in tempi recenti. Talvolta si ha bisogno di leggerezza e melodie, di fischiettare un ritornello che ti rimane in testa dopo un solo ascolto, di farsi travolgere dalla semplicità di chitarre indie che hanno la sola pretesa di cambiarti l’umore. Ricordate: spring is coming, che lo vogliate o meno.

CESARE LORENZI

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