Una ragione per ogni cosa (Fiver #37.2017)


Non ricordava esattamente da dove fosse scaturita la scintilla che aveva cominciato a far ardere il falò ma gli era ben chiaro il percorso che la fiammata aveva seguito per tramutarsi nel tempo in vero e proprio incendio.
Probabilmente tutto era iniziato nel momento in cui aveva messo le mani su una copia di Up for a Bit, dei Pastels, in particolare la traccia numero due del lato a, la prima canzone che avesse mai dedicato a una ragazza.
Anche se lei in quel momento non lo sapeva, né mai lo avrebbe saputo.

You know I’d cross the desert wastes for you
Watch the sun burn up the sky
You know I’d wait a thousand years for you
I love you ‘til there’s nothing left

Non rammentava ci fossero stati episodi precedenti, quindi doveva essere per forza stato quello. Se poi non era così poco importava, gli pareva comunque bello individuare quella canzone come l’innesco della sua passione per la Scozia e il suo popolo. La cosa certa era che da almeno trent’anni amava quella nazione e una città nello specifico: Glasgow.
L’amava sul serio quel posto, nello stesso modo in cui si può amare una persona, anzi di più. Perché una città rimane sempre quella, non può deluderti. Tu magari cambi, lei no e se ti tradisce la colpa non è sua ma delle persone che ne governano le sorti.

Sul terreno sdrucciolevole della sua memoria erano conficcate schegge di ricordi come cartelli stradali che sparpagliati a caso indicavano comunque una direzione precisa. Piccoli segnali e macro tracce.
Come quella pubblicità di un festival dedicato al nuovo rock scozzese da un pub di Bari stampata in un angolo di pagina di un vecchio Rockerilla, un ritaglio su cui aveva investito il sonno di intere notti impegnate a immaginare ingegnosi varchi spazio temporali che avrebbero potuto traghettarlo in Puglia in quelle giornate. Che poi – percorsi miracolosamente incrociati e cerchi ciclicamente chiusi – avrebbe conosciuto più tardi uno dei ragazzi che avevano organizzato quel festival. Una storia che meriterebbe un racconto tutto suo, come fosse lo spin off di qualche serie televisiva di successo: Better Call Kiko.
Altri frammenti, altre briciole di memoria: il funky sclerotico e slabbrato dei Fire Engines, il pop dolce amaro degli Orange Juice e l’art rock spigoloso dei Josef K, tanto belli e tanto bravi da convincerlo ad affrontare le 250 pagine de Il processo a cui si erano ispirati per il loro stilosissimo nome. Naturalmente quel romanzo di Kafka non terminò mai di leggerlo, salvo riprenderlo in mano anni e anni dopo, quando la Domino decise fosse arrivato il momento di ristampare lo smilzo catalogo della band di Paul Haig e Malcolm Ross.

Ancora Frances McKee, la prima ragazza di cui si era innamorato sul serio anche se lei era solo una foto in un bianco e nero sgranato sui fogli ruvidi di Sounds e un’ombra nelle recensioni dei 45 giri dei Vaselines scritte da Charlie Albertoli sulla carta riciclata di Vinile, la lettura che per quel paio d’anni che rimase in vita divenne il suo vangelo.
E il concerto di Jesus and Mary Chain e Meat Whiplash al North London Polytechnic nell’85 di cui aveva letto la cronaca sul Melody Maker. L’unico concerto che gli sarebbe mancato in eterno, assieme al live dei Cramps in apertura ai Police al Palalido di Milano e quello dei Suicide di spalla a Costello all’Ancienne Belgique nel ’78: 23 Minutes Over Brussels.

La Creation Records di Alan McGee, Bobbie Gillespie e Primal Scream, i Teenage Fanclub a Reading, i Belle and Sebastian a Monaco nel ’92, la Beta Band, gli Urusei Yatsura, la Chemikal Underground, i Delgados, i Mogwai e i Bis.
Cinquemilioni duecento mila abitanti e tutta questa roba, oltre a quella che non aveva nemmeno voglia di menzionare perché altrimenti ne sarebbe uscito un elenco telefonico del migliore indie rock dei tempi in cui l’indie rock era ancora un genere musicale.
La nostalgia avrebbe preso il sopravvento su tutto il resto. E a lui non piaceva essere nostalgico.

