I dischi che piacciono solo a me, credo #28

TYLA GANGYachtless (Beserkley, 1977)

Di loro (di lui) s’è detto negli anni che suonavano come dei Thin Lizzy obesi, degli Attractions senza Costello ma con Jona Lewie, dei T-Rex macho, dei Blockheads che si piegano all’hard rock, degli Stones new wave, dei Cockney Rebel del boogie, degli Heartbreakers aggrappati al bancone del pub. Rock. Che se Chris Lowe avesse scelto un gruppo da dopolavoro ferroviario sarebbe stata proprio la gang del Tyla o che se le New York Dolls non avessero sempre avuto quella voglia di puttaneggiare avrebbero imbracciato chitarre come peni eretti. O come questa banda di debosci. Si è detto persino che inventarono (mi ripeto: inventò) la svolta blues di Tomorrow Belongs To Me della Sensational Alex Harvey Band e che mezzo catalogo della Stiff deve le proprie intuizioni a quegli unici tre minuti di musica (sei con la speculare facciata del vinile) che si degnarono di incidere in guisa di 45 giri. Si è detto tanto, troppo, di tutto su John Michael Kenneth Tyler (detto Sean Tyla) eppure rimane un autentico Carneade delle cronache rock, pur avendole percorse in lungo e in largo sin dall’inizio degli anni settanta, quando soleva accompagnare in tour Geno Washington. Quasi mai assiso alle cronache o alle classifiche però, parimenti quasi mai citato nei tomi che contano (ma vi è una sua discreta autobiografia in giro: Jumpin’ In The Fire, del 2010), mai stato oggetto – e questo è uno scandalo – di rivalutazione postuma. Artistica quantomeno, dacchè l’uomo ne ha compiuti da poco 72 e gode ancora di ottima salute. Quindi… Di cosa parliamo quando parliamo del più illustre degli sconosciuti?

Sono ruzzolato addosso ai Tyla Gang tardi, tardissimo. Troppo tardi mi verrebbe da aggiungere, fuori tempo massimo. E non ho idea come avrei potuto metabolizzare quell’hard rock boogie cafone se mi fossero giunti appresso più o meno all’altezza degli Sparks, dei Mud o di quei Cockney Rebel di poco sopra. Probabilmente li avrei rifiutati in blocco. O ne avrei fatto scaffale comune per osmosi rock. Chissà. È assodato però, e faccio pubblica ammenda, che solo da qualche luna mi posso fregiare del titolo di ‘seguace indefesso dal rutto libero’. Tramite una stentorea lapide in guisa di cofanetto edito dalla sempre benedetta Cherry Red. Si chiama Pool Hall Punks The Complete Recordings 1976-1978, consta di 3 cd, data 2016 e va ad accompagnarsi alle scarne tracce giunte alle mie orecchie negli anni, nello specifico dapprima a quel The Big Stiff Box Set del 2007 dove compare con l’ordigno Styrofoam e poi quella Glitterbest (2004) che è sugosa raccoltona glam ove il nostro sferraglia con i Ducks Deluxe, nome dal quale tocca giocoforza partire.

E’ dallo scioglimento degli Help Yourself che si accorpa la triade Martin Belmont, Ken Whaley e Sean Tyla, più che un nome da band rock and roll un’esortazione visto che, dopo due anni di infruttuosi tentativi acid rock (da avere – fosse solo per curiosità – Beware The Shadow, UA, 1972) i transfughi si accodano all’eterogeneo movimento glam. Han più frecce in faretra che bersagli però le Super Paperelle e – in sovrappiù – un andirivieni in formazione che farebbe impallidire le diaspore della Liverpool post punk tutta. S’imparentano con i Motors, con i Brinsley Schwarz, con i Flamin’ Groovies, con i Man. Finanche con i Rumour di Graham Parker tramite il Belmont che ne diviene socio fondatore. Albero genealogico rock dai rami nodosi e intrecciati ma che porta, finalmente, alla messa in proprio del Tyla, stanco di vedere i Ducks Deluxe come una girevole porta d’albergo dove tutti entrano ed escono senza ricavarne minima soddisfazione commerciale. Che Tyla Gang sia allora, deve aver pensato il nostro, frustrato dal prestare fianchi e manovalanza assortita (sovente nemmeno citata sui crediti) in imprese fallimentari.

Decide di sbagliare in completa autarchia, avvicendando ancora strumentisti (a partire dal fratello Gary) come se piovesse. E’ l’autunno del 1975, guado mirabile dove nulla più è pub rock e nulla è ancora punk ma una strana mistura che ne riporta entrambi gli odori sui vestiti. Serve un attimo perchè la Stiff si accolli spese di registrazione per una manciata di canzoni e ancor meno perchè Styrofoam (scoppiettante singolo estratto dalla penna di Darrel De Vore) diventi un hit sotterraneo. E’ bissato sul lato B da Texas Chainsaw Massacre Boogie e non credo vi debba servire altro per mapparne la consistenza. Una bomba. Rimarrà unico vagito per la stilosa etichetta tanto suonano paludosi, blues, caciaroni, festaioli e tellurici. E rock, immarcescibilmente rock. Rock peloso, masculo e – massì – a tratti ignorante. Dei Dr. John privi dell’allure Gris Gris, ma con i Cheap Trick come session men e con il foglio di via da New Orleans. Dei T-Rex cresciuti a Detroit, dei Television a corte degli AC/DC. O viceversa.

Styrofoam ha dei groove di batteria che avrebbero fatto ‘impallidire’ James Brown o l’Incredibile Bong Band, gira su ceppi accesi di riff da porno in rosa e nero e tiene mutande sporche. In una parola quintessenzialmente yankee tanto da venir appellati per anni (e scherniti, pure) come “i più americani tra i gruppi inglesi”. È difatti la statunitense Beserkley ad annetterseli senza indugio inserendoli in un catalogo dove svettano Jonathan Richman and the Modern Lovers, Greg Kihn (eccolo un altro punto di sutura con quel rock USA) e i Rubinoos. Più chiaro ora? O andrebbe aggiunto che se i Knack e la Steve Miller Band tutta si potessero immaginare stampati in pdf e con un font bluesy suonerebbero all’incirca così?

Ma il tempo e le battute sono tiranne, fratelli e – dacchè è Yachtless l’oggetto del nostro ciarlare odierno – sarei oltremodo ringalluzzito se qualcuno avesse il garbo di far proprio quel cofanetto di cui sopra, scatenandovi appresso chiappe, whisky dozzinale, poster da camionisti, Xtube e chitarre. Un disco che rappresenta esordio e pietra tombale (nonostante Moonprof, dell’anno seguente), zenith e nadir di un gruppo che non saprei indirizzare su nessuna scacchiera del rock comunemente inteso, un gruppo genuflesso sul blues più basico ma pieno di svisate di stiloso boogie, una glassatura da 100 Club e con una crassa ignoranza FM a farcire il tutto. Pop rock da decapitare, nell’anno domini 1977. Cosa che puntualmente avvenne, liquefacendoli in un impietoso anonimato che tuttora persiste. E dunque mia colpa, mia colpa, mia grandissima colpa esser caduto nell’ignoranza coatta per tutti questi anni, ecco perchè cerco di immolarmi anche per i vostri peccati.

