The most revolutionary group in the history of rock’n’roll* (Fiver #14.2018)

*Lester Bangs nelle note di copertina della raccolta The Mekons Story 1977-1982

La prima volta che incrociai i Mekons fu sulle pagine di Rockerilla, mi pare. Doveva essere il 1980 o forse l’81 e il loro nome compariva all’interno di un articolo in cui si faceva il quadro sulla nuova scena post punk di Leeds. Si parlava del Futurama, di Scritti Politti, Gang of Four, Delta 5 e non ricordo cos’altro. L’autore del pezzo li descriveva come un collettivo di sregolati studenti d’arte che aveva adottato come propria sigla una contrazione del nome di un fiume del Sud Est Asiatico. Un fiume passato solo poco tempo prima dalle pagine di geografia a quelle di storia come uno degli scenari per la guerra che si era sviluppata lungo il suo corso e attorno al suo delta. Il fiume Mekong.
Ho sempre subito una fascinazione, un po’ perversa e indubbiamente nera, riguardo la guerra in Vietnam. Immagino che questa attrazione abbia fatto leva su una serie di film che mi capitarono a tiro in quegli anni, anni indubbiamente formativi. Film che raccontavano storie che avevano, in maniera più o meno esplicita, quella guerra come loro unico comune denominatore: Taxi Driver, Un mercoledì da leoni, Tornando a casa e naturalmente la magnifica accoppiata Apocalypse Now/Il Cacciatore.
Avrei imparato in seguito che nell’immaginario di quegli studenti iscritti all’università di Leeds in realtà il nome Mekons non aveva nulla a che fare con il Vietnam, essendo viceversa ispirato a un personaggio di Dan Dare, fumetto di fantascienza pubblicato in Inghilterra negli anni ‘50. Poco male, quelli erano tempi in cui la conoscenza si sviluppava seguendo canali molto più approssimativi e avventurosi degli attuali e non mi sento oggi in animo di ascrivere colpe a chi all’epoca mi fornì quella erronea indicazione. I Mekons in ogni caso avevano pubblicato un paio di singoli che erano davvero buoni e questo bastava. Ma quelli erano giorni in cui di singoli buoni ne uscivano a grappoli ogni settimana così il loro nome cominciò a scolorire tra le troppe note segnate in un’agenda sempre più fitta di appunti. Così li persi presto di vista. Non prestai molta attenzione al loro primo album, The Quality of Mercy Is Not Strnen, suonato prendendo in prestito gli strumenti dei Gang of Four i quali, causa errore di un grafico della Virgin, finirono pure nella foto di retro copertina del disco al posto loro. Per scivolare celermente nell’oblio poi i ragazzi ci misero anche del loro disperdendosi rapidamente in altre faccende, tanto che nel giro di un paio d’anni ero già preso dal nuovo gruppo che John Langford, il cantante dei Mekons, stava mettendo in piedi: i Three Johns.

Poi venne il tempo dello sciopero dei minatori inglesi. Un evento che a giudicare dal numero di volte in cui è finito citato nei miei ricordi personali tra le pagine di Sniffin’ Glucose va iscritto senza dubbio nel novero di quei momenti che hanno evidentemente esercitato una notevole e duratura attrazione sul sottoscritto. Alla stregua della guerra in Vietnam, la vita e le opere di Mark E. Smith e gli Sleaford Mods.
Lo sciopero dei minatori occupò un intero anno della moderna storia inglese a cavallo tra il 1984 e l’85, trovando supporto massiccio e costante tra più o meno tutti i musicisti britannici dell’epoca. Billy Bragg, Paul Weller, Jimmy Somerville, Strawberry Switchblade, Kirsty MacColl,  Madness, The The, Heaven 17, Bananarama, Prefab Sprout, Elvis Costello, Beat, Lloyd Cole, Smiths,  Redskins, Housemartins e molti altri. Tanto sostegno ma poco risultato: Margaret Thatcher batte Red Wedge sei zero sei zero, tutti a casa.