Una volta decise anche di andarci in Scozia, ma qualcosa andò storto.
Anche se non aveva ancora stabilito nulla e il tempo per le decisioni distava un paio d’anni, quello doveva essere lo spartiacque destinato a sparigliare le vicende della sua vita. L’eutanasia di un pezzo di vita, non programmata eppure eseguita chirurgicamente, come se in quel momento avesse decretato di inserire nella sua storia personale un detonatore con un timer programmato a far esplodere tutto un po’ più avanti nel tempo.

A modo suo quel viaggio fu un’esperienza memorabile, ma non nel senso in cui l’aveva immaginata.
Era una storia che ora però non aveva alcuna voglia di riesumare. Di quei giorni gli piaceva solo ricordare la sera della semifinale degli europei di calcio trascorsa in un pub di Edimburgo a tifare Germania assieme agli scozzesi, contro l’Inghilterra che quell’anno era anche padrona di casa. E naturalmente la visita al Monorail, il negozio di Stephen Pastel a Glasgow.

In ogni caso la Scozia aveva significato molto per lui in un periodo della sua vita in cui tutto pareva gli stesse sfuggendo di mano per rotolare via e trasformarsi in qualcos’altro. Poteva arrivare ad ammettere che il significato dell’amore per quella terra e per quella gente era stato clamorosamente amplificato dagli eventi personali cui quella terra e quella gente avevano fornito al tempo stesso attori, colonna sonora, scenografia e anche un pezzo di sceneggiatura.
Non a caso tra l’aprile e l’ottobre dell’anno fatidico, quello in cui il timer aveva fatto saltare in aria tutto, gli era capitato di trovarsi a concerti di Mogwai, Delgados, Urusei Yatsura, Teenage Fanclub, Jesus and Mary Chain, Primal Scream e Belle & Sebastian nell’ordine, uno di fila all’altro.
E no, non poteva davvero essere solo una coincidenza.

Pensava a questo l’altra sera mentre assisteva all’ennesimo concerto dei Mogwai, il quinto o forse il sesto dopo quella prima volta al Covo nell’aprile del ‘98, quando loro si allontanarono dal locale che era l’alba litigando con tutti per portarsi nel furgone un cartone di lattine di birra appena scippato al retro bottega del bar.
Rifletteva sul fatto che tra i 140 concerti che aveva visto nel corso di quell’anno (li aveva proprio contati, centoquaranta e mancavano ancora due mesi alla fine dell’anno che era poi quello in cui aveva deciso avrebbe smesso di andare a vedere concerti) alla fine le cose migliori erano stati proprio i live di due gruppi scozzesi, ognuno con una ventina di anni di carriera dietro le spalle. Corsi e ricorsi che forse avevano un significato in quel preciso momento. O forse no, magari per una volta, una soltanto, era tutto casuale. Anche se lui al caso non aveva mai creduto.

Mentre pensava a queste cose la band sul palco di fronte a lui si arrestò per un attimo concludendo il lungo momento di surplace piazzato in mezzo alla canzone destinata a chiudere il set.
Gli ci volle una frazione di secondo prima di rendersi conto del momento esatto in cui era arrivato e di quello che sarebbe successo l’istante immediatamente successivo, sette minuti e trentotto secondi dal suono della prima nota. I neon bianchi si accesero tutti assieme accecandolo nello stesso tempo in cui esplosero gli strumenti: il basso, la batteria e le tre chitarre.
Pensò che quella sarebbe stata la canzone giusta per accompagnare i fotogrammi di quella settimana in Scozia, tanti anni fa. Di più, era certo che se il disco che la conteneva fosse uscito un anno prima e solo la avesse avuta a portata di mano allora la canzone, quella sua storia gli sarebbe esplosa in mano già in quel principio di estate del novantasei. Non ci sarebbe stato bisogno di nessun timer e avrebbe risparmiato un paio d’anni.
Ma se non era successo allora era perché non doveva succedere.
Perché in fondo ogni cosa ha un suo tempo e se succede in un determinato momento anziché in un altro è perché quello è il momento giusto.
Sì, niente capita per caso.
C’è una ragione per ogni cosa.
Sempre.

Arturo Compagnoni

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