Se ci avessi dovuto pensare sopra, probabilmente avrei detto di non aver mai portato una telecamera a un concerto. Intendo proprio una telecamera: una di quelle portatili, pre-cellulare, che richiedevano una decisione precisa. La prendevi, la caricavi, la tenevi in mano, ti mettevi a filmare. Non era ancora un gesto automatico, non faceva parte della normale gestione di una serata dal vivo.

E invece non deve essere andata così. Facendo pulizia tra vecchi file digitali, sono inciampato in sette minuti di registrazione dei Broadcast al Covo di Bologna, 15 aprile 2000. Non ricordavo di averla fatta. O almeno: non ricordavo il gesto, il momento in cui devo aver acceso la telecamera, la ragione per cui scelsi proprio quella canzone e non un’altra. Ho fatto partire il video senza sapere bene cosa aspettarmi e mi sono ritrovato davanti il finale di “Where Youth and Laughter Go” e poi “Unchanging Window / Chord Simple”, immagine sgranata ma audio sorprendentemente buono.

La prima cosa che colpisce, a dire il vero, non è nemmeno Trish Keenan. Non subito. Prima arrivano il buio, le teste del pubblico, una tastiera illuminata da una luce viola, il fondale che sembra uscito da un vecchio film scientifico o da qualche trasmissione educativa rimasta sepolta in un archivio televisivo. La band è lì, ma bisogna cercarla. Non entra nell’immagine come un gruppo che chiede di essere ripreso. Sembra piuttosto qualcosa che la telecamera intercetta per caso.

Forse è per questo che il video funziona. Non ha l’aria del reperto prezioso, non prova a fissare un momento irripetibile con la compostezza del documento ufficiale. È una registrazione amatoriale, scura, instabile, spesso indecisa su cosa mettere a fuoco. Però l’audio tiene. E allora succede una cosa strana: più l’immagine fatica, più la canzone sembra farsi strada.

Siamo nell’aprile del 2000, poche settimane dopo l’uscita di “The Noise Made By People”, il primo vero album dei Broadcast. “Unchanging Window” era già lì, in forma più breve; questa versione allungata, legata a “Chord Simple”, sarebbe poi uscita su “Extended Play Two”, un EP di cinque canzoni. Dal vivo il brano diventa una specie di lenta messa a fuoco: una pulsazione regolare, tastiere che tagliano il buio, la voce di Keenan che non forza mai il centro della scena ma finisce per occuparlo comunque. Non c’è nulla di spettacolare, ed è proprio questo a renderlo interessante. Si vede una band al lavoro dentro il proprio suono.

Rivederlo oggi produce un effetto particolare anche perché i Broadcast sono una di quelle band che il tempo non ha normalizzato. All’inizio potevano essere collocati abbastanza comodamente accanto agli Stereolab, dentro quel modo di ripensare pop, elettronica, motorik e anni Sessanta senza trasformarli in nostalgia pura. Ma col passare degli anni la loro posizione è diventata più singolare. Hanno condiviso certi materiali con altri — le tastiere analogiche, le colonne sonore europee, la library music, il lavoro della BBC Radiophonic Workshop, Delia Derbyshire, il folk inglese più inquieto — però li hanno piegati a una forma personale, meno brillante, meno citazionista, più ambigua.

La loro importanza sta anche qui: non hanno semplicemente recuperato un passato cool. Lo hanno fatto suonare come qualcosa di poco definito, ancora non del tutto decifrato. Nei Broadcast il passato non è mai arredamento. È una frequenza che ritorna male, un frammento televisivo, una melodia infantile che all’improvviso cambia temperatura, un synth che sembra arrivare da un laboratorio più che da una sala prove. Per questo si è parlato spesso di hauntology, e per una volta l’etichetta non è campata in aria: nella loro musica la memoria non viene rimessa in scena, ma torna come interferenza.

Anche la voce di Trish Keenan ha molto a che fare con questa impressione. Era limpida, certo, ma non rassicurante. Poteva sembrare vicina e remota nello stesso momento, quasi priva di enfasi eppure immediatamente riconoscibile. Non cantava “sopra” quei suoni: ci passava dentro, come se fosse parte dello stesso sistema di segnali. È uno dei motivi per cui i Broadcast hanno evitato la sorte di tante band molto amate nel proprio tempo e poi rimaste ferme lì. La loro musica continua a essere usata come riferimento perché non indica solo uno stile, ma un modo diverso di pensare il pop: meno frontale, capace di far convivere chiarezza melodica e zone non illuminate.

Negli ultimi anni questa presenza si è fatta ancora più evidente. Le ristampe, le raccolte di demo, il ritorno periodico del loro nome nella critica e nelle genealogie delle nuove band non hanno soltanto riaperto un catalogo. Hanno confermato quanto i Broadcast fossero avanti senza fare il gesto d’avanguardia. Il loro futuro non era fatto di velocità, superfici lucide o tecnologia esibita. Semmai passava da strumenti vecchi, immagini rovinate, circuiti, campionamenti, piccoli spostamenti del punto di vista. È anche per questo che oggi li si ritrova, magari in forma diversa, in gruppi che lavorano su psichedelia, elettronica analogica, folk alterato, pop in bassa definizione. I Memorials, per fare un nome, sembrano muoversi dentro un territorio che i Broadcast hanno contribuito ad aprire: non per imitazione diretta, ma per una specie di familiarità nel modo di guardare le cose.

Alla luce di tutto questo, quei sette minuti bolognesi mi sembrano più preziosi di quanto avrei pensato. Non perché aggiungano una rivelazione decisiva alla storia della band. Non perché mostrino qualcosa che mancava. Ma perché restituiscono i Broadcast in una forma quasi perfetta per loro: non restaurati, non spiegati, non monumentalizzati. 

Forse è questo il piccolo miracolo del video. Non mostra i Broadcast meglio di come li ricordavamo. Li mostra nel modo in cui, a distanza di anni, ha senso ritrovarli: un po’ nascosti, un po’ sfocati, dentro un’immagine fragile che però lascia passare il suono con una chiarezza inattesa. Un documento minimo, rimasto fermo per venticinque anni senza chiedere nulla. Poi lo fai partire, tra grana, ombre e una voce che passa ancora intatta, e per sette minuti il Covo torna a mandare segnali dal 2000.

CESARE LORENZI


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