Si parte con un cambio di pelle. Quella di 𝐓𝐨𝐦𝐨𝐫𝐫𝐨𝐰 𝐖𝐨𝐦𝐚𝐧 è una canzone che sembra uscita da una stanza piena di macchine, ma con ancora addosso un istinto da garage band. Non un ritorno: una trasformazione. Poi una serie di nomi che si muovono in quella zona sottile tra jangle, indie pop e malinconia contemporanea. 𝐏𝐫𝐢𝐬𝐦 𝐒𝐡𝐨𝐫𝐞𝐬 confermano la loro scrittura luminosa, mentre 𝐒𝐥𝐢𝐩𝐩𝐞𝐫𝐬 ritrovano il gusto più genuino di certe intuizioni pop archiviate troppo in fretta: canzoni brevissime, immediate, malinconia lieve, e un immaginario che rimette in circolo K Records, Elephant 6, pop anni Sessanta e l’ombra elegantissima di Karen Carpenter. Chiude il primo blocco 𝐎𝐟𝐟𝐢𝐜𝐞 𝐃𝐨𝐠, con quella che è semplicemente una grande canzone.

Nel cuore della puntata si apre un discorso più ampio, che parte da una frase dei 𝐂𝐨𝐦𝐞𝐭 𝐆𝐚𝐢𝐧: 𝑇ℎ𝑒𝑠𝑒 𝑎𝑟𝑒 𝑡ℎ𝑒 𝑟𝑒𝑐𝑜𝑟𝑑𝑠 / 𝑇ℎ𝑒𝑠𝑒 𝑎𝑟𝑒 𝑡ℎ𝑒 𝑓𝑟𝑖𝑒𝑛𝑑𝑠 / 𝐷𝑟𝑒𝑎𝑚𝑠 𝑛𝑒𝑣𝑒𝑟 𝑒𝑛𝑑…

È tutto lì. I dischi come relazioni, come rifugi, come geografie emotive. E infatti subito dopo arrivano i 𝐁𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐚𝐧𝐝 𝐒𝐞𝐛𝐚𝐬𝐭𝐢𝐚𝐧 con “The Boy with the Arab Strap”, uno dei momenti in cui l’indie pop smette di essere solo una forma musicale e diventa davvero una comunità.

I 𝐂𝐨𝐦𝐞𝐭 𝐆𝐚𝐢𝐧 sono una di quelle anomalie preziose che la storia dell’indie pop custodisce gelosamente: una band capace di attraversare decenni senza mai piegarsi alle logiche del tempo, continuando a scrivere canzoni che sembrano provenire da un altrove emotivo e culturale. Al centro di tutto c’è David Christian Bower, aka David Feck, alias Charlie Damage, figura cardine e instancabile costruttore di mondi. Fin dagli esordi degli anni ’90, il suo progetto ha assunto i contorni di un universo parallelo fatto di northern soul scritto col cuore in mano, estetica mod, cinema francese in bianco e nero e una devozione totale alla cultura pop più romantica e resistente. Non è solo musica: è un immaginario cui ci si affeziona come a un luogo reale. Dischi come 𝐶𝑖𝑡𝑦 𝐹𝑎𝑙𝑙𝑒𝑛 𝐿𝑒𝑎𝑣𝑒𝑠 incarnano perfettamente questa poetica. Lì dentro convivono amori sciupati, spiagge autunnali e un senso di appartenenza che si consuma tra due estremi ideali: l’apertura di 𝐹𝑖𝑠𝑡𝑠 𝑖𝑛 𝑡ℎ𝑒 𝑃𝑜𝑐𝑘𝑒𝑡 e la chiusura, 𝑇ℎ𝑒 𝐵𝑎𝑙𝑙𝑎𝑑 𝑜𝑓 𝑎 𝑀𝑖𝑥𝑡𝑎𝑝𝑒, manifesto identitario che rivendica con orgoglio un’estetica underground. C’è una frase, comparsa una volta nelle note di copertina di un loro disco, che riassume tutto: 𝑛𝑜𝑛 𝑠𝑖𝑎𝑚𝑜 𝑚𝑎𝑖 𝑠𝑡𝑎𝑡𝑖 𝑝𝑟𝑜𝑓𝑒𝑠𝑠𝑖𝑜𝑛𝑎𝑙𝑖, 𝑠𝑢𝑜𝑛𝑖𝑎𝑚𝑜 𝑐𝑎𝑛𝑧𝑜𝑛𝑖 𝑠𝑡𝑜𝑟𝑡𝑒 𝑐𝑜𝑛 𝑎𝑚𝑝𝑙𝑖𝑓𝑖𝑐𝑎𝑡𝑜𝑟𝑖 𝑟𝑜𝑡𝑡𝑖 𝑒 𝑡𝑎𝑚𝑏𝑢𝑟𝑖 𝑑𝑖 𝑐𝑎𝑟𝑡𝑜𝑛𝑒; 𝑐𝑟𝑒𝑑𝑖𝑎𝑚𝑜 𝑛𝑒𝑙𝑙𝑒 𝑐𝑜𝑠𝑒 𝑜𝑏𝑠𝑜𝑙𝑒𝑡𝑒, 𝑛𝑒𝑙𝑙𝑒 𝑎𝑛𝑖𝑚𝑒 𝑎𝑝𝑝𝑎𝑠𝑠𝑖𝑜𝑛𝑎𝑡𝑒. È una dichiarazione d’intenti che, lungi dall’essere un limite, è la chiave della loro grandezza. Perché i Comet Gain non sono semplicemente una band: sono la prova che esiste ancora un modo di fare musica in cui l’urgenza espressiva conta più della perfezione, in cui ogni canzone può diventare un rifugio. 

In chiusura, torniamo al presente con uno dei dischi più belli in circolazione: 𝐂𝐮𝐭 𝐖𝐨𝐫𝐦𝐬 – Transmitter, il nostro disco della settimana. Max Clarke continua a scrivere canzoni fuori dal tempo, ma questa volta qualcosa cambia. Meno nostalgia costruita, più aria, più fiducia nella forma canzone. Dieci brani che non hanno bisogno di dimostrare nulla: entrano piano e restano. E quando succede così, di solito significa che il disco è quello giusto.

Sniffin’ Glucose #27 tiene insieme trasformazioni, comunità e ritorni silenziosi.


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