I dischi che piacciono solo a me, credo #50

Laurent Voulzy y Mama Joe’s Connection Rockollection (RCA, 1977)

Non posso vantare battesimi dorati o imprimatur a 18 carati da sfoggiare nelle conversazioni dotte o in singolar tenzone. Parto già sconfitto perché ero, sono e rimarrò sempre il solito incompiuto poppettaro di provincia, nato predisposto su dischi di guano e risalito con fatica e caparbietà verso medie altezze. Quindi non mi è concesso sventolare quale primo imprescindibile acquisto della mia vita nessun pezzo da novanta. Insomma, non ho perso la mia virginale castità vinilica con un Revolver, un Pet Sounds o un Let It Bleed. Macché. No, nemmeno con un Disraeli Gears, un Ziggy Stardust o un volgarissimo e sempiterno Ummagumma. No. Niet. Sebbene tra le prime cassette compratemi dal babbo spiccassero T-Rex e Suzi Quatro nella scelta del 45 giri interamente ascrivibile a me e ai miei risparmi capitolai di brutto. Ma credo di aver già fatto outing più volte a riguardo, espiando il giusto.

Certo, ero stato svezzato da una nutrita collezione di singoli del parentado; 45 giri che mi sollazzavo a far ruotare ogni stramaledetto giorno che Iddio mandava in terra, più e più volte. Ma non erano propriamente ‘miei’ e quindi non so se si possano considerare ufficialmente vidimabili, sulla lunga distanza. Ne ricordo tre – fra i tanti – in particolare: Venus degli Shocking Blue, Uno dei Mods di Ricky Shayne e – soprattutto – Fire di The Crazy World of Arthur Brown. Anzi quattro, perché pure Let’s Dance di Chris Montez era – per me – un bell’ordigno pop da sculettare in camera. E se proprio volessi far tombola anche Minuetto di Mia Martini era in heavy rotation in quei primissimi anni settanta. Ma nulla poteva contrastare Arthur Brown. Quanto rimanevo incollato sulla diabolica copertina di Fire, e per quanti mesi ho tentato di decifrarne lo strano e brividoso copricapo fiammeggiante. Bastava mettessi sul giradischi (si chiamavano giradischi, allora) quel 45 e già l’urlo iniziale mi mandava fuori di testa. Mica sapevo cosa dicesse (per la cronaca: I am the God of hell fire, and I bring you!) però come lo diceva, accidenti! Immaginavo un mondo alieno che – ancora – non sapevo si chiamasse rock and roll. Sarebbe bastato questo 45 giri per tirarmela fino alla fine dei miei giorni. Invece.

Quando – all’atto dell’acquisto del mio primo pezzo di vinile – dovetti fare la scelta magna ruzzolai miseramente, battendo i denti sul selciato. Oh, sono sicuro che gran parte di Voi Eletti abbia ben altri titoli con i quali schiaffeggiare la mia stoltezza, ma io faccio pubblica (e pubica) ammenda: le mie prime 800 lire le buttai per un successone di quelli che riempivano i luna park, inciso pure da un emerito Carneade, sparito dalle classifiche internazionali (ma saldamente assiso a quelle francesi e fiamminghe, come ho scoperto giusto pochi minuti fa) quasi subito dopo aver infamato il pianeta con una sorta di Stars On 45 ante litteram: ovvero il Laurent Voulzy di Rockollection. Death Of A Disco Dancer, già. Uno che aveva la faccia da Chicco Mentana creolo. Ehi, perché chiudete la pagina? Mi piaceva. Molto, Quello che non ricordavo era di averne discusso per una intera estate con la francesina destinataria di un fitto carteggio linguistico extra scolastico; serviva per rinfrancare il mio francese, dicevano. Le avevo già parlato di Renato Zero, ricevendo in risposta – dentro una busta rosa confetto e una calligrafia gallica – un flyer del concerto degli AC/DC in quel di Tolosa. Più bel tacer non fu mai scritto, eh? Provai a ribattere tramite i Chrisma (quelli con la ci acca), ma senza successo.

Abitava a La Union (Lobo Hombre In Paris, qui vi voglio) ed era già sufficientemente sgamata – dall’altoaltissimo dei suoi 16 anni – per seguire Kiss, Peter Frampton e – appunto – AC/DC. Ad ogni missiva proveniente d’oltralpe io scivolavo sempre più giù nel suo ranking musicale, finendo con lo svernare lì, dove languiscono i Ciro Sebastianelli a Sanremo. Si parla del 1976/1977, sia chiaro. Un fitto e minuzioso carteggio in un mio improbabile idioma francese durato alcuni anni, vocabolari, artifizi linguistici e fatiche. Almeno fino al momento in cui non giunse una risposta nella quale la Giovanna d’Arco del rock espresse severe riserve sul mio entusiasmo verso il neonato movimento punk. “Sono sporchi e fingono di suonare“, disse (anzi: scrisse). Ahia.

“No, non è vero”.
“Sì che è vero”.
Les escargots qui vont à l’enterrement
Addio.

A nulla valse sventolarle Ciao 2001, i Sex Pistols e i Tubes (avevo delle idee approssimative, vogliate scusarmi), quella carta porosa edificata su un peu d’amour, d’amitié e beaucoup de musique si bloccò lì, morendo d’inedia.

Insomma, tutta questa noia soltanto perché stamattina ho risentito Rockollection alla radio, innescando una madeleine di ricordi e sensazioni che avevo sepolto chissà dove, così come avevo dimenticato d’aver comprato negli anni – oltre al 7″ e al 12″ – l’aberrazione magna su LP, sempre titolata Rockollection (RCA Victor, 1977), a nome Lourent Voulzy y Mama Joe’s Connection. ‘Na roba brutta forte, credetemi, un vero imbarazzo da nascondere nella credenza della nonna. ‘Na roba dove a far da corollario al successone vi erano stivate altre otto nefandezze pop-disco che mai ho avuto coraggio di approcciare nella loro interezza. Addirittura una resa barbarica di quella Deep Purple datata 1939 a firma Parish/De Rose. Vi esorto a starne alla larga, ho già fatto io da cavia – al tempo – immolandomi. Nove canzoni da festa alcolica dell’ufficio del catasto, tra stempiature sorridenti, Brigittebardòbardò, pugnette e multisala erotici. La fille en papier, L’amour est un oiseau, Peggy (Bye Bye), Le Miroir (una malgiogliata con gli strass), Milady (Polnareff alla crema pasticcera)… Insomma, mi fermo: sono 40 minuti di Torquemada per le orecchie. La morte vera. Un disco da tenere lontano, un virus malevolo che negli anni sono riuscito a sconfiggere e dal quale vi esorto a starne alla larga. Però c’era Rockollection e tanto bastava al mio basico alfabeto.

L’inclusione in un loco amoenus quale Sniffin’ Glucose dove – in questi due anni – sono riuscito ad accatastare un bel po’ di roba trasversale è un autodafè doloroso seppur necessario. Ma la radio andava, la strada era sufficientemente sgombra, il volume era congruo e io continuavo a battere il piedino sui tappetini, seguendo quel giro di basso strafico, canticchiando “On a tous dans le coeur une petite fille oubliée, une jupe plissée, queue de cheval, à la sortie du lycée”. Già, la sapevo a memoria al tempo. Volevo chiudere una volta per tutte il mio più che quarantennale contenzioso con Laurent Voulzy. Ne ho dunque approfittato per soddisfare alcune curiosità sulla carriera post successone internazionale, e – ci credereste? – l’uomo è ancora saldamente assiso alla sommità delle classifiche di lingua francofona come un Vasco Rossi qualsiasi e – addirittura – ha in carnet un singolo dal titolo Les Nuits Sans Kim Wilde (del 1985) che andrò senza indugio a sentirmi dacchè si vuole al sapor di Pet Shop Boys.

Nuits e Kim Wilde sont des mots qui vont très bien ensemble.

Di quel battesimo del fuoco ho conservato vergogna per anni, stimmata impura pronta a marchiarmi un cammino che avrei potuto rendere più agevole con un piccolo sforzo, ci sono voluti anni di terapie  e autoconsapevolezze armoniche per venire a patti e riappacificarmi con quell’unico momento topico. Mi rimetto alla clemenza della corte dunque. Ho un alibi oltre alla carta d’identità, ma non credo sia abbastanza di ferro per salvarmi dal verdetto: lì dentro, in quei pochi minuti di Rockollection, c’erano le riletture casalinghe di parecchi successi del rock and roll (da I Get Around a Gloria, da Mr. Tambourine Man a The Locomotion) e io – con un unico singoletto – avrei potuto averne un assaggio. La prima dose è sempre gratis, no? Non importa se subito dopo con i miei sudati risparmi mi fiondai sui Kraftwerk, su Amanda Lear (ehi, The Model!), sui Knack e sui Ramones. Rockollection non mi salverà dalle fiamme dell’inferno e dal carcere duro destinato agli impuri, ma a mia discolpa posso dire che l’album alla prima occasione l’ho sbolognato per due dindi e poi – negli anni – per espiare ho svolto milioni di ore di pop socialmente utile, Vostro Onore. Perché, come dicono i francesi, tout se tiens.

Michele Benetello

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