Si parte con un ritorno che ci fa stare bene: 𝐈𝐜𝐞𝐚𝐠𝐞, con Star, il primo inedito della band dai tempi di “Seek Shelter”. Una grande canzone, sospesa tra ombre wave e slancio quasi pop.

Dopo 𝐆𝐞𝐧𝐫𝐞 𝐈𝐬 𝐃𝐞𝐚𝐭𝐡 e 𝐅𝐫𝐢𝐤𝐨 è il turno di 𝐍𝐚𝐬𝐡𝐩𝐚𝐢𝐧𝐭𝐬, che sembra il classico nome trovato per sbaglio in una piega laterale di internet e che invece rischia di restarti in testa per settimane. “Everyone Good is Called Molly” è un disco polveroso, bellissimo, quasi sospeso: come se qualcuno avesse lasciato 𝐂𝐢𝐧𝐝𝐲 𝐋𝐞𝐞, 𝐉𝐞𝐬𝐬𝐢𝐜𝐚 𝐏𝐫𝐚𝐭𝐭 𝐞 𝐃𝐮𝐫𝐮𝐭𝐭𝐢 𝐂𝐨𝐥𝐮𝐦𝐧 chiusi in una stanza con un registratore a cassette e una tenda tirata a metà.

A metà degli anni Novanta, mentre il rock era alle prese con la risacca dell’onda grunge, dalle parti di New York prese forma una piccola ma influente scena musicale che mescolava funk morbido, elettronica a basso costo e bizzarrie pop. Non un movimento codificato, ma una corrente diffusa e cosmopolita, ironica e colta, capace di assemblare fantasiosi campionamenti e easy listening. Alla base  l’attitudine eclettica e trasversale di artisti come Beck e i Beastie Boys. Proprio questi ultimi, inventandosi la 𝐆𝐫𝐚𝐧𝐝 𝐑𝐨𝐲𝐚𝐥, qualcosa di più che non una semplice etichetta discografica, crearono una sorta di hub culturale per questa sensibilità musicale. Tra i nomi simbolo spiccarono da subito le 𝐋𝐮𝐬𝐜𝐢𝐨𝐮𝐬 𝐉𝐚𝐜𝐤𝐬𝐨𝐧, con il loro mix di groove hip hop e basso funky e le Cibo Matto, duo capace di mescolare rap giocoso, elettronica minimale e cultura pop giapponese. Ancora più esplicitamente rétro, dall’altra parte del mondo arrivavano le Pizzicato Five, portabandiera dello Shibuya-kei, un pop sofisticato costruito su citazionismo, bossa nova e colonne sonore anni Sessanta. Attorno a questa galassia orbitavano poi progetti ancora più eccentrici, ma ugualmente interessanti, come le 𝐁𝐮𝐭𝐭𝐞𝐫 𝟎𝟖, effimero supergruppo nato dall’incontro tra membri di Cibo Matto, Luscious Jackson e Blues Explosion. Il loro unico album pareva una festa psichedelica e molto funky registrata in cucina. Dal canto suo 𝐌𝐨𝐧𝐞𝐲 𝐌𝐚𝐫𝐤, per un certo periodo tastierista proprio dei Beastie Boys, sviluppò un suono strumentale caldo e analogico, fabbricato con organi vintage e groove rilassati, anticipando molte atmosfere del futuro. Era una scena nutrita di crate digging, dj culture e collage sonoro, sempre leggera e ironica. Campioni di vecchi vinili, ritmi hip hop rallentati, tastiere Farfisa e vibrafoni convivevano con grafiche 60s e un gusto di costante revival. Pur senza la visibilità di altri movimenti degli anni Novanta, questa rete di artisti contribuì a definire un’idea di pop alternativo: cosmopolita, collezionista, zeppo di citazioni e senza barriere di genere. Col senno di poi, un gustoso antipasto di trend che sarebbero esplosi negli anni Duemila, dal downtempo all’indietronica, fino alla riscoperta permanente dell’estetica lounge.

Subito dopo passa 𝐌𝐚𝐫𝐭𝐚 𝐃𝐞𝐥 𝐆𝐫𝐚𝐧𝐝𝐢 con il suo nuovo album “Dream Life”. Pop sofisticato, atmosfera onirica, respiro internazionale. Una presenza in scaletta che non arriva esattamente per caso e che introduce perfettamente il disco della settimana, quello di 𝐊𝐨𝐤𝐨 𝐌𝐨𝐨𝐧. Disco crepuscolare, delicato, notturno, molto bello.

Sniffin’ Glucose #26 tiene insieme ritorni attesi, genealogie che vale la pena ricostruire e canzoni che sembrano arrivare da luoghi lontani ma pieni di fascino.


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