Ornato da una copertina immonda che riporta alla mente il peggior – ehm… – yacht rock di Chris Rea o Cristopher Cross Yachtless è un iniezione di vitamine e bourbon che potrebbe rendere anfetaminiche le vostre domeniche mattina. Un Bloody Mary di riff ripieni di peperoncino pronti a sporcare i baffi di questo Russ Ballard sovrappeso. Ma come sferraglia! E come induce al buonumore con le sue 10 tracce che talvolta convergono verso un hard rock elettrico e talvolta verso un inconsapevole punk. Ci mette le mani John Burns (Jethro Tull, Genesis, Traffic, Fairport Convention e Burning Spear tra gli altri), aiutato da Tony Platt (Bob Marley e AC/DC nel palmarès) sebbene l’arrogante Sean ne rivendichi la co-produzione sulla quasi totalità dell’album; è segnale che la Beserkley ci crede e non intende badare a spese, certa di trovarsi in casa e nel catalogo il Cavallo di Troia che potrebbe rivoluzionare le classifiche rock americane. Non sarà così, per quanto il long playing cominci nel migliore dei modi con la cavalcata selvaggiamente hard di Hurricane, onomatopeica nello scartavetrare southern rock e anticipi di Hanoi Rocks (e, perché no? Giuda). E poi Dust On The Needle, unico brano che superi i quattro minuti, giusto per certificare quegli spermatozoi punk di poco sopra. Un pezzo dove par d’avvertire gli Stones di Start Me Up o Steve Jones e le sue Pistole cimentarsi con riff per ricchi annoiati. Un po’ quel che han fatto appunto recentemente Lydon & Co. Solo 40 anni prima. On The Street inventa letteralmente il Sunset Strip di Los Angeles e capelluti alla Motley Crue, rock stradaiolo e sudato come da titolo. New York Stuff è il più bell’apocrifo del miglior Tom Petty, e non nascondo un friccicor de core tutte le volte che dal vinile si palesa. Andrebbe inserito per costituzione sonora in ogni compilation da viaggio che si rispetti, tra un Boss, un Randy Newman, un Bob Seger e – appunto – un Tom Petty. Speedball Morning inventa letteralmente l’heavy metal, solo cazzuto e cazzone; svisate hendrixiane e un retrogusto come da sale sul Margarita che frizza come i Cult di Love. Ma Removal Machine. Tempo di girare il vinile e Don’t Shift A Gear si mangia ancora tutti gli implumi beniamini rock odierni del mondo, banchetto roco tra ZZ Top e Creedence Clearwater Revival, talmente rozzo da risultare irresistibile. Ma non è mica finita, ‘che Lost Angels riporta dalle parti di un muscoloso Lou Reed con tre accordi svogliati e un ritornello quintessenzialmente anni settanta. Se non lo reputate un complimento passate oltre. Magari allo stacco da tatuaggi e peli sul petto che conduce alla fine, quindici secondi che valgono più dell’intera discografia di Lenny Kravitz. The Young Lords è già new wave e non lo sa, ha un incedere svagato tra XTC e Todd Rundgren con in sovrappiù un cantato – a tratti – alla Byrne. Meticciato corrotto che i Ramones devono aver studiato assai per alcune terzine di Road To Ruin. E che dire di Whizz Kids che unisce Motorhead, Pretenders e Dr. Feelgood con un’armonica southern rock al profumo di Lynyrd Skynyrd? Turn Your Radio On abbassa dignitosamente le serrande di un disco memorabilmente macho tramite un lentone strappamutande interpretato in maniera magistrale dalla voce annoiata del Sean. E ti par quasi di sentirlo, in studio, mentre guarda impaziente l’orologio e attende una limousine che lo porti da Rodney Bingenheimer a lumare le pupe.

Chiude così un disco che ai più dirà poco o niente, talmente stivato di rock classico, strasentito e senza troppi guizzi. Ci sarà altresì poca polpa nell’osso dei Tyla Gang. Pochissima. E se di Moonprof s’è già detto (una sciacquatura dell’esordio con in sovrappiù un retrogusto mainstream) non vi è molto altro da dire tolta una diaspora coatta e un sciogliete le righe fisiologico. La carriera in proprio del John Michael Kenneth darà qualche soddisfazione maggiore; Sarà Roger Daltrey a spingere il nostro verso l’avventura solista, dapprima regalando una sessione al Rampart (studio privato degli Who), poi tramite l’intercessione della Polydor che sborsa 250.000 dollari per un contratto di 5 album. Ne registrerà tre, ma saranno forieri delle prime soddisfazioni commerciali, quantomeno in Germania dove il singolo Breakfast In Marin (Classic Rock dalla parte dei Fleetwood Mac) raggiungerà la Top Ten. Di lì sarà sarabanda rock and roll ed eccentricità a mille: dalle registrazioni con Joan Jett per Bad Reputation e I Love Rock And Roll (sì, partecipa il nostro) ai cameo con Mike Nesmith e Carlene Carter per finire alla recente fama britannica in guisa di designer e maestro di cricket. Come avrete agevolmente potuto evincere, con il rock and roll il nostro non si è potuto permettere lo yacht ma – forse – una sana Tyla (Tequila) Gang (Bang). Si spera.

Michele Benetello

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