Il secondo Inverno (Fiver #03.2017)

La filosofia è elementare nella sua semplicità: fare cose che ci piacciono in compagnia di gente che ci piace.
Un’esigenza prima ancora che un’idea.
Un paio di anni fa è iniziata così la storia tra noi di Sniffin’ Glucose e i ragazzi di No Hope, una fanzine fatta di carta e costruita con forbici, colla, matite e pennarelli. Una storia nata sull’abbrivio delle passioni comuni: il punk e il post punk, la new wave e il garage rock, la psichedelia e il power pop, l’indie rock, l’elettronica storta e la bassa fedeltà, i libri di carta e i dischi di plastica, i piccoli club, le persone eleganti, Stanley Kubrick e François Truffaut.
E’ stato No Glucose poi Inverno, ancora No Glucose e di nuovo Inverno.
Come lo scorso gennaio anche quest’anno invaderemo assieme il palco del Covo, che tra i piccoli club che apprezziamo è da sempre quello che ci piace di più.
Sarà il nostro festival d’inverno, con dieci band in due serate, djset, stand, banchetti, vintage, vinili.
Proveremo di nuovo a innamorarci e tenteremo di farvi innamorare ancora.
Exploding the teenage underground into passionate revolt against the corporate ogre, once again.

Covo Club // NO HOPE fanzine // Sniffin’ Glucose presentano:

INVERNO Fest

❅ ❅ ❅ 20 GENNAIO ❅ ❅ ❅

Tiger! Shit! Tiger! Tiger! (Alternative – To Lose La Track -Foligno, IT)

Gomma (Gum Wave – V4V-Records – Caserta, IT)

The Yellow Traffic Light (Shoegaze – WWNBB – Torino, IT)

Freez (Weird Garage Sound – Schio, IT)

Warm up from 8 p.m.
Opening show: In.versione Clotinsky (Lo-Fi Pop – Ravenna, IT)

Reading: Alberto Ronchi, “Catastrofi Naturali” (Modo infoshop Edizioni) + Alan Vegan djset

aftershow djsets
gate 1: Jack (Altre di B – indie rock – college – punk)
gate 2: No Glucose Wild Bunch

❅ ❅ ❅ 21 GENNAIO ❅ ❅ ❅

Cold Pumas (Post Kraut Punk – Faux Discx – Brighton, UK)

Sex Pizzul (Disco Punk – Annibale Records – Firenze, IT)

Baseball Gregg (Climate Controlled Pop – La Barberia Records – Bologna, IT)

Vanarin (Psychedelic Brit Pop – Bergamo, IT)

Warm up from 8 p.m.
Opening show: Babau (Psych Dub Exotica – Artetetra – Bologna, IT) + Alan Vegan djset

aftershow djsets
gate 1: Mars (rock n roll – glam – punk)
gate 2: No Glucose Wild Bunch

                                                    ❅ ❅ ❅

Stand

Record label, vinili, serigrafia, fumetti, graphic design, poster, fanzine, disegno: 
Maple Death / La Barberia / Avant / Background / Pady / Sciame / Brutto.Collettivo / Nervi Cani

Sniffin’ Glucose

Rip it Up and Start Again (Fiver # 5.2016)

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Lo scorso weekend al Covo è stato Inverno fest, una festa più che un festival, organizzato assieme ai ragazzi di No Hope fanzine. Qualcuno mi faceva notare che in questa sorta di testa coda generazionale che è l’ unione fraterna tra Sniffin’ Glucose e No Hope è curioso come i giovani abbiano scelto di esprimersi con un mezzo d’altri tempi fatto di carta, forbici, colla, matite e pennarelli, mentre noialtri che giovani non siamo più da un pezzo utilizziamo internet. Ci avevo già pensato, non so cosa possa significare, ma mi piace. Per il numero di gennaio della fanzine No Hope, distribuito nel weekend di Inverno fest al Covo, gratuitamente come sempre e con splendida copertina disegnata dal Baronciani, ho scritto una cosa sugli Orange Juice. Dovevo stare nelle duemila battute spazi compresi ed è venuto fuori questo, altrimenti ne sarebbe uscito un libro.
Magari una volta lo scrivo un libro sugli Orange Juice, la Postcard Records e il suono della giovane Scozia.

