Assestamenti

Una manciata di canzoni di quest’ ultimo periodo. Non necessariamente le più belle.
Magari quelle che ci hanno fatto venire in mente altre cose, punteggiando queste nostre giornate “diverse”.
Aiutandoci ad assestarci, ad accendere la nostra sensibilità e spaziare. Ora che non si può spaziare diversamente che con la fantasia.
Parlandoci in un orecchio.
Quello che certa musica, da sempre, ha saputo fare con le nostre vite.

SHAME – BORN IN LUTON

C’è una scultura posizionata in una delle rotonde che danno accesso al capoluogo emiliano per chi arriva dalla pianura padana.
Una scultura, dalle misure spropositate, di un uomo filiforme che regge sulle proprie spalle un camion.
E’ come se questo camion gli fosse capitato sulla schiena per caso, improvvisamente, e lui cercasse un assestamento nel silenzio della periferia industriale.
Talmente insensata che ogni volta che ne incrocio le fattezze resto letteralmente vinto da tanta assurda incongruità e non riesco a staccare gli occhi finchè non scompare dal mio orizzonte.
Carichi immani improvvisamente piombati sulle nostre spalle.
Le strutture degli shame a volte mi fanno lo stesso effettto
Non si capisce come facciano a “restare su”.
Incongrue, asimettriche, architettonicamente impossibiltate a reggere il peso della composizione.
Deragliano e tornano su binari sempre diversi.
Non possono che crollare.
Ma non crollano.
E continuo a non staccare occhi e orecchie, affascinato.
Tutto sommato in questo perido molti di noi si sentono canzoni degli Shame.
O omini con camion sulle spalle

ARAB STRAP – HERE COME COMUS

Svegliarsi alle 3 ogni notte. Tutte le notti.
Dopo un po’ ci fai l’abitudine.
Le prime volte maledivi la constatata impossibilità a riaddormentarti.
Ma dopo un po’ ti arrendi.
E passi in rassegna i tuoi fantasmi.
Quelli passati, quelli presenti e quelli futuri.
Sempre con questa sensazione di non aver capito qualcosa, di esserti perso qualcosa che avresti dovuto capire anche se i segnali erano tutti lì.
I don’t give a fuck about the past our glory days gone by
La voce di Aidan Moffat che fa piovere pietre sopra quei beat irreali è la colonna sonora perfetta per queste lunghe notti.
I nostri maestri del disincanto preferiti.
Dopo 16 anni ci ritroviamo.
Ed è un lungo e consolatorio abbraccio.

BILLY NOMATES – EMERGENCY TELEPHONE

Tor Maries, la ragazza in prima fila da sola al concerto degli Sleaford Mods di Southampton.
Lasciata dal fidanzato, senza una sterlina in tasca, additata con un beffardo “Hey, it’s Billy No-mates!” .
Ma Tor ha uno sguardo impertinente, una grinta rara e una manciata di grandi canzoni.
Raccoglie l’assist e assume le sembianze di Billy Nomates, tutto attaccato.
Con l’aiuto di Jason Williamson dei nostri Mods preferiti, di Geoff Barrow e della sua etichetta confeziona un album e un nuovo Ep uscito in questi giorni.
Dischi che li senti muovere nello scaffale da quanta energia compressa racchiudono (recuperare No o Hippy Elite in video per rendersene conto).
Gli aggettivi si sprecano ..Introspective mainstream..no girl in a yes man world..postpunk snarler..
La realtà la restituisce il video di questa canzone permeata da una malinconia rabbiosa.
Una fiera in gabbia, un pugile in attesa di sferrare la sua serie micidiale.
Un volto credibile di quella isola isolata. Che ci manca terribilmente.

VIAGRA BOYS – TOAD

Hai Toad in repeat nelle orecchie e l’aspirapolvere nelle tue mani diventa una chitarra con la quale inanelli riff assassini incurante ed isolato dal mondo esterno.
Ti senti una specie di Ian Svenonius, figo ed invincibile.
L’aspirapolvere smette di funzionare.
Lo smonti pezzo a pezzo e lo rimonti pezzo a pezzo con maestria battendo il tempo con il cacciavite.
Riparte Toad.
Non c’è niente che ti può fermare.
L’aspirapolvere non parte più.
Ti dicono che il cane protesta abbaiando da un quarto d’ora perche l’hai chiuso inavvertitamente in una stanza.
Che con il sacco della polvere forato hai sporcato piu di quanto hai pulito
Riparte Toad.
Ti siedi e ti versi da bere, perplesso.

MAXIMO PARK – VERSIONS OF YOU

Forse non fa figo parlare dei Maximo Park e tutto sommato non interessa neanche perorarne l’eventuale rilevanza.
Una carriera robusta spesso in bilico sull’orlo dell’anonimato ma con alcune belle canzoni che si sono ricavate un angolino nella nostra memoria.
Ma una canzone come questa, che spinge sul pedale della retorica emozionale come solo certo pop indie britannico ha sempre saputo fare, proprio ora che siamo costretti a venire a patti con una unica versione di noi stessi, fa sognare di allargare le braccia sotto un cielo corrucciato e assaporare le prime gocce di pioggia che ci piovono sul viso.
Mentre tutti attorno a noi fanno lo stesso.

MASSIMILIANO BUCCHIERI

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