Anche i Mekons si fecero coinvolgere incollando assieme i pezzi della band e rimettendosi in strada per una serie di concerti per raccogliere fondi a favore degli scioperanti. Vuoi l’entusiasmo per la causa, vuoi la teoria che a fronte di momenti politicamente e socialmente bui esiste proporzione inversa tra miseria dei tempi ed ebrezza della musica (e dell’arte tutta) che a quei tempi fornisce colonna sonora, vuoi l’ingresso in formazione di un paio di elementi, gente tipo il  batterista dei Rumour di Graham Parker e il bassista di P.I.L. e Damned, vuoi la scoperta di strumenti nuovi quali armonica e – soprattutto – violino, fatto sta che i  Mekons  concerto dopo concerto ricaricarono le batterie trovando pure il tempo di chiudersi in uno studio e spartire tra loro un paio di settimane all’insegna di alcol e paranoia (si perché non bastasse l’incubo Thatcher in casa in quei mesi c’era pure il bonus Reagan di là dall’Oceano).
Ne uscirono con dieci canzoni, poco più di 35 minuti di musica che distribuirono su due facciate di vinile dato alle stampe dalla Sin Records, piccola indie di loro proprietà. Titolo programmatico: Fear and Whiskey.
One of the 50 rock albums every country fan should own.
The seed that sprouted alt country.
The first great statement of shambolic punk.
A sort of concept album about life during wartime.
Queste le prime definizioni che bucano la rete se si imposta la ricerca Mekons+Fear and Whiskey.

I was out late the other night
Fear and whiskey kept me going
I swore somebody held me tight
But now there’s just no way of knowing

I saw your face in a crowded bar
“Excuse me please!”
At least I thought it was you
Now I just don’t know where you are

My suit was smart when I put it on last week
All I could remember as I walked down the street
Was the rain and tears on your face
Oh gee, I guess I’m just a disgrace

Erano gli anni in cui con Massi si era ricominciato a trasmettere in radio. Si passavano dischi per un’ora il mercoledì pomeriggio, il nome della trasmissione – una delle tante che di lì in avanti avrei condotto – era Specchi d’acqua. Come una canzone che stava dentro il primo album dei Diaframma. Il disco dei Mekons, riversato sul lato di una C90 registratami dal mio pusher preferito di allora, un ragazzo del ravennate che poi avrei ritrovato in traiettoria molti anni dopo averlo perso di vista, non mancava mai. In particolare c’era una canzone, la terza in scaletta, che mi faceva letteralmente uscire di testa. Si apriva con questa armonica che sembrava venire fuori da un disco di Bennato (che poi lì invece era il kazoo) ed esplodeva subito dopo dentro una batteria stile locomotiva punk cui andava dietro un coro da ubriaco che neanche la domenica pomeriggio per le vie di New Cross dopo una partita del Millwall. Pensavo, anzi ero convinto, che semmai mi fosse capitato prima o poi di gestire la consolle di qualche club – all’epoca una delle mie massime aspirazioni – quella canzone  l’avrei passata di sicuro. Qualche anno dopo quell’ambito mestiere mi è toccato in sorte, eppure quella canzone, la terza del lato a del terzo disco dei Mekons, non l’ho mai passata.

Never been in trouble
Don’t call me on the phone
Put the blower in the bathroom
Burn the house and start from scratch
Searching for existence
With my red, red wine
It’s hard to be human
Hard to be human again

Anche se contiene una canzone che si chiama Country e un’altra che è una cover di un pezzo di Leon Payne, meglio conosciuta nella versione di Hank Williams (Lost Highway), Fear and Whiskey non è un disco country. Non nella maniera in cui classicamente si intende il country. Anche se come tale all’epoca fu considerato, creando anche qualche problema ai suoi autori, causa il fatto che quello specifico genere musicale è da sempre associato ad aggettivi quali americano e conservatore, non esattamente accezioni positive nell’ambiente che i Mekons frequentavano.
Fear and Whiskey è fondamentalmente un disco in cui cantare di alcol e di politica ma anche e soprattutto di disperazione, un disco che riascoltato oggi possiamo sì affermare anticipi di anni il genere che sarebbe poi stato canonizzato con il termine alt country, abbracciando allo stesso tempo la deriva punk del brit folk avviata in quegli stessi anni dai loro vicini di casa Pogues. Ma non è un disco country. E’ un disco che oltre ad avere uno dei migliori lati b della storia contiene anche una delle mie love song preferite di sempre. La canzone che vorrei avere a portata di mano ogni singola volta in cui sto per affrontare la fine della notte e l’inizio del giorno, la musica sta sfumando ed è ora di tornare a casa senza avere alcuna voglia di tornare davvero a casa.

The dance floor’s nearly empty now
Everyone’s gone home
We’re fragmented and broken up
Like love affairs
And as if seeing you for the first time
Something whispered
Looking at you in desperation
Knowing nothing ever happens

I wanted to say fall in love
I wanted to say fall in love with me
I wanted to say fall in love
It’ll be alright

L’ottima Superior Viaduct ha appena ristampato i primi due singoli dei Mekons,  Never Been in a Riot e Where Were You originariamente pubblicati dalla Fast Product nel 1978.

Arturo Compagnoni

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