Orange Juice “Rip it Up

Quattro studenti d’arte nati alla periferia di Glasgow nel periodo che collega la fine dell’esplosione punk e l’avvio della successiva infezione post, con un nome ispirato dall’unica bibita di cui era provvista la loro sala prove, un taglio di capelli che nemmeno i Byrds (Ho una frangia come quella di Roger McGuinn, si bullavano nel testo di Consolation Prize) e un immaginario costruito con disegni di gatti che suonano tamburi, delfini avvitati tra cielo e mare e cuori ricamati su pezze di stoffa. Gli Orange Juice, sebbene il verso di una loro canzone (Rip it Up and Start Again) abbia fornito il titolo al miglior libro mai scritto sul post punk (si, Simon Reynolds), in realtà erano la nemesi di ciò che in quei mesi di fine 70’s stava accadendo loro attorno: non si drogavamo, non bevevano alcolici e affidavano le proprie istanze di riforma al recupero di un passato che in quegli anni frenetici e favolosi era stato da altri rifiutato in blocco. Da un lato un suono che recuperava Beach Boys e Buffalo Springfield spianando melodie seducenti, dall’altro un approccio acqua e sapone destinato a marchiare il brit indie pop, avviando una reazione a catena che ancora oggi riverbera effetti. Senza gli Orange Juice e la Postcard Records, etichetta che ne accompagnò gli esordi, gruppi come Smiths, Belle and Sebastian e Franz Ferdinand, per far tre nomi a caso, sarebbero pure esistiti ma certamente avrebbero suonato diversamente. La loro intuizione fu tutto sommato semplice: raddoppiare il numero di giri ai dischi dei Velvet Underground rendendo il suono delle chitarre di Lou Reed e Sterling Morrison simile a quello inventato da Nile Rodgers per gli Chic. “Eravamo convinti che She’s Beyond Good and Evil del Pop Group fosse l’ultimo e definitivo singolo dell’era punk – dichiaravano – e ci piaceva pensare di riuscire a creare qualcosa che stesse a metà strada tra quel funky sovversivo e la disco pura di un pezzo come Spacer di Sheila B. Devotion”. Come fossero un punto piazzato tra Jackson 5 e Swell Maps: in mezzo al nulla, equidistante da tutto.

The Pains of Being Pure at Heart “Hell

L’idea di tornare a scrivere qualcosa sugli Orange Juice mi è venuta la prima volta che ho ascoltato questa canzone nel nuovo singolo dei Pains of Being Pure at Heart. Basta cliccare il play e si capisce al volo il perché. In realtà agli Orange Juice penso ogni volta che mi capita all’orecchio una canzone dei Vampire Weekend, dei Drums e di tanti altri. Ascoltare oggi i Pains non fa figo, lo so, ma a me un tizio come Kip Berman sta simpatico e il fatto che sul lato b di questo ep abbia piazzato una cover dei Felt e una dei James, beh oltre che farmi piacere mi fa quasi tenerezza.

Pop.1280 “Phantom Freighter

Milleduecentottanta era il numero di persone che viveva a Pottsville all’inizio del romanzo di Jim Thompson da cui i Pop.1280 prendono il nome. Un libro che secondo me potrebbe essere stato non poco fonte di ispirazione per gli autori della serie tv Fargo. Già un gruppo che prende il nome da un libro di Thompson mi alzo e applaudo, poi la musica: un cyberpunk virato gotico che in questo pezzo, seconda traccia di Paradise loro terzo album in uscita per Sacred Bones, mi ricorda i migliori Sisters of Mercy. Applausi ancora.

Sunday Painters “Let’$ Be Moderne

Uno dice che della new wave e del post punk ormai sappiamo tutto. E invece no. Dopo i Tronics la What’s Your Rapture mette ancora il dito nella piaga della mia beata ignoranza puntando gli australiani Sunday Painters: si parte dalla raccolta dei loro primi singoli cui a ruota seguono le ristampe degli unici due album pubblicati. Art rock post wave con innesti industriali via via crescenti con lo scorrere del tempo e almeno un paio di hit totali e totalmente sconosciute, almeno a me, sino ad oggi. Questa è una.

The I don’t Cares “Born for Me

Se Julianna Hatfield (le Blake Babies e una carriera di femme fatale dell’indie rock anni ’90 prematuramente troncata da alcol e droghe) e Paul Westerberg (i Replacements!) avessero mai pensato di fare un disco assieme questo sarebbe somigliato esattamente a Wild Stab, primo disco degli I don’t Cares (che nome!). Un pò Blake Babies e molto molto Replacements.

Arturo Compagnoni

NO GLUCOSE (Careless words cost lives)

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In principio l’idea era quella di organizzare una piccola festa tra amici per chiudere una stagione e aprirne immediatamente un’altra perché, come ben sappiamo, ricordare il passato è una buona cosa ma ancora più lo è proiettarsi nel futuro. Noi di Sniffin’ Glucose assieme agli amici di No Hope, piccola fanzine nata e cresciuta quest’anno sotto il tetto del Covo, uno di quei posti in cui da sempre ci sentiamo a casa. Due generazioni anagraficamente lontane le nostre, quanto incredibilmente vicine nel modo di porsi nei confronti della musica, epicentro comune delle rispettive vite. Così è nato, prendendo poi una vita propria quasi autonoma rispetto alla nostra volontà, NO GLUCOSE, fondamentalmente una due giorni dedicata a fare le cose che ci piace assieme alla gente che ci piace. Perché pur essendo una squadra di egocentrici individualisti, dentro di noi sappiamo da sempre che la condivisione è l’unica via possibile: la passione, se non condivisa, resta fine a se stessa e il fuoco è destinato a spegnersi anziché divampare. E questo noi non lo vogliamo. Abbiamo così messo assieme sette gruppi con cui spartiamo attitudine e passione, qualche dj set per far ballare gli amici e un numero speciale della fanzine che sarà distribuito (gratuitamente, as usual) in quei due giorni. Abbiamo raccolto qualche scritto tra i redattori della fanzine, quelli del blog e qualche ospite per noi davvero speciale. A tutti è stato chiesto di affrontare lo stesso tema: raccontare un disco a scelta fornendone un proprio punto di vista, personale e senza regole. Nei prossimi giorni pubblicheremo qui quello che il 21 e 22 maggio potrete leggere su carta. A partire dall’introduzione che postiamo sotto e che vuole essere un po’ il manifesto programmatico di tutta la faccenda.

Rumore di fondo

Mai come oggi la musica è stata tanto presente nelle nostre vite, ma mai come ora il suo utilizzo ha finito per essere relegato a semplice rumore di fondo delle nostre giornate. Che poi, intendiamoci, in realtà quello dovrebbe essere normalmente il suo ruolo. Per molti ma non per tutti e noi, ça va sans dire, non dovremmo proprio essere tra i molti. Tutti parlano di musica, moltissimi la ritengono apparentemente un elemento imprescindibile senza il quale sopravvivere potrebbe essere un problema, molti infine ne scrivono, spesso a sproposito. E questo non va bene perché le parole poco curate, poco attente, poco pesate, costano – metaforicamente – vite. Così come un ascolto della musica distratto, o ancor peggio superficiale, contribuisce ad un – sempre metaforico – assassinio della musica stessa.
Ci è sempre piaciuto il momento in cui, quando a un musicista chiediamo perché abbia scelto di suonare, questi ci risponde che lo fa semplicemente perché non potrebbe fare altro, perché non può farne a meno. Soprattutto ci piacciono quei casi – moltissimi – in cui il musicista che ci ha risposto in quel modo nella vita sa fare anche altro e ha anche altro da fare. Noi, pur non sapendo suonare nemmeno una chitarra giocattolo di quelle che di elettrico hanno solamente le pile infilate nella cassa armonica, siamo come quei musicisti. Non potremmo far altro che quello che facciamo, ogni giorno da tanti anni: andare a concerti, ascoltare musica, scrivere di musica, parlare di musica, respirare musica. Eppure oltre a questo nella vita siamo obbligati a fare anche altro, molto altro. Ma rimaniamo sempre lì, incollati alla musica, perché per noi la musica non è un semplice accessorio alla vita che ci raggiunge piano e in sottofondo, la musica è qualcosa che cerchiamo con una costanza militante in ogni momento. La musica ingombra tutti gli spazi del nostro quotidiano infilandosi in ogni fessura, spingendo fuori tutto il resto finché tutto il resto non diventa – quello si – rumore di fondo.
Il rock and roll in definitiva ha salvato le nostre vite. Le ha cambiate, le ha forgiate e indirizzate mandandole da un’altra parte. Le ha rese migliori e peggiori al tempo stesso, riconsegnandocele comunque diverse e uniche.
Ora è arrivato il momento di restituire al rock and roll quanto ci ha dato.
E di riprenderci tutto quello che ci ha portato via.

Arturo Compagnoni


The Parrots live @ No Glucose – 21.